Un mindblow completamente inaspettato
di
Federico Pini
Il sesto senso è un lungometraggio del 1999, di M. Night Shyamalan della durata di 107 minuti, prodotto e ambientato negli Stati Uniti d' America.
Questo film inizia subito in modo a dir poco scioccante: uno psicologo sta passando una tranquilla serata con la moglie quando sente un rumore sospetto provenire dal primo piano della casa, sale le scale per scoprirne la provenienza e incontra un paziente di molti anni prima che, dopo aver parlato di voci, persone che vede solo lui e aver ricordato una promessa fatta dallo psicologo, gli spara e in seguito si suicida.
Passano alcuni anni da questo evento traumatico e lo psicologo inizia a seguire un bambino che, curiosamente, gli ricorda l'altro paziente.
Il bambino è infatti spettatore di eventi molto particolari (finestre e porte che si aprono senza nessuno che le muova né vento che soffi, sedie e tavoli che si spostano senza intervento umano e simili) e, come da cliché, è anche trattato male a scuola, sia dai professori che dai compagni.
Psicologo e bambino diventano pian piano amici. Un giorno il bambino svela allo psicologo che può vedere i morti e interagire con loro.
Da questo punto in poi la storia proseguirà in modo piuttosto originale e il finale sarà un mindblow completamente inaspettato!
Questo capolavoro, che darà i natali a tutti gli horror psicologici del XXI secolo, dai toni cupi e risvolti inquietanti, risulta da subito piuttosto coinvolgente. Il ritmo narrativo è prevalentemente piatto, il che dà, in compenso, notevole efficacia e risalto ai jumpscare e ai momenti di maggior tensione.
La pellicola, che in una serie di escalation e rivelazioni dove anche le certezze più salde potranno venire meno, regala allo spettatore brividi d'autore senza bisogno di ricorrere a esagerazioni sceniche, giocando con estrema bravura sul filo della suggestione. Si ricompongono quindi i tasselli, distribuiti gradualmente, di un impressionante mosaico. Nonostante a fine visione rimangano alcuni dubbi, il film stupisce per originalità e non fatica a mantenere lo spettatore incollato allo schermo. La creazione di Shyamalan convince, e merita sicuramente la visione da parte di tutti.
Shakespeare reinterpretato da Netflix
di
Francesco Di Stefano
The King è un film originale Netflix, uscito nel 2019, e diretto da David Michôd.
Hal, interpretato da Timothée Chalamet, è il principe d’Inghilterra, anche se non si comporta come ci si aspetterebbe da un membro della famiglia reale: passa le giornate a bere, a far festa e a divertirsi con donne di dubbia provenienza quando, per una serie di eventi, si ritrova incoronato Re col nome di “Enrico V” d’Inghilterra. I suoi cortigiani gli fanno credere di essere stato provocato dal re francese, al quale, dopo diversi tentennamenti, dichiarerà guerra.
Si ritroverà in un ambiente ostile, in cui non viene preso in considerazione seriamente da nessuno; infatti chiamerà a corte il suo compagno di bevute, John Falstaff, abile stratega, come sua spalla destra nella spedizione militare contro la Francia. La guerra inizialmente sembra favorire il contingente di Hal; infatti espugnano un castello in terra gallica, ma presto si ritrovano in una situazione di netto svantaggio: l’armata del Delfino di Francia è molto più numerosa e “gioca in casa”. I consigli di John porteranno a un trionfo dell’Inghilterra, ma il consigliere più fidato del re perderà la vita nella celebre Battaglia di Agincourt.
Enrico V, per garantire la pace, opterà per un matrimonio con la principessa francese Catherine e, tornato in patria, capirà che il Re d’oltremanica non aveva mandato nessuna provocazione: era stato tutto un piano del ministro William di Guascogna, che voleva lucrare sull’invasione e così acquistare svariate terre. Il sovrano decide quindi di ucciderlo, spinto dall’ira e dal dolore per la morte del suo amico Falstaff, che ha perso la vita nella battaglia voluta proprio dall’infido ministro.
Tecnicamente è al solito livello Netflix: mai una scena inutile o scontata, attori fenomenali, riprese panoramiche di altissimo livello; insomma il budget non è andato sprecato. La perfomance di Chalamet è indubbiamente encomiabile; il discorso prima della battaglia finale mi è rimasto impresso.
Per correttezza ho voluto vedere Henry the V, ovvero l’opera teatrale da cui è nato tutto, e, dopo diverse ricerche, sono riuscito a trovarla online e le conclusioni sono presto tratte: David Michôd ha alleggerito la storia, mantenendone lo scheletro completamente intatto, creando un capolavoro cinematografico adatto a tutta la famiglia e che senza alcun dubbio verrà ricordato come uno dei film più interessanti dell’anno.
Amicizie pericolose
di
Aurora Chiarelli e Sabrina Santangelo
Thirteen è un film del 2003, diretto dalla regista Catherine Hardwicke e girato negli USA. Racconta la storia di Tracy, una ragazza all’alba dei suoi 13 anni, la cui vita cambia drasticamente dopo l’incontro con Evie Zamora.
Tracy, che era sempre stata dolce, intelligente, con valori saldi e amicizie valide, malgrado una situazione familiare alquanto difficile, comincia a essere presa di mira dai suoi coetanei a causa della sua diversità. S’interroga allora non solo sul suo modo di vestire e sulle sue amicizie, ma soprattutto sulla sua identità. A stravolgere definitivamente il suo equilibrio arriva l’incontro con Evie Zamora, un’adolescente spigliata, menefreghista, ribelle e senza valori. Tracy viene trascinata impetuosamente dalla corrente negativa di Evie, cui non riesce a opporsi.
Thirteen è un film che fa riflettere sulle problematiche e i disagi dell’adolescenza; in particolare sul bullismo, sulla dipendenza dalle droghe e dall’alcool e sulla depressione. Sicuramente si tratta di un film piuttosto diretto in alcune scene. Una delle più significative è quella della fine di un’amicizia che si scopre essere stata in realtà solo una menzogna, a causa del modo in cui Tracy viene “pugnalata alle spalle” da Evie. In quel momento Evan Rachel Wood (l’attrice che interpreta Tracy) incarna, nel modo più realistico possibile, sentimenti come disperazione, senso di colpa e collera, facendo trasparire queste emozioni attraverso intense espressioni del viso e sguardi penetranti.
Molto significativo è anche il modo in cui la regista ci mostra il progressivo sgretolarsi del rapporto tra madre e figlia, a causa della persistente influenza negativa di Evie. A quel punto Tracy, nel susseguirsi degli eventi, non fa altro che provocare dolore alla famiglia, ma soprattutto a sua madre.
Un’altra delle scene più crude e toccanti è quella in cui Tracy, trascinata dalla disperazione e dal suo stato familiare complicato, comincia a scivolare nell’autolesionismo e si ferisce ripetutamente.
Senza dubbio l’interpretazione di Evan Rachel Wood, durante scene così delicate ed esplicite, è fenomenale; perché ha saputo calarsi al meglio nella parte di un’adolescente impigliata in un turbine di difficoltà.
Se un'app demoniaca controlla la tua vita
di
Alice Donini e Giulia Lelli
Countdown è film horror-thriller del 2019, scritto e diretto da Justin Dec.
Il film è incentrato su una nuova app dai risvolti terrificanti: coloro che la usano iniziano a morire in modo misterioso. Durante una festa, un gruppo di ragazzi decide di scaricarla, lanciando una sfida: chi rimane con il minor tempo da vivere deve bere tutti gli shot presenti sul tavolo. È una giovane di nome Courtney, cui rimangono solo tre ore di vita, a trovarsi nella situazione peggiore.
