Un ricordo di Gianfranco “Civ” Civolani
di
Matilde Caneva e Arianna Roncarati
Il 3 novembre 2019 abbiamo appreso la notizia della scomparsa di Gianfranco Civolani, giornalista sportivo di 83 anni, molto conosciuto a Bologna.
Era noto come il “Civ” e incarnava il campione degli opinionisti sul tema, a lui molto caro, del Bologna calcio. Seguitissimo su Rete 7, dove si potevano ascoltare i suoi commenti sul calcio o sul basket, il Civ era una presenza fissa fin dal 1955 anche in tribuna stampa allo Stadio Renato dall’Ara, dove assisteva alle vittorie e alle sconfitte della squadra di casa con grande partecipazione.
Era inoltre un tifoso della Virtus ed è stato anche un grande dirigente sportivo, avendo ricoperto per ben 43 anni il ruolo di presidente della Libertas Basket Bologna.
Sabrina Orlandi, sua collega e amica da vent’anni, grazie alla trasmissione “Il pallone nel 7”, che co-conducevano, poco prima della sua scomparsa, ha rilasciato un’intervista in cui ha rivelato che l’importanza del Civ nella sua carriera è stata tale da considerarlo il suo mentore.
Nonostante molte persone pensassero al Civ come a un “amabile burbero”, la Orlandi, ha recentemente sostenuto che Civolani “odiava le banalità e aveva un cuore d’oro”, affermazione che non può certo dirsi condivisa da tutti, visto che il giornalista faceva sempre commenti molto aspri sul Bologna, forse proprio perché mosso da un grande amore che lo spingeva a desiderare sempre il meglio per la squadra e per i tifosi.
Possiamo ricordarci del Civ come di un uomo libero di fare e di dire quello che voleva, senza condizionamenti, un uomo che non si curava del giudizio altrui e scriveva con uno stile amichevole e anti-retorico, capace di conquistare i lettori dei suoi articoli.
La NBA tra doping e antidoping
di
Paolo Loddo
La NBA (National Basketball Association) vanta una lista di super-atleti che sul parquet, grazie alla loro tenuta fisica, compiono gesti di rara bellezza che in certi momenti lasciano senza fiato. Gli stessi giocatori, tuttavia, non sono esenti da controlli anti-doping, benché sia necessario operare una distinzione tra le sostanze ritenute “dopanti”.
Nella stagione in corso si sono già registrati tre casi di doping in NBA. Il primo riguarda Deandre Ayton centro dei Phoenix Suns, positivo alla marijuana, che è classificata come sostanza stupefacente e non dopante. Gli altri due giocatori in questione sono John Collins e Wilson Chandler, rispettivamente di Atlanta Hawks e Brooklin Nets: entrambi sono risultati positivi a degli ormoni per la crescita, che dal 2015, anno in cui c’è stata una revisione del regolamento anti-doping, non sono più ammessi. La sanzione per tutti e tre è stata quella minima prevista, ovvero 25 giornate di squalifica (sulle 82 totali di stagione regolare) e una multa di 10.000 dollari. Si è trattato di una brutta caduta, ma tutto sommato, per le squadre danneggiate dalla perdita di tasselli importanti, si è rivelata sostenibile.
Perché la punizione è stata la stessa per tutti i giocatori, nonostante la netta differenza le infrazioni? Per rispondere a questa domanda bisogna fare un passo indietro al 2015 quando il commissioner di lega, Adam Silver, ha ritenuto necessario – a seguito di numerose accuse e lamentele da parte di giocatori e allenatori – operare un’equiparazione a livello di regolamento. Si segnala il parere di personaggi di spicco nella lega, come l’ex-MVP Derrick Rose (attualmente in forza ai Detroit Pistons), che nel lontano 2012 sostenne che i controlli NBA fossero inefficaci e lasciassero via libera a una buona parte di giocatori, salvo poi, qualche tempo dopo, ritirare tutto e addirittura negare quanto detto senza ulteriori chiarimenti. Nonostante test più rigidi e la revisione delle regole, nel 2016 George Karl – storico coach – ha tuonato contro i controlli, sostenendo che fossero ancora molto indietro e che il doping costante in NBA non sia una storiella inventata.
Le gestione attuale prevede due esami nell’arco della regular season e due supplementari nella post-season. I controlli sono a estrazione casuale e possono essere effettuati in qualsiasi momento in modo da evitare tentativi di occultamento (come nel caso di Ayton). Per quanto riguarda le sanzioni il regolamento prevede, a seconda della gravità del caso, delle “lievi” multe (il cui ricavato è devoluto in beneficenza da NBA CARES), passando per alcune giornate di squalifica o addirittura, caso molto estremo quanto raro, l’espulsione a vita dalla lega. Quest’ultima sanzione estrema è stata applicata ai danni di O.J. Mayo, ex-Grizzlies, per aver violato molteplici volte le normative antidroga.
Tra polemiche e riscontri negativi, sta di fatto che la lega, nella sua storia, vanti solo pochi casi di esclusioni per doping. Al momento si sta lavorando sulla legalizzazione della cannabis a scopo terapeutico, già in vigore in alcuni stati e incentivata non solo dai giocatori, ma anche da coaching staff e dirigenti.
Al momento Silver sembra aver chiuso le porte ad un nuovo cambio delle regole, ma "never say never".
Giappone 2019: il mondiale di Pollard
di
Victor Mondini
Il mondiale di rugby, o “Rugby World Cup”, è la massima competizione internazionale di rugby per squadre nazionali maschili. La prima edizione si tenne nel 1987 e vide vincere la Nuova Zelanda; da allora, la manifestazione si svolge ogni quattro anni e la squadra vincitrice si proclama campione del mondo fino al torneo successivo. L’ultima edizione si è svolta in Giappone. Se dovessi dare un titolo per riassumere l'esito di questo mondiale sceglierei sicuramente “il mondiale di Pollard”: in seguito vi spiegherò perché.
Il mondiale è strutturato in quattro gironi, ognuno dei quali è composto da quattro squadre. I gironi hanno pienamente rispettato le aspettative degli esperti, infatti tutte le squadre più quotate non hanno fatto passi falsi: arrivati ai quarti di finale, il pubblico sapeva di avere davanti ai propri occhi le otto nazionali più forti al mondo. Anche in questa fase le favorite non hanno avuto problemi. L’Inghilterra ha vinto 40-16 sull’Australia, la Nuova Zelanda ha battuto 46-16 l’Irlanda, il Galles ha compiuto una spettacolare rimonta sulla Francia, vincendo 20-19 grazie alla realizzazione di Dan Biggar - da 2 punti – proprio sul finale. Il Giappone, ovvero la squadra ospitante, ha perso 26-3 contro uno straordinario Sud Africa.
