GIROLAMO BRUSAFERRO
Girolamo Brusaferro è stato un pittore italiano attivo nel XVIII secolo, noto per il suo stile che fondeva elementi del tardo barocco con influenze settecentesche. Allievo di Niccolò Bambini e Sebastiano Ricci, ha sviluppato una propria cifra stilistica caratterizzata da un disegno solido, figure dinamiche e un uso ricco dei colori, soprattutto nei toni del rosso e del bruno
L’artista nasce a Venezia nel 1684 e muore nel 1760
Non si hanno molte notizie attorno alla sua vita.
Visse a San Giovanni Decollato, non aveva figli e nemmeno assistenti.
Tra il 1702 e il 1721 fu iscritto alla fraglia dei pittori, erano le corporazioni di arti e mestieri o le confraternite religiose nei territori della Repubblica di Venezia
In gioventù fu allievo di Niccolò Bambini dal quale apprese le buone regole del disegno. Seguì poi la maniera di Sebastiano Ricci ed infine formò un suo stile che mitiga entrambi i maestri.
Il suo stile rappresenta un compromesso tra la grande tradizione della pittura classicistica e l'innovativo cromatismo settecentesco, dal risultato originale e di ben felice realizzazione.
Il suo stile si distingue per l'uso di composizioni dinamiche e una forte espressività nelle figure. La sua formazione sotto Bambini e Ricci gli ha permesso di assimilare tecniche diverse, creando opere che riflettono una sintesi tra il barocco e il rococò. Le sue tele spesso presentano scene drammatiche con personaggi intensamente espressivi, caratterizzati da gesti ampi e volti carichi di emozione .
Oggi, le sue opere sono conservate in importanti collezioni pubbliche e private, tra cui le Gallerie dell’Accademia di Venezia e diverse chiese del Veneto. La sua produzione artistica rimane un esempio significativo della pittura veneziana del XVIII secolo.
AFFRESCHI DI VILLA LOREDAN PEROCCO
L’intera sala principale è strutturata a doppia altezza, con ballatoi alle estremità, ed è integralmente affrescata da Gerolamo Brusaferro, pittore vissuto tra il 1684 e il 1760. Il ciclo di affreschi raffigura episodi di storia romana all’interno di una finzione architettonica. Con Brusaferro probabilmente lavoravano anche pittori prospettici per realizzare i finti scenari teatrali ornati da putti e vasi di fiori.
Le raffigurazioni sono divise da un colonnato corinzio che sostiene una trabeazione, interrotta nei lati lunghi dall’apertura di due ampi boccascena, finzione rara nelle ville di campagna.
L’idea dell’impostazione è quella del teatro barocco, è infatti usuale in Brusaferro la coesistenza di elementi settecenteschi con altri ancora tardobarocchi, palesemente di derivazione da Nicolò Bambini (il suo maestro), come il disegno solidamente modellato dei personaggi, che si caratterizzano per la forte gestualità e teatralità delle mani e degli sguardi, uno degli elementi più impiegati dall’artista.
Sulle due pareti maggiori possiamo vedere due archi scenici, quasi delle imboccature di palcoscenici teatrali all’interno dei quali si svolgono le scene storiche, rivissute con uno spirito quasi più da “melodramma” che da storia vera, come se si stesse assistendo ad una tragedia a teatro.
La prima scena in cui ci si imbatte è il Ratto delle Sabine, mentre sul lato opposto vengono rappresentati Enea che riceve le armi e La morte di Turno, separati dal doppio portale del vano scala. I due lati brevi sono percorsi da ballatoi nei cui solai sono affrescati Apollo citaredo [Nord] e La primavera [sud] (Flora). Il soffitto invece si apre con un gran ovale con Enea ricevuto in Olimpo. Si possono notare inoltre 4 ovati, quali sovrapporte, e in senso antiorario nei pennacchi del soffitto i 4 Continenti affiancati da figurazioni minori. Come potete notare manca l’Australia, ancora sconosciuta. Infine sopra al boccascena del Ratto delle Sabine si appoggiano due Vittorie alate. Sopra al portale della scala sono rappresentati due prigionieri sovrastati dal Dominio, e sull’architrave del lato breve una coppia di putti.
Gli affreschi sono conservati in modo discreto: alcuni però sono attraversati da crepe profonde, ovvero il Ratto delle Sabine e l’ovale raffigurante la Virtù eroica: tuttavia non si sono deteriorati in modo irreparabile; l’umidità ha provocato cadute di colore sulla parete nord. Non sembrano restaurati in tempi recenti, ma alcuni dettagli che vedremo dopo possono suggerire un restauro nel passato.