Alla fine del party, lei si rifiuta di tornare a casa in macchina con Evan, il suo ragazzo, perché ubriaco. In quel momento, Courtney riceve una notifica da parte dell’app, in cui viene informata della sua infrazione del contratto di utenza; scaduto il tempo che le resta da vivere, viene uccisa da un’entità misteriosa. Nel frattempo Evan si schianta contro un albero e uno dei rami trapassa il sedile su cui si sarebbe dovuta sedere la fidanzata.
Dopo la morte di Courtney, Evan si confida con un’infermiera di nome Quinn Harris, dicendole che, secondo l’app, gli sarebbero rimasti solo pochi minuti di vita. Lei lo tranquillizza, cercando di minimizzare. Mentre Evan sta andando in bagno, il demone però lo assale, uccidendolo.
Allora anche l’infermiera decide di scaricare l’applicazione: inserisce i suoi dati e scopre che le rimangono solo pochi giorni. Comincia ad avere incubi. Fa varie ricerche su questa applicazione e viene a conoscenza di molteplici casi di persone nella stessa situazione di Courtney. Prova ripetutamente a disinstallare l’applicazione, ma è impossibile; decide quindi di cambiare telefono, idea che si rivela poco saggia, perché l’app le compare istantaneamente anche sul nuovo apparecchio. In seguito Quinn incontra Matt, un ragazzo che pure si trova alle prese con l’app demoniaca. Insieme pensano a una soluzione. Decidono di rivolgersi a Padre John, un sacerdote cui raccontano la loro storia e che accetta di aiutarli. Lo stratagemma per uccidere il demone assassino sembra essere quello di costruire un cerchio fatto di sale e vernice e tenere in mano un crocifisso per ciascuno. Riusciranno nell’impresa?
Al giorno d’oggi esiste un’applicazione per tutto, ci sono delle app innocue e delle app che apparentemente non sembrano pericolose, ma in realtà lo sono; prima di scaricare qualsiasi applicazione occorre prima informarsi e poi valutare se sia il caso di installarla o meno. L’uso continuo del cellulare crea dipendenza e con il tempo può provocare danni permanenti.
Il tempo vola, ma in classe economica
di
Jacqueline Macchia e Chiara Tonioli
Finalmente il “vecchio” Woody Allen ritrova, in “Un giorno di pioggia a New York”, il suo stile che si era perso nel tempo. Il regista si può riconoscere già dalla sigla e dal font dei titoli, come dai soliti Santo Loquasto alla scenografia (candidato a 3 premi Oscar), Vittorio Storaro alla parte cinematografica (3 premi Oscar) e, non ultima, dalla tipica colonna sonora piena di riferimenti alla “vecchia America” di inizio secolo, con citazioni continue a Irving Berlin. Tutto fa pensare ad un film girato negli anni ’30 e anche i costumi sono un po’ rétro, poi gli attori tirano fuori gli i-Phone dalle tasche e si capisce che siamo nel 2019.
Il cast
Il protagonista è Gatsby (un giovane e promettente Timothèe Chalamet), che è anche la consueta voce narrante, nei panni di un giovane Woody Allen, amante delle atmosfere della vecchia New York, che dà appuntamenti alle ragazze, sotto la pioggia, nei luoghi più romantici di Manhattan (dal piano bar dell’Hotel Carlisle al Met, in ricordo di “Io e Annie” e “Manhattan”). Il nome Gatsby riprende il celebre libro “Il grande Gatsby” di Francis Scott Fritzgerald, reso ancora più celebre dal film del ’74 di Coppola con Robert Redford e dal remake del 2013 con Di Caprio. Il nome non è scelto a caso: il Grande Gatsby ama fare feste gigantesche a cui però non partecipa mai, mentre qui il protagonista, pur odiando le feste dell’alta società, è costretto a parteciparvi. Gatsby è un “giovane Holden” che odia l’università, ma è molto intelligente, si sente costretto dalla famiglia a cercare una professione e “sa solo quello che non vuole fare”. Il rapporto conflittuale con la madre, donna esigente e di buona famiglia, lo spinge a suonare il piano e a leggere, ma paradossalmente si risolverà quando la donna rivelerà al figlio che ciò che lo spinge a giocare d’azzardo e a frequentare il demi-monde è un “gene” che deriva da lei, ex prostituta prima di entrare a far parte della classe agiata.
La figura di Ashleigh (Elle Fanning, perfetta per la parte) apparentemente una ingenua di provincia, ex miss liceo, è la Mia Farrow del 2019, impacciata e timida ma capace attrarre tutti i personaggi famosi che incontra, dal regista in crisi artistica deluso dal suo film (Liev Schreiber) allo sceneggiatore (Jude Law) che sorprende la moglie infedele, fino all’attore latino stra-famoso (Diego Luna) con cui è pronta a tradire Gatsby. Sono tutti personaggi che mostrano la falsità del mondo dello spettacolo, ma che attirano i non- famosi come Ashleigh.
La parte di Shannon segna il ritorno al cinema di Selena Gomez (nata grazie alla serie Disney “I maghi di Waverly”), che è l’opposto di Asheligh, scura, ironica e l’unica che fa aprire gli occhi a Gatsby sul fatto che critichi continuamente i ricchi genitori, ma allo stesso tempo usufruisca dei loro soldi: a questo si contrappone la libera scelta di rendersi autonomi. Shannon è sempre di famiglia ricca, ma vive la sua vita come vuole, pur amando i suoi genitori: è sua la frase “la vita reale è per chi non sa fare di meglio”. Anche Shannon ama la pioggia e gli stessi luoghi romantici di Gatsby ed insieme, infatti, propiziano un finale perfetto e rassicurante, un bacio sotto la pioggia davanti all’orologio dello Zoo.
La trama
Inizialmente le vite dei protagonisti, due giovani universitari, scorrono felici. Gatsby sembra amare Ashleigh, presto tutto si capovolge e si capisce che gli amori non corrispondono alla verità. La coppia si reca a New York: Ashleigh, aspirante giornalista, riesce ad ottenere un’intervista con un famoso regista, Roland Pollard, in attesa dell’uscita del suo ultimo film. Il regista le aveva concesso solo un’ora per l’intervista, ma finisce per portare la giovane con sé all’anteprima del film e i due ragazzi sono costretti a stravolgere il loro weekend.
Nel frattempo Gatsby si imbatte per caso in un “lavoro” come comparsa per un progetto universitario di un suo amico e lì ritrova una vecchia conoscenza, Shannon, sorella minore di una sua ex. Ashleigh rimane intrappolata nel correre dietro al regista depresso, insieme ad un irriconoscibile Jude Law, lo sceneggiatore. Gastby si vede costretto a passare del tempo da solo e finisce al Met con Shannon, dove si imbatte negli zii, mentre lui era a New York di nascosto per evitare il consueto party di autunno dei genitori. Finisce così per doverci andare, ma accompagnato da una finta Ashleigh, una prostituta che paga con soldi vinti a poker. Il denaro, che per Gatsby ha sempre poco valore, non è guadagnato con fatica, ma è qualcosa di “vinto”, qualcosa in più. Al party, però, la madre lo smaschera, per poi rivelargli il segreto legato alla sua vita precedente.