Visti gli accoppiamenti delle semifinali, Inghilterra - Nuova Zelanda e Galles - Sud Africa, si pensava ad una finale certa (Nuova Zelanda - Sud Africa), tuttavia, come spesso succede, i pronostici riescono a prevedere solo in parte quello che succederà.
L’Inghilterra, facendo la partita della vita, ha battuto 19-7 la Nuova Zelanda e si è aggiudicata il biglietto per la finale all’International Stadium di Yokohama. L’altro match ha invece rispettato i pronostici, con il Sud Africa che ha sconfitto il Galles grazie a un strepitoso Handre Pollard che ha realizzato il tiro da tre punti che è valso la vittoria. La partita è finita 19-16 per gli “Springboks”.
La partita conclusiva, Sud Africa - Inghilterra, non è stata la classica finale ricca di spettacolo, specie nella prima frazione, terminata 12-6 per gli Springboks, avanti grazie ai piazzati di Pollard. Nel secondo tempo i ritmi sono rimasti gli stessi: la svolta è arrivata al 66’ quando Maphimpi e Am hanno confezionato un grande contropiede con cui hanno chiuso definitivamente la partita. Le mete dello stesso Makazole Maphimpi e Cheslin Kolbe hanno poi dato una grande mano al solito Handre Pollard a chiudere definitivamente la partita. Il mediano ha finito con 22 punti al servizio della sua nazionale, tutti esclusivamente sui calci piazzati, mentre il Sud Africa ha conquistato il titolo con il punteggio di 32-12 (https://www.youtube.com/watch?v=iZlLB6BVLEU). A seguito del trionfo, Siya Kolisi è diventato il primo capitano di colore ad alzare la coppa del mondo, rilasciando ai giornalisti una memorabile intervista in cui si è schierato contro ogni razzismo (https://video.corriere.it/sport/mondiali-rugby-discorso-primo-capitano-nero-sudafrica-uniti-possiamo-fare-tutto/b7eb2860-fd81-11e9-8a58-4dee50fcf96c).
La curva vista dall’interno
di
Matilde Caneva e Arianna Roncarati
Frequento la curva quotidianamente da ormai sei anni e non mi stanco mai di guardare il mio caro vecchio Bologna giocare. Sotto la pioggia o sotto il sole cocente, mi trovo sempre in piedi per novanta minuti a cantare per la mia squadra. La curva è un luogo poco conosciuto dall’interno, ma molto giudicato dall’esterno. Viene spesso visto come un ritrovo di criminali, ma per me è un grande famiglia. Ci troviamo lì tutte le domeniche con un obiettivo comune: vedere la nostra squadra senza distinzioni di alcun tipo, tutti insieme: il razzismo nella nostra curva non esiste. Siamo una grande famiglia nella gioia e nel dolore. All’interno della curva c’è un grande rispetto tra tutti i noi.
I personaggi “storici”, che sono stati importanti, sono ancora a capo di tutti e il rispetto che i giovani hanno verso di loro è molto alto.
Sono stata avvicinata a questo mondo da mio padre, che frequenta la curva dal ‘73. Questo mondo spesso è visto come non “adatto” alle ragazze: trovo che sia assolutamente sbagliato, perché, al contrario di tutto quello che si pensa, ci si sente più sicuri a girare per la curva che a stare in centro a Bologna di notte.
La curva è divisa per gruppi e, in base all’importanza di ogni gruppo, si ha una balaustra. Il posto più ambito da tutti è sempre stata la balaustra centrale, quella nella quale di solito sta il capo ultras e dalla quale vengono lanciati i cori. E proprio quello del capo ultras è il ruolo più desiderato, poiché è lui a essere il capo della curva e a decidere tutto quello che si fa: dalle coreografie ai cori, alle trasferte. Il secondo ruolo più importante è quello del capo-gruppo; infatti anche ogni gruppo ha un capo. Infine il terzo ruolo principale è quello del lancia-cori, che canta e incita gli spettatori a ripetere ciò che dice con il megafono.
Negli anni ’70 il Bologna aveva già dei gruppi come i “Commandos”, le “Brigate RossoBlu” e la curva bolognese veniva chiamata “curva dei matti”. I “Commandos” hanno poi cambiato nome in “Forever Ultras”, gruppo ancora presente sulla sinistra della curva, da me considerato uno dei gruppi più belli, di una tale importanza da aver rivoluzionato il tifo bolognese.
Negli anni ‘80 fumogeni e torce fanno la loro comparsa e il mondo del tifo italiano inizia a cambiare radicalmente.
Il momento in cui tutti cominciano a cantare, le bandiere sventolano e le torce si accendono, mi fa ricordare perché continuo a frequentare la curva; forse solo chi lo vive dall’interno può comprenderlo appieno, ma posso assicurare che frequentando la curva si provano emozioni uniche.
Nell’82 nasce il mio gruppo preferito: i Mods, cui appartiene anche mio padre. Insieme ai “Forever Ultras” sono uno dei gruppi più grandi e rispettati d’Italia.
In quegli anni, le curve d’Italia avevano raggiunto il loro massimo apice e nelle città si vedevano cortei di gente accomunati dalla stessa passione. In seguito, però, sono iniziati vari scontri tra tifosi di squadre diverse, che hanno portato a gravi problemi e alle diffide.
Già nei primi anni ‘80 vengono notificate le prime diffide ed è così ancora oggi; una diffida consiste in un divieto di partecipazione alle manifestazioni sportive.
Molte vengono date ingiustamente e per motivi ridicoli: ormai non vediamo più coreografie e non sentiamo più la curva cantare per paura di questi provvedimenti.
Non so perché dentro di me sia nata questa grande passione, ma so che, quanto attraverso il tunnel per entrare nella curva, tutto mi sembra perfetto e ho sempre il sorriso! Anche se ignoro come finirà la partita, in quel momento non m'importa del risultato: quello che conta è solo essere uniti e perdere la voce per la nostra squadra tutti insieme.
L'arte del judo
di
Aurora Gambacorta
Buongiorno a tutti, cari lettori! Desidero che questo breve articolo possa far si’ che voi scopriate, in tutte le sue sfaccettature ed aspetti, una disciplina assai complessa che, grazie alla sua immediata popolarità, si è diffusa e ramificata ovunque nel mondo. Sto parlando di una delle arti marziali più conosciute ed apprezzate, il Judo.
