Luca Cipolla
Psicologo Psicoterapeuta
Psicologo Psicoterapeuta
Cinema
Scritto il 20/02/2026
Joker
Cerco solo di far ridere le persone
Joker (2019), diretto da Todd Phillips, è un racconto crudo, attraversato da picchi di violenza, adatto a un pubblico adulto. In quest’opera brilla Joaquin Phoenix: la sua performance rende indelebile la sofferenza del protagonista.
La pellicola segue la parabola di Arthur Fleck, un aspirante comico che sopravvive ai margini di una Gotham spettrale e soffocante, specchio del degrado morale dei suoi abitanti. Una serie di umiliazioni e violenze lo spingono oltre il limite, innescando nella sua anima una metamorfosi irreversibile. L'uomo mite soccombe sotto il peso dell'abuso e lascia il posto a una creatura ferocemente libera. A causa sua la città sprofonda nell'anarchia: brulica di manifestanti erratici che usano una maschera da clown come simbolo di insurrezione. Arthur non ha un'agenda politica; non gli interessano i diritti dei lavoratori o la lotta di classe: vuole solo che la società si accorga della sua presenza.
Le strade di Gotham, già invase da ratti e immondizia, rigurgitano carcasse d’auto in fiamme. Per molti fragili e disadattati la soppressione di chi ha una vita più felice diventa l’unica opportunità di riscatto esistenziale. Gli sconfitti vogliono uscire dall’anonimato, esistere; la violenza offre a tutti loro la possibilità di entrare a far parte della storia. Dove non ci sono ideali da seguire, non è più necessario conoscere; senza l'onere della conoscenza si cede facilmente all'istinto.
Il sorriso forzato e l’ironia permanente di Arthur si mescolano al suo orgoglio ferito, rendendolo totalmente indifferente ai mali del mondo. Non è un eroe: semplicemente non è padrone della sua ira a causa di una profonda frammentazione psichica. Il suo ribollire non è mai disciplinato dall’intelletto. La sua spinta interiore non genera una rivoluzione, ma un desiderio di vendetta che ha l’unico scopo di diffondere ovunque un’epidemia di caos. Chi è senza futuro, attraverso di lui, si ritrova con una insostenibile eccedenza di ambizione. Piace per questo: Joker è la tempesta divina che rende accettabile anche l’esistenza umana più miserabile.
Trasformandosi in Joker, Arthur taglia i vecchi nodi del dolore che lo legano al passato e lo costringono nel ruolo di vittima. Prima prendeva sette psicofarmaci diversi senza trovare sollievo. Divenuto privo di memoria e totalmente estraneo alla normalità, rinasce nel vuoto.
Politica
Scritto il 14/02/2026
La politica delle assenze
Tra miti e referendum
Un tempo Forza Italia era il partito di Silvio Berlusconi, era cucito con perfezione sartoriale intorno alle esigenze del suo leader; oggi, non ha più un volto politicamente riconoscibile e vive in un eterno presente di rimembranze. Come un orfano che ancora celebra la grandezza del padre, non riesce a sopportare l’ansia di affrontare il futuro senza una guida forte.
Fratelli d’Italia è un partito costruito intorno a Giorgia Meloni. Una parte dell'elettorato la vede bene nel ruolo di “anima bella”: una presenza quasi salvifica chiamata a mondare la politica da ogni male. In molti, dopo Berlusconi, hanno fantasticato sull’avvento di una personalità capace di colmare il vuoto generato dalla sua scomparsa. Ci troviamo tra un padre che non ha lasciato veri eredi, perché fino alla fine si è rifiutato di tramontare, e un’icona quasi angelica che rende difficile il confronto democratico proprio perché idealizzata. È in questa zona d'ombra che si inserisce la “riforma Nordio”, con il rischio di intaccare l'autonomia e l'indipendenza della magistratura. Tutto sembra avere senso.
Un fatto buffo: fino a poco tempo fa si poteva ammirare in un affresco della cappella del Crocifisso nella chiesa di San Lorenzo in Lucina, a Roma, il volto dell’angelo Meloni; quel volto, il 3 febbraio 2026, è stato rimosso su indicazione delle autorità ecclesiastiche.
