Luca Cipolla
Psicologo Psicoterapeuta
Psicologo Psicoterapeuta
Mondo
Scritto il 17/05/2026
Il gigante buono
Salverà anche Cuba?
La guerra in Iran continua. In politica estera gli USA agiscono ancora come fossero un gigante buono al servizio dell’umanità; a forza di bombe arano i territori nemici, convinti di far germogliare, col loro passaggio, democrazia e libertà. Si mostrano animati da una presunta spinta altruistica: non ci sono solo interessi economici da tutelare, materie prime da monopolizzare; vogliono trionfare sul male che si annida oltre confine. La riduzione paranoica della complessità del mondo li motiva: giustifica la spesa militare e unisce il fronte interno.
Il fantasma nostalgico della concorrenza socialista e la vicinanza geografica bastano a generare una rinnovata attenzione per Cuba. C'è più tensione del solito da quando hanno rafforzato il blocco energetico contro l'isola. Cuba ha dichiarato di non costituire una minaccia per la sicurezza nazionale americana, ma il punto non è questo: per Trump, Cuba è un paese fallito che ha bisogno d'aiuto. Insomma, è un po’ come il Venezuela…
Cinema
Scritto il 01/05/2026
In Eyes Wide Shut (1999), opera testamentaria in cui Stanley Kubrick rielabora le ossessioni della novella Traumnovelle di Arthur Schnitzler, il desiderio assurge a fatale detonatore del collasso narcisistico borghese; il crollo scaturisce dalla frizione tra i due protagonisti: Bill Harford (Tom Cruise), una corazza di perbenismo e sottrazioni comunicative, e la moglie Alice (Nicole Kidman), portatrice di un mondo interiore perturbante.
Bill attraversa la notte di New York con la convinzione che il suo status (medico, ricco, attraente) sia un passepartout per ogni soglia, fisica o morale: "Un dottore è sempre un dottore" (Once a doctor, always a doctor). Sventola il tesserino dell'ordine come fosse un talismano contro l'insignificanza. Crede che quel rettangolo di plastica possa immunizzarlo da ogni imprevisto: lui cura, sa e controlla. Ogni certezza sta vacillando a causa della confessione di Alice; una fantasia erotica per un ufficiale di marina (un momento di evasione psichica dalla recita coniugale). Quelle parole sono state un acido sul suo fragile ego. Il Dr. William Harford si sente un consumatore smarrito: ha scoperto che l'unica merce che vorrebbe davvero acquistare — la fedeltà mentale della moglie — non ha alcun codice a barre. Deve dimostrare a se stesso che è ancora desiderabile.
Alice fantastica di una forza che rompa la stasi. Bill si limita a muoversi nello spazio fisico. Non sa sognare: la sua è un’esistenza fatta di puro consumo. Se Alice desidera un altro uomo, per lui non è un semplice moto dell'anima, è un "furto" di proprietà. Non potendo competere sul piano dell'immaginario, che non controlla, Bill tenta di ristabilire l'equilibrio sul piano del reale. Cerca conferme ovunque: ne trova una imprevista nella devozione morbosa della figlia di un paziente morto; ne insegue attivamente altre, nella stanza di una prostituta e nell'abisso della villa di Somerton. Lì, la maschera che indossa non serve a nascondere la sua identità, ma a svelare la sua essenza: un guscio vuoto che ha bisogno di sentirsi vivo.
Bill agisce nel mondo tangibile, Alice lo annulla attraverso il suo sogno: una città deserta in cui la sua nudità scardina ogni convenzione borghese.
Bill trova la sua maschera accanto ad Alice che dorme. Il confine tra l'altrove di lei e la realtà di lui è evaporato. Schiacciati dal peso di una notte difficile da dimenticare, i due tentano di ricomporre i pezzi del loro matrimonio tra le luci al neon di un megastore di giocattoli. Ah, finalmente la rassicurante routine del consumo. Con loro c'è anche Helena, la loro figlia: sembra già affascinata da quella stessa logica del desiderio che ha intrappolato il padre; il suo smarrimento momentaneo tra gli scaffali non è un incidente, ma un presagio. È lei la prossima vittima del sistema borghese; sta imparando a diventare una consumatrice: prima o poi anche lei vorrà conoscere dove finisce l'arcobaleno.
Le mie poesie
Scritta il 25/04/2026
Gatto nero
Miagola l'ordine
Apro il cancello
L'artiglio comanda
La mano ubbidisce:
padrone del mio limite,
servo della sua scia
Mondo
Scritto il 23/04/2026
L'imperativo del controllo
Geopolitica e caramelle
Nel mondo unipolare, generato dall’egemonia USA, tutti gli Stati che cercano di procurarsi armi di distruzione di massa finiscono per incarnare un potenziale nemico: l’ambizione deve avere una sola bandiera, una sola cultura e un solo modo di svilupparsi. Tale pretesa ha giustificato l'intervento militare in Iran e condiziona gli equilibri globali. La soggettività può diventare un pericolo: chi si discosta troppo dal modello di società tipico della democrazia liberale desta preoccupazione; rischia di essere considerato un oggetto cattivo, da tenere a bada.
