Luca Cipolla
Psicologo Psicoterapeuta
Psicologo Psicoterapeuta
Cinema
Scritto il 14/03/2026
Il cigno nero
Voglio solo essere perfetta
L'opera di Darren Aronofsky, Il cigno nero (2010), esplora l’ascesi estetica di Nina Sayers, una danzatrice classica con l'ossessione di trasformare il disordine del vivente in geometria sovrumana. La ragazza si deforma nel riflesso di una madre invadente e ipercritica (matriarcato superegoico), che ne fomenta le ambizioni impedendole di crescere; il loro legame è intessuto di sottili crudeltà mascherate da affetto. Lo dimostra la scena della torta alla vaniglia con le fragole: un premio che l'ingerenza materna impone e che la figlia non può né desiderare né rifiutare (un doppio vincolo psicologico in cui l'offerta di cibo diventa un test di obbedienza e, al tempo stesso, una minaccia alla purezza diafana che la giovane deve esibire).
Nina ripete allo sfinimento ogni passo, con le costole che affiorano e i tratti scavati nel volto, convinta che il suo corpo prosciugato sia una prova tangibile di superiorità morale e artistica; la debolezza fisica si confonde con l'onnipotenza creativa. La fame smette di essere un bisogno fisiologico per trasformarsi in scarica di adrenalina: l'eterea fanciulla vuole essere guardata mentre si consuma, vuole nutrirsi solo dell’attenzione altrui; in lei, sparizione organica e tensione verso la perfezione coincidono tragicamente. Natalie Portman incarna tutto il suo rigore attraverso una fisicità fatta di muscoli tesi e lineamenti affilati.
Il dramma di Nina esplode nel dualismo tra i ruoli de Il lago dei cigni: se nel Cigno Bianco è maestra di tecnica e controllo, interpretare il Cigno Nero le richiede un istinto che non ha mai osato frequentare: non basta un velo di rossetto a evocare l'oscurità. Affronta un’esperienza improvvisa e scuotente. L’irruzione del caos nella sua vita programmata converte la danza in un’eclissi dell’essere. La metamorfosi è compiuta. Il suo Cigno Nero non nasce da un eccesso di vita, ma dalle ceneri di un’esistenza che ha smesso di negoziare il proprio posto nel reale, trasfigurandosi in gelida funzione estetica. Il finale è uno schianto fisico, dove le ossa scricchiolano e i piedi sanguinano.
Società
Scritto il 09/03/2026
Politica liquida
Meloni naviga a vista
Putin si dice disposto ad arrestare la sua spinta denazificante in Ucraina a determinate condizioni; Trump, parallelamente e alle proprie, vorrebbe cessare la diffusione del Verbo democratico in Iran. È l'epoca dei padri ordalici: figure che non mediano, ma impongono una Legge assoluta attraverso il trauma e la prova di forza, seminando nell'attuale scenario geopolitico una paradossale abbondanza di "buone intenzioni". Prima attaccano, poi cercano la conciliazione. Il solipsismo autarchico che li anima nega l'importanza del dialogo alla radice: le parole necessitano di un arsenale adeguato; l'interlocutore disarmato è un soggetto irrilevante. Il loro tavolo negoziale somiglia a un altare pagano, dove la pace va propiziata con un sacrificio.
In questo perimetro di assoluti, la politica circostante si è fatta liquida: reagisce in modo nervoso e immediato a ogni stimolo, fino a risultare incoerente e frammentata. Le convinzioni profonde hanno vita difficile in un'epoca caratterizzata da instabilità cronica: l'azione pubblica non costruisce, ma si limita a rispondere, perché subordinata a una forma di pensiero che, nel tentativo di adattarsi a tutto, finisce per non abitare nulla.
Secondo Giorgia Meloni le regole che governano il diritto internazionale sono ormai saltate. La premier non condivide, né condanna l'attacco di USA e Israele contro l'Iran: tenta di preservare l'estraneità bellica dell'Italia il più a lungo possibile, sperando, forse, che la mancanza di una posizione netta ci renda invisibili all'urto degli eventi. Tra tante incertezze, l'unico futuro che è possibile immaginare è quello prossimo; avanziamo con cautela verso un orizzonte che cambia di continuo. Purtroppo, navigare a vista in mezzo a una tempesta, tra giganti, non è una strategia efficace: è un auspicio.
