Luca Cipolla
Psicologo Psicoterapeuta
Psicologo Psicoterapeuta
Società
Scritto il 01/06/2026
Trump e Leone XIV
Il ritorno dei forti nell'indifferenza del cosmo
Il pragmatismo cinico delle superpotenze sta ridefinendo gli equilibri globali, ricordandoci che la logica del più forte è ancora attuale. Sembra essersi ripristinata la necessità di una gerarchia naturale (che, nella sua veste contemporanea, si declina nella differenza di rango tra chi ha armi atomiche e chi non ne ha). Da qui il tentativo di ottenere la pace soprattutto con la forza — una Weltanschauung che si esprime in un linguaggio politico fin troppo esplicito.
In un post su Truth del 30 maggio 2026, il presidente americano ha scritto una frase che fotografa perfettamente questa deriva: "Qualcuno dovrebbe spiegare al Papa che il sindaco di Chicago è inutile e che l'Iran non può avere un'arma nucleare!". La dichiarazione è avvenuta dopo l'udienza in Vaticano di Brandon Johnson, sindaco democratico di Chicago.
Credo che la schermaglia diplomatica tra Trump e Leone XIV sia il riflesso sbiadito di una frattura profonda, originata dallo scontro filosofico che oppone Friedrich Nietzsche a Paolo di Tarso. Da un lato abbiamo la cruda traduzione della volontà di potenza che pesa il valore delle nazioni in megatoni e, quindi, una pace che si può soltanto imporre; dall'altro, una prospettiva opposta, ovvero una pace impossibile da raggiungere attraverso la supremazia, perché presuppone il concetto di uguaglianza universale.
Cinema
Scritto il 28/05/2026
Lolita
La gente come si deve si rade due volte al giorno
Quando ci si addentra nell'adattamento cinematografico del celebre romanzo di Nabokov, l'unico punto di gravità possibile resta la pellicola diretta da Kubrick nel 1962. Dimenticate l'omonimo rifacimento degli anni Novanta, caratterizzato da una fotografia calda, quasi satura, perché la Lolita di Kubrick è in bianco e nero: una scelta compiuta per depotenziare i colpi della censura; il monocromatismo, al contempo, conferisce massimo risalto alle tribolazioni della mente allucinata di Humbert Humbert (James Mason).
La psiche di Humbert, professore di letteratura francese, è vorace; fagocita libri e ogni altra cosa capiti attorno: basta un incontro casuale, l'istantanea di Lolita (Sue Lyon) distesa in giardino, a stimolarne il malsano appetito. Mosso da un bisogno viscerale di essere amato, l'intellettuale si trasforma in predatore emotivo, votato a colonizzare l’intera esistenza della ragazzina. Per raggiungere il suo scopo, l'uomo metodico (che si rade due volte al giorno) si scompone e si moltiplica, indossando ogni maschera possibile: il patrigno protettivo, il tutore legale, l'amante segreto, l'amico e, infine, il carceriere. La sovrapposizione di ruoli – in cui la figura paterna e quella erotica si fondono senza sosta – li costringe a convivere in un perverso labirinto di specchi. Ogni identità si frammenta.
Humbert resta intrappolato nella duplice natura di Lolita, "il miscuglio di una tenera, sognante puerilità e una specie di strana volgarità".
Clare Quilty (Peter Sellers) è l'Es di Humbert che prende corpo, ne incarna gli impulsi più oscuri e primordiali. Anche lui orbita intorno a Lolita. Humbert vive nel terrore costante di essere scoperto, Quilty invece agisce in modo sfacciato e grottesco (il perbenismo borghese, tuttavia, lo legittima come "gentiluomo molto erudito"). Chi sa parlare bene, è colto e ha buone maniere, è automaticamente rispettabile. Quilty intuisce da subito la vera sostanza del legame di Humbert con la giovane e, spinto dal desiderio di paralizzare il rivale con la paranoia, si finge prima poliziotto, poi bizzarro psicologo (arrivando a diagnosticare che Lolita soffra di "acuta repressione di libido"). La piccola ninfa inizia a scorgere innanzi a sé solo un caprone stanco.
Il delirio di Humbert trova il suo spietato capolinea nell'incontro finale con una Lolita ormai cresciuta, sposata e tragicamente distante dall'icona idealizzata del giardino. La concretezza opaca di una donna gravida, sbiadita nella normalità del quotidiano, soffoca quell'immagine cristallizzata della giovinezza che alimentava la sua fantasia. L'illusione si scontra con l'inesorabilità dei fatti.