La democrazia, in questo scenario di miti e assenze, tornerà nelle mani del popolo in occasione del referendum sulla Giustizia del 22 e 23 marzo. Quanti avranno ancora voglia di partecipare al rito? Saranno felici di farlo?
Le mie poesie
Scritta il 31/01/2026
Niscemi
Depressione che non vedi
Scivola e precipita
Troppo peso sulle spalle
Inginocchiarsi. E poi rialzarsi.
Cinema
Scritto il 26/01/2026
È uscito il petrolio, Bick
Il Gigante (1956) è un'opera monumentale che, sotto la superficie dorata del kolossal hollywoodiano, nasconde temi di grande attualità. Accanto alla bellezza magnetica di Liz Taylor si snoda il racconto di un successo che non genera felicità, ma si risolve in un'insanabile solitudine. L'opera si prende i suoi tempi, forse fin troppo: è talmente lunga da risultare faticosa; il suo valore autentico è legato alla straordinaria interpretazione di James Dean.
Al centro della parabola c'è Jett Rink (James Dean): un bracciante, ribelle e schivo, che lavora per la famiglia Benedict, potenti latifondisti del Texas. Possiedono una tenuta di 295.000 ettari, un oceano di terra senza confini visibili; Jett li osserva dal basso, covando un misto di risentimento e ambizione, aspettando solo l'occasione giusta per riscattarsi. Ringhia: “In questo Paese non ci sono re e loro sono pieni di arie come tanti imperatori”. È convinto che la loro ricchezza non sia un merito, ma un furto: “Quando uno ha tutta questa terra è chiaro che l'ha portata via a un altro”.
La gentilezza non appartiene ai giganti, essi calpestano tutto quello che, dalla loro altezza, non riescono a vedere; e Jett, che inizialmente è tra i "calpestati", sogna solo di cambiare prospettiva. Emblematico è l'incontro nella sua misera baracca con Leslie (Liz Taylor), la colta e raffinata moglie del suo datore di lavoro. Le offre il tè: lo serve in un servizio di porcellana pregiata che stride tra le pareti di legno grezzo. Jett non la ama, anche se le dedica attenzioni: non desidera la bellezza per goderne, ma per sottrarla a chi sta "sopra" di lui.
Quando trova il petrolio sul suo piccolo pezzo di terra qualcosa cambia: la sostanza scura di cui è ricoperto lo isola definitivamente dal mondo, invece di liberarlo. In preda a una frenesia maniacale si precipita dai Benedict, sporco di greggio, e rivolge a Leslie un complimento di troppo. Marchia il suo trionfo con un'arroganza che tradisce tutto il suo livore.
È quasi come se Jett avesse letto Ippocrate e poi lo avesse interpretato decisamente male: per l'antico medico greco la depressione era causata da un eccesso di “bile nera” nel corpo; Jett, scambiando il sintomo per la cura, cerca e trova una scorta infinita di quell’umore torbido perforando il terreno. La sua scalata sociale procede mentre la sua anima si fa sempre più plumbea. Jett lascia che l'alcol e il silenzio diventino i suoi unici compagni. La sua vita è una metafora della politica estrattiva che caratterizza la nostra epoca: una ricerca frenetica che scava e prosciuga ogni cosa, anche i sentimenti.
Mondo
Scritto il 21/01/2026
Groenlandia
Narcisismo e geopolitica
Donald Trump ambiva al Premio Nobel per la Pace, ma il riconoscimento gli è stato negato proprio da quella Scandinavia che vanta diritti storici e politici sulla Groenlandia. In questa frattura sembra essersi palesata una logica di rivalsa infantile: a cosa serve “comportarsi bene” se poi non si ottiene nulla in cambio? Il mancato premio trasforma così l'isola artica, con le sue riserve strategiche di petrolio e terre rare, nel risarcimento per un ego ferito. Dal punto di vista di Trump, tuttavia, non si tratta di una semplice pretesa: in un secolo segnato dal ritorno della competizione tra grandi potenze, l’appropriazione viene presentata come una missione di sicurezza necessaria per sottrarre la regione alle mire di Cina e Russia.