Per capire come e quando questa celebre disciplina sia nata, bisognerebbe conoscerne il fondatore, ovvero Jigorō Kanō, maestro ed educatore giapponese (1860-1938); egli s’ispirò all’antica arte marziale del “jūjitsu” e diede vita al judo fondando il suo primo dojo, il Kodokan.
Jigorō scelse il nome della disciplina basandosi sul come quest’arte dovesse essere praticata e sul cosa avrebbe dovuto insegnare agli allievi: il judo si basa, a livello pratico, sullo sfruttare il movimento del compagno avversario nel momento in cui questo reagisce ad una nostra azione,un tirare o un cedere; invece, per quanto riguarda l’insegnamento che la disciplina deve trasmettere, un maestro di judo spiega ai suoi allievi quanto sia importante, per saper vivere in una società, rispettare le autorità (ed ovviamente rispettare tutte le persone). Judo, infatti, si traduce come “via della cedevolezza”.
Per praticarlo a livelli più o meno alti è necessario allenarsi con costanza e con passione, poiché durante un combattimento bisogna dare il massimo, tirando fuori tutta la grinta e l’energia che si hanno!
Inoltre il judo è una vera e propria arte, e non uno sport di combattimento: non ci si riduce semplicemente a confrontarsi fisicamente, ma si cercano di apprendere delle tecniche, ovvero delle azioni, studiandole a fondo, per poi saperle padroneggiare durante i combattimenti; anche la teoria è articolata e complessa (le terminologie utilizzate dai maestri sono in lingua giapponese), ed è necessario studiarla perché, ad esempio, spiega quali zone corporee si devono utilizzare per effettuare ogni tecnica.
Io pratico judo, e credo di essere riuscita a carpirne la vera morale… Il judo insegna a portare rispetto a chiunque, dal tuo maestro fino ai tuoi avversari, che devono essere sempre considerati compagni. Dimostra come sostenersi a vicenda sia un bene, ed anche come l’allenamento del fisico si concretizzi in un benessere mentale e psicologico.
« Se vinci, non gloriarti della tua vittoria; se perdi, non lasciarti scoraggiare.
Quando sei al sicuro non essere imprudente; quando sei in pericolo non avere paura.
Continua semplicemente a percorrere la strada che hai davanti a te » (Jigorō Kanō)
La "Dea" continua a correre
di
Paolo Loddo e Victor Mondini
L’Atalanta Bergamasca Calcio è una delle venti squadre che attualmente militano nella massima serie nostrana di calcio: deve il proprio nome a un'eroina della mitologia greca molto forte nella corsa (http://www.treccani.it/enciclopedia/atalanta/ ). Benché di fatto sia una “provinciale”, negli ultimi anni si è confermata come una delle big in Serie A, tanto da raggiungere il quarto posto nella stagione 2018-2019, valevole per la qualificazione diretta in Champions League. Una qualificazione storica, nonché il coronamento del percorso di una società in costante crescita. Vale la pena ripercorrere il cammino della squadra nell’ultimo decennio: è stata una parabola complessa, tra rischi di ricadute e rabbiose risalite.
Stagione 2010-2011
Nell’estate del 2010 comincia “l’era” di Percassi, che acquisisce il pacchetto azionario di maggioranza diventando così il patron della squadra. Nella stessa estate la squadra acquisirà dal Bari il difensore Andrea Masiello, che diventerà poi uno dei pilastri difensivi della squadra negli anni a venire. L’Atalanta in quell’anno centrerà l’obiettivo stagionale, salendo di categoria e riapprodando in serie A dopo un solo anno di serie B, sotto la guida del mister Stefano Colantuono.
SERIE B: promozione
Stagione 2011-2012
La stagione non inizia nel migliore dei modi: Doni, il capitano, viene indagato per calcioscommesse e di conseguenza la società viene penalizzata con sei punti in meno in classifica. Fortunatamente la “Dea” resiste e con un buon andamento in campionato centra la salvezza.
SERIE A: salvezza
Stagione 2012-2013
Come nella precedente la squadra subisce una penalità riguardante i punti, però ridotta a “soli” due punti. Spicca il contributo dell’argentino Denis, ad oggi trentanovenne e in forza alla Reggina.
SERIE A: salvezza
Stagione 2013-2016
L’Atalanta prosegue la propria avventura in serie A senza particolari eventi, fatta eccezione per un acquisto che in pochi anni si rivelerà fondamentale. Nella sessione estiva di mercato del 2014 si annuncia l’acquisto, a titolo definitivo, di Alejandro Gòmez Giròn, meglio noto come el Papu.
SERIE A: salvezza
Stagione 2016-2017
La squadra cambia allenatore ed entra in gioco Gian Piero Gasperini, che dopo un inizio non troppo convincente (cinque sconfitte di fila) cambia radicalmente la squadra facendo esordire svariati giovani della primavera come: Andrea Conti, Franck Kessie, Roberto Gagliardini e Mattia Caldara. Il nucleo, formato da giovani e altri giocatori di esperienza come il sopracitato Masiello, ma con uno straordinario Papu Gomez da 16 reti e 10 assist stagionali, crea un mix di bel gioco e spregiudicatezza che ribalta completamente il percorso in campionato. Il risultato finale è il superamento di svariati record di squadra e un quarto posto in classifica che per il regolamento dell’epoca vale l’Europa League, meritato ritorno in Europa dopo molti anni.
SEIRE A: quarto posto, qualificazione EL
Stagione 2017-2018
Sull’onda dell’entusiasmo generale in tutto l’ambiente atalantino si vive un’estate molto turbolenta. La rosa subisce cambi radicali sia in entrata che in uscita. Conti e Kessie passano al Milan e vengono acquistati gli esterni De Roon (un ex) e Castagne assieme all’attaccante Ilicic. Cambiano i giocatori, ma la sostanza è la stessa, il gioco di Gasperini non sembra subire cali e anzi ne giova: la squadra in campionato vince e convince, ritrovandosi sesta a fine anno. L’esperienza europea invece si ferma ai sedicesimi, ma con il sesto posto la squadra strappa un occasione di riscatto per la stagione successiva.