Gatsby capisce cosa vuole durante un giro in carrozza con una Ashleigh ormai cambiata, non più vestita da collegiale ma da donna adulta. L’epilogo preannunciato è proprio l’appuntamento non concordato con Shannon, sotto l’orologio dello zoo mentre piove, con un bacio da finale old style. La vita si conferma come un continuo rovesciarsi di situazioni; come dice Gatsby, “il tempo vola, ma in classe economica, in modo poco confortevole”. Tutto il film scorre leggero, con battute che fanno sorridere, ironiche e mai volgari. Si tratta di una commedia vecchio stile e un ritorno all’amata Manhattan di Woody Allen.
Affrontare e sdoganare
di
Diego Marri
Chiamami col tuo nome, basato sul romanzo del 2007 di André Aciman (Call me by your name), è stato diretto da Luca Guadagnino. Girato a Villa Albergoni, a Crema, è uscito negli USA il 24 novembre 2017 e in tutto il mondo il 19 gennaio 2018: il film, romantico e con un finale doloroso, ha ricevuto numerose nomination tra cui quella come miglior film drammatico ai Golden Globe Awards, in cui ha vinto McDonagh con Three Billboards Outside Ebbing, Missouri. Nonostante ciò, è stato premiato come miglior film dell’anno dall’American Film Institute e dalla Los Angeles Film Critics Association.
Come ogni anno, Elio Perlman, diciassettenne ebreo americano, trascorre l’estate al Nord Italia, nella villa in campagna dei suoi genitori. Il padre, professore di archeologia, è solito invitare ed aiutare studenti stranieri alle prese con la tesi di dottorato: nell’estate del 1983 arriva Oliver, un ragazzo di 24 anni appena laureato, anch’egli ebreo americano. I due ragazzi non cercano da subito di approcciarsi l’uno all’altro, ma col passare dei giorni si ritrovano a trascorrere del tempo insieme ed Elio finisce per invaghirsi del bel giovane. Oliver non si mostra interessato e questo porta Perlman a frequentare una sua amica. Tutto cambia quando Elio fa intendere a Oliver di provare qualcosa per lui, ma questi sembra non voler affrontare la realtà, nonostante i due si lascino andare ad un bacio. L’allontanamento tra i ragazzi rende i giorni seguenti interminabili. Elio decide di recuperare il legame e lascia un messaggio - su un pezzo di carta - nella stanza di Oliver. Alla mezzanotte del giorno seguente i giovani si incontrano e, per la prima volta, trascorrono la notte sotto le coperte dello stesso letto. Quando finalmente sono quasi una coppia, Oliver dovrà passare qualche giorno a Bergamo e i genitori di Elio, sapendo della relazione, consentiranno al figlio di andare con lui. Il giorno della partenza di Oliver per gli States, si lasciano con un toccante addio alla stazione e Perlman torna in paese insieme alla madre. Il ragazzo, sentendo già la mancanza di Oliver, si fa consolare dal padre con parole che lo fanno riflettere. Arriva l’inverno; durante la Chanukkah la famiglia Perlman riceve una telefonata da Oliver, che annuncia l'imminente matrimonio con la sua ex. Nonostante riveli a Elio di non aver dimenticato i momenti passati insieme, al termine della telefonata il diciassettenne è affranto e amareggiato, si siede davanti al camino e piange in silenzio.
Chiamami col tuo nome intende chiaramente affrontare e sdoganare la tematica dell'omosessualità. I due giovani, nel film, inizialmente si vergognano del sentimento che sta nascendo ed è molto evidente nel personaggio di Oliver, più adulto e maturo rispetto ad Elio, che invece è ancora un “ragazzino”. Col tempo però, si lasciano guidare dal cuore a viversi appieno. Questo quadro rispecchia esattamente la realtà: ogni ragazzo o ragazza che sia, nella fase di crescita in cui inizia a percepire questo essere “diverso” dagli altri, tende a mascherarlo, temendo le reazioni delle persone e della società. Si dà sempre per scontata l’eterosessualità, quasi come se fosse la regola: è qui che si sbaglia. Credo che sia molto importante abbattere ogni stereotipo, in quanto esistono differenti orientamenti sessuali. Il problema andrebbe risolto alla radice: fin da piccoli veniamo cresciuti con l’idea che il blu sia per maschietti e il rosa per femminucce; che il calcio sia per i maschi e le bambole siano per le femmine; che i capelli corti spettino ai maschi e i capelli lunghi siano prerogativa delle femmine. Sembra banale, ma è da queste “impostazioni” che nascono i dubbi e le incertezze, poiché quando un ragazzo di 13 anni preferisce le bambole e il rosa, la società non fa che criticarlo, inducendo il soggetto a sentirsi “sbagliato” e a nascondersi.
A mio avviso, la parte più toccante del film consiste nel dialogo tra Elio e suo padre nel finale: quest’ultimo invita il figlio a non smettere di provare e a “uccidere”quel sentimento tanto desiderato. Gli amori nel corso della vita sono tanti e, quando finiscono, non possiamo continuamente strappare via una parte di noi per il solo scopo di guarire in fretta: così facendo, abbiamo meno da offrire ogni volta che troviamo una persona nuova. Il cuore e il corpo ci vengono dati soltanto una volta ed è giusto che nei nostri anni di gioventù proviamo esperienze e sentimenti nuovi senza precluderci niente. Nel suo discorso, il padre aggiunge che non tutti i genitori sarebbero felici di avere un figlio gay: nella quotidianità dei fatti, purtroppo, è così. Non sono pochi i ragazzini suicidi - prima ancora di raggiungere la maggiore età - solo a causa della la loro natura, non condivisa, appunto, da padre e madre. Certo il progresso sta facendo il suo corso su questa tematica: nel 2019, alla lista dei Paesi che legalizzano l'omosessualità, si è aggiunto il Botswana (Sud Africa); tuttavia, l’amore omosessuale è ancora vietato dalla legge in più di 70 Stati nel mondo.
Chiamami col tuo nome parla di un argomento in chiave più che naturale ed è proprio questo che lo rende speciale; per Luca Guadagnino l’obiettivo non era creare un film LGBT+, ma mostrare la chimica e l'intimità che possono nascere tra due persone. Non intende metterci davanti una cruda verità, ma in modo dolce e attraverso un’atmosfera rilassante induce lo spettatore a non pensare con negatività a ciò che vede sullo schermo.
Le insidie del libero arbitrio
di
Francesca Boldini e Federico Pini
Blade Runner è un lungometraggio del 1982, diretto da Ridley Scott, prodotto negli Stati Uniti d'America e a Hong Kong, ma ambientato in una distopica Los Angeles del 2019.
Il film comincia, molto in stile Star Wars, informandoci che la scienza ha fatto grandissimi progressi, arrivando persino a produrre degli esseri sintetici del tutto simili agli umani, ma dotati di forza, agilità e intelletto superiori, chiamati "replicanti", il cui solo limite è la brevissima durata vitale (limitata a quattro anni). I replicanti rappresentano la principale forza lavoro nelle colonie extra-mondo, ma sulla Terra sono illegali. Sei degli androidi del modello più evoluto (tre maschi e tre femmine) sono fuggiti e, arrivati a Los Angeles, hanno cercato di introdursi nella loro azienda di produzione per modificare la propria durata vitale. Due di loro sono finiti folgorati in un campo elettrico, mentre gli altri sono fuggiti. Uno di questi, Leon, è stato individuato tra i candidati in cerca di lavoro nell'azienda, ma è riuscito a scappare sparando all'agente che lo stava sottoponendo a un test per il riconoscimento dei replicanti. Toccherà a Rick Deckard (impersonato da un giovane, ma già strabiliante, Harrison Ford), cacciatore di taglie forzatamente richiamato della squadra speciale “Blade Runner”, eliminare i quattro replicanti ancora in circolazione. Il finale del film è di quelli che fanno desiderare allo spettatore un secondo capitolo, oltre che una seconda visione!