Cinema
Scritto il 04/03/2026
Il film The Whale (2022) di Darren Aronofsky esplora gli abissi della sofferenza umana attraverso il volto di Brendan Fraser. Imprigionato in un corpo reso enorme dalle conseguenze di un lutto, l'attore affida ai soli occhi e alla micro-espressività facciale il compito di trasmettere la gentilezza e la solitudine di un uomo che la società, spaventata da una fisicità debordante, ha deciso di deumanizzare.
Charlie è un docente di scrittura online, affetto da una grave e invalidante obesità. Vive confinato in un luogo claustrofobico, scortato solo dalla sua fame insaziabile. La sua condizione non si esaurisce nel grido afono di una fragilità senza parole; nella sua psiche il lessico abbonda (i termini che maneggia sono colti, pesati, lucidi). Eppure, non vuole usarli per salvarsi. Li converte, invece, in uno strumento utile a legittimare la sua autodistruzione: delega al suo corpo l’onere di trattenere l’insostenibile peso di quel dolore che non sa elaborare. Diventando Moby Dick, una montagna di carne, trasforma il suo tormento in una verità visibile, ingombrante, ineludibile.
Ha del denaro da parte, ma sceglie deliberatamente di non spenderlo per curarsi; lo conserva per donarlo alla figlia adolescente Ellie, che aveva abbandonato anni prima. Solo dopo aver sperimentato personalmente l'abisso della perdita, Charlie può provare una reale empatia per il trauma di Ellie: il suo è un tentativo disperato di riparazione.
Ellie pubblica una sua foto. Charlie smette di nascondersi dietro una facciata di normalità (dietro una webcam spenta) e si oppone, con la sua massa informe, alla rimozione collettiva dell'angoscia. Non usa più il grasso come protezione: la sua massa boteriana gli serve per lanciare una sfida visiva.
Il suo sfacelo organico si consuma nella penombra domestica, tra divani sfondati e cartoni di pizza accumulati, sotto l'unica luce di una verità che non ammette sconti. In lui coesistono Moby Dick e il capitano Achab: quando scaglia il suo arpione lo fa contro se stesso, contro una preda che è la sua stessa esistenza. È un duello che si può risolvere soltanto nell'annullamento. Sparisce in un raggio di luce bianco.
Mondo
Scritto il 26/02/2026
Trump
La pace come punto esclamativo
Nonostante il ritorno di Trump alla Casa Bianca non abbia fermato i combattimenti, una parte dell’opinione pubblica continua a riporre in lui la speranza di una tregua nel conflitto ucraino. Questo fenomeno rivela lo slittamento di un paradigma mentale: l'accettazione che una "pace possibile" non debba necessariamente coincidere con il ripristino dell’integrità territoriale di Kiev. Non importa che l'accordo di pace sia "giusto" secondo i canoni internazionali o duraturo nel tempo; ciò che conta è sigillarlo in fretta.
Ogni modello di leadership autoritaria tende a ripudiare il pluralismo e il confronto critico, etichettandoli come forme di debolezza, perdita di tempo prezioso; l’esito sostanziale della pace diventa, quindi, secondario rispetto alla centralità della narrazione del leader: la priorità non è risolvere la crisi, ma evitare la ferita narcisistica della sconfitta, avere l’ultima parola. Nella solitudine del comando, la domanda si configura come un lusso superfluo.
Penso al Chiambretti del 1997: in questo scenario, il suo motto Comunque vada sarà un successo, diventa una vera e propria strategia di sopravvivenza dell'Io. Una strategia che Trump declina magistralmente in vista delle elezioni di metà mandato, quando la necessità di apparire vincenti si fa imperativa: la sua retorica di una "nuova età dell'oro" già in atto serve a blindare il consenso, facendo sembrare quasi sciocco chiunque provi a sollevare dubbi o incertezze sul suo operato.
Cinema
Scritto il 20/02/2026
Joker
Cerco solo di far ridere le persone
Joker (2019), diretto da Todd Phillips, è un racconto crudo, attraversato da picchi di violenza, adatto a un pubblico adulto. In quest’opera brilla Joaquin Phoenix: la sua performance rende indelebile la sofferenza del protagonista.