Lolita confessa a Humbert di aver amato solo Quilty. La reazione è una vendetta disperata contro colui che ha distrutto il suo torbido idillio. Humbert decide di ucciderlo. "Si gioca per giocare, non per vincere", gli dice Quilty poco prima di morire; per lui la vita è un gioco cinico, mentre per Humbert è un'ossessione tragica e assoluta. Quilty ha giocato "per giocare" (per sadico divertimento), Humbert ha giocato "per vincere" (per possedere, per fermare il tempo). Entrambi hanno perso.
Le mie poesie
Scritta il 21/05/2026
Narciso
Con gli occhi pennelli il cielo,
con le mani lo custodisci.
L'immenso non è un mistero,
è una favola che capisci.
Immobile nello specchio,
solo il sole ti scalda.
Cinema
Scritto il 19/05/2026
The Shining
Non andare nella Stanza 237
In The Shining (1980) Stanley Kubrick rielabora per il grande schermo l'omonimo romanzo di Stephen King, elevando il genere horror a vertigine psicologica: nelle sue mani, l’architettura dell’Overlook Hotel si fa estensione labirintica della psiche umana; si configura come dominio da indagare attraverso i movimenti fluidi e ipnotici della Steadicam.
L’isolamento invernale, accettato da Jack Torrance (Jack Nicholson) insieme all'incarico di custode stagionale dell'Overlook, agisce come reagente di un collasso narcisistico: scrittore fallito e padre tossico, Jack cerca di erigere nel vuoto alienante di quello spazio un piedistallo per il proprio ego, trovandovi tuttavia solo l’eco fantasmatico delle sue proiezioni; la moglie Wendy e il figlio Danny, prigionieri di un'omeostasi familiare destinata alla deriva mortifera, finiscono per essere i naturali bersagli del suo crollo. Sinistra simmetria: anche uno dei precedenti custodi ebbe un analogo "esaurimento nervoso", nel 1970. Alla fine prese un'accetta…
La neve arriva e Jack batte a macchina sempre la stessa frase: "All work and no play makes Jack a dull boy".
Il movimento di Danny sul triciclo assume per me una valenza precisa: non è un semplice e ludico girovagare, ma una pulsione epistemofilica in atto. Danny percorre con sicurezza i corridoi di un luogo infestato, utilizzando il suono delle ruote (il fruscio del tappeto e il rimbombo del parquet) come sonda per mappare il rimosso depositato tra quelle mura. La sua opera di introspezione è sonora e inarrestabile, un’incursione necessaria in un territorio intriso di traumi antichi. Quel bambino rappresenta, in nuce, la figura dell'analista: colui che ha il coraggio di esplorare e di arrivare fin dove il perturbante attende di essere guardato negli occhi.
Jack vuole il silenzio, Danny fa rumore. Si tratta di incoscienza o di coraggio? L'incoscienza permette a Danny di spingersi fin davanti alla porta proibita, il coraggio risiede nel voler confermare che ciò che sente — il male che satura l'intero edificio — è reale. La luccicanza (shining) di Danny non è solo una capacità paranormale, è precocità percettiva che si trasforma in visione penetrante della realtà (insight). Lui è l'unico che sa come andrà a finire se non si interviene; se non si va fino in fondo. Il suo apparato psichico, però, non può tollerare un simile carico angoscioso. Il dialogo inquietante con il proprio dito, portavoce dell' "amico" Tony, mette in scena una scissione protettiva: Danny delega a un'altra voce la conoscenza dell'orrore che la sua coscienza infantile non può altrimenti tollerare.
La Stanza 237 è il punto di non ritorno della sua indagine. In cammino verso quella porta, avvolto nel simbolico maglioncino dell’Apollo 11, Danny si rivela astronauta dell'ignoto, pronto a sbarcare su un suolo interdetto. Lì, la tensione conoscitiva si scontra con la carnalità del trauma; le ombre della mente si tramutano in carne decomposta.
Mentre Jack soccombe alla coazione a ripetere, diventando lo strumento di una violenza ciclica alimentata dal rispecchiamento spettrale con i precedenti custodi, Danny usa la sua curiosità per sopravvivere. Jack smette di essere uomo per farsi ingranaggio di un male ereditario, destinato a ripetersi identico all'infinito. Danny, invece, scarta da quel destino. È capace di ripercorrere le sue orme, non fugge dal passato.