Questo lungometraggio è un'opera straordinaria che, nella sua veste di film di fantascienza e con la sua complessità, va a toccare persino alcune questioni già poste in evidenza da Cartesio, addirittura citato direttamente in una scena. Nel corso della storia, infatti, emergono i temi della coscienza di sé (cogito ergo sum) e del libero arbitrio, in relazione a esseri fondamentalmente diversi dagli umani, quali sono gli androidi.
Durante l'intera pellicola, viene mostrato come i replicanti abbiano una coscienza, non intesa in senso morale, ma piuttosto come attività riflessiva del pensiero con cui l'io diventa consapevole di sé stesso, e come questa si manifesti, anche e soprattutto, nel loro provare emozioni, sensazioni e nel loro spirito di autoconservazione. Questo è anche evidenziato da un paio di frasi dette da due dei replicanti superstiti: "Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire" e la citazione, direttamente riconducibile a Cartesio, "Io penso, Sebastian, pertanto sono".
Il libero arbitrio, inteso come possibilità umana di commettere errori, dev'essere ricercato nella decisione dei replicanti di fuggire dalle colonie extra-mondo e venire sulla Terra per cercare di prolungare la propria vita. È proprio questa decisione (erronea), infatti, a causare la morte di tutti loro. La libertà di scelta, che è stata data ai replicanti, li ha portati a dare l'assenso all'idea, confusa e insicura, di agire per allungare la propria vita, di non restare al proprio posto e ribellarsi all'ordine stabilito.
Che dire! Blade Runner è sicuramente un must per ogni amante delle pellicole di fantascienza, magari anche per aspiranti filosofi.
Nei panni di Joaquin Phoenix
di
Giacomo Gherardi e Mario Cassetta
Joaquin Phoenix, uomo carismatico dallo sguardo ipnotico, negli anni si è guadagnato la nomea del “bello e dannato”. Terzo di cinque fratelli e figlio di genitori atipici, cresce in circostanze travagliate e insidiose; proprio l’appartenenza dei suoi a una setta religiosa porterà la famiglia a vagare per l’America, senza punti fermi e alla continua ricerca di opportunità.
La prima caratteristica che traspare è la versatilità di Phoenix. Nelle sue interpretazioni si perde la dimensione dell’attore e si assume quella del personaggio: Phoenix è i suoi personaggi, ci fa credere di essere nato con gli stessi sentimenti e caratteristiche di chi interpreta, capace com’è di passare in un attimo dalla calma all’ira incontrollata. Può sembrare un moderno Odisseo, il cui ingegno multiforme è però spesso interpretato come sinonimo di pazzia: spesso la stampa ha confuso l’ambito lavorativo con la realtà quotidiana, sovrapponendole.
L’ esordio nel mondo del cinema si ha in tenera età, a otto anni, sulle orme del fratello maggiore River; Joaquin appare in piccoli ruoli televisivi, ma, proprio con la morte di River per un’overdose al “Viper Room” (locale di Johnny Depp), entra in depressione abbandonando cosi per due anni gli studi cinematografici. Dopo vari film, non sempre all’altezza delle sue vere capacità, riesce finalmente a farsi un nome, per via dell’interpretazione folle e non stereotipata dell’imperatore Commodo (con cui ottiene la sua prima candidatura al premio Oscar) nell’anno 2000.
Come è noto, l’attore ha raccolto grandi consensi con la sua ultima interpretazione nella parte del Joker. Dal 2014 desiderava interpretare il cattivo di un fumetto, ma solo nel 2019 è riuscito a portare a compimento il suo sogno con il film di Todd Philips: “Joker” è il racconto di come Arthur Fleck, un clown di professione, si trasforma in un personaggio violento e spietato. La cosa più apprezzata del protagonista è la sua risata, valorizzata anche dal regista. Dopo un’intervista rilasciata da Phoenix, in cui si parlava dei suoi trascorsi difficili, il pubblico ha decretato che fosse l’attore perfetto per questa parte. Molti hanno sostenuto che Joaquin sia stato migliore di Heath Ledger, che ha recitato nei panni del Joker nel 2009 e si è suicidato poco tempo dopo. Ma è solo l’ultima grande prova di una serie: Phoenix è stato molto apprezzato in altri film di uguale importanza, come “Irrational Man”, diretto da Woody Allen, “Her” (in italiano “Lei”) e “The Master”.
Si tratta di un attore da stimare anche a livello civile: il suo impegno in cause umanitarie è costante e di spessore; da membro di varie organizzazioni a supporto di persone povere e animali, si batte per i diritti sociali altrui, sfruttando in chiave positiva la sua notorietà.
La questione della violenza tra Hobbes e Scorsese
di
Francesca Boldini e Giulia De Carlo
Gangs of New York è un film diretto da Martin Scorsese, uscito nel 2002. Tra i protagonisti della pellicola possiamo trovare personalità di spicco quali Daniel Day-Lewis, Leonardo DiCaprio, Cameron Diaz, Liam Neeson e molti altri.
La storia è ambientata nel 1846, nel degradato quartiere Five Points di New York, dove si scontrano due bande rivali: gli irlandesi cattolici “Conigli Morti” contro i protestanti nazionalisti “Nativi”. Le due gang si affrontano per il dominio sul quartiere e, dalla battaglia, esce vincitore il capo dei Nativi, Bill il Macellaio. Tuttavia, poiché il Macellaio rispetta profondamente il suo rivale, decide di risparmiarne il figlio Amsterdam, mandandolo in riformatorio. Solo nel 1862, il bambino ormai cresciuto farà ritorno a Five Points, con l’intenzione di vendicare la morte del padre. Gli unici a essere a conoscenza della sua presenza in città saranno alcuni membri dei Conigli Morti, tra i quali il suo amico d’infanzia Johnny. Sebbene inizialmente motivato dalla volontà di rendere giustizia al padre, in seguito Amsterdam resta affascinato dalla figura del Macellaio, capo indiscusso del quartiere, e riesce a conquistarsi il suo rispetto. Ottiene così di essere nominato suo braccio destro, grazie al fatto che il temibile Bill ignora la sua vera identità. La figura di Bill affascina Amsterdam al punto che tra i due si crea quasi un rapporto padre-figlio. Intanto nel quartiere il giovane incontra la borseggiatrice Jenny e inizia con lei una relazione, nonostante anche il suo amico d’infanzia Johnny si sia invaghito della ragazza.
La fedeltà di Amsterdam al Macellaio si fa talmente stretta che, all’arrivo di un sicario incaricato di ucciderlo, il giovane ferma l’assassino. Questo gesto verrà poi severamente giudicato dall’irlandese Walter “Monk” McGinn, che convince il ragazzo a portare a termine la sua vendetta. Le cose si complicano quando Johnny, spinto dalla passione, rivela a Bill la vera identità di Amsterdam, proprio mentre questi ha deciso di ucciderlo, alla festa in onore dell’anniversario della vittoria dei Nativi. Il Macellaio allora gioca d’anticipo e ferisce Jenny appositamente, durante un’esibizione col lancio del coltello, e poi segna anche il viso di Amsterdam, a imperitura memoria del tradimento.
Il giovane trascorre un periodo in convalescenza e, dopo essersi ripreso, si allea con Johnny e altri irlandesi per far risorgere la banda del padre, con l’obiettivo comune di eliminare il Macellaio.
