Viaggio statico - Jacopo Tassieri 5^I
Sono sempre stato un nomade, non riesco a star fermo in un posto per più di un certo periodo di tempo, mi dà un senso di claustrofobia, come se le pareti della stanza attorno a me si stringessero lentamente ed inesorabilmente, fino a schiacciarmi. Sarà forse perché fin da piccolo ho cambiato spesso casa, paese, amici e abitudini a causa del lavoro di mio padre o semplicemente perché non mi sento mai veramente a mio agio in nessun luogo, come un emigrato in terra straniera.
Appena ho scoperto che avrei dovuto passare i mesi successivi rintanato nella mia camera, ho avvertito ancora di più quella sensazione di asfissia, mi sentivo come un animale in gabbia, ma ho cercato il più possibile di distrarmi suonando, leggendo e guardando dozzine di film e serie tv. Eppure sentivo che qualcosa non andava, provavo una strana sensazione, come quella che si prova quando si raschia il gessetto sulla lavagna e lo stridio che esso produce ci fa passare un tremendo brivido per tutto il corpo: ero totalmente stranito e non mi sentivo più me stesso.
Avevo bisogno di uscire, di esplorare, di fuggire dalla monotonia della mia attuale vita, ma ovviamente non mi era permesso e quindi mi fermavo spesso a fissare la strada dalla finestra, immutabile ed irremovibile.
Di notte era il momento perfetto per fermarmi a guardare fuori, mi appoggiavo al davanzale della finestra come nel quadro di Dalì, sperando prima o poi di trovarmi il mare davanti o semplicemente di trovare qualcosa che non fosse la solita via vuota, folgorata da un folto gruppo di lampioni.
Era come sedersi e mettere il “muto” alla mente, lo sguardo mi scappava dagli occhi e faceva tutto da sé, mi sentivo ad un passo dal niente ma allo stesso tempo volavo lontano, partendo dal cielo ed arrivando a milioni di metri sott’acqua, sdraiato sul fondo in silenzio, i suoni intorno a me ovattati come se le mie orecchie fossero state stordite dal frastuono di uno sparo. Vedevo le bollicine salire dal mio naso verso la superficie, fino a sparire dalla mia vista in un battito di ciglia. Il chiarore dei raggi del sole penetrava fino al fondale, rivelandone la moltitudine di colori accesi, nascosti da litri e litri d’acqua. L’aria era fresca e pulita, mi sentivo leggero e rinvigorito, non avevo mai respirato così bene prima del momento in cui stavo per annegare.
D’improvviso la mano di qualcuno mi tocca la spalla e mi chiede a che cosa penso, rispondo che non penso a niente, ma nel mentre mi sono perso di nuovo e non li ho sentiti nemmeno andarsene dalla stanza, mentre fluttuo nel vuoto dello spazio profondo. Qui milioni di stelle luccicano come diamanti, ognuna diversa dalle altre, illuminando come delle lucciole questo vuoto tetro ed i pianeti che lo occupano e lo saturano di colori, forme e meraviglie inspiegabili. Finalmente mi sento davvero libero e senza restrizioni, non ho più catene o gabbie da cui scappare, posso infine gridare qui dove nessuno mi può sentire o bloccare. C’è un odore strano nell’aria, mi pervade e mi fa precipitare vertiginosamente verso il suolo, mi riporta nella mia stanza, davanti a quella finestra che si affaccia sulla strada spoglia alle prime luci dell’alba: è l’odore del caffè che prepara mio padre alle sei di mattina prima di andare a lavorare.
Ho perso un’altra volta la cognizione del tempo e si è fatta mattina, dovrei smetterla di imbambolarmi alla finestra di sera, dovrei distrarmi e smetterla di pensare.