“La mia vita al tempo del Coronavirus” – Lisa Rancati
Dai primi giorni in cui l’epidemia di Coronavirus si è diffusa nel nostro Paese, la televisione italiana non ha fatto altro che bombardare i suoi ascoltatori con notizie dai titoli equivoci: tra i più diffusi, “Questo virus è solo un’influenza!”, “Evitiamo allarmismi!”, “Non preoccupiamoci e non ingigantiamo la situazione!”. L’obiettivo era quello di tranquillizzare la popolazione ed evitare che si creasse il panico generale. Eppure, la storia dovrebbe averci insegnato che l’unica arma in grado di combattere la paura è l’informazione. Questi “slogan” si sono rivelati estremamente dannosi in quanto hanno contribuito a creare, fin dal principio, una percezione distorta della gravità della situazione, diffondendo disinformazione e la convinzione che tutta questa questione sia alquanto banale.
Nella nostra società - ma anche negli altri Paesi – c’è un meccanismo distorto e malsano che, in una situazione come quella in cui ci troviamo, è emerso immediatamente: l’ignoranza va a braccetto con la saccenteria e con la presunzione. Più non si conosce e più si parla, ci si sente in diritto di dire la propria opinione. Proprio così: i più disinformati sono quelli che hanno meno timore di parlare, di farsi sentire, di diffondere le loro false e superficiali conoscenze, contaminando con le loro idee anche chi gli sta intorno e che, come spesso succede, non si informa in prima persona e decide di fidarsi ciecamente di ciò che gli viene raccontato. “Il mio amico/vicino/conoscente mi ha detto…”. Quale fonte più attendibile! Effettivamente, con così tanto tempo libero a disposizione ora che ci sono state imposte delle limitazioni di movimento, perché mai sprecare qualche ora della propria vita per cercare di capire cosa stia succedendo intorno a noi? Assolutamente troppo faticoso.
E così, di fronte alle ricerche degli esperti e ai numeri sempre più drammatici di contagi e decessi che dimostrano come il Covid-19 sia un fatto da non sottovalutare, ancora c’è chi sostiene che le misure prese per contenere e contrastare il virus siano del tutto esagerate e fuori luogo. Ma perché questa grande convinzione? Per caso sulla base di qualche studio o ricerca individuale che smentisca la necessità di evitare il più possibile spostamenti e contatti interpersonali per combattere il virus? Non prendiamoci in giro.
Alla luce di quello che sto vivendo in questi giorni, posso raccontare con grande amarezza di come la risposta di molte persone ai provvedimenti presi dal governo in diversi casi sia stata la seguente: “Io non rinuncio alla mia libertà. La mia libertà è un mio diritto. Non ho intenzione di rinunciarvi chiudendomi in casa. Alla fine ognuno è libero di scegliere di comportarsi come vuole.” È la filosofia che in molti stanno adottando, non capendo che potremo tornare alla normalità soltanto quando tutti ci impegneremo a fare la nostra parte affinché ciò possa avvenire. Non vogliamo smettere di vivere la nostra quotidianità e per questo ci aggrappiamo con tutte le nostre forze ad alcune abitudini a cui non vogliamo rinunciare, come un caffè o una partitella tra amici, per far finta che non stia succedendo niente di grave e che queste settimane siano soltanto dei giorni extra di vacanza o di ferie inaspettate. Beh, non è così. E più ci ostineremo a comportarci in questo modo e più tempo dovremo trascorrere lontano dalla normalità a cui non vogliamo dire addio. Se vogliamo che questa situazione di emergenza finisca in fretta, dobbiamo comportarci esattamente come ci viene richiesto di fare. E se questo vuol dire chiudersi in casa per un mese, facciamolo. Un sacrificio oggi per evitare di piangere domani. Adesso siamo a malapena in grado di immaginare quali potrebbero essere le conseguenze per noi e per i nostri cari, se i numeri del contagio dovessero continuare a crescere. Siamo a malapena in grado di immaginare che cosa vorrebbe dire dover arrivare al punto di essere costretti, negli ospedali, a selezionare a chi tentare di salvare la vita e a chi no. Ma dobbiamo davvero spingerci fino a questo punto e trasformare queste ipotesi drammatiche in realtà? A quanto pare sì. Sembra che molte persone ragionino ancora come quando erano bambine: all’asilo, di fronte a un divieto, le parole non erano sufficienti. Il divieto non veniva rispettato finché non arrivava la punizione concreta, finché non si veniva messi in castigo in un angolo e si imparava a proprie spese il significato di quel divieto. Valeva di più il brivido di non seguire le regole e di dare retta ai propri istinti e impulsi. Per la maggior parte di noi dovrebbero esserne passati tanti di anni dai tempi dell’asilo, eppure molti continuano a comportarsi allo stesso modo.