SERIE A: sesto posto, qualificazione EL EL: eliminazione ai sedicesimi
Stagione 2018-2019
Anche in questa sessione di mercato estiva la formazione della squadra vive un radicale cambiamento. Vengono ceduti giocatori fondamentali: Caldara, Petagna, Cristante e Spinazzola. Il fronte acquisti si muove molto bene, con l’aggiunta del tassello mancante in attacco, Duvan Zapata. Arrivano anche Pasalic, noto per la sua stagione al Milan, e Rigoni, che a metà stagione verrà rispedito allo Zenit visto lo scarso rendimento. Questa per l’Atalanta è la miglior stagione della storia. Senza contare la sfortunata e precoce eliminazione dall’Europa League ai preliminari, il resto dell’annata è da sogno. Un quarto posto valido, per la prima volta, per la Champions League. A questo va aggiunto il miglior attacco del campionato (77 reti) e una finale di Coppa Italia persa (e contestata) contro la Lazio, dopo aver eliminanto la Juventus campione in carica.
SERIE A: quarto posto, qualificazione Champions EL: eliminazione ai preliminari; COPPA ITALIA: finale
Stagione 2019-2020
Questa volta l’Atalanta fa un mercato più mirato agli acquisti che alle cessioni e riesce a mantenere intatto il gruppo, trattenendo i ricercatissimi Zapata e Ilicic e aggiungendo al reparto offensivo Luis Muriel, reduce da un’annata di alti e bassi alla Fiorentina; il difensore Mancini raggiunge Cristante alla Roma. Il cammino in campionato sta procedendo bene e la compagine del Gasp si sta confermando come una delle squadre da battere. Per quanto riguarda la Champions, dopo un filotto di sconfitte iniziali l’Atalanta è riuscita, all’ultima giornata, a strappare un biglietto per gli ottavi. Ora si trova accoppiata con il Valencia, team blasonato ma assolutamente alla portata di questa magica corazzata.
Si tratta di una favola tramutata in realtà, una ripartenza "dal basso" con mezzi economici limitati che sono stati sfruttati a pieno. Gasperini incanta tutti i week-end con gli assist del Papu, i gol di Ilicic e la potenza fisica di Zapata; la stagione è ancora tutta da decidere e si prospetta rosea. Non ci resta che seguire con interesse il cammino europeo dei bergamaschi, nella speranza che ricevano le giuste gratificazioni.
In memoria del Mamba
di
Paolo Loddo, Giulia Cavallo e Victor Mondini
Alla notizia della scomparsa di Kobe Bryant e di sua figlia Gianna - senza dimenticare gli altri sette passeggeri che hanno perso la vita nell'incidente -, non abbiamo trovato di meglio da fare che redigere una piccola raccolta di "Kobe moments" a firma di tre dei nostri redattori.
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Paolo: "Sono passati ben otto anni da quando ho ricevuto la mia prima jersey NBA. Il ricordo di quando l’ho scelta è molto nitido: gialla con dettagli viola, un collo a V, il numero 24 e il nome Bryant. Questa canotta mi accompagna tuttora. La tenevo sempre sotto la maglia da gara; il piacere di portare quel nome sulle spalle mi spingeva sempre a dare di più, perché questo è stato Kobe Bryant nella mia vita sportiva, ma anche in quella quotidiana: una guida e un punto di riferimento, non solo un semplice giocatore dietro uno schermo. Così è riuscito a rompere questa barriera, lasciando impressi, nel mio personalissimo viale dei ricordi, momenti che mi fanno capire perché Kobe sia una leggenda. Il mio "Kobe moment” non è un tiro allo scadere né una delle sue tante frasi celebri. Era una partita di regular season, si giocava a Los Angeles e la squadra avversaria erano gli Houston Rockets; correva la stagione 2015, la penultima in carriera di Kobe, e mi trovavo di fronte allo spauracchio del suo possibile ritiro. Per ciò, quella stagione, avevo deciso di guardarmi buona parte delle partite dei Lakers. E vidi l’ultimo morso del mamba al ferro. Clarkson porta su la palla, la passa subito a Kobe che davanti non ha nessuno: fra lui e il ferro c’è solamente Trevor Ariza. Il 24 gialloviola non ci pensa due volte, finta una partenza, brucia Ariza in palleggio e costringe Clint Capela ad accorrere in aiuto a braccia alzate. Sarà tutto inutile. Scatto in piedi sul divano e realizzo quello che stava per succedere. Kobe, 37 anni, schiaccia a una mano e fa finire il povero Clint nel poster. La panchina Lakers è estasiata, Dwight Howard se la ride e lo Staples Center esplode in un grido liberatorio, con la consapevolezza di aver vissuto uno degli ultimi colpi della leggenda. Ogni tanto penso di riguardare quella giocata, ma non lo faccio mai. Voglio che il mio ricordo resti così com’è: un highlight come tanti, con il sorriso di Kobe cosciente di aver incantato ancora una volta il mondo della pallacanestro".
Giulia: "La morte di Kobe non mi ha solo segnata, ma mi ha fatto ripensare a parte della mia vita. Sono cresciuta con l’immagine di quest’uomo in testa perché mio padre, amante del basket, mi ha insegnato ad amare non solo il gioco, ma anche i grandi giocatori come lui. È proprio per questo che Bryant ha fatto parte della mia infanzia. Il primo ricordo che ho di lui è una partita di basket mostratami da mio papà nel 2006. Ero piccolissima, avevo quattro anni, ma l’ho guardata tutta senza perdermi un secondo, con gli occhi incollati allo schermo per cercarlo sempre tra tutti i cestisti. Parlo della partita del 22 Gennaio 2006, importantissima per la storia della pallacanestro, perché Kobe segnò ben 81 punti contro i Toronto Raptors. Affascinata dal talento di quest’uomo, iniziai allora a interessarmi sempre di più alla sua storia e alla sua carriera, ammirandolo per la sua singolarità. Mi fa sorridere pensare che invece dei libri sulle principesse, la sera preferissi farmi raccontare di quella famosa partita vista e rivista con mio papà, il quale, come me, non si stancava mai di parlare del suo idolo. Ho collezionato divise, foto e statuine, ma probabilmente l’oggetto più caro che mi riporta a lui è una canotta autografata (ovviamente una replica). Credo di averla ricevuta a Natale, qualche anno dopo, ed ero talmente felice di averla indosso che per un periodo indeterminato non me la sono tolta di dosso. Con la sua divisa “firmata” mi sentivo forte e grande come lui, felice, imbattibile e sopratutto vicina a Kobe, perché in qualche modo mi sentivo al sicuro. Purtroppo con gli anni ho perso la passione per il basket e così si è affievolito anche il mio interesse nei suoi confronti. Per questo ora mi sento quasi in colpa, ma allo stesso tempo felice. Sono riuscita a volere davvero bene a una persona che, pur vivendo dall’altra parte del mondo, in qualche modo mi proteggeva. E ancora, se ci penso, mi sento felice e spensierata come ero quando addosso avevo il suo numero, che adesso è appeso in camera mia".