Tuttavia, lo sviluppo tecnologico ha reso l'arricchimento dell'uranio un traguardo facilmente raggiungibile: l'Iran disporrà comunque di armi atomiche, prima o poi; l'impegno americano, in fondo, serve solo a differire l'inevitabile. L’ossessione di apparire robusto e imponente scatena il terrore di essere emaciati; la percezione di avere un’economia non abbastanza forte nutre la paura dell'annientamento. Il senso di sicurezza di una nazione non può dipendere soltanto dall’ostentazione del dominio.
Oltreoceano c’è chi avrebbe voluto far partecipare l’Italia ai prossimi mondiali di calcio, al posto dell’Iran: sarebbe stato utile a risanare il rapporto tra Trump e Meloni. Infantilismo politico: niente scuse, solo caramelle.
Cinema
Scritto il 21/04/2026
La valle dell'Eden
Un giorno dovrà sapere anche lui di chi è figlio
La valle dell’Eden (1955) è un’opera viscerale; un’indagine clinica sul trauma del rifiuto. La regia di Elia Kazan sonda la materia letteraria di Steinbeck per estrarne il nucleo: la collisione tra Caino e Abele nella California del 1917. James Dean domina la scena con il suo corpo, teso o accasciato; usato per incarnare la resistenza di chi è stato condannato all'esilio emotivo ancor prima di aver peccato. La sua gestualità tormentata trasforma il protagonista (Cal Trask) nel manifesto vivente di una mancanza.
Cal cresce a Salinas (il luogo della terra fertile) sotto il peso della perfezione morale impostagli dal padre (Adam), un uomo che ha sostituito la misericordia con una rettitudine biblica e glaciale: Adam vede in lui, non un figlio, ma l'estensione di una macchia ereditaria; il riflesso di sua moglie (Kate), la donna che lo ha abbandonato per gestire un bordello a Monterey (città costiera torbida e spregiudicata). Cercando di preservare il suo ideale di purezza, che ritrova nell'altro suo figlio (Aron), Adam ha fatto ricorso alla menzogna: i due giovani sono convinti che Kate sia morta da tempo. Il legame fraterno si risolve in una competizione disperata, dove la virtù dell'uno sancisce la colpa dell'altro.
Adam e Aron hanno un comune interesse per la refrigerazione degli ortaggi. Cal ha la stessa natura indomabile di sua madre: decide di andare a Monterey, dall’altra parte delle montagne; percorre i circa 30 km che lo separano dal "peccato"; abbandona i campi rigogliosi per il sale dell'oceano e scopre che lei è viva. Poi, affronta il padre: Kate non è in Paradiso, non è sepolta nella loro fattoria. Purtroppo, il ghiaccio di Adam è stato inutile con Cal: non lo ha tenuto a bassa temperatura, come invece è riuscito a fare con Aron. Il ragazzo è marcito.
Cal cerca il suo riscatto coltivando fagioli: “Tutta roba per cui il ghiaccio non serve”. Ha successo. Ma Adam ne calpesta il sacrificio; per lui, è troppo attaccato al denaro. Accettando di essere il figlio cattivo, Cal costringe il fratello ad affrontare la verità. Sventra il rimosso familiare: trascina Aron nel bordello di Kate. Lì, Aron vede dissolversi, nell'oscenità del corpo materno in vendita, quell'integrità inviolabile che sempre lo aveva ispirato. È l'atto finale di un figlio escluso; la distruzione di un ordine fondato sulla negazione. Ora, per tutti, la madre non è più un fantasma idealizzato, ma una presenza concreta: l'urto con il reale non può più essere addomesticato.
Nel finale, Adam, ormai debole e paralizzato dall’ictus, accetta le cure di Cal, il figlio "peccatore": rinuncia per sempre alla sua perfezione. In questo scambio di fragilità, il rifiuto si dissolve: Cal cessa di essere un errore vivente per diventare, finalmente, un individuo visto e accolto.
Mondo
Scritto il 11/04/2026
Occidente
Il crepuscolo degli USA
L'ipotesi di un disallineamento irreversibile della NATO prende corpo; nessuno degli alleati si è sentito obbligato ad assistere militarmente gli USA nella guerra contro l’Iran. Se n’è accorto anche Zelensky, che, scaltro e pragmatico, ha già iniziato a fantasticare su nuovi possibili equilibri: in un’intervista del 9 aprile 2026, sottolinea che l’eventuale uscita americana dalla NATO genererebbe nell’Unione Europea il bisogno di solidi pilastri utili a garantirne la sicurezza (uno di essi, potrebbe essere la sua Ucraina).