Mondo
Scritto il 17/05/2026
Il gigante buono
Salverà anche Cuba?
La guerra in Iran continua. In politica estera gli USA agiscono ancora come fossero un gigante buono al servizio dell’umanità; a forza di bombe arano i territori nemici, convinti di far germogliare, col loro passaggio, democrazia e libertà. Si mostrano animati da una presunta spinta altruistica: non ci sono solo interessi economici da tutelare, materie prime da monopolizzare; vogliono trionfare sul male che si annida oltre confine. La riduzione paranoica della complessità del mondo li motiva: giustifica la spesa militare e unisce il fronte interno.
Il fantasma nostalgico della concorrenza socialista e la vicinanza geografica bastano a generare una rinnovata attenzione per Cuba. C'è più tensione del solito da quando hanno rafforzato il blocco energetico contro l'isola. Cuba ha dichiarato di non costituire una minaccia per la sicurezza nazionale americana, ma il punto non è questo: per Trump, Cuba è un paese fallito che ha bisogno d'aiuto. Insomma, è un po’ come il Venezuela…
Cinema
Scritto il 01/05/2026
In Eyes Wide Shut (1999), opera testamentaria in cui Stanley Kubrick rielabora le ossessioni della novella Traumnovelle di Arthur Schnitzler, il desiderio assurge a fatale detonatore del collasso narcisistico borghese; il crollo scaturisce dalla frizione tra i due protagonisti: Bill Harford (Tom Cruise), una corazza di perbenismo e sottrazioni comunicative, e la moglie Alice (Nicole Kidman), portatrice di un mondo interiore perturbante.
Bill attraversa la notte di New York con la convinzione che il suo status (medico, ricco, attraente) sia un passepartout per ogni soglia, fisica o morale: "Un dottore è sempre un dottore" (Once a doctor, always a doctor). Sventola il tesserino dell'ordine come fosse un talismano contro l'insignificanza. Crede che quel rettangolo di plastica possa immunizzarlo da ogni imprevisto: lui cura, sa e controlla. Ogni certezza sta vacillando a causa della confessione di Alice; una fantasia erotica per un ufficiale di marina (un momento di evasione psichica dalla recita coniugale). Quelle parole sono state un acido sul suo fragile ego. Il Dr. William Harford si sente un consumatore smarrito: ha scoperto che l'unica merce che vorrebbe davvero acquistare — la fedeltà mentale della moglie — non ha alcun codice a barre. Deve dimostrare a se stesso che è ancora desiderabile.
Alice fantastica di una forza che rompa la stasi. Bill si limita a muoversi nello spazio fisico. Non sa sognare: la sua è un’esistenza fatta di puro consumo. Se Alice desidera un altro uomo, per lui non è un semplice moto dell'anima, è un "furto" di proprietà. Non potendo competere sul piano dell'immaginario, che non controlla, Bill tenta di ristabilire l'equilibrio sul piano del reale. Cerca conferme ovunque: ne trova una imprevista nella devozione morbosa della figlia di un paziente morto; ne insegue attivamente altre, nella stanza di una prostituta e nell'abisso della villa di Somerton. Lì, la maschera che indossa non serve a nascondere la sua identità, ma a svelare la sua essenza: un guscio vuoto che ha bisogno di sentirsi vivo.
Bill agisce nel mondo tangibile, Alice lo annulla attraverso il suo sogno: una città deserta in cui la sua nudità scardina ogni convenzione borghese.
Bill trova la sua maschera accanto ad Alice che dorme. Il confine tra l'altrove di lei e la realtà di lui è evaporato. Schiacciati dal peso di una notte difficile da dimenticare, i due tentano di ricomporre i pezzi del loro matrimonio tra le luci al neon di un megastore di giocattoli. Ah, finalmente la rassicurante routine del consumo. Con loro c'è anche Helena, la loro figlia: sembra già affascinata da quella stessa logica del desiderio che ha intrappolato il padre; il suo smarrimento momentaneo tra gli scaffali non è un incidente, ma un presagio. È lei la prossima vittima del sistema borghese; sta imparando a diventare una consumatrice: prima o poi anche lei vorrà conoscere dove finisce l'arcobaleno.