Victor: "Ancora non ci credo. Bryant è e sarà per sempre ricordato come uno dei migliori della storia. Sì, per essere campioni ci vuole talento e testa, ma nessuno ricorda che per essere grandi sul parquet bisogna essere soprattutto campioni fuori. "Non importa quanto segni, l’importante è uscire dal campo felici": un atleta capace di dire una frase del genere è un esempio nella vita. Kobe era una persona che si faceva voler bene da tutti. Ora non voglio dire che Kobe “the GOAT” Bryant sia la ragione per cui ho iniziato a giocare a basket, anche perché sarei un ipocrita: credo però che la sua unicità sia consistita nel rendere la gente felice tramite una semplice combinazione di azioni, come è in effetti la pallacanestro. Bryant è (non riesco proprio a dire "era") umile e duro al tempo stesso, la combinazione perfetta per un atleta agonista. Ripeto, il basket ha perso uno dei più grandi".
I paradossi di Basket City
di
Matilde Caneva e Francesco Di Stefano
Anche per le generazioni nate dopo il Duemila, l'epica finale-scudetto tra Virtus (allora Kinder) e Fortitudo (ai tempi Teamsystem) rappresenta un evento di importanza centrale nell'immaginario collettivo. Specie se a raccoglierne la testimonianza sono giovani bolognesi. Dunque bisogna ripartire da qui: dall'inadeguata marcatura di Dominique Wilkins, leggenda NBA che arrivò in Italia in pompa magna, e dall'eroismo di Sasha Danilovic, che in NBA non avrebbe sfigurato qualche anno più tardi (per ogni evenienza: https://www.youtube.com/watch?v=TEP9FJoC2_0). Attraverso le testimonianze di due nostri blogger, cercheremo di capire cosa è rimasto del "tiro da 4" e come è percepita, ad oggi, la rivalità cestistica bolognese.
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Matilde: "Le due squadre, che pure si sono sempre odiate, non perdono occasione per sfoggiare magnifiche coreografie durante i derby. Una stracittadina che più volte mi è stata raccontata risale agli anni '90: si tratta dell'occasione in cui al "Palazzo", prima della partita, le due fazioni hanno liberato dei piccioni e dei conigli; i piccioni erano pensati per screditare la Fortitudo, che in realtà ha come simbolo l’aquila, mentre i virtussini, dalla loro, sono sempre stati presi in giro come "conigli" privi di coraggio. Ad ogni modo, il derby è un momento unico, in cui si affrontano due grandi squadre con delle storie importanti alle loro spalle. Da tifosa bianco-nera ho nel cuore - benché non fossi ancora nata - quel magico tiro da 4 di Danilovic, da molti considerato non valido".
Francesco: "Mi riallaccio al discorso del tiro da 4. Per i tifosi bianco-blu quel tiro di Danilovic è ancora una ferita aperta. La rivalità a Basket City è sicuramente aumentata a dismisura dopo il ritorno della Fortitudo in serie A1. Quest’anno, avendo l’abbonamento alla curva della Virtus (e sono fortitudino), ho assistito al derby del giorno di Natale, in cui le "V nere" hanno battuto di 32 punti la Fortitudo. È stata comunque una partita fantastica dove il tifo era a mille, nonostante le curve avessero deciso di non esibire coreografie imponenti per rispetto alle tante diffide date quest’anno. Non vedo l’ora che sia Pasqua per assistere alla partita di ritorno, per vedere cosa si inventeranno di nuovo i due schieramenti bolognesi. So che negli anni Ottanta è successa una cosa che prima si era vista raramente: i tifosi avevano deciso di unirsi, allo slogan di "per Bologna combattenti", con l'idea di tenere alto l’orgoglio sportivo di Bologna. Durante le partite con altre squadre italiane e straniere, le due tifoserie si erano fuse, gente della sponda bianconera andava a sostenere i bianco blu e viceversa. Penso che questo sia un fatto molto bello, in quanto rende l'idea dello spirito complessivo che anima la Bologna del basket (e non solo)".
"Dovevate farmi morire"
di
Francesca Boldini
La vicenda di Ana Fidelia Quirot, nata a Cuba nel 1963, è senz’altro singolare. Parliamo di una ex mezzofondista specializzata negli 800 metri, due volte campionessa mondiale e medaglia d’argento ai giochi di Atalanta ’96. Dopo diversi titoli continentali, nel ’91 vinse l’argento ai Mondiali di Tokyo; l’anno successivo conquistò il primo podio olimpico, ottenendo il bronzo a Barcellona. Tutto ciò avvenne relativamente “tardi”: nel 1988 – quando era nel pieno della forma – si era trovata costretta a rinunciare ai giochi di Seoul, boicottati dal suo governo. Sarebbe stata una medaglia sicura.
Il 23 Gennaio del 1993, a 29 anni, la Quirot ebbe un tremendo incidente: era in casa da sola quando – mentre stava armeggiando con un fornello a cherosene – la sua cucina prese fuoco, bruciandole la maggior parte del corpo. Ana Fidelia, che era incinta, dovette partorire in anticipo, ma la bambina che aveva in grembo morì pochi giorni dopo. Furono in molti, all’epoca, a pensare a un tentativo di suicidio; le malelingue supposero che a monte del gesto ci fosse la fine della relazione con il celebre saltatore Sotomayor, di quattro anni più giovane.
L’atleta presentava ustioni di terzo grado sullo stomaco, sul collo e sotto le braccia: pare che, vedendosi allo specchio per la prima volta, abbia detto ai medici “dovevate farmi morire”. Subito dopo, la Quirot fu sottoposta a varie operazioni di chirurgia estetica e le impiantarono della pelle artificiale – oltre a pelle prelevata dal suo stesso corpo – per ridurre i danni più visibili.
Nonostante questo, Ana non perse mai la speranza di tornare a correre. Qualche mese dopo il dramma, si presentò dall’allenatore, dichiarando di essere già pronta per ripartire. Ritornò a gareggiare sul finire dello stesso anno, conquistando l’argento ai Giochi Panamericani di Ponce, a Porto Rico (https://www.youtube.com/watch?v=pcBQSYuo6vY). Vinse diverse altre corse, fino a toccare il punto più alto nel corso della finale degli 800 ad Atene, il 9 agosto 1997 (https://www.youtube.com/watch?v=rYIzBnI8Wbg). In quella circostanza fu molto acceso il confronto con la rivale di sempre, la mozambicana Maria Mutola: Ana decise fin da subito di metterle pressione, tenendosi sempre a pochi passi di distanza. Fu un evento sensazionale, tanto che la Quirot divenne un simbolo del castrismo.
