MACCHININE
Penso di non aver mai guardato così tante volte fuori dalla finestra come in questo periodo, in cerca di chissà che cosa davanti a strade vuote, ma molto più rumorose di prima. Un enorme frastuono del quale me ne sono resa conto soprattutto qualche giorno fa, quando sono uscita sul balcone della cucina assieme al cane.
Nel pomeriggio in questione ero seduta sul divano, tranquilla, dopo pranzo, intenta a guardare la televisione con il mio solito disappunto tra le sopracciglia imbronciate, attendendo che il caffè della Moka salisse per versarlo nelle tazzine già preparate sul tavolo.
Non ricordo dove fosse mia madre in quel momento, né i miei fratelli, mentre mio padre penso e credo fosse intento a mettere l’antimuffa sulle pareti della mia camera, ormai tutta spoglia di quelli che erano mobili, foto e ricordi, per il pronto imbiancamento che da lì a pochi giorni sarebbe avvenuto.
Ma tutto ciò non è effettivamente rilevante, nel mio ricordo sono sola, sola e sul divano della cucina.
Ricordo, di essermi alzata nel momento in cui, come di consuetudine, il cane, prima guardandomi e poi piazzandosi davanti alla portafinestra che dava sul balcone, mi fece intuire di voler uscire.
Staccai così gli occhi dallo schermo, e sicuramente sbuffando, andai a spingere verso il basso la maniglia della barriera che lo divideva da uno spazio chiamabile, indecentemente, esterno. Il cane uscì ed io rimasi lì, appoggiata all’alto stipite mentre lo guardavo passare da un lato all’altro del balcone con le orecchie alzate sull’attenti.
Ascoltava bene.
Ascoltava bene, pure lui, il nulla provenire dalle strade sotto il suo muso e sotto il suo terzo piano, passando da una sponda all’altra del piccolo spazio che aveva a disposizione, mentre io, con le braccia incrociate al petto, osservavo i suoi movimenti.
Nel momento in cui si fermò seduto, sempre con il suo sguardo vigile verso l’esterno, varcai la soglia per sedermi affianco a lui.
Mi accorsi della vicina con il bambino piccolo, Alessandro, che giocavano sul terrazzo di fronte a noi, ridendo per le macchinine che volavano giù dal loro piano fino a schiantarsi sui ciottoli dell’entrata. Alessandro guardava la mamma Adele sorridendo con gli occhi, mentre lei si fingeva arrabbiata per la caduta dei giocattoli.
Lei per un momento si voltò e si accorse di me, salutandomi con la mano e incitando il bimbo ad imitarla.
Le sorrisi mentre presi ad accarezzare il cane, e mi accorsi delle bandiere sugli edifici alla mia destra, che svolazzavano in tele verdi bianche e rosse. Le stesse bandiere, che ricordavo in quel momento essere esposte solitamente solo con la vittoria dei Mondiali, ma che ora assumevano una denotazione molto più triste, in quanto io stessa non riuscivo a vedere nessun senso di solidarietà o speranza, ma solo una grande e triste impotenza.
Un’impotenza verso mia madre, che giorni fa appese anche lei su un lato del balcone, la stessa bandiera, sopra la quale poi qualche giorno dopo borbottava chissà che cosa sulle persone che uscivano a correre o a portare fuori il cane.
Un’impotenza verso quell’infernale televisione, per articoli, per telegiornali e giornalisti, per i nuovi tuttologi del Web, e per il forte senso di rabbia e disappunto che mi capitava di provare.
Ora a ripensarci, riesco a rivedermi lì seduta di fianco al cane, con gli occhi socchiusi per la luce del sole e le sopracciglia sempre imbronciate anche mentre sorrido, distogliere lo sguardo da ciò che mi circonda e sentirmi per come sono.
Pensare a quanto impressionante sia stato sentire come tutto il chiasso, la frenesia, l’estasi di vivere in una realtà in movimento, sia scomparso dalle strade sottostanti, sulle quali fino a qualche mese fa centinaia e migliaia di persone camminavano o passavano in auto e che invece ora, urlavano di tornare indietro.
Queste urla morbose, investivano chilometri di cemento vuoti e spogli, mentre sui lati, nei calori domestici, la frenesia continuava a modo proprio, senza finzioni e senza architetture del mondo esterno.
Nelle proprie case ognuno, a contatto con se stesso era la propria persona come mai prima d’ora, volente o nolente, senza ma e senza perché.
E così tra tanti vuoti e tra tanto sconforto, riuscivi solo con attenzione, a scorgere gli occhi sorridenti di Alessandro.
Che come uno dei tanti merli neri che spiccavano e si muovevano dal verde del mio giardino, viveva il suo giorno coi suoi familiari, nella sua casa e sul suo balcone, un po’ come tutti noi; nell’intimità del proprio essere, senza sentire il bisogno di essere qualcuno al di fuori dei propri confini domestici, ma con una grande voglia di spiccare il volo verso l’esterno come una delle sue belle macchinine.