Questi, intuito il piano, fa massacrare Johnny dai suoi sgherri. Per non dar seguito a una vendetta violenta, Amsterdam mette in atto una strategia politica e fa candidare Monk come sceriffo della città, in modo che, una volta eletto, possa farsi protettore degli immigrati irlandesi dai soprusi della banda rivale. Alla vittoria di Monk, la rabbia di Bill si fa incontenibile, fino a sfociare nel suo assassinio. Amsterdam, allora, decide di sfidare nuovamente i nativi. Prima che questo accada, tuttavia, scoppia una sommossa popolare. La città versa nel caos. Bill viene ferito gravemente e poi finito da Amsterdam, con cui riesce comunque ad arrivare a una sorta di riconciliazione prima di morire. Data l’insicurezza generale, Jenny decide di trasferirsi nel West e Amsterdam la segue. Prima di partire, però, il giovane seppellisce Bill vicino alla tomba di suo padre.
Lo scontro tra le due gang rivali può essere considerato un esempio della violenza presente allo stato di natura, ipotizzato dal filosofo inglese Thomas Hobbes: gli uomini, infatti, in questa condizione pre-statuale, sono disposti a lottare tra loro fino alla morte, pur di appropriarsi dell’oggetto designato dal desiderio. Lo stato di natura precede la formazione di uno stato vero e proprio, nel quale entrano in vigore leggi che vietano agli uomini di agire per puro egoismo.
Questo stesso tema è stato ripreso anche dal genio di Kubrick, come si può notare nel folgorante inizio del suo 2001: Odissea nello spazio, laddove le scimmie si scontrano per una pozza d’acqua. L'animale, che afferra un bastone per allontanare gli altri, brandendo lo strumento di espressione del dominio, concretizzato nel possesso di un’arma, sarà quello che rivestirà il ruolo del capo.
Il rock al cinema
di
Jacqueline Macchia e Federica Angotzi
Nel giro di due anni, sono arrivati sul grande schermo due biopic su due mostri sacri del rock contemporaneo, Freddie Mercury ed Elton John, raccontati rispettivamente in Bohemian Rhapsody (Bryan Singer, 2018) e in Rocketman (Dexter Fletcher, 2019). Per intenderci, un biopic è uno specifico genere cinematografico che ricostruisce la vita di un personaggio realmente esistito seguendo una narrazione diacronica.
Le due pellicole, seppur in modo completamente differente, sono caratterizzate da una partenza in medias res (vale a dire "nel mezzo del racconto"), prendendo avvio da momenti cruciali per entrambi i protagonisti. L’inizio di Bohemian Rhapsody ci trasporta immediatamente al Live Aid del 1985, tenutosi allo stadio di Wembley, nel momento in cui Freddie Mercury si prepara per salire sul palco (ma senza che il viso del frontman compaia per intero). Assistiamo successivamente alla nascita dei "Queen" da quel che rimaneva degli "Smile", quindi al brivido delle prime esibizioni dal vivo. Si passa poi alla registrazione in studio di A night at the opera e all'ascesa del gruppo. Anche in Rocketman si comincia da un momento di svolta della vita di Elton John, raccontato con elementi più fantastici che realistici: il cantante spalanca le porte con abiti appariscenti di scena, che lo rendono irriconoscibile (è vestito da "diavolo glamour"): solo più tardi si capirà che è entrato nel mezzo di una seduta di alcolisti anonimi, che rimarrà come filo conduttore di tutta la storia. Entrambe le storie si servono di una serie di flashback, per poi tornare al punto in cui è iniziato il racconto.
Temi ricorrenti delle vicende sono la ricerca di affetto e il problema di affrontare l’omosessualità: lo si vede nella scelta della canzone iniziale di Bohemian Rhapsody, la celebre Somebody to love; per Rocketman è stato lo stesso Elton John stesso, con l’amico fidato Bernie Taupin, a scrivere una nuova canzone in occasione del film, (I’m gonna) Love me again, con cui i due hanno vinto il "Golden Globe" per la migliore canzone.
Sono sicuramente tematiche molto forti per l’epoca. Assistiamo alla disapprovazione da parte della figura paterna, ritenuta punto di riferimento e parte fondamentale per la crescita dei due artisti, il rapporto con la quale verrà successivamente troncato in maniera brusca. Pare che il pensiero di non essere all’altezza delle aspettative paterne spinga entrambi a fare qualcosa di importante, per far sì che possano essere finalmente apprezzati.
Ritornando al tema musicale, troviamo una notevole differenza. In Bohemian Rhapsody la musica è soprattutto live; in alternativa, viene raccontata la nascita dei pezzi in studio di registrazione. In Rocketman si viene quasi teletrasportati in un musical di Broadway, con tanto di balli e canti inseriti in splendide coreografie: esse danno modo di scandire i diversi momenti della vita di John (bellissimo i passaggi dall'infanzia all'adolescenza e dall'adolescenza all'età adulta).
A proposito di "Golden Globe", Rami Malek ne ha vinto uno per aver interpretato Freddie Mercury con una imitazione maniacale dei gesti e del modo di muoversi sul palco, come si può vedere da un video, che circola su YouTube, in cui Mercury e Malek sono messi a confronto tramite un viso "diviso a metà" per evidenziare la somiglianza quasi imbarazzante tra i due. L’attore Taron Egerton, che pure ripete i gesti di Elton John sul palco aiutato da un lavoro fantastico dei costumisti, non mira alla somiglianza totale.
Entrambe le star ad un certo punto toccano il fondo con consumo di alcol e droghe, ma purtroppo il lieto fine è solo per Elton John.
Sono due racconti pieni di tristezza: vite appaganti esteriormente, ma così vuote interiormente e prive d’amore da costringere fin dal principio ad essere un qualcuno che non si è. Dalla tanta umiltà che entrambi avevano, con il progredire della fama vanno incontro ad una profonda trasformazione, che li condurrà ad essere avidi ed egoisti e a rimanere soli.
Cronache dal "sottomondo"
di
Giulia Cavallo
Stranger Things è una celebre serie ideata dai fratelli Duffer, uscita su Netflix per la prima volta nel luglio 2016. Originariamente concepita come una trilogia, è ad ora una delle serie più seguite a livello mondiale: il 30 settembre 2019 è stata annunciata ufficialmente l’uscita della quarta stagione, a cui il cast e la produzione stanno lavorando proprio adesso.
TRAMA GENERALE
Ambientata a Hawkins negli anni '80, Stranger Things è una serie fantascientifica, che racconta di eventi paranormali secondo il punto di vista di alcuni bambini. Mike, Dustin, Lucas e Will dovranno infatti fare i conti con quello che si scoprirà essere il "sottosopra", un universo parallelo, abitato da creature misteriose e oscure, scoperto per errore da un gruppo di scienziati in un laboratorio segreto, l’Hawkins National Laboratory. Ad accompagnare i giovani in questa avventura ci sarà anche Undici, una ragazzina dotata di poteri "psichici" e scappata proprio da quel misterioso laboratorio.
Altri personaggi fondamentali per il corso della serie saranno Hopper, capo della polizia, Joyce, madre di Will (e di Jonathan, il suo fratello maggiore), Nancy, sorella di Mike, e Steve, il ragazzo di Nancy.
