Vito Schifani nasce il 23 maggio del 1965, a Palermo. È un ragazzo dinamico, allegro e divertente. È un tipo sportivo; sin da subito si appassiona all’atletica leggera e ben presto si specializzerà nelle gare dei 400 metri. È così bravo che diventa un atleta del Cus di Palermo e gareggia con successo a livello regionale. Al termine del suo percorso di studi decide di arruolarsi in Polizia; è una scelta consapevole la sua, il suo alto senso dello Stato e delle Istituzioni lo portano a compiere questa scelta di vita con profonda responsabilità e dedizione. Vito ama viaggiare e gli piace volare, tanto da diventare presto anche un pilota di secondo grado. Prese infatti il brevetto di volo all’Aeroclub Beppe Albanese di Boccadifalco. Era al volante della prima delle auto (una Fiat Croma) che riaccompagnavano il magistrato, appena atterrato a Punta Raisi da Roma, a Palermo. Al suo fianco si trovava l'agente scelto Antonio Montinaro, mentre sul sedile posteriore l'agente Rocco Dicillo; Falcone guidava la Croma bianca che li seguiva, sulla quale viaggiava anche la moglie Francesca Morvillo e, sul sedile posteriore, l'autista Giuseppe Costanza. Nell'esplosione, avvenuta sull'Autostrada A29 all'altezza dello svincolo per Capaci, i tre agenti morirono sul colpo, dato che la loro Croma marrone fu quella investita con più violenza dalla deflagrazione, tanto da essere sbalzata dal manto stradale in un giardino di olivi a più di dieci metri di distanza. Vito Schifani aveva 27 anni e lasciò la moglie Rosaria Costa, 22 anni, e un figlio di appena 4 mesi, Emanuele che da adulto diventerà capitano della Guardia di Finanza. Quando, nella camera ardente allestita a Palazzo di Giustizia a Palermo, il Presidente del Senato Spadolini si avvicinò alla vedova, lei gli disse: «Presidente, io voglio sentire una sola parola: lo vendicheremo. Se non puoi dirmela, presidente, non voglio sentire nulla, neanche una parola.» Le parole che poi Rosaria pronunciò ai funerali del marito, di Falcone, di Morvillo e del resto della scorta fecero presto il giro dei notiziari per la disperazione ma anche lucidità che ne traspariva: «Io, Rosaria Costa, vedova dell'agente Vito Schifani mio, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato..., chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c'è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare... Ma loro non cambiano... [...] ...loro non vogliono cambiare... Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue, troppo sangue, di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l'amore per tutti. Non c'è amore, non ce n'è amore...»