Al Forum di Davos del 21 gennaio 2026, il presidente USA ha dichiarato a proposito dell'isola: “Gli Stati Uniti l'hanno salvata e l'hanno restituita alla Danimarca dopo la seconda guerra mondiale, ma fummo stupidi a farlo. E ora Copenaghen è ingrata”. Anche in una relazione internazionale, quando svanisce il riconoscimento reciproco e manca, per così dire, l'affetto, il rischio è di scivolare in una dinamica sadiana, dove l'Altro cessa di essere un soggetto per diventare un mero oggetto di consumo. Gli Stati Uniti sembrano rifugiarsi in una solitudine narcisistica, focalizzata sul godimento dell’Uno: una soddisfazione delle proprie necessità che prescinde dai legami etici tradizionali.
Cosa accade quando l’unica causa valida è quella dell’Io nazionale? L’opinione del premier groenlandese Jens-Frederik Nielsen, che rivendica l’indipendenza del suo popolo e rifiuta di subire passivamente l'iniziativa americana, finisce per essere considerata un rumore di fondo rispetto alle priorità della dottrina America First.
Cinema
Scritto il 14/01/2026
Manchester by the Sea
Non puoi morire così
In Manchester by the Sea (2016), le parole pesano come pietre, sono scarse e pesanti, quasi sempre usate per deviare il dolore anziché per esprimerlo; Kenneth Lonergan, regista e sceneggiatore del film, le usa per costruire dialoghi capaci di enfatizzare la distanza emotiva che separa i personaggi.
In una cultura ossessionata dalla resilienza, Lee Chandler non riesce a vincere contro il suo trauma: mentre era ubriaco ha incendiato accidentalmente la sua casa; i suoi tre figli hanno perso la vita tra le fiamme. È depresso. Capisce che la giustizia non lo punirà, quindi tenta il suicidio. Non vuole più combattere e accetta la sconfitta: divorzia; poi, decide di vivere nello scandalo della resa.
Va a Boston per provare a dimenticare il passato, vuole scomparire. In città lavora come tuttofare in un condominio: spalare la neve, riparare tubature e svuotare cestini sono le sole attività che riempiono il suo tempo; queste mansioni umili e ripetitive lo rendono invisibile agli occhi degli altri, gli garantiscono l'oblio che desidera. Quando l'isolamento diventa insopportabile, scatena risse nei bar: non socializza, ma provoca sconosciuti per farsi picchiare. Cerca il castigo nel dolore fisico.
La morte del fratello Joe lo scuote dal torpore. Lee è costretto a tornare a Manchester-by-the-Sea, il luogo della tragedia, per stare accanto al nipote sedicenne Patrick, figlio di Joe. L'ex moglie Randi è ancora lì e tenta, attraverso il perdono, di sollevarlo dal peso dell’autocondanna. Ma è troppo tardi: Lee si percepisce ormai come un involucro esanime. Il suo Io è un deserto di cenere.
È inverno. Il corpo di Joe è in un congelatore, perché il terreno è troppo duro per la sepoltura: la metafora perfetta di un dolore che non può essere elaborato, ma solo conservato intatto. Anche per Lee Chandler tutto è ancora fermo, rigido, in attesa di un disgelo che appare impossibile. Nel suo passato c’è il fuoco, nel suo presente il ghiaccio; Lee non ha più peso nel mondo, è solo vapore. Il congelamento non è una cura, ma l'unico modo per non andare definitivamente in pezzi.
Mondo
Scritto il 05/01/2026
Anticorpi di ferro
Democrazia e paura
Trump ha liberato il petrolio venezuelano dall'oppressione di Maduro, è difficile che applichi lo stesso slancio risolutivo a Kiev. I confini della vecchia Ucraina, quella che intimoriva la Russia, da tempo sono stati violati. Forse le cose non torneranno più come prima: l'Ucraina è cambiata, diventando una nazione fragile e dipendente dagli aiuti internazionali. La sua debolezza ha risvegliato in Europa il fantasma fobico della disgregazione e della guerra. La percezione del pericolo, per quanto non del tutto razionale, sta alimentando una progressiva e inarrestabile militarizzazione.
Anche l’Italia è vittima di questo clima paranoico: ci stiamo armando nell'illusione che si possa vivere più serenamente con una pistola sotto al cuscino. Di fronte a una malattia che sembra essere troppo aggressiva per i nostri anticorpi sentiamo il bisogno di "vaccinarci". E se invece si trattasse di un banale colpo di tosse? La risposta collettiva è che non si può rischiare. Si vis pacem, para bellum, si diceva un tempo: se vuoi vivere in pace, ti serve un cannone. È la logica della mobilitazione permanente. Appare più saggia la prospettiva di Leone XIV: “Il mondo non si salva affilando le spade”.