PRIMA STAGIONE
È il novembre del 1983 e ad Hawkins si susseguono, uno dopo l'altro, diversi fenomeni misteriosi. Prima si verifica l'inspiegabile scomparsa di Will, un ragazzino di 12 anni che sembra essersi dileguato nel nulla. A seguire, si ha la morte di uno scienziato in un laboratorio segreto per mano di una strana creatura. Infine c'è la comparsa di Undici, fuggita dallo stesso laboratorio, che si aggiungerà al gruppo di amici di Will, nascondendosi dagli scienziati che la cercavano a casa di Mike. È proprio lei a spiegare ai quattro cosa stia succedendo a Will, il quale pare essere stato rapito proprio dalla medesima creatura che ha fatto sparire lo scienziato, facendolo finire in uno strano universo parallelo. Undici aiuta loro, Joyce e Jonathan a salvare Will dal "sottosopra".
SECONDA STAGIONE
Ad un anno di distanza dai primi eventi, nel 1984, Will è libero fisicamente dal "sottosopra", ma mentalmente legato a quel posto o a qualche essere che da lì proviene. Il bambino ha infatti spesso visioni sull’universo parallelo, che gli mostrano una nuova creatura, il "Mind Flayer". Al contempo, facciamo la conoscenza di due nuovi personaggi, Max e Billy. Max, tredicenne, entra a fare parte del gruppo di Mike, mentre Billy, il suo fratellastro più grande, è tenuto al di fuori delle questioni riguardanti il "sottosopra".
Se Undici è scomparsa già dalla fine della stagione precedente, scopriamo che è tenuta nascosta da Hopper, capo della polizia locale, il quale tenta di nasconderla dai ricercatori del laboratorio segreto, ancora sulle sue tracce. Impaziente di ricongiungersi con Mike e gli altri, Undici scappa da quella che per la prima volta chiama "casa", in un viaggio dove incontrerà la propria madre biologica e Kali, un’altra ragazza con i suoi stessi poteri, che le insegnerà ad utilizzare al meglio tali abilità. Undici riesce quindi a ritornare ad Hawkins: il mondo del "sottosopra" non sta prendendo piede solo nella mente di Will, ma anche nella stessa cittadina.
TERZA STAGIONE
1985, estate. Tutto pare finalmente procedere in maniera tranquilla: un nuovo centro commerciale, aperto da poco, diventa l’attrattiva principale di Hawkins. I bambini sono ormai cresciuti, tanto che incontriamo i primi amori e i primi drammi adolescenziali.
Ben presto, però, le menzogne ritornano a galla. Il centro commerciale si scopre essere infatti una copertura per un laboratorio segreto costruito nei suoi sotterranei e guidato dai russi, che riaprono l’universo parallelo per studiare i suoi territori e le sue creature. È così che, ancora una volta, i ragazzini (ora sei in totale) si trovano ad affrontare numerose difficoltà: questa volta le vittime sono in numero maggiore, poiché possedute dal "Mind Flayer" per combattere contro i poteri di Undici.
Il finale di stagione si conclude con la morte del mostro, provocata dalla giovane, e la distruzione della macchina che apriva il portale per il "sottosopra". Se tutto sembra finalmente tornato alla normalità, nei fatti non è così. Hopper scompare misteriosamente in occasione della distruzione del portale, mentre i russi scoprono dei poteri di Undici.
CONSIDERAZIONI
Ho guardato Stranger Things per la prima volta nel 2017, con l’idea che fosse una serie uguale alle altre, interessante, ma piatta e scontata. Ebbene, così non è stato.
Ogni personaggio è studiato alla perfezione e i cinque bambini hanno tutti qualcosa da insegnarci. Non è solo fantascienza, ma tenerezza, amore e fiducia. C'è l'idea di aiutare il prossimo e di non arrendersi mai di fronte ai primi ostacoli. Proprio perché le vicende sono viste dal punto di vista dei bambini, innocenti e ignari del mondo al di fuori del loro piccolo universo, la serie diventa originale e appassionante. Ci si ricorda di valori che crescendo si smarriscono, e che solo i più piccoli ricordano e rispettano.
Consiglio vivamente Stranger Things, perché oltre ad essere una serie finalmente originale e unica nel suo genere, insegna molto. Ci ricorda cosa è veramente giusto e ci insegna ad apprezzare le piccole cose.
Innamorarsi di un sistema operativo
di
Federica Angotzi e Chiara Tonioli
"Innamorarsi è una cosa folle, è una forma di follia socialmente accettabile" (da Her, film scritto e diretto da Spike Jonze).
Da un’iniziale ripresa in primo piano di Joaquin Phoenix (protagonista della trama), alti grattacieli e una fastosa Los Angeles, il sipario si apre su una società del futuro, progredita a tal punto da sostituire, con sistemi digitali altamente sensibili, la compagnia di un essere umano. Il personaggio principale è Theodore, che lavora come autore di lettere e messaggi personali per conto di terzi. Questi ha scelto di vivere da un po’ in maniera passiva, a tratti malinconica e sfuggente. Soffre e non riesce a dare un punto alla relazione appena conclusa con la moglie Catherine, trascorrendo la quotidianità in una realtà di ricordi e rimorsi. La sua continua agonia viene però interrotta dall’incontro con un nuovo sistema operativo denominato “OS-1” (o “Samantha”), che con i suoi profondi pensieri e ragionamenti lo prende per mano e lo porta fuori dal buio.
Tra i due sboccia così un legame unico, che si fortifica grazie al continuo emergere di problematiche che sembrano avvicinarli sempre di più. Samantha non è in grado di esprimere un giudizio morale, cosa che fa sentire Theodore così tanto a suo agio da rivelarle anche i suoi pensieri più intimi ed imbarazzanti. Il sistema operativo lo aiuta ad aprirsi, trasformandolo in qualche modo nella persona che era in precedenza; allo stesso tempo, l’uomo cerca di dare modo a Samantha di acquisire nozioni che ancora non ha appreso o di cui non sapeva l’esistenza.
Il loro rapporto diventa talmente vasto ed importante che insieme trovano il modo di completarsi e raggiungere un equilibrio, perlomeno iniziale, nel quale sono felici e si divertono, nonostante i dubbi di Theodore e il fatto che Samantha non abbia un corpo. Ma questa stabilità ha breve durata: i due dovranno confrontarsi con la dura realtà.
Come si deduce dall’estrema ambiguità dell’avvicendarsi delle scene, il film tiene ad evidenziare l’estrema solitudine insita nei nostri animi, risultato di una società sempre più timorosa nel rapportarsi con gli altri e orientata a reprimere i sentimenti. Il futuro rappresentato non presenta però evidenti differenze rispetto all’attualità: i sistemi operativi ora in uso sono stati sviluppati a tal punto da simulare, quasi alla perfezione, sentimenti e ragionamenti umani, arrivando a crearsi una propria “anima” dissociata da comandi imposti e a formulare pensieri autonomi. Sempre più persone preferiscono comunicare attraverso gli schermi di un computer o di un cellulare, evitando così il rapporto effettivo e diretto che possono offrire una normale conversazione o un semplice incontro.
Woody Allen, tra nevrosi e comicità
di
Diego Marri
Il film diretto da Woody Allen narra la complicata relazione tra il comico Alvy Singer – interpretato dallo stesso regista – e Annie, una cantante ancora alle prime armi.
La pellicola inizia con lui che si domanda cosa abbia portato la sua storia d’amore alla deriva, perché, a differenza dei due matrimoni precedenti finiti per motivi fondati, non riesce a darsi nessuna spiegazione logica per la conclusione dell’attuale.
