«Il sapone e il sacrificio umano vanno mano per mano»[1]
Annalisa Piergallini – membro SLP e AMP – Ascoli Piceno – giugno 2022
La guerra è sempre stata presente nella mia infanzia, nell’assenza del braccio sinistro di mio nonno. Era reale, come reale era quella mancanza. Lui affrontava la cosa con molto coraggio, faceva tutto, si vantava di come era fatta bene la sua protesi e si comprò una piccola automobile con guida facilitata di cui andava molto fiero. Oltretutto partecipava orgogliosamente agli incontri dei mutilati di guerra e si beava di avere una buona pensione.
Mio nonno guardava il bicchiere mezzo pieno, per fortuna aveva perso il braccio sinistro e non il destro, del resto aveva lo stesso atteggiamento anche con la calvizie, non faceva che ripetere che gli bastava un solo gesto per lavarsi faccia e testa. Insomma non si poneva mai come un handicappato, nonostante lo fosse, per la becera mania colonialista di Mussolini che lo aveva obbligato ad andare in guerra, prima in Etiopia, poi in Albania.
Non era così scemo da essere andato volontario. Quando, molto anziano, ebbe un ictus, finalmente parlò della guerra per quello che era: un orrore. Se pagavi, non partivi e loro pagarono, la prima volta. La seconda volta, di nuovo pagarono. Ma alla terza chiamata i soldi erano finiti, così dovette partire.
Ma questo l’ha detto solo molto più tardi, dopo l’ictus aveva una lucidità assolutamente superiore a quella che, a mio parere, aveva prima, nonostante la sua riuscita sociale e, tutto sommato, lavorativa. Prima il suo racconto, ricorrente, sull’esplosione della granata che gli aveva tolto il braccio, era parecchio strano.
Lui era fortunato, non combatteva, la sua seppur limitata istruzione gli consentiva di stare al telegrafo, ma quella bomba lo raggiunse lo stesso.
Rimase tre giorni ferito sul campo di battaglia. Quando finalmente arrivarono i soccorsi, il colonnello in persona gli fece i complimenti. Per cosa esattamente io non l’avevo mai capito.
La narrazione era incentrata su questi complimenti, il riconoscimento del superiore, in gerarchia.
Il racconto era gemello di un altro, di molto successivo, ma ugualmente ricorrente, in cui il direttore generale, in visita nella filiale della banca dove lui lavorava, come fattorino, lo aveva riconosciuto e gli aveva stretto la mano, chiedendogli perfino della moglie e dei figli.
In realtà, ho scoperto solo qualche anno fa, conoscendo casualmente quel direttore generale, che l’aveva proprio scambiato per un altro, il direttore della filiale, tanto era elegante, nei modi e nel vestire.
Insomma quest’uomo, eroe ordinario, era sopravvissuto a una guerra, restando sempre fedele alla gerarchia, anzi, probabilmente proprio grazie alla sottomissione gerarchica, aveva potuto tenere insieme se stesso e la sua disgrazia, che avevano un senso, se un senso avevano la struttura militare e la piramide aziendale.
Dopo l’ictus, per poco tempo parlò davvero della guerra, per poi perdere velocemente la ragione. Chissà che non sia stato anche il peso di ciò che non aveva improvvisamente più senso. Essere benvoluto dai superiori, che tanti vantaggi gli aveva portato, forse era davvero diventato per lui quello che è: un inganno.
Vi racconto tutto ciò perché voglio mettere questa storia di guerra e di fede nella gerarchia in rapporto con la narrazione del protagonista de Il male oscuro, che essendo un romanzo autobiografico, corrisponde a quella del suo autore: Giuseppe Berto.
Eccellente scrittore italiano, è poco conosciuto anche per essere stato un sostenitore del fascismo. Si arruolò volontario come soldato a diciotto anni, anche perché il padre si rifiutò di continuare a pagargli gli studi, visti gli scarsi risultati. Nel 1935 partì per la guerra d’Abissinia, ritornandone ferito ma con due medaglie, una d’argento e una di bronzo, di cui riscuoteva gli assegni. Ma già prima, aveva fatto parte dal 1929 degli Avanguardisti e poi dei Giovani fascisti, dei Gruppi Universitari fascisti e della Gioventù Italiana del Littorio.
Sentite cosa dice della guerra: «La vita è proprio interessante spesso qualcuno di noi muore ma chi non muore fa quantità enormi di esperienza sessuale con le ragazze abissine dato che quando se ne vede una che piace basta dire all’attendente di portarla e quello la porta poiché lì grazie a Dio sono gente civile e non badano a queste cose basta pagare pochi talleri…»[2]
La guerra non gli lascia traumi, apparentemente, tranne qualche ulcera intermittente. Ma «l’identificazione patriottica di matrice paterna era già caduta da sola, quando aveva visto con i suoi occhi i suoi vecchi capi accordarsi con i nuovi. Dirà di avere sprecato quegli anni rivestendo il patriottismo e la sua attiva belligeranza delle stanche scuse dell’equivoco»[3].
Caduta la fede nel fascismo, non per la caduta del fascismo, ma per la delusione a causa del comportamento dei gerarchi, Berto si mette a scrivere. Ma, nonostante viva della sua scrittura, non gli basta l’arte per tenersi in piedi, soggettivamente; alla morte del padre, le sue malattie psicosomatiche prendono piede, sempre di più, arrivano perfino ad aprirgli la pancia. Insomma, dopo varie sofferenze arriva da Nicola Perrotti, tra i pionieri della psicoanalisi in Italia.
Crollando la sottomissione al padre, che si trasforma brutalmente in lotta contro il padre, si appella ai gerarchi e alla fede fascista, sopportando, anzi godendo della guerra.
«Non c’è intermediazione alcuna di significanti se non scritti sul corpo, piuttosto segni della guerra che tentativi di nominazione»[4].
Guerra senza intermediazione della parola, con il padre, come con la donna che sarà sua moglie e madre di sua figlia.
Mi chiedo chi, senza credere negli ideali, senza trovare in essi il sostentamento di una soggettività traballante, sopporterebbe mai di andare in guerra.
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https://www.slp-cf.it/rete-lacan-45-4-luglio-2022/
[1] Chuck Palahniuk, Fight club (1998), Edimar, Milano, 1998, p.71.
[2] Il male oscuro, Rizzoli, Milano, 1973, p. 381.
[3] Articolo mio, Quando il male oscuro divenne chiaro, disponibile qui: http://www.psychiatryonline.it/node/6640
[4] Ibid.
[5] J. Lacan, Il Seminario. Libro XVI, Da un Altro all’altro [1968-1969], Torino, Einaudi, 2019, p.238.
[6] Joseph Heller, Comma 22, Bompiani, Milano, 2019.
Disegno al pc, mio. Copertina di Retelacan: Matteo Di Lorenzo