Una pedalata tra i ricordi di una storia fatta di grandi sacrifici e tantissime soddisfazioni. In sella c'è Dino Bruni, ex ciclista portuense e vera e propria icona del mondo a due ruote professionistico. Quella di Bruni, classe 1932, è una vita all'insegna della sfida che l'ha portato a partecipare a numerosi Giri d’Italia e Tour de France tra gli anni '50 e '60, due Olimpiadi (Helsinki 1952 e Melbourne 1956) e mondiali di Frascati (1955).
"Ho l'agonismo nel sangue perché ti fa sentire davvero le gioie e le disgrazie" ci racconta Dino, che si avvicina al mondo della bicicletta appena finita la seconda guerra mondiale. In realtà il suo è un amore nato dalla necessità di avere un mezzo di locomozione proprio, che gli consentisse di raggiungere, già all’età di 8 anni, l’ospedale di Ferrara dove da tempo era ricoverato il fratello Mede, reduce di guerra.
Un bel giorno, quando aveva 15 anni, Dino si butta all’inseguimento di due ciclisti dilettanti inforcando la bici che solitamente usava nelle scorribande, senza mollarli mai. Fu una rivelazione, la scoperta di essere abitato dal fuoco della competizione e dell’agonismo. Da allora ha cominciato a correre sulle due ruote mietendo successi e raccogliendo grandi gratificazioni.
Non staremo qui a fare l’elenco dei premi che ha vinto nella sua lunga carriera (e che abbiamo avuto modo di intravedere alle sue spalle durante l’intervista via Meet, come la foto con Fausto Coppi scattata all'arrivo del Giro di Francia nel '59), non solo perché su di lui è stato scritto un bellissimo libro da Luciano Boccaccini, "Il piacere della sfida", ma soprattutto perché a noi interessa raccontare l’uomo Dino Bruni, un signore che all’età di 88 anni ha ancora negli occhi e nel cuore il fuoco della sua grande passione, trasmessa con parole semplici e cariche di entusiasmo.
L'aspetto che ci ha colpito di più è l'onestà: "Nello sport come nella vita è necessario soprattutto essere uomini seri e sinceri" è la lezione che ci ha lasciato chi ha sopportato le frustrazioni e la fatica per pedalare verso il suo sogno.
Dedizione nei momenti più difficili - come nel 1964, quando nonostante tre costole e il polso rotti nella tappa di Roccaraso, dopo essere stato travolto da un altro ciclista, ha voluto portare a termine il suo ultimo Giro d’Italia, guardato a vista dalla Giroclinica, concludendolo 50 secondi prima di andare fuori tempo massimo "per non avere rimpianti" - e in quelli più belli. Dalla vittoria del Campionato italiano del 1950 a 18 anni, riuscendo a conquistare l’ambita maglia tricolore dopo una rimonta in salita, alla sua prima sfida al Tour de France in cui ha vinto due tappe. O l'essere riuscito a indossare la maglia gialla alla Corsa della Pace che attraversava i paesi della Cortina di Ferro. E ovviamente indossare la maglia rosa negli anni '60, "pensavo fosse contrario alle mie possibilità perché ero un velocista, vincevo le gare ma non le classifiche".
La sua stagione migliore da professionista è quella del 1959, a nostro avviso non solo per meriti sportivi ma soprattutto per l’umanità che Dino Bruni ha saputo dimostrare: alla Vuelta di Spagna partecipava anche il quarentenne Fausto Coppi, che nella tappa di Barcellona ruppe la sella della sua bicicletta. Dato che l’unica bicicletta con caratteristiche simili a quella di Coppi era proprio quella di Bruni, Dino gli cedette la propria a discapito della propria posizione nella gara. Giunse al traguardo fuori tempo massimo per soli 30 secondi, lui dice a causa della sua generosità ma per noi è stato un campione vero, che ha saputo dimostrare altruismo e umiltà. Qualità forse rare nel mondo dello sport in generale, dove il successo e la fama sono i premi cui tutti ambiscono.
Dino Bruni è stato un campione che ha anche saputo ironizzare su se stesso, ha saputo non prendersi troppo sul serio. Parlando con PortoNews delle sue vittorie, rivela col sorriso questa simpatica curiosità: "Durante una corsa nei pressi di Brescia, ero caduto e quindi era indietro nella classifica. Perciò ho deciso di puntare alla maglia nera (questa, all’epoca, non era una vera maglia, ma solo un riconoscimento “a parole” per chi arrivava ultimo)". Con lui c’era anche un altro ciclista, un certo Accordi di Mantova, definito da Bruni un uomo simpaticissimo. "A 20 km dall’arrivo, Accordi rimase indietro nascondendosi, allora feci lo stesso e a 500 metri dall’arrivo mi nascosi tra la folla, spuntando solo quando la sua ruota fu sulla fettuccia del traguardo, dicendogli che per questa volta la maglia nera era mia".
Giocare 'a nascodino' per arrivare ultimi. È uno dei tanti ricordi indimenticabili vissuti dal signor Dino che ha avuto l'opportunità di confrontarsi con Ercole Baldini, diventato il suo più grande amico. "Siamo ancora in contatto perché è un vero uomo". Insomma, "è sempre emozionante tornare ai bei tempi, specie con voi perché nella scuola c'è l'avvenire" ci congeda con un sorriso.
(8 maggio 2020)