Il libro “Boy” di Roald Dahl mi è piaciuto molto, nonostante il genere letterario dell’autobiografia non sia uno dei miei preferiti. Preferisco i racconti fantastici alla narrazione di fatti reali e, quando un libro non mi va molto a genio, inizio a leggerlo con un atteggiamento molto critico nei suoi confronti. Nonostante la mia avversione verso questo genere letterario, il libro mi ha subito affascinato. Il modo di scrivere di Roald Dahl è coinvolgente e, combinato alle vicende narrate, degne di entrare in uno degli altri libri di fantasia dell'autore, crea un'attesa che “costringe” a continuare la lettura per scoprire come si conclude la storia. Ci sono Antagonisti antipatici, e, a volte, anche lerci e prepotenti, come la signora Pratchett, la vecchia negoziante che vendeva caramelle nel negozio di dolci davanti al quale Roald e altri quattro bambini passavano sia nel tragitto che percorrevano per raggiungere la Scuola della Cattedrale di Llandaff sia di ritorno a casa. Roald Dahl ci racconta la sua infanzia di bambino cresciuto in una famiglia numerosa, rimasto orfano di padre, in seguito alla morte dell'uomo causata una polmonite. Gli anni dell'infanzia si svolgono in vari luoghi, in Norvegia e in Inghilterra, e in un tempo che sembra lontanissimo dal nostro, date le grandi differenze presenti in tutti gli ambiti, da quello medico a quello dell’insegnamento. Molti sono gli aneddoti ora interessanti ora curiosi ora divertenti; dall'episodio dell'amputazione del braccio sinistro del padre, all'epoca dei fatti quattordicenne, al racconto delle esperienze vissute nelle varie scuole: il giardino d'infanzia "Villa Olmo", la Scuola della Cattedrale di Llandaff, la St Peter’s School e il Rapton College. Roald racconta, inoltre, delle vacanze in Norvegia, per lui un Paese paradisiaco, e dell’incidente in cui stava per rimetterci il naso.
Davide Andreoni