Nell'affresco del Ratto delle Sabine la scena è delimitata da uno splendido boccascena che riporta al mondo del Seicento, dello spettacolo e dello stupore, mentre nello sfondo si possono notare un arco di trionfo romano e la statua di Poseidone, dio del mare. Nella parete opposta invece si possono notare come colonne e pilastri di ordine corinzio si alternino tra realtà e finzione della pittura.
IL QUADRATURISMO
Il quadraturismo è un genere pittorico che consiste nella realizzazione di prospettive dipinte su pareti e soffitti, costruite in modo tale da ampliare illusoriamente con elementi architettonici lo spazio nel quale sono collocate e con esso si pongono in continuità.
Le quadrature consistono in colonnati trabeati, statue effimere di figure umane e/o celesti, come santi o angeli, che condividono lo spazio illusorio con quello reale del fruitore e favoriscono una coinvolgente illusione pittorica.
ORIGINI
Il quadraturismo, come definito, ha un antenato illustre, ossia il secondo stile della pittura pompeiana: è uno dei quattro "stili"; detto architettonico o finto prospetto, si colloca nel periodo che va dall’80 a.C. alla fine del I sec. a.C. circa.
In questo tipo di pittura, elementi come cornici e fregi con tralci vegetali cominciano ad essere dipinti invece che realizzati in stucco, riproponendo così, con abile gioco illusionistico di colori e ombre; l’innovazione è fornita dall'effetto di trompe l'œil che si crea sulle pareti, dove al posto dello zoccolo si dipingono in primo piano podi con finti colonnati, edicole e porte dietro i quali si aprono vedute prospettiche.
I MAESTRI DEL QUADRATURISMO
Il termine appare per la prima volta dall’arte del Seicento Barocco; in Italia la scuola principale di quadraturisti ebbe come
capostipite Girolamo Curti, detto “il dentone”, attivo a Bologna e formò allievi come A. Mitelli e A.M. Colonna.
Curti richiamando i principi vitruviani introdusse nella quadratura la prospettiva, facendo uso di metodi scientifici, con il suo originale modo di usare il chiaroscuro otteneva risultati di eccezionale qualità, tanto che gli osservatori spesso non distinguono le opere architettoniche reali da quelle effimere, da lui realizzate.
L’uso del quadraturismo si diffonde capillarmente e gli artisti imparano a riprodurre illusioni sempre più sofisticate mescolando architettura reale e fittizia in
modo tale che l’occhio dell’osservatore non distingua la verità dall’inganno. Tra gli artisti di maggior prestigio possiamo citare Andrea Pozzo con il mirabile esempio nella volta affrescata della chiesa di S.Ignazio di Loyola a Roma.
I QUADRATURISMI DI VILLA PEROCCO
In Villa Perocco il quadraturismo è ampiamente utilizzato in entrambi i piani per nobilitare l’ambiente. Nel portego c’è un quadraturismo semplice costituito da colonne tuscaniche e paraste che sorreggono una trabeazione dorica che imita elementi architettonici in marmo sull’intonaco giallo. Appaiono elementi nobilitanti attorno ad ogni infisso, in particolare gli stipiti delle porte sono modanate e sormontati da timpani mistilinei con conchiglie ed un fastigio con volute; il portale in legno si pone in evidenza tramite la cornice che imita il nobile materiale del marmo.
Tra le paraste del portego si evidenzia la figura di un condottiero armato di spada e scudo in posa chiastica e dotato di grande dinamismo. Esso è posto su un piedistallo costituito da un plinto che sorregge eleganti volute.
In alto c’è un fregio che alterna triglifi a metope creando un clima unitario in tutta la sala.
Lo scalone ci conduce al piano nobile: il salone presenta un quadraturismo che determina uno spazio illusorio coinvolgente su tutte le pareti della stanza e crea un clima di totale immersione.
Il quadraturismo sulle pareti maggiori imita un boccascena teatrale ed è costituito da un basamento marmoreo a volumi degradanti, ai cui estremi, si ergono due coppie di colonne corinzie con trabeazione, le quali, a loro volta volta, sorreggono un arco a sesto ribassato decorato con frange a festoni e nappe, coronato da una coppia di volute con stemma marmoreo.
Sulla facciata di fronte alle scale è possibile ammirare Il Ratto delle Sabine, nell’altra invece c’è Enea che riceve le armi e La morte di Turno, in questo caso il quadraturismo che imita il boccascena si integra alla colonna che bipartisce lo scalone e alle paraste marmoree che la racchiudono coronato da una trabeazione con volute contrapposte illusionistiche, in questo caso realtà e finzione si armonizzano in un gioco illusionistico nel quale il visitatore diventa l’attore protagonista.
Sopra alle colonne sono adagiate 4 figure femminili che raffigurano i continenti e i rispettivi attributi.
Nella volta affrescata viene rappresentata una cornice ovale modanata che si apre illusoriamente verso uno spazio sconfinato e un immaginario Olimpo in cui è raffigurato Enea trionfante.