Dopo il ritiro, Ana è rimasta legata al mondo dello sport cubano, ma di fatto ha deciso di dedicarsi ad un altro tipo di routine: benché orgogliosa di una carriera sofferta ma non avara di soddisfazioni, ha optato per una vita più “ritirata”, che le permettesse di dare priorità agli affetti familiari. La storia della sua risalita resta, a tutt’oggi, un riferimento imprescindibile per gli appassionati di sport.
Allo stadio con Antonella
di
Paolo Loddo
La passione è definita come un momento “caratterizzato da uno stato di violenta e persistente emozione”: proprio dalla nostra passione per il pallone, che ci ha portati fino a uno degli stadi più grandi d’Europa, ha avuto inizio la nostra avventura. Ci siamo trovati ad assistere a un semplice match di coppa di Francia, ma con la voglia incontenibile che s’impossessa di chiunque viva di sport. “Ragazzi, stasera si gioca Lione-Marsiglia!”: questa frase – di cui non riesco però a ricordare l’autore – sarà ripetuta come un’eco da una decina di persone, un tormentone iniziato in un tranquillo dopopranzo e divenuto frenetico in pochissimo tempo. Un’incontenibile Matilde Caneva ha presto convinto tutti del fatto che la cosa fosse realizzabile, benché io, da buon pessimista, mi sia mantenuto scettico fino al nostro ingresso nello stadio. La compagnia era fatta, eravamo in sette; mentre stavamo già pensando a come ottenere i biglietti, qualcuno ha gentilmente provveduto a ricordarci che senza un accompagnatore al seguito sarebbe stato impossibile. Tutto già finito, pensavamo: la dura realtà, ancora una volta, era riuscita a distruggere i nostri sogni.
Ma non ci siamo arresi e, forse proprio per questo, siamo stati premiati. In nostro soccorso è venuta Antonella (per tutti “l’Anto”, istituzione e punto di riferimento per tutto il Boldrini), che, dopo una serie di preghiere e la promessa di presentarci tutti a scuola con la maglia della Juventus (un prezzo altissimo, per alcuni di noi), ha accettato di venire. Rimaneva solo il problema dei biglietti. On-line risultavano ormai introvabili; l’ultima possibilità consisteva nello store ufficiale del Lione, che si trova nella piazza principale della città. Terminato il tour pomeridiano, è scattata la corsa ai biglietti, che fortunatamente siamo riusciti ad acquistare insieme a qualche gadget da sventolare durante il match per adeguarci all’atmosfera. Dopo esserci organizzati per i trasporti, ci siamo dati appuntamento al Parc O.L.: più ci avvicinavamo, più l’adrenalina cresceva. Già da lontano si poteva ammirare la notevole grandezza dell’impianto a disposizione del Lione, che vanta una capienza di 60.000 persone. Sono rimasto incantato dalle luci, che accolgono il pubblico all’entrata “avvolgendolo” con i colori della squadra. I posti non erano tutti occupati, dal momento che nelle partite di coppa alcuni settori sono chiusi. Uno in particolare, però, quel giorno indicava un’assenza pesante: il settore ospiti era deserto. Per via della forte rivalità fra le tifoserie, non era consentito l’accesso ai sostenitori del Marsiglia; persino nel sito della squadra, si chiedeva ai tifosi avversari di non acquistare biglietti con l’idea di mescolarsi tra la folla. Senza una delle due fazioni il clima sembrava un po’ spento, ma le due curve di ultras (rispettivamente Nord e Sud) hanno subito infiammato il pre-partita durante il riscaldamento dei marsigliesi.
C’erano tutti i presupposti per un bell’incontro; nella nostra postazione il tifo era più morigerato, ma ci abbiamo pensato noi, che ci siamo distinti per il nostro tifo “all’italiana”. La partita non è stata delle più combattute: il momento di massima tensione è stato durante un rigore ai danni degli ospiti, salvati dal loro portiere. Lo stesso Yohann Pelé non è bastato, qualche azione più tardi, a impedire ad Aouar di andare in gol e far esplodere in un grido liberatorio (era l’ottantunesimo) tutto lo stadio. Da segnalare fra le file del Marsiglia una vecchia conoscenza del calcio italiano, Kevin Strootman, oltre a Rudi Garcia a dirigere dalla panchina la squadra di casa. Il risultato finale era ormai insperato; la sensazione, per tutta la partita, era che il tutto sarebbe terminato addirittura ai rigori. L’esperienza è stata veramente bella e ha messo un punto esclamativo sulla gita didattica.
Ad Antonella vanno ancora dei ringraziamenti per averci dato l’opportunità di questa improvvisata – ma riuscita benissimo – Lione-Marsiglia. Allez Lyon allez!
Il ritiro di Marija Šarapova
di
Arianna Roncarati
Vincitrice di cinque tornei dello Slam ed ex numero uno del mondo, all’età di 32 anni Marija Šarapova ha deciso di lasciare il tennis. La giocatrice siberiana salì alla ribalta quando era appena diciassettenne, presentandosi al grande pubblico come la terza tennista più giovane di sempre a vincere il torneo di Wimbledon, alle spalle delle sole Lottie Dodd (1887) e Martina Hingis (1997). La Šarapova è stata però molto più di una semplice tennista; possiamo infatti considerarla, a suo modo, una rivoluzionaria: è riuscita a conciliare la passione per il tennis e lo status - non richiesto - di “modello” estetico universale, senza mai mettere lo sport in secondo piano rispetto alle copertine delle riviste. È conosciuta da tutti per il carattere ruvido, a volte un po’ altezzoso, ma dovuto alla sua grande competitività e voglia di vincere.
