VeriTas: Comunità ispirata alla spiritualità domenicana
Santa Caterina da Siena
La vita e la forza mistica di Santa Caterina da Siena è stata caratterizzata da tre elementi: la sua totale appartenenza a Cristo, la sapienza infusa, il suo coraggio. I due simboli della sua iconografia sono il libro e il giglio, che rappresentano rispettivamente la dottrina e la purezza. Il capolavoro di Santa Caterina è sicuramente Il Dialogo della Divina Provvidenza (chiamato anche Libro della Divina Dottrina). Questo scritto insieme all‘epistolario e la raccolta delle Preghiere sono stati decisivi per la sua proclamazione a Dottore, avvenuta ne 1970 per volere di Paolo VI, sette giorni dopo quella di santa Teresa d’ Avila. Santa Caterina è vissuta in un momento storico e in una terra, la Toscana, di intraprendente ricchezza spirituale e culturale, la cui scena artistica e letteraria, basti pensare a Giotto (1267-1337) e Dante (1265-1321), ma, contemporaneamente, dilaniata da tensioni e lotte fratricide di carattere politico, dove occupavano spazio preponderante le discordie fra guelfi e ghibellini. Santa Caterina nasce a Siena nel rione di Fontebranda (Contrada dell'Oca) nel 1347: è la ventiquattresima figlia delle venticinque che Jacopo Benincasa, tintore, e Lapa di Puccio de’ Piacenti misero al mondo. Giovanna, sua sorella gemella, morirà neonata. La famiglia Benincasa apparteneva alla piccola borghesia. A solo sei anni le appare Gesù vestito maestosamente, da Sommo Pontefice, con tre corone sul capo ed un manto rosso, accanto al quale stavano san Pietro, san Giovanni e san Paolo. Di questo miracolo scrive il beato Raimondo Da Capua, che aggiunge: "Gesù la fissava con i suoi occhi pieni di maestà e sorridendole con dolcezza, alzò la mano destra sopra di lei e, fatto il segno della croce, le diede il dono della sua eterna benedizione." Il Papa si trovava, a quel tempo, ad Avignone e la cristianità era minacciata dai movimenti ereticali. A sette anni fece voto di verginità. Preghiere, penitenze e digiuni segnavano le sue giornate, dove non c’era spazio per il gioco. Della precocissima vocazione parla il suo primo biografo, il beato Raimondo da Capua, nella Legeda Maior, confessore di santa Caterina e che divenne superiore generale dell’ordine domenicano; in queste pagine troviamo come la mistica senese abbia intrapreso, fin da bambina, la via della perfezione cristiana: riduce cibo e sonno; abolisce la carne; si nutre di erbe crude, di qualche frutto. Proprio ai Domenicani la giovanissima Caterina, che aspirava a conquistare anime a Cristo, si rivolse per rispondere alla impellente chiamata. Ma prima di realizzare la sua aspirazione fu necessario combattere contro le forti reticenze dei genitori che la volevano coniugare. Aveva solo 12 anni ma reagì con forza: si tagliò i capelli, si coprì il capo con un velo e si serrò in casa. Risolutivo fu poi ciò che un giorno il padre vide: sorprese una colomba aleggiare sulla figlia in preghiera.