La pellicola segue la parabola di Arthur Fleck, un aspirante comico che sopravvive ai margini di una Gotham spettrale e soffocante, specchio del degrado morale dei suoi abitanti. Una serie di umiliazioni e violenze lo spingono oltre il limite, innescando nella sua anima una metamorfosi irreversibile. L'uomo mite soccombe sotto il peso dell'abuso e lascia il posto a una creatura ferocemente libera. A causa sua la città sprofonda nell'anarchia: brulica di manifestanti erratici che usano una maschera da clown come simbolo di insurrezione. Arthur non ha un'agenda politica; non gli interessano i diritti dei lavoratori o la lotta di classe: vuole solo che la società si accorga della sua presenza.
Le strade di Gotham, già invase da ratti e immondizia, rigurgitano carcasse d’auto in fiamme. Per molti fragili e disadattati la soppressione di chi ha una vita più felice diventa l’unica opportunità di riscatto esistenziale. Gli sconfitti vogliono uscire dall’anonimato, esistere; la violenza offre a tutti loro la possibilità di entrare a far parte della storia. Dove non ci sono ideali da seguire, non è più necessario conoscere; senza l'onere della conoscenza si cede facilmente all'istinto.
Il sorriso forzato e l’ironia permanente di Arthur si mescolano al suo orgoglio ferito, rendendolo totalmente indifferente ai mali del mondo. Non è un eroe: semplicemente non è padrone della sua ira a causa di una profonda frammentazione psichica. Il suo ribollire non è mai disciplinato dall’intelletto. La sua spinta interiore non genera una rivoluzione, ma un desiderio di vendetta che ha l’unico scopo di diffondere ovunque un’epidemia di caos. Chi è senza futuro, attraverso di lui, si ritrova con una insostenibile eccedenza di ambizione. Piace per questo: Joker è la tempesta divina che rende accettabile anche l’esistenza umana più miserabile.
Trasformandosi in Joker, Arthur taglia i vecchi nodi del dolore che lo legano al passato e lo costringono nel ruolo di vittima. Prima prendeva sette psicofarmaci diversi senza trovare sollievo. Divenuto privo di memoria e totalmente estraneo alla normalità, rinasce nel vuoto.
Politica
Scritto il 14/02/2026
La politica delle assenze
Tra miti e referendum
Un tempo Forza Italia era il partito di Silvio Berlusconi, era cucito con perfezione sartoriale intorno alle esigenze del suo leader; oggi, non ha più un volto politicamente riconoscibile e vive in un eterno presente di rimembranze. Come un orfano che ancora celebra la grandezza del padre, non riesce a sopportare l’ansia di affrontare il futuro senza una guida forte.
Fratelli d’Italia è un partito costruito intorno a Giorgia Meloni. Una parte dell'elettorato la vede bene nel ruolo di “anima bella”: una presenza quasi salvifica chiamata a mondare la politica da ogni male. In molti, dopo Berlusconi, hanno fantasticato sull’avvento di una personalità capace di colmare il vuoto generato dalla sua scomparsa. Ci troviamo tra un padre che non ha lasciato veri eredi, perché fino alla fine si è rifiutato di tramontare, e un’icona quasi angelica che rende difficile il confronto democratico proprio perché idealizzata. È in questa zona d'ombra che si inserisce la “riforma Nordio”, con il rischio di intaccare l'autonomia e l'indipendenza della magistratura. Tutto sembra avere senso.
Un fatto buffo: fino a poco tempo fa si poteva ammirare in un affresco della cappella del Crocifisso nella chiesa di San Lorenzo in Lucina, a Roma, il volto dell’angelo Meloni; quel volto, il 3 febbraio 2026, è stato rimosso su indicazione delle autorità ecclesiastiche.
La democrazia, in questo scenario di miti e assenze, tornerà nelle mani del popolo in occasione del referendum sulla Giustizia del 22 e 23 marzo. Quanti avranno ancora voglia di partecipare al rito? Saranno felici di farlo?
Le mie poesie
Scritta il 31/01/2026
Niscemi
Depressione che non vedi
Scivola e precipita
Troppo peso sulle spalle
Inginocchiarsi. E poi rialzarsi.
Cinema
Scritto il 26/01/2026
È uscito il petrolio, Bick
Il Gigante (1956) è un'opera monumentale che, sotto la superficie dorata del kolossal hollywoodiano, nasconde temi di grande attualità. Accanto alla bellezza magnetica di Liz Taylor si snoda il racconto di un successo che non genera felicità, ma si risolve in un'insanabile solitudine. L'opera si prende i suoi tempi, forse fin troppo: è talmente lunga da risultare faticosa; il suo valore autentico è legato alla straordinaria interpretazione di James Dean.