Ai lati della sala ci sono quattro porte, che danno accesso a stanze attigue, sormontate da ovali con volute e festoni vegetali che racchiudono rappresentazioni di virtù e divinità.
Il lato minore del salone rivolto verso est è illusoriamente tripartito da colonne di ordine composito che poggiano su un basamento marmoreo; nell’intercolumnio si aprono le finestre centinate decorate nella parte sommitale da putti alati.
Il lato minore rivolto ad ovest manca di affreschi poiché in origine era probabilmente aperto a creare un loggiato o uno scalone e a testimonianza di questo emergono parzialmente le colonne di ordine ionico ormai annegate nella muratura.
L’intradosso del ballatoio presenta una decorazione tripartita a cassettoni dove sono raffigurate con la tecnica “sotto in su” scene di Apollo su una coltre di nuvole con l’arco e la cetra retta da un putto e Venere ed Eros che lanciano rose, fiore sacro alla divinità.
ENEA IN TRIONFO NELL’OLIMPO
IL MITO
Il mito di Enea è uno degli episodi più affascinanti della mitologia greca e romana, ed è raccontato principalmente nell’Eneide di Virgilio. Enea, eroe troiano figlio di Anchise e della dea Afrodite, è noto per la sua determinazione e il suo destino predetto: fondare una nuova città che diventerà Roma. La figura di Enea è centrale nella mitologia romana, dove viene visto come l'antenato di Romolo e Remo e il fondatore di una stirpe che darà origine all'Impero romano.
Durante il suo viaggio verso l'Italia, Enea affronta numerosi ostacoli, tra cui guerre, tempeste e difficoltà emotive. La sua vicenda è seguita da diversi dèi dell'Olimpo, che intervengono nelle sue imprese in modo attivo.
Quando Giunone cerca di ostacolare Enea, Giove, il re degli dèi, interviene per guidarlo verso il suo destino. Giove è il grande sovrano dell'Olimpo, ed è proprio lui che, attraverso una visione in cui gli appare il futuro di Roma e delle sue glorie, spinge Enea a non deviare dal suo cammino.
In un altro momento, nel Libro VI, Enea compie un viaggio nell'Ade per incontrare l'ombra di suo padre, Anchise. In questa parte dell'epopea, Enea incontra anche il futuro degli eroi romani, ed è ancora una volta l'intervento degli dei (soprattutto di Apollo e di Giove) che consolida la sua determinazione e il suo senso del dovere. La presenza degli dei olimpici, quindi, non è solo un elemento che interviene nella sua vita, ma è anche un simbolo di come il destino di Enea e, di riflesso, il destino di Roma, sia legato all'intervento divino.
Questa costante interazione con gli dei dell'Olimpo riflette il grande tema della "provvidenza" nell'Eneide: Enea non è solo un eroe che combatte per la propria gloria, ma è soprattutto un uomo destinato a compiere una missione divina. La sua lotta è quella di realizzare il volere degli dei, in particolare di Giove, e di fondare la città che sarà Roma.
DESCRIZIONE
La scena si apre su un cielo azzurro inondato di luce, attraversato da nuvole, secondo la tipica visione del "cielo aperto" barocco, in cui la volta sembra dissolversi e spalancarsi verso l’infinito. Al centro della composizione, ricca di movimento e teatralità, vengono rappresentate numerose figure divine, semidivine e allegoriche. Enea, ritratto con capelli corti secondo la tradizione romana, giunge nell’Olimpo trasportato da una nuvola, indossando calzari alati. Al suo fianco compare un uomo barbuto, forse Marte, dio della guerra. Poco più in alto, una bellissima figura femminile, probabilmente Venere, è circondata da fanciulle alate. In basso a destra, Mercurio (o Ermes) è riconoscibile dall’elmo alato e dal caduceo, il bastone con due serpenti intrecciati. Alle loro spalle si intravede Giove, imperturbabile, con accanto un’aquila, simbolo della potenza di Roma.
Intorno, si muovono putti e una figura femminile alata, la fama, intenti a suonare delle trombe, altri coinvolti in gesti simbolici: uno solleva una corona e una stella, emblemi di gloria e eternità; un altro brandisce una falce, Saturno, in direzione di un uomo alato che osserva la scena con sguardo invidioso. Diverse divinità femminili, alcune seminude e adagiate sulle nuvole, sembrano rappresentare allegorie di virtù, stagioni, arti o costellazioni, mentre lungo la cornice si dispongono putti alati musicanti e personificazioni delle scienze.
I colori, vivaci e armoniosi, spaziano tra i rosa e i celesti dei corpi e dei drappeggi, e i dorati e verdi della vegetazione e degli ornamenti architettonici realizzati in trompe-l'œil. L’intera scena, con corpi agili e vesti leggere mosse dal vento, è permeata da una profonda illusione prospettica che amplifica l’effetto di profondità e apertura verso il divino.