Nel 1363 vestì l’abito delle «mantellate» (dal mantello nero sull'abito bianco dei Domenicani); una scelta anomala quella del terz’ordine laicale, al quale aderivano soprattutto donne mature o vedove, che continuavano a vivere nel mondo, ma con l’emissione dei voti di obbedienza, povertà e castità. Caterina era molto attratta dalle letture sacre pur essendo analfabeta: ricevette infatti dal Signore il dono di saper leggere e imparò anche a scrivere, ma usò comunque e spesso il metodo della dettatura. Nel 1367 si compiono le mistiche nozze: da Gesù riceve un anello adorno di rubini. Fra Cristo, il bene amato sopra ogni altro bene, e Caterina si creò un rapporto di intimità particolarissimo e di intensa comunione, tanto da arrivare ad uno scambio fisico di cuore. Cristo, ormai e in tutti i suoi sensi e vive in lei. In questo periodo Caterina si dedica a una intensa attività caritatevole a vantaggio dei poveri, degli ammalati, dei carcerati e intanto soffre indicibilmente per il mondo, che è in balia della disgregazione e del peccato; l’Europa è pervasa dalle pestilenze, dalle carestie, dalle guerre. Caterina condivide la fame, la malattia, le sofferenze e le ingiustizie. Le lettere, che la mistica scrive al Papa in nome di Dio, sono forti, intense, documenti che descrivono una realtà che impegna cielo e terra. Lo stile di Caterina sgorga da una necessità interiore: sospinge nel divino la realtà contingente, immergendo, con un’irresistibile forza d’amore, uomini e circostanze nello spazio soprannaturale. Ecco allora che le sue lettere sono un insieme di prosa e poesia, dove gli appelli alle autorità, sia religiose che civili, sono fermi e intransigenti, ma intrisi di materno sentire. Usa espressioni forti, invitando il papa a fare scelte e azioni risolute. Caterina sa essere ugualmente tenerissima, come può fare solo uno spirito illuminato dal Signore. Caterina scrive al Papa «Oimé, padre, io muoio di dolore, e non posso morire» è costituita da sublimi altezze e folgoranti illuminazioni divine, ma nel contempo, conoscendo che cosa sia il peccato e dove esso conduca, tocca abissi di indicibile nausea, perché Caterina intinge il pensiero nell’inchiostro della realtà tutta intera, quella fatta di bene e male, di angeli e demoni, di natura e sovranatura, dove il contingente si incontra e si scontra nell’Eterno. Caterina vive intorno ad una «famiglia spirituale», formata da consorelle, confessori e segretari, che pungola, sostiene, invita, con forza e senza posa, alla Causa di Cristo, facendo anche pressioni, come pacificatrice, su casate importanti come i Tolomei, i Malavolti e i Salimbeni. Caterina lotta contro il demonio, ha levitazioni, estasi, bilocazioni, colloqui con Cristo, il desiderio di fusione in Lui e la prima morte di puro amore, quando l’amore ebbe la forza della morte e la sua anima fu liberata dalla carne… per un breve spazio di tempo. I temi sui quali Caterina pone attenzione sono: la pacificazione dell’Italia, la necessità della crociata, il ritorno della sede pontificia a Roma e la riforma della Chiesa. Passato il periodo della peste a Siena, nel quale non sottrae la sua attenta assistenza, il 1° aprile del 1375, nella chiesa di Santa Cristina, riceve le stimmate incruente. In quello stesso anno cerca di dissuadere i capi delle città di Pisa e Lucca dall’aderire alla Lega antipapale promossa da Firenze che si trovava in urto con i legati pontifici, che avrebbero dovuto preparare il ritorno del Papa a Roma. L’anno seguente partì per Avignone, dove giunse il 18 giugno per incontrare Gregorio XI, il quale, persuaso dall’intrepida Caterina, rientrò nella città di San Pietro nel 1377. L’anno successivo morì il Pontefice e gli successe Urbano VI , ma una parte del collegio cardinalizio gli preferì Roberto di Ginevra, che assunse il nome di Clemente VII, dando inizio al grande scisma d’Occidente, che durò un quarantennio, risolto al Concilio di Costanza (1414-1418) con le dimissioni di Gregorio XII, che precedentemente aveva legittimato il Concilio stesso, e l’elezione di Martino V, nonché con le scomuniche degli antipapi di Avignone (Benedetto XIII) e di Pisa (Giovanni XXIII). Benedetto XVI nel 2020 ha affermato, riferendosi proprio a santa Caterina: «Il secolo in cui visse - il quattordicesimo - fu un’epoca travagliata per la vita della Chiesa e dell’intero tessuto sociale in Italia e in Europa. Tuttavia, anche nei momenti di maggiore difficoltà, il Signore non cessa di benedire il suo Popolo, suscitando Santi e Sante che scuotano le menti e i cuori provocando conversione e rinnovamento». Amando Gesù («Pazzo d’amore!»), che descrive come un ponte lanciato tra Cielo e terra, Caterina amava i sacerdoti perché dispensatori, attraverso i Sacramenti e la Parola, della forza salvifica. La Santa iniziava sempre le sue lettere in questo modo: «Io Catarina, serva e schiava de' servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo», raggiunge la beatitudine nel 1380, a 33 anni.