Al centro della parabola c'è Jett Rink (James Dean): un bracciante, ribelle e schivo, che lavora per la famiglia Benedict, potenti latifondisti del Texas. Possiedono una tenuta di 295.000 ettari, un oceano di terra senza confini visibili; Jett li osserva dal basso, covando un misto di risentimento e ambizione, aspettando solo l'occasione giusta per riscattarsi. Ringhia: “In questo Paese non ci sono re e loro sono pieni di arie come tanti imperatori”. È convinto che la loro ricchezza non sia un merito, ma un furto: “Quando uno ha tutta questa terra è chiaro che l'ha portata via a un altro”.
La gentilezza non appartiene ai giganti, essi calpestano tutto quello che, dalla loro altezza, non riescono a vedere; e Jett, che inizialmente è tra i "calpestati", sogna solo di cambiare prospettiva. Emblematico è l'incontro nella sua misera baracca con Leslie (Liz Taylor), la colta e raffinata moglie del suo datore di lavoro. Le offre il tè: lo serve in un servizio di porcellana pregiata che stride tra le pareti di legno grezzo. Jett non la ama, anche se le dedica attenzioni: non desidera la bellezza per goderne, ma per sottrarla a chi sta "sopra" di lui.
Quando trova il petrolio sul suo piccolo pezzo di terra qualcosa cambia: la sostanza scura di cui è ricoperto lo isola definitivamente dal mondo, invece di liberarlo. In preda a una frenesia maniacale si precipita dai Benedict, sporco di greggio, e rivolge a Leslie un complimento di troppo. Marchia il suo trionfo con un'arroganza che tradisce tutto il suo livore.
È quasi come se Jett avesse letto Ippocrate e poi lo avesse interpretato decisamente male: per l'antico medico greco la depressione era causata da un eccesso di “bile nera” nel corpo; Jett, scambiando il sintomo per la cura, cerca e trova una scorta infinita di quell’umore torbido perforando il terreno. La sua scalata sociale procede mentre la sua anima si fa sempre più plumbea. Jett lascia che l'alcol e il silenzio diventino i suoi unici compagni. La sua vita è una metafora della politica estrattiva che caratterizza la nostra epoca: una ricerca frenetica che scava e prosciuga ogni cosa, anche i sentimenti.
Mondo
Scritto il 21/01/2026
Groenlandia
Narcisismo e geopolitica
Donald Trump ambiva al Premio Nobel per la Pace, ma il riconoscimento gli è stato negato proprio da quella Scandinavia che vanta diritti storici e politici sulla Groenlandia. In questa frattura sembra essersi palesata una logica di rivalsa infantile: a cosa serve “comportarsi bene” se poi non si ottiene nulla in cambio? Il mancato premio trasforma così l'isola artica, con le sue riserve strategiche di petrolio e terre rare, nel risarcimento per un ego ferito. Dal punto di vista di Trump, tuttavia, non si tratta di una semplice pretesa: in un secolo segnato dal ritorno della competizione tra grandi potenze, l’appropriazione viene presentata come una missione di sicurezza necessaria per sottrarre la regione alle mire di Cina e Russia.
Al Forum di Davos del 21 gennaio 2026, il presidente USA ha dichiarato a proposito dell'isola: “Gli Stati Uniti l'hanno salvata e l'hanno restituita alla Danimarca dopo la seconda guerra mondiale, ma fummo stupidi a farlo. E ora Copenaghen è ingrata”. Anche in una relazione internazionale, quando svanisce il riconoscimento reciproco e manca, per così dire, l'affetto, il rischio è di scivolare in una dinamica sadiana, dove l'Altro cessa di essere un soggetto per diventare un mero oggetto di consumo. Gli Stati Uniti sembrano rifugiarsi in una solitudine narcisistica, focalizzata sul godimento dell’Uno: una soddisfazione delle proprie necessità che prescinde dai legami etici tradizionali.
Cosa accade quando l’unica causa valida è quella dell’Io nazionale? L’opinione del premier groenlandese Jens-Frederik Nielsen, che rivendica l’indipendenza del suo popolo e rifiuta di subire passivamente l'iniziativa americana, finisce per essere considerata un rumore di fondo rispetto alle priorità della dottrina America First.