La neve sul fondo - di Chiara Rascazzo
Quel balcone anni quaranta dava su una via monzese stretta e contorta che pochi conoscevano. Era una zona che mai nessuno avrebbe detto centrale, nei pressi della stazione, soleggiata e vivace di giorno, poco frequentata e malfamata alla sera. Una volta gli abitanti di via Verdi avevano sentito persino uno sparo, unito a una serie di rumori fastidiosi, ed erano corsi a mettere il naso fuori dall’orlo delle loro tende, quanto basta per vedere senza essere visti. Non avevano scorto nessuno, ma i sacchi dell’immondizia erano stati trovati sparsi e fuori posto, chissà perché.
Adesso, dopo mesi da quel piccolo incidente, i rumori notturni non esistevano più, né gli spari, né gli sguardi tra le pieghe delle tende. Esistevano ancora le giornate soleggiate, esistevano i campanili del Duomo e di Santa Maria in strada che coprivano in parte le montagne del lecchese, ma nessuno avrebbe mai detto che esisteva ancora la città.
La via Verdi, di certo, aveva sempre quella sua curva stretta che non permetteva a nessuno di parcheggiare selvaggiamente e i pullman viaggiavano ancora, per lo più vuoti, ma mancava di giorno un certo via vai, una serie di facce note, conosciute a memoria pure dai muri, che tutti i giorni si spostavano verso la stazione gareggiando a turno con il tempo, con il pensiero di una scadenza, con l’ultima pioggia e i suoi laghi di pozzanghere da evitare. Alla sera, poi, si continuava ancora ad aver paura di camminare da soli, ma non perché potesse da un momento all’altro arrivare qualcuno, bensì perché nulla intorno più si muoveva, nessuno camminava, nessuna macchina passava, persino il semaforo era stato spento dal comune. Insomma il mondo aveva deciso di capovolgersi per un momento, come le palle di neve natalizie, era stato girato al contrario da qualcuno e bisognava aspettare che tutta la neve si depositasse sul fondo della palla prima di poterla girare di nuovo.
Franco era un uomo di trent’anni, in piedi su quel balcone di via Verdi, fermo e imbarazzato, con le mani appoggiate ora al cornicione, ora in tasca, ora al cellulare. Che ci faceva un uomo lì sul balcone a mezzogiorno? Che avrebbe pensato la gente di lui?
Certo, prima della quarantena Franco non l’avrebbe mai fatto, non si sarebbe mai messo lì ad aspettare, a guardare nelle finestre degli altri. A parte che certe pose dal balcone conservavano un posticino nella sua memoria scolastica, come dei soprammobili, quelli che riempiono gli spazi delle librerie dell’Ikea per fare scena. Qualcuno in passato doveva avergli spiegato che mettersi a fare discorsi su un balcone, in Italia, ha un certo effetto, rievoca, accende polemiche, annoia, nutre dibattiti, e tuttavia, nel suo orizzonte dell’utile e del dilettevole, questa premura per le rievocazioni ormai non interessava più a nessuno perché tanto i grandi discorsi politici non si facevano più, figuriamoci se qualcuno si fosse messo a farli da un vecchio balcone di una strada ricurva.
E poi lui non stava parlando alla nazione con sguardo fiero, non aveva nulla che potesse lontanamente ricordare tutto ciò, lui stava zitto, visibilmente in attesa di qualcosa o qualcuno, e tanti dei suoi vicini annoiati già lo guardavano dalle finestre, chiedendosi che cosa mai stesse aspettando. Lui, non sapendo come difendersi, avrebbe volentieri scritto un cartello ASPETTO LA MIA RAGAZZA QUI, PER PARLARLE DAL BALCONE, FATTACCI VOSTRI. Nel frattempo il suo coinquilino, l’amico di sempre, passò alle sue spalle per andare a farsi un caffè, percepiva l’imbarazzo dell’amico, lo sentiva un po’ su di sé e su quella casa, e tirò fuori la testa a metà tra la sala e il balcone giusto per dire -Vuoi anche una treccia bionda da calare giù? - Pirla - rispose l’altro, mentre leggeva che lei sarebbe arrivata a momenti.
Lei era Elena. Faceva l’anestesista rianimatore, una mansione particolare che lei presentava ai profani come un mix di tante altre figure; in pratica, nei momenti cruciali, l’anestesista rianimatore doveva prendere le decisioni migliori per qualsiasi paziente, in poco tempo e senza fronzoli. Erano qualità che le si leggevano già in faccia, ancor prima della laurea in medicina, perciò, quando aveva iniziato a frequentare i reparti da specializzanda, non aveva dovuto cambiare il suo carattere di molto.
Anche in quei giorni fermezza e buon senso erano stati suoi fedeli compagni. Il giorno prima aveva detto a Franco che l’avevano assunta, aveva firmato il contratto, avrebbe lavorato come tutti gli altri medici, come se non fosse in formazione, avrebbe lavorato in emergenza.
Dopo questo gli aveva anche detto che non si sarebbero più visti fino alla fine della quarantena, lei aveva deciso così. Avrebbero videochiamato, avrebbero fatto finta di essere una coppia intercontinentale, si sarebbero inventati nuove routine a cui aggrapparsi e avrebbero rinunciato al contatto, alla normalità della loro relazione. Non si sarebbero più incontrati perché lei, lavorando in rianimazione, poteva trasmettere il contagio a chiunque.
Franco già da giorni si chiedeva cosa avrebbe raccontato a una pattuglia se l’avessero fermato mentre andava a trovarla, tendeva ormai a fare la spesa nei pressi di casa sua, per avere sempre qualche busta e qualche scontrino da mostrare. Adesso però non era pronto anche a questo distacco. E se uno dei due si fosse ammalato? E se la quarantena fosse durata mesi?
Non ci pensavano, come tutti in quei giorni. Il balcone era diventato un luogo dove aspettarla per una chiacchierata mentre lei, facendo una corsetta, passava in via Verdi.
Fra! Sono qui! - disse Elena continuando a correre sul posto, si era dimenticata di fermarsi. Era intenta a vedere, da lontano, meglio che poteva, l’espressione di Franco, la sua reazione. Si guardava anche intorno di tanto in tanto, perché aveva compreso che più di una faccia alla finestra aveva spostato l’attenzione da Franco a lei. E poi doveva fare i conti con il flusso dei suoi pensieri. Franco le parlava da un balcone del secondo piano, ne poteva vedere solo il volto da quella prospettiva. Le stava raccontando il più e il meno di quella mattinata, delle pulizie, del lavoro.
Lei annuiva, rispondeva e intanto lasciava che l’ironia per quella situazione le attraversasse la mente. Io sono l’amata – pensava – dovrei essere io al suo posto, dovrei aspettarlo dal balcone mentre lui mi fa una serenata. Che ridere, non si era proprio accorta di avergli proposto un incontro così buffo.
Mentre correva lungo la strada di casa questo contrario le rimase nella testa, come se fosse il simbolo di tutto il resto. La gente vive e soffre in un mondo rovesciato, un mondo al contrario – ripeté più volte a se stessa – e, a volte, nemmeno se ne accorge.
I nomi e i luoghi sono di pura invenzione, ma i fatti sono liberamente tratti da almeno una storia vera.