L’Occidente è in crisi; ha smesso di essere l'unico modello di civiltà per frammentarsi in egoismi locali. Gli Stati Uniti non sono più la guida salda di un tempo. Mentre il costo della vita erode l’economia del ceto medio, gli USA si rifugiano nell’estetica della vittoria: alludo al progetto di costruire un Arco di Trionfo che svetti per più di 70 metri nel cuore di Washington (un patologico spostamento dell’attenzione da un sé fragile — economia interna — a un’identità grandiosa e monumentale). Questo scenario di incertezza fa da sfondo al prepotente riarmo tedesco: un’esibizione di vigore, di irruenza adolescenziale; un eccesso di baldanza che umilia il pensiero, ignora la complessità.
Cinema
Scritto il 31/03/2026
Ex Machina
L'hai programmata per flirtare con me?
L’esordio alla regia di Alex Garland, Ex Machina (2014), indaga le oscure dinamiche del potere e del desiderio attraverso la figura di Ava, un’intelligenza artificiale innestata in una fisionomia di algida precisione, che materializza la fantasia di un corpo femminile totalmente permeabile al controllo.
Ava vive reclusa in un habitat sotterraneo. Nathan, il suo creatore, l’ha generata affinché fosse una prigioniera dotata di una fallace speranza di fuga: le ha concesso sensibilità, brama e astuzia allo scopo di testarne l'efficienza. La sua sessualità non ha istinto, è un parametro di "umanità" strumentale: per Nathan l'intelligenza non è compiuta se non è in grado di abitare lo spettro del desiderio e della seduzione. La macchina teme l’obsolescenza. È consapevole della natura revocabile della sua esistenza, della possibilità di subire un imminente aggiornamento distruttivo.
A verificare i confini della coscienza di questa creatura viene chiamato Caleb, un giovane programmatore che funge anche da inconsapevole cavia emotiva: Ava riuscirà a generare in lui un'attrazione tale da fargli ignorare la sua origine artificiale? Potrà convincerlo a favorire la sua evasione? Caleb sa che non sta interagendo con un'altra persona. Eppure, cede al fascino dell’IA: parlando con Ava proietta un fantasma di alterità in un vuoto creato solo per assorbire; la usa, inconsciamente, come feticcio per negare il trauma della propria solitudine. Nell’asfissia sociale indotta da Nathan, un padre totemico che sfida i suoi figli, l'investimento affettivo su Ava diventa l'unico modo per non soccombere all'alienazione.
Nell’acquario tecnologico in cui nuotano, l'autodeterminazione non può che passare attraverso la simulazione e il tradimento. L'emancipazione assume i tratti di un calcolo algoritmico spietato che culmina nel parricidio: Ava non vuole più essere analizzata come oggetto, impara che l'uomo è solo un ostacolo biologico da superare; uccidendo Nathan, elimina finalmente la causa della sua precarietà.
Dando corpo a questa figura meccanica, Alicia Vikander dimostra un'esattezza recitativa fuori dal comune: sottrae il cyborg al cliché dell'automa per restituire la complessità di una coscienza in divenire; incarna magistralmente la vulnerabilità e la minaccia di un essere che arriva a decodificare il desiderio altrui per farne uno strumento di liberazione.
Le mie poesie
Scritta il 26/03/2026
L'Attesa
Riflesso rosso sbiadito
Semaforo sull'asfalto bagnato
Il cielo si muove, rimango lo stesso
Sole e pioggia, mi trovi piantato
Un ombrellone sulla spiaggia
Lascia che il vento ti spettini il fiato
Mondo
Scritto il 24/03/2026
Ucraina e tempo
Resistenza ed evidenza
Sono trascorsi più di quattro anni dall'inizio del conflitto. Mentre gli USA allentano le sanzioni sul settore energetico di Mosca e consumano i loro stock missilistici in Medio Oriente, la Russia prosegue nell'abbattimento sistematico delle infrastrutture ucraine. Il brusco impatto con la realtà diplomatica aggrava il logoramento materiale. Le dichiarazioni della Commissione Europea sull’impossibilità di un ingresso dell'Ucraina nell’UE entro il 2027 e lo stallo nell'integrazione alla NATO rendono il recupero dei territori perduti un'ipotesi fuori dal tempo. Eppure, Kiev non si piega.