In carriera è crollata più volte in fondo alle classifiche, ma è sempre riuscita a risollevarsi. Tale tenacia è provata anche dalla gestione dei continui problemi alla spalla, che l’hanno afflitta per tutto il suo percorso, ma non l’hanno di certo abbattuta. Non sono mancati periodi complessi e difficili, in cui Marija è stata costretta ad abbandonare il tennis; ciò si è reso necessario non solo a causa di alcuni acciacchi, ma anche a seguito di una discussa e sofferta squalifica per doping. Eppure, questa volta, la perseveranza non è bastata a domare gli ennesimi problemi fisici, cui si è aggiunta un’ulteriore operazione. La Šarapova ha deciso di ritirarsi dal professionismo, ricorrendo peraltro a una lettera di commiato molto simile a quella rivolta da Kobe Bryant alla sua amata pallacanestro (“Dear Basketball” è diventato anche il titolo di un cortometraggio di cui lo stesso Bryant ha curato la sceneggiatura, vincendo l’Oscar nel 2018: https://it.wikipedia.org/wiki/Dear_Basketball). L’atleta russa ha optato per rendere pubblica la propria scelta tramite le colonne di “Vogue”, informando contestualmente i propri fan attraverso Instagram. Un passaggio rimasto impresso nella memoria di molti è proprio la formula adoperata dalla tennista per comunicare la decisione: “Forgive me tennis, I’m saying goodbye” (“perdonami tennis, ti sto dicendo addio”). Il resto del messaggio, ovviamente denso di ricordi d’infanzia, riferimenti ai sacrifici compiuti e ringraziamenti ad amici e parenti, tradiva lo stesso tono, un misto di gratitudine e sofferenza.
Se la figura dell’atleta di Sochi è stata spesso accostata a quella di altre colleghe “più belle che brave” - su tutte la connazionale Anna Kournikova, finita troppo presto per essere ridotta ad icona di fascino e fonte di gossip -, pare ormai evidente che la Šarapova si sia emancipata da questa etichetta grazie ai propri meriti sportivi. Con le sorelle Williams e le belghe Justine Henin e Kim Clijsters, appartiene al gruppo delle giocatrici più vincenti dell’ultimo ventennio. Sui piani per il futuro non ci sono dubbi: è uscita di recente la notizia secondo cui Marija avrebbe intenzione di buttarsi come imprenditrice nel mondo della moda, altra sua grande passione.
L'incompiutezza di Mattia Destro
di
Victor Mondini
Mattia Destro (Ascoli, 1991) è figlio d’arte: suo padre Flavio, ex terzino di serie A, è attualmente allenatore della Fermana (ora in Lega Pro). Proprio grazie a Flavio, il giovane Mattia sviluppa una grande passione per il calcio, cercando di andare a vedere di persona tutte le partite in cui il padre è impegnato. Dopo alcune esperienze in squadre locali, nel 2004 passa all’Ascoli: lì si mette talmente in luce da essere comprato dall’Inter (2004/’05).
Si tratta di una scelta coraggiosa per un tredicenne, ma Destro è consapevole che a Milano avrà molte più possibilità di diventare un professionista. Durante il primo anno trascorre giorno e notte al centro sportivo di Appiano Gentile, dove lo staff nerazzurro scorge in lui grandi potenzialità e tanto talento. Nel 2008 il centravanti vive la doppia vita dell’“under aggregato alla Primavera”, riuscendo a farsi trovare pronto nei momenti in cui è chiamato in causa. Forma, con Balotelli, una coppia letale.
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Il 2009 è l’anno della svolta, con il titolo di capocannoniere del campionato Primavera 1: Mattia è considerato il futuro centravanti della nazionale e i tifosi interisti si fregano le mani. Eppure, complice l’asse che porta Milito e Motta all’Inter, Destro passa al Genoa per 2.5 milioni di euro (record per un ragazzo senza presenze in A).
L’esperienza con il Grifone regala a Mattia l’esordio in Serie A, un Genoa-Chievo in cui, nonostante la sconfitta, bastano a Destro solamente sei minuti per segnare il primo gol ufficiale. I pronostici vengono però presto smentiti: il giocatore terminerà la stagione con 16 presenze e 2 reti.
Nell’estate 2011 c’è il prestito al Siena neopromosso, con l’obiettivo di salvare la squadra. Destro disputa una stagione straordinaria, segnando 12 gol in 30 partite e riuscendo, insieme a Calaiò, ad evitare ai toscani la retrocessione.
Dopo un’estate turbolenta a causa dalle diverse voci di mercato (lo cerca il Monaco), Mattia firma con l’A.S. Roma, ma Zeman gli preferisce Osvaldo. L’attaccante si rende comunque molto utile alla squadra, finendo per essere un pupillo di Rudi Garcia nonostante sia chiuso da Francesco Totti e poi da Edin Džeko. Con la Roma colleziona 29 gol in 68 partite, coppe comprese. Vive positivamente la sua permanenza nella capitale: in giallorosso conquista la Nazionale e trova il gol nelle qualificazioni ai Mondiali 2014. Non solo: nel 2013 conosce la showgirl Ludovica Caramis, con cui convola a nozze nel settembre 2014.
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Nella stagione seguente l’atleta e il suo entourage decidono di cambiare aria, ma nel prestito al Milan trova poco spazio (appena 3 gol in 15 gare), anche per colpa di un infortunio al ginocchio che si porta dietro da un po’. La possibilità di mettersi in mostra arriva nell’estate del 2015, in cui Mattia è acquistato dal Bologna per 12,5 milioni di euro più bonus.
Appena arrivato in città i tifosi lo accolgono come se fosse il colpo del secolo; più di 400 persone accorrono in stazione a dargli il benvenuto. Eppure tra lui e il Bologna non inizia benissimo, dato che dopo due mesi dall’inizio del campionato il centravanti (maglia n. 10) è ancora a secco di reti. Tutto cambia nel pomeriggio di Halloween, durante il Bologna-Atalanta che segna l’esordio di Donadoni in panchina. Nel 3-0 felsineo, Destro realizza il 2-0 con un destro secco a incrociare che beffa Sportiello.
Da lì in poi la situazione migliora, ma la gente si aspetta di più: a Bologna non si accontentano degli 8 gol stagionali. A parte un buon 2016-’17 (11 marcature), si presentano nuove difficoltà che si protraggono fino al febbraio 2019, quando il Bologna esonera Filippo Inzaghi e al suo posto subentra Siniša Mihajlović. Il rapporto tra i due è davvero buono; è anche grazie a 4 gol di Mattia (epico quello al Sassuolo al 97’) che il Bologna si riesce a salvare.
Ma, nel 2020, uno stato di forma ballerino e un rendimento troppo altalenante (e condito da troppi gialli) fanno sì che le strade dell’attaccante marchigiano e del Bologna si separino (l’esperienza bolognese si chiude con più di 30 gol in 105 incontri).
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Pronto per una nuova avventura, l’atleta si accasa in prestito al Genoa. Decide di tornare nella città che lo aveva fatto esordire; ora, però, è mosso dalla speranza di ritrovare nuovamente le capacità che negli ultimi anni si sono appena intraviste.