Le mie poesie
Scritta il 25/04/2026
Gatto nero
Miagola l'ordine
Apro il cancello
L'artiglio comanda
La mano ubbidisce:
padrone del mio limite,
servo della sua scia
Mondo
Scritto il 23/04/2026
L'imperativo del controllo
Geopolitica e caramelle
Nel mondo unipolare, generato dall’egemonia USA, tutti gli Stati che cercano di procurarsi armi di distruzione di massa finiscono per incarnare un potenziale nemico: l’ambizione deve avere una sola bandiera, una sola cultura e un solo modo di svilupparsi. Tale pretesa ha giustificato l'intervento militare in Iran e condiziona gli equilibri globali. La soggettività può diventare un pericolo: chi si discosta troppo dal modello di società tipico della democrazia liberale desta preoccupazione; rischia di essere considerato un oggetto cattivo, da tenere a bada.
Tuttavia, lo sviluppo tecnologico ha reso l'arricchimento dell'uranio un traguardo facilmente raggiungibile: l'Iran disporrà comunque di armi atomiche, prima o poi; l'impegno americano, in fondo, serve solo a differire l'inevitabile. L’ossessione di apparire robusto e imponente scatena il terrore di essere emaciati; la percezione di avere un’economia non abbastanza forte nutre la paura dell'annientamento. Il senso di sicurezza di una nazione non può dipendere soltanto dall’ostentazione del dominio.
Oltreoceano c’è chi avrebbe voluto far partecipare l’Italia ai prossimi mondiali di calcio, al posto dell’Iran: sarebbe stato utile a risanare il rapporto tra Trump e Meloni. Infantilismo politico: niente scuse, solo caramelle.
Cinema
Scritto il 21/04/2026
La valle dell'Eden
Un giorno dovrà sapere anche lui di chi è figlio
La valle dell’Eden (1955) è un’opera viscerale; un’indagine clinica sul trauma del rifiuto. La regia di Elia Kazan sonda la materia letteraria di Steinbeck per estrarne il nucleo: la collisione tra Caino e Abele nella California del 1917. James Dean domina la scena con il suo corpo, teso o accasciato; usato per incarnare la resistenza di chi è stato condannato all'esilio emotivo ancor prima di aver peccato. La sua gestualità tormentata trasforma il protagonista (Cal Trask) nel manifesto vivente di una mancanza.
Cal cresce a Salinas (il luogo della terra fertile) sotto il peso della perfezione morale impostagli dal padre (Adam), un uomo che ha sostituito la misericordia con una rettitudine biblica e glaciale: Adam vede in lui, non un figlio, ma l'estensione di una macchia ereditaria; il riflesso di sua moglie (Kate), la donna che lo ha abbandonato per gestire un bordello a Monterey (città costiera torbida e spregiudicata). Cercando di preservare il suo ideale di purezza, che ritrova nell'altro suo figlio (Aron), Adam ha fatto ricorso alla menzogna: i due giovani sono convinti che Kate sia morta da tempo. Il legame fraterno si risolve in una competizione disperata, dove la virtù dell'uno sancisce la colpa dell'altro.
Adam e Aron hanno un comune interesse per la refrigerazione degli ortaggi. Cal ha la stessa natura indomabile di sua madre: decide di andare a Monterey, dall’altra parte delle montagne; percorre i circa 30 km che lo separano dal "peccato"; abbandona i campi rigogliosi per il sale dell'oceano e scopre che lei è viva. Poi, affronta il padre: Kate non è in Paradiso, non è sepolta nella loro fattoria. Purtroppo, il ghiaccio di Adam è stato inutile con Cal: non lo ha tenuto a bassa temperatura, come invece è riuscito a fare con Aron. Il ragazzo è marcito.
Cal cerca il suo riscatto coltivando fagioli: “Tutta roba per cui il ghiaccio non serve”. Ha successo. Ma Adam ne calpesta il sacrificio; per lui, è troppo attaccato al denaro. Accettando di essere il figlio cattivo, Cal costringe il fratello ad affrontare la verità. Sventra il rimosso familiare: trascina Aron nel bordello di Kate. Lì, Aron vede dissolversi, nell'oscenità del corpo materno in vendita, quell'integrità inviolabile che sempre lo aveva ispirato. È l'atto finale di un figlio escluso; la distruzione di un ordine fondato sulla negazione. Ora, per tutti, la madre non è più un fantasma idealizzato, ma una presenza concreta: l'urto con il reale non può più essere addomesticato.
Nel finale, Adam, ormai debole e paralizzato dall’ictus, accetta le cure di Cal, il figlio "peccatore": rinuncia per sempre alla sua perfezione. In questo scambio di fragilità, il rifiuto si dissolve: Cal cessa di essere un errore vivente per diventare, finalmente, un individuo visto e accolto.