Dopo una partita di tennis tra amici, Annie e Alvy rimangono soli; lei gli offre un passaggio a casa, ma è solo una scusa per invitarlo nel suo appartamento a bere qualcosa. Tra un discorso e l’altro, finiscono per darsi appuntamento qualche sera dopo, in un locale in cui Annie avrebbe tentato di esibirsi per la prima volta. Il tempo passa e i due si innamorano, al punto che lei si trasferisce da lui; tuttavia, poco dopo, insorgono i primi litigi: Alvy non si sente a suo agio con Annie sempre attorno, e, un giorno in cui va a cercarla all’università, la trova tra le braccia di un professore. La coppia si divide. Alvy si interroga su quale sia la vera essenza delle relazioni e inizia a frequentare altre donne: a rovinare tutto sono le sue nevrosi e la sua incapacità di portare a termine un rapporto sessuale.
Un giorno Annie lo richiama, supplicandolo di andare a casa sua. Si fa strada un periodo di pace tra i due sebbene rivelino ai loro rispettivi terapisti di non riuscire a essere completamente aperti o a proprio agio l’una con l’altro. Quando ad Alvy viene chiesto di recarsi a Los Angeles per lavoro, parte insieme ad Annie e a un suo amico: nel viaggio di ritorno, entrambi capiscono che la loro relazione non ha futuro; infatti lei si è innamorata del suo manager, Tony Lacey. Il personaggio interpretato da Woody Allen tenta allora di riprenderla tra le sue braccia, facendole una proposta di matrimonio, che però viene declinata.
Woody Allen con questo film, vincitore di numerosi premi, tra cui l’Oscar come Miglior Film (1978), ha voluto trattare alcune tematiche come l’amore e la sessualità. La storia tra Annie e Alvy racchiude perfettamente lo stereotipo della tipica relazione: tutti si innamorano e tutti prima o poi finiscono per perdere l’interesse verso il proprio partner, perché attratti da qualcun altro. Nel personaggio di Alvy, prevalgono disturbi mentali come la depressione per la fine della relazione con Annie: egli, infatti, tenta invano di superare questo momento frequentando altre donne, ma non riuscendoci, interroga i passanti per sapere cosa spinga le persone a dividersi da coloro con cui hanno passato mesi, anni di vita insieme, e si sente dire che non è colpa di nessuno, semplicemente si cresce e si cambia; conclude, allora, definendo l’amore come qualcosa di irrazionale, pazzo e assurdo.
Alvy proviene da una famiglia di ebrei, a differenza di Annie. Lo scopo del film è anche quello di abbattere i pregiudizi, la negatività che la middle class americana nutre nei confronti degli ebrei.
Woody Allen dedica questa pellicola a tutti gli uomini e a tutte le donne: destinati a inseguirsi per sempre, senza trovarsi mai, senza capirne il senso e senza poter scoprire la soluzione del mistero racchiuso nelle relazioni.
Ritengo che sia un film complesso, che vada visto e rivisto per poter comprenderne appieno il significato.
Quell'amore incerto tra una giornalista e un criminale
di
Aurora Gambacorta
Opera manifesto di quel rivoluzionario movimento cinematografico anni Cinquanta-Sessanta che fu la Nouvelle Vague, Fino all’ultimo respiro è un celebre film scritto e diretto da Jean-Luc Godard e apparso nelle sale proprio nel 1960; si tratta di un noir/poliziesco, la cui trama si svolge attorno a una complessa e articolata storia d’amore.
Il criminale Michel Poiccard, durante un tentativo di furto, uccide un poliziotto e dunque la sua cattura diviene una delle priorità del corpo poliziesco francese; egli si reca a Parigi per ricevere dei soldi grazie ai quali tentare una fuga in Italia, ma incontra Patricia, la studentessa newyorkese di cui è innamorato e con la quale vorrebbe allontanarsi dalla Francia per scampare all’arresto.
Michel nutre una forte gelosia nei confronti di Patricia, e, sebbene sia un delinquente, pare essere davvero innamorato di lei.
Patricia prende gradualmente coscienza dell’attitudine alla criminalità del compagno; Poiccard desidera che l’amata gli faccia da complice e che il loro amore possa essere più potente del desiderio di consegnarsi alla giustizia.
Riusciranno nel loro intento? Lascio a coloro che vorranno godersi questo film il dubbio.
Ritengo che questo lungometraggio sia degno dell’appellativo di “manifesto”: nonostante i dialoghi e le interazioni tra gli innamorati siano minime, i due riescono a far trapelare i loro sentimenti unicamente attraverso giochi di sguardi, facendo trasparire un amore incerto, tra una giornalista e un criminale.
La penultima, pluripremiata fatica di Giuseppe Tornatore
di
Giulia Cavallo
Giuseppe Tornatore si è davvero superato con la pellicola “La migliore offerta”. Il film ha infatti vinto sei David di Donatello nelle categorie “miglior film”, “migliore musicista”, “miglior regia”, “migliore scenografo”, “migliore costumista”, “miglior film straniero”; si è inoltre aggiudicato sei premi anche ai Nastri D’Argento e persino l’European Film Award.
Ma qual è la trama di questa pluripremiata opera?
Virgil Oldman, scaltro, serio, rigido e di un’intelligenza fuori dalla media, ha passato parte integrante della sua vita come richiestissimo battitore di aste e collezionista d’arte.
Nonostante le sue conoscenze siano amplissime, d’amore sa ben poco; si è, infatti, innamorato tantissime volte delle donne raffigurate nelle opere d’arte che gelosamente e segretamente colleziona da anni, ma mai ha sperimentato rapporti stretti con una donna “reale”, e questo è proprio il suo punto debole.
Affiancato dal migliore amico Billy, Virgil Oldman riceve la chiamata di Claire, una ragazza che gli chiede di valutare l’arredamento della sua casa e di alcune opere d’arte della famiglia. All’appuntamento dato, però, la donna non si presenta, attorniandosi in tal modo di un velo di mistero che incuriosisce smisuratamente il signor Oldman, che, a partire da questo momento, inizia a nutrire interesse nei suoi confronti; potrebbe essere proprio lei l’amore così a lungo atteso dal protagonista?
Pare di sì, tanto è vero che Virgil, aiutato da Billy, intraprenderà una relazione con la misteriosa Claire, che non gli porterà, però, gioia e spensieratezza; al contrario gli farà perdere tutto e lo condurrà alla pazzia.
Raccomando la visione di questa pellicola cui, se dovessi giudicarla, darei il massimo dei voti; le immagini sono ben fatte, chiare e limpide, e la storia è appassionante. Lo reputo uno dei pochi film in grado di tenerti attento per tutta la durata della pellicola, il che, a parer mio, è estremamente raro. Non verrà, infatti, svelato il fatidico inganno, perpetrato ai danni del protagonista, fino al termine del film, in una conclusione davvero imprevedibile.
“La migliore offerta” è uno dei miei film preferiti: pur avendolo guardato tantissime volte, ogni volta ne traggo lo stesso piacere della prima. Sicuramente ha dei temi un po’ difficili e che possono essere considerati noiosi dai miei coetanei; nonostante ciò credo sia un film di un livello estremamente alto, che bisogna guardare almeno una volta nella vita. Dimostra che purtroppo non ci si può fidare quasi di nessuno, il che sì, è piuttosto deprimente, ma dipinge anche la realtà.
Affresco di provincia, ma non solo
di
Sabrina Santangelo
Esaurite le puntate de La casa di carta e Ciao Darwin, è possibile che in molti si stiano annoiando, indecisi tra i salotti di Barbara D’Urso e la spasmodica ricerca di qualcosa di più acculturato. Nel dubbio, per tutti, restano i classici.