In Cina, a Wuhan, dopo settimane di dura lotta all'epidemia si sta verificando un lieve ritorno alla normalità: il governo cinese aveva imposto un sistema di blocco totale al Paese, che sembra essere risultato efficace nella battaglia contro il virus. Questo blocco totale è stato accettato dal popolo cinese, con serietà e sicuramente con non poche difficoltà. Possiamo impegnarci per far sì che anche in Italia questo possa avvenire nel giro di tre mesi, oppure possiamo continuare a pensare che la “libertà” del singolo sia più importante del bene della società.
Pensare di poter “scegliere di fare quello che si vuole” è un atteggiamento del tutto irresponsabile e irrispettoso. Nei confronti degli altri così come di se stessi. Fare quello che si vuole? Siamo per caso in un’anarchia? Allora le regole che ci sono state imposte sono state create così, per svago? Vorrei poter dire che le frasi che ho citato fino ad ora non derivano da un mio confronto personale con persone che conosco (e che in alcuni casi stimo), ma purtroppo è proprio così. E in risposta alla mia indignazione e ai miei tentativi di far riflettere queste persone, mi è stato detto che sono esagerata e che creo allarmismo. (I famosi slogan.). Non posso che provare frustrazione e incomprensione, mentre intorno a me i miei amici si comportano come se niente fosse.
“Guarda che se ci incontriamo in cinque o sei a casa di x, non vengono mica a controllare”. Il fatto che non ci sia un membro delle Forze dell’ordine ad ogni angolo della strada per verificare che lo spostamento di ogni persona stia davvero avvenendo per cause di forza maggiore è per caso una motivazione sufficiente per andare dove si vuole, semplicemente perché si ha voglia di farlo? Non direi proprio. Oltretutto, quello che in molti sembrano non capire, è che i famosi “luoghi affollati” da evitare non sono solamente bar o locali in cui si trovano persone estranee: l’affollamento è proporzionale al luogo in cui ci si trova, perciò sei persone all’interno della stessa stanza e provenienti da nuclei familiari e paesi diversi è rischioso tanto quanto frequentare un luogo pubblico con decine di persone al suo interno. Si ritorna sempre alla solita, fastidiosa questione: bisogna limitare i contatti di qualsiasi tipo. Avere contatti interpersonali significa aumentare esponenzialmente i rischi di contagio per noi e per gli altri.
Trovo quasi più snervante e frustrante il modo in cui le persone si stanno comportando, rispetto alla situazione in sé: in questi giorni ci viene richiesto uno sforzo mai fatto prima d’ora, quello di mettere da parte una volta per tutte l’egoismo e di ragionare nel rispetto della nostra società, seguendo quella che dovrebbe essere la nostra coscienza civile. Personalmente, per quanto difficile, mi sto impegnando per comportarmi nel modo in cui tutti i cittadini italiani sono chiamati a fare. Non pensare solo a se stessi, in questi casi, significa anche diffondere il più possibile l’informazione, per far sì che sempre più persone agiscano nel modo corretto. Per questo motivo, non smetterò di cercare di far riflettere le persone che ancora non lo hanno fatto abbastanza, a costo di essere definita “esagerata” e considerata “pesante”.
Ma poi, sarò io ad essere davvero “pesante” o loro ad essere un po’ troppo leggeri?