Non credo che la Russia rappresenti una minaccia esistenziale per l’Europa. Lo straniero, il barbaro distruttore che depreda, nella realtà non esiste. Quel barbaro è un abitante interno, un inquilino della nostra psiche. È la nostra paura. È lei la vera minaccia ai valori democratici europei, più dell'autoritarismo russo.
Cinema
Scritto il 19/12/2025
American Psycho
Ho tutte le caratteristiche di un essere umano
American Psycho (2000), un film per un pubblico adulto, è diretto da Mary Harron e ambientato nella New York del 1988; il soggetto è tratto dal romanzo omonimo di Bret Easton Ellis. Christian Bale, nel ruolo del protagonista, offre una performance magistrale, la quale è essenziale per rendere credibile l'ambiguità del personaggio. La colonna sonora si amalgama bene con la trama, esaltando il contrasto tra estetica patinata in stile anni Ottanta e brutalità degli eventi.
Patrick Bateman è un investment banker che manifesta una smodata ostilità verso chiunque; incapace di instaurare un rapporto empatico, prova soltanto odio e collera. Ogni gratificazione è legata alle funzioni corporee; il suo corpo, quindi, è una macchina perfetta. La sua vita sessuale, lontana da complicazioni amorose, si risolve in un va e vieni di prostitute. Si adopera per essere un bravo cittadino, tentando di eclissare il mondo di violenza interna che lo domina; ma lo sforzo fallisce: è un lupo e il travestimento da pecora non gli si addice. Lo si potrebbe definire un soggetto antisociale.
Ogni contatto umano è fonte di sofferenza; si sente costantemente in pericolo. Da questa posizione paranoide di base, deduce che sia legittimo riversare la sua rabbia su tutti e perde il controllo. Decide di vendicarsi, quindi comincia a uccidere. Lo fa in modo crudele, senza rimorso. Uccide un barbone e il suo cane; in pieno clima natalizio, si accanisce con un'ascia su un collega di lavoro che troppo spesso lo ha fatto sentire anonimo e insignificante. Dopo una serie di macabre esecuzioni e alla ricerca di un limite per la sua totale insensibilità emotiva, Patrick decide di confessare tutto al suo avvocato. Non viene preso sul serio. La società lo condanna all’indifferenza: in un mondo iperattivo e caotico che appiattisce ogni cosa, neanche la presenza del mostruoso riesce a emergere fino a perturbare. Il troppo pieno provoca ottundimento, anestetizza.
Patrick si deve rassegnare: esiste soltanto quando distrugge; esiste solo per distruggere.
Festività
Scritto il 11/12/2025
Festa del papà
Polvere sul trono vuoto
A fine Ottocento Nietzsche annunciò la morte di Dio; il nichilismo contribuì a erodere la fiducia nell’autorità paterna: la voce del padre, un tempo fiera e severa, si trasformò progressivamente nel lamento flebile di un vecchio. In un contesto di crisi del potere e privo di idee, in Italia si diffuse il berlusconismo: la celebrazione del Padre permissivo nacque dalla decomposizione del Super-Io collettivo.
Il padre-leader politico di oggi, screditato nella sua dimensione simbolica, non è un semidio o un eroe al quale erigere monumenti: mescola astutamente affari e geopolitica; cavalca l'indignazione popolare per soddisfare la sua ambizione. È pragmatico. Egli non si colpevolizza, ad esempio, per la martoriata Ucraina (in fondo, ognuno ha fatto quel che ha potuto); più in generale, non sente il bisogno di sacrificarsi per nessuno. Spesso cerca di nascondere le sue debolezze e talvolta vive una relazione conflittuale con la magistratura. Questo lo rende un nostalgico che segretamente brama la primordiale onnipotenza del padre dell’orda.
In Italia la festa del papà ricorre il 19 marzo, giorno dedicato a San Giuseppe: un modello di perfezione al quale quasi nessuno osa più ambire, perché ormai troppo lontano dalla realtà.