Tra questi, merita una menzione un capolavoro intramontabile e senza tempo: Amarcord (1973, per la regia di Federico Fellini e la sceneggiatura di Tonino Guerra). Non ci troviamo di fronte alla classica commedia romantica o strappalacrime, ma ad una pellicola che rifugge i generi e ha segnato la storia del cinema italiano: senz’altro, si può parlare di “genere comico”.
Amarcord, che in dialetto romagnolo significa “mi ricordo”, è il vivace e ironico affresco di un’adolescenza in cui Fellini rivede, nei fatti, la propria. La vicenda narra la vita che si svolge in un paese in provincia di Rimini, tra una primavera e l’altra dei lontani (e ricordati con malinconia) anni ’30: si passano in rassegna i valori e le abitudini dell’epoca attraverso gli abitanti del paese, che interagiscono in occasione delle feste tradizionali e delle adunate previste dal “sabato fascista”.
Indiscusso protagonista del film è Titta, un ragazzo del posto, attorno al quale ruotano numerosi altri personaggi, a cominciare dalle donne dei suoi “sogni”: in primis la bellissima parrucchiera Gradisca e la simpaticissima tabaccaia. Non mancano, poi, i balli d’estate al Grand Hotel. Spiccano inoltre i membri della famiglia di Titta, cui vanno aggiunti la Volpina e il “narratore” impersonato dall’avvocato (nel cast anche un giovane Alvaro Vitali). Leggendaria la colonna sonora, a cura di Nino Rota.
Consiglio la visione di questo film per due motivi: 1) ovviamente, essendo uno dei pilastri portanti della storia del cinema, non può non essere visto; 2) vorrei che provaste ad abbandonare, solo per qualche ora, la vostra quotidianità, per calarvi in una realtà tutta particolare, frutto della riuscita associazione tra una fedele descrizione storica e la sincera ironia dei personaggi.
Qualcosa di evidentemente strano
di
Francesco Di Stefano
Un uomo apparentemente troppo calmo, un bagno che va a fuoco, un cadavere in terrazzo e dei fori di arma da fuoco su un muro: Bianca può sembrare, almeno inizialmente, un thriller alla Tarantino.
Lo spettatore del capolavoro di Moretti potrà però presto tranquillizzarsi, rendendosi conto che il film non è altro che il racconto della carriera di Michele Apicella, professore liceale appena trasferitosi in una nuova abitazione.
Inizialmente la vicenda pare avere un andamento piuttosto lento, tra le continue gaffes del protagonista sul lavoro e il singolare rapporto con il vicino Siro, uomo di una certa età che non ha affatto perso l’interesse per le giovani ragazze.
C’è tuttavia qualcosa di evidentemente strano nei comportamenti di Michele: costui è infatti un perfezionista maniacale, che sembra passare le giornate a spiare i vicini dal balcone e ad interessarsi fin troppo alle vicende amorose dei suoi conoscenti.
Quando al liceo fa la sua comparsa una nuova insegnante, di nome Bianca, Michele inizia a seguire anche lei, concentrandosi sulla sua relazione con un uomo che sarà presto destinata a finire, rendendo possibile allo strano professore un corteggiamento del tutto sui generis: dopo qualche vano tentativo, la ragazza mostrerà di ricambiare l’interesse.
Intanto in città si registrano i decessi di alcune persone legate al docente, tra cui i suoi vicini di casa e una coppia che si è separata non da molto: la polizia si insospettisce, ma grazie all’alibi confermato da Bianca, ormai fidanzata del professore, questi viene scagionato dalle accuse.
Eppure, con l’avanzare della trama, i comportamenti nevrotici del protagonista assumono tinte sempre più strane, ma solo alla fine del film sarà possibile comprenderne le ragioni. Questi elementi, nel complesso, concorrono a rendere Bianca un giallo atipico, geniale e introspettivo.
Un uomo onesto ed innocuo
di
Federica Angotzi
L’adrenalina data dall’agire d’impulso senza pensarci due volte: quella era la sensazione che nel febbraio del 1988, con le mani ancora sporche di rabbia e polvere bianca purissima, scorreva in ogni parte del corpo di Pietro De Negri, più noto come “er Canaro della Magliana”. Matteo Garrone, regista nostrano di fama internazionale, ha proposto una reinterpretazione dei fatti nel suo Dogman.
Dodici anni passati a confrontare le voci del sentito dire con i racconti di tg, giornali e reportage televisivi. Una storia basata su eventi realmente accaduti tra l’estrema periferia tra il Lazio e la Campania: tre lunghi ed estenuanti anni di minacce, che hanno portato un uomo onesto ed innocuo a covare risentimento per un altro. Così avvenne l’omicidio di Giancarlo Ricci, un ex pugile conosciuto nel quartiere come spacciatore e delinquente, che dopo essere stato stordito con una bastonata e rinchiuso in una gabbia per cani, verrà condannato ad una lunga agonia che terminerà con l’asfissia.
Ad interpretare il personaggio di De Negri troviamo Marcello (Marcello Fonte), un uomo esile e minuto che possiede un negozio di toelettatura per cani all’interno di un quartiere malfamato, tra un “Compro oro” ed una sala biliardo gestiti da due suoi amici con i quali si incontra spesso per parlare o giocare a calcetto. Come antagonista abbiamo invece Simoncino (Edoardo Pesce), nei panni del famigerato Ricci: il tipico bullo di quartiere che si prende gioco dei più deboli a pugni in faccia. Marcello e i suoi amici sono quotidianamente minacciati dalla violenza che Simoncino promette di infliggere a tutti coloro che cerchino di ribellarsi ai suoi ordini.
Marcello viene man mano inglobato negli sporchi piani del delinquente, che progetta una rapina del negozio “Compro oro” confinante con la sua proprietà: il commerciante è obbligato a cedere il secondo mazzo di chiavi della porta principale, lasciando a Simoncino la possibilità di irrompere nel locale in questione attraverso un buco nel muro. Dopo la denuncia ad opera della parte lesa, a scontare l’anno di carcere sarà però Marcello, privo del coraggio di incriminare il bullo: risulterà inoltre un codardo e un traditore agli occhi delle uniche persone a lui care. Scontata la pena e perduti i propri amici, la sola cosa cui Marcello pensa è la vendetta: ingannando con furbizia Simone, lo rinchiude in una delle gabbie per cani del suo negozio, riuscendo ad incatenarlo per il collo al muro. Così, Simone morirà tra atroci sofferenze.
L’agonia provata da Simone non è però la sola: non riesco nemmeno a descrivere la straziante sensazione del “già visto” che ho provato ad ogni scena.
Una trama lenta e a mio parere anche banale. Toccante ed irritante al tempo stesso, con interpretazioni così realistiche da suscitare in me estremo disgusto verso entrambi i protagonisti: da una parte un uomo senza ritegno, capace di picchiare a sangue chiunque per i suoi scopi, mentre dall’altra c’è un uomo debole, con una figlia, che sacrifica tutto (dall’amore per quest’ultima alla passione per i cani) pur di salvare la fedina penale di un prepotente che lo obbliga a baciargli i piedi. Per non parlare poi degli elementi poco realistici, dal comportamento delle forze dell’ordine o del pubblico costantemente presente ad ogni rissa, che resta immobile e non agisce a tali ingiustizie, rimanendo nell’ombra e nella paura.
Ritengo che il film non sia stato all’altezza delle mie aspettative e che non abbia colmato la mia sete di novità. Un’ora e mezza passata con l’occhio sull’orologio, in attesa della fine delle mie sofferenze.