Quello di Destro è a detta di molti un problema di tenuta “psicologica”. Ora che è prossimo ai trent’anni, si spera che riesca a sbloccarsi sia mentalmente che sotto punto di vista dei gol: senza sapere se il rientro a Genova sia la scelta giusta, gli auguriamo che possa trovare le condizioni ideali per ristabilirsi sui livelli di Siena e Roma.
A Bologna non gli sono state certo risparmiate critiche, ma a qualcuno, compreso il sottoscritto, manca non poco.
Apologia di Federico Buffa, cronista sportivo
di
Paolo Loddo
Il mondo del basket targato USA non si limita solamente alla NBA, bensì ci apre a un multiverso pieno di giocate da vedere fino alla beatificazione cestistica, storie da raccontare alle generazioni future allo stesso modo in cui, nei tempi antichi, venivano cantate le gesta degli eroi greci. L’unica differenza coi miti del passato è che di semi-divinità sui playground ne abbiamo viste per davvero e in presa diretta. L’avvocato Federico Buffa, che di professione fa il giornalista, con il suo libro Black Jesus. The anthology ci porta con sé dai campetti dei bassifondi di Brooklyn fino ai più ambiti parquet delle scuole per ricchi, se non di denaro, almeno di talento.
Il volume consiste in una raccolta di storie che, alla lettura, danno la stessa sensazione che si ha nell’ascolto di un audiolibro, per l’intensità con cui si presenta la voce narrante dell’autore, una delle più amate dagli appassionati nostrani di basket. Buffa, da abile storyteller, trasmette il suo stile narrativo dall’orale allo scritto, senza che ne risenta la sua straordinaria capacità di rendere interessante anche il più piccolo dei dettagli. Se si esamina lo stile, non si trovano termini particolarmente ricercati, ma gli incastri delle frasi donano eleganza a ogni parola utilizzata. Per il lettore non risulta difficile arrivare in fondo; è anzi un’esperienza ricca di variazioni. Il testo è suddiviso in capitoli, se così si possono definire, che riportano citazioni o addirittura brani di canzoni, e, in chiusura, compare una lista di cento frasi e dialoghi sicuramente non indifferenti ai cultori della palla a spicchi.
La storia che ho avuto modo di apprezzare di più è stata quella su Earl Manigault, un uomo che avrebbe messo in difficoltà perfino Michael “His Airness” Jordan o Vince Carter aka “Air Canada” in una gara di acrobazie al ferro, quel maledetto ferro su cui non è mai riuscito a sedersi post schiacciata. Il testo presenta una digressione che, per quanto triste, lascia stupiti, perché rivela la difficoltà dei salti di cui era capace il mito di Harlem.
Ho amato molto, in altre storie, il racconto in prima persona di Buffa alla ricerca dei personaggi di cui parlare.
Black Jesus dà una panoramica del basket americano a qualsiasi livello e ci mostra come la pallacanestro non consista tanto nel semplice palleggiare né nel tirare a canestro, quanto piuttosto nel conoscere ogni storia che riguardi giocatori passati e presenti o nel pronunciare il nome di Kobe per ogni lancio messo a segno nei cestini. E tutto questo è contenuto in quello che si può considerare davvero il vangelo cestistico per eccellenza.
Una ventata di novità in Formula Uno: il caso della Haas
di
Leonardo Acciari
“Principale categoria dell'automobilismo sportivo. Il campionato mondiale di F1, disputato per la prima volta nel 1950, è regolamentato dalla FIA (Federazione internazionale dell'automobile) e assegna tutti gli anni, al termine di una serie di corse (Gran Premi), il titolo piloti (20 partecipanti) e quello costruttori (10 scuderie) ”. Per i meno ferrati sui motori, questa è la definizione più semplice che troverete cercando su Google ‘Formula Uno’ (fonte “Enciclopedia Treccani”).
Per rendere un’idea dello scenario attuale, sarebbe troppo semplice e riduttivo limitarsi a fornire una panoramica delle scuderie principali (Ferrari, Mercedes o Red Bull); queste rappresentano un equivalente, in termini motoristici, di club come Paris Saint Germain o Manchester City, i cui risultati derivano quasi esclusivamente dal capitale di qualche sceicco. Ciò che invece, a mio parere, offre una visione a 360 gradi di questo sport, è la situazione di scuderie che, sebbene siano considerate “underdog”, riescono comunque ad arrivare a risultati ampiamente al di sopra delle aspettative.
Una delle squadre che hanno investito meno capitale è la “Haas F1 Team”. Se è opportuno, in linea di massima, scomodare il concetto di “squadra”, questo è in virtù del fatto ogni singola scuderia è composta da centinaia di persone, tenendo conto di meccanici e personale amministrativo. Nel caso della Haas, tale aspetto risulta maggiormente enfatizzato, poiché si tratta di un gruppo compatto in grado di coinvolgere tutti i suoi dipendenti: a ciò vanno sommate la straordinaria preparazione degli addetti alla progettazione della monoposto e l’estrema fiducia riposta nei piloti. Posta la tendenza generale di questi ultimi a perdere fiducia dopo una gara andata male (argomento sviscerato al meglio da Will Buxton, giornalista ed ex pilota di Formula 1, nell’intervista della serie Netflix “Drive To Survive”), la Haas rappresenta un’eccezione: il pilota non viene licenziato da un giorno all’altro, ma riceve, al contrario, piena fiducia; è ovvio, d’altra parte, che trovare uno dei 20 piloti migliori al mondo non sia così semplice. Il team è stato assemblato appena 5 anni fa e, al debutto, ha già ottenuto risultati che nessuno era riuscito a far registrare nel decennio precedente: sono riusciti a posizionare entrambe le vetture in zona punti per due gare consecutive. Per una scuderia neonata non è impresa da poco: si noti che la differenza di capitale rispetto alle grandi squadre è di circa 400 milioni di dollari. La Haas sta dimostrando che, pur essendo un team giovane, è comunque in grado di competere con la storia di colossi che fanno parte del circuito dagli anni Cinquanta. Oltre alla guida di Grosjean e Magnussen, la Haas ha tratto vantaggio dalla propria strategia: lo stesso Buxton, sulla rivista “Racer”, ne ha resi noti gli escamotage per utilizzare al meglio le limitazioni imposte dalla FIA sui cambiamenti della struttura della vettura; sono riusciti, in sostanza, a garantirsi la massima prestazione con la minima spesa. Questo precedente, chiosa Buxton, renderà le grandi scuderie più vulnerabili. Abituate da sempre a spendere più sui motori che sulle componenti aerodinamiche, esse dovranno, d’ora in avanti, concentrarsi non solo sulla spesa, ma anche sulla ricerca.