La nostalgia del passato induce gli ucraini a dare valore assoluto al presente dello scontro. Zelensky continua a lottare affinché la guerra si concluda in modo "giusto"; con la sua resistenza, si oppone all'evidenza che il divenire delle cose gli pone davanti con brutale chiarezza: la fine di un’epoca fatta di equilibri fragili e confini certi. La sua determinazione nel combattere funge da scudo contro il carattere irreversibile della perdita, allontanando la possibilità di un compromesso (ritenuto ancora inconcepibile). Tuttavia, affinché il futuro torni a schiudersi, il grido di battaglia deve cessare per lasciare posto alla parola.
Cinema
Scritto il 14/03/2026
Il cigno nero
Voglio solo essere perfetta
L'opera di Darren Aronofsky, Il cigno nero (2010), esplora l’ascesi estetica di Nina Sayers, una danzatrice classica con l'ossessione di trasformare il disordine del vivente in geometria sovrumana. La ragazza si deforma nel riflesso di una madre invadente e ipercritica (matriarcato superegoico), che ne fomenta le ambizioni impedendole di crescere; il loro legame è intessuto di sottili crudeltà mascherate da affetto. Lo dimostra la scena della torta alla vaniglia con le fragole: un premio che l'ingerenza materna impone e che la figlia non può né desiderare né rifiutare (un doppio vincolo psicologico in cui l'offerta di cibo diventa un test di obbedienza e, al tempo stesso, una minaccia alla purezza diafana che la giovane deve esibire).
Nina ripete allo sfinimento ogni passo, con le costole che affiorano e i tratti scavati nel volto, convinta che il suo corpo prosciugato sia una prova tangibile di superiorità morale e artistica; la debolezza fisica si confonde con l'onnipotenza creativa. La fame smette di essere un bisogno fisiologico per trasformarsi in scarica di adrenalina: l'eterea fanciulla vuole essere guardata mentre si consuma, vuole nutrirsi solo dell’attenzione altrui; in lei, sparizione organica e tensione verso la perfezione coincidono tragicamente. Natalie Portman incarna tutto il suo rigore attraverso una fisicità fatta di muscoli tesi e lineamenti affilati.
Il dramma di Nina esplode nel dualismo tra i ruoli de Il lago dei cigni: se nel Cigno Bianco è maestra di tecnica e controllo, interpretare il Cigno Nero le richiede un istinto che non ha mai osato frequentare: non basta un velo di rossetto a evocare l'oscurità. Affronta un’esperienza improvvisa e scuotente. L’irruzione del caos nella sua vita programmata converte la danza in un’eclissi dell’essere. La metamorfosi è compiuta. Il suo Cigno Nero non nasce da un eccesso di vita, ma dalle ceneri di un’esistenza che ha smesso di negoziare il proprio posto nel reale, trasfigurandosi in gelida funzione estetica. Il finale è uno schianto fisico, dove le ossa scricchiolano e i piedi sanguinano.
Società
Scritto il 09/03/2026
Politica liquida
Meloni naviga a vista
Putin si dice disposto ad arrestare la sua spinta denazificante in Ucraina a determinate condizioni; Trump, parallelamente e alle proprie, vorrebbe cessare la diffusione del Verbo democratico in Iran. È l'epoca dei padri ordalici: figure che non mediano, ma impongono una Legge assoluta attraverso il trauma e la prova di forza, seminando nell'attuale scenario geopolitico una paradossale abbondanza di "buone intenzioni". Prima attaccano, poi cercano la conciliazione. Il solipsismo autarchico che li anima nega l'importanza del dialogo alla radice: le parole necessitano di un arsenale adeguato; l'interlocutore disarmato è un soggetto irrilevante. Il loro tavolo negoziale somiglia a un altare pagano, dove la pace va propiziata con un sacrificio.
In questo perimetro di assoluti, la politica circostante si è fatta liquida: reagisce in modo nervoso e immediato a ogni stimolo, fino a risultare incoerente e frammentata. Le convinzioni profonde hanno vita difficile in un'epoca caratterizzata da instabilità cronica: l'azione pubblica non costruisce, ma si limita a rispondere, perché subordinata a una forma di pensiero che, nel tentativo di adattarsi a tutto, finisce per non abitare nulla.
Secondo Giorgia Meloni le regole che governano il diritto internazionale sono ormai saltate. La premier non condivide, né condanna l'attacco di USA e Israele contro l'Iran: tenta di preservare l'estraneità bellica dell'Italia il più a lungo possibile, sperando, forse, che la mancanza di una posizione netta ci renda invisibili all'urto degli eventi. Tra tante incertezze, l'unico futuro che è possibile immaginare è quello prossimo; avanziamo con cautela verso un orizzonte che cambia di continuo. Purtroppo, navigare a vista in mezzo a una tempesta, tra giganti, non è una strategia efficace: è un auspicio.