Quest’opera è una celebrazione simbolica dell’armonia tra uomo e divinità, della grandezza culturale e spirituale del committente, e del legame profondo tra arte, potere e natura. Essa riflette il gusto e la raffinatezza dell’aristocrazia veneta del Settecento.
IL RATTO DELLE SABINE
IL MITO
Il Ratto delle Sabine è uno dei miti fondatori di Roma. Secondo la leggenda, Roma, appena fondata da Romolo, si trovò a dover affrontare un grave problema: la mancanza di donne. Per attrarre abitanti nelle sue nuove terre, Romolo offrì asilo a uomini provenienti da diverse regioni, ma le sue terre non avevano donne con cui potessero sposarsi. Per risolvere questo problema, Romolo decise di organizzare una grande festa in onore del dio Nettuno, invitando i popoli vicini, in particolare i Sabini, ma senza rivelare il vero scopo dell'incontro. Durante la festa, mentre gli ospiti erano distratti, i Romani rapirono le donne sabine per prenderle come mogli. Le donne, inizialmente, reagirono con rabbia, ma col passare del tempo si adattarono alla nuova vita con i Romani. La situazione si complicò quando il re sabino, Tito Tazio, decise di vendicare il rapimento e dichiarò guerra a Roma. Tuttavia, quando le battaglie tra Romani e Sabini furono sul punto di diventare troppo cruente, le donne sabine intervennero, mettendosi tra i due eserciti e supplicando i loro padri e mariti di fermare il conflitto. Il loro gesto commosse tutti, e infine le due fazioni fecero pace, unendo le forze e dando vita a un'alleanza tra Romani e Sabini. Il mito del ratto delle Sabine simboleggia l'integrazione e la crescita di Roma, che, nonostante le sue origini violente, riuscì a ottenere l'alleanza con altri popoli e a prosperare.
DESCRIZIONE
L’affresco intitolato “Il ratto delle Sabine”, è una poderosa composizione barocca che trasforma un celebre episodio mitologico romano in un tumultuoso e teatrale spettacolo visivo. Al centro della scena, il pittore colloca con forza narrativa il gesto tipico del ratto: un giovane guerriero romano, identificabile per l’elmo crestato e la corazza dorata, solleva tra le braccia una donna che si divincola, il corpo in una torsione drammatica, lo sguardo rivolto all’indietro in un misto di spavento e disperazione.
Attorno a loro si sviluppa un turbinio di figure: donne in fuga, uomini che inseguono o lottano, bambini, vecchi e soldati, tutti colti in pose dinamiche e spesso esasperate, come congelati in una danza frenetica e dolorosa. Il caos della scena è accentuato dal fitto intreccio di corpi, drappeggi e armi, che si avviluppano in un moto collettivo e tragico. L’ambientazione architettonica sullo sfondo - un’imponente scalinata coronata da un colonnato e una cupola - conferisce alla scena un tono monumentale e solenne, mentre la statua di Nettuno svetta a destra, a protezione dell’atto di conquista. I colori sono intensi e armoniosi: i rossi, i blu e i viola dei drappeggi si alternano ai toni rosati degli incarnati delle figure e agli ocra dell’architettura, costruendo una sinfonia cromatica che contribuisce a esaltare la tensione emotiva.
L’affresco riporta citazioni erudite tratte da opere barocche e manieriste, quali il Ratto della Sabina di Giambologna, “Apollo e Dafne” e il “Ratto di Proserpina” di Gian Lorenzo Bernini. In particolare, il gesto tipico del ratto con la sua drammatica teatralità si coglie attraverso la disposizione dei corpi nello spazio e l’espressività dei volti.
ENEA RICEVE LE ARMI DIVINE
IL MITO
Mentre Enea si trova in Arcadia ospite del re Evandro, la madre Venere si reca da Vulcano convincendolo a creare delle armi per il figlio. Enea, che aveva raggiunto Tarconte dietro consiglio di Evandro, viene raggiunto dalla madre, descritta come "splendente tra gli eterei nembi"; quest'ultima, dopo averlo abbracciato, gli consegna le armi perché possa sfidare in battaglia i Laurenti e Turno.
Nel mito di Enea, protagonista dell’Eneide di Virgilio, Enea riceve le armi divine come segno della protezione degli dèi e per aiutarlo nel suo difficile cammino verso la fondazione di Roma. La scena si svolge quando Enea, che sta affrontando numerose difficoltà durante il suo viaggio, si prepara ad affrontare il suo nemico, Turno, re dei Rutuli, in un duello decisivo.
Gli dèi, che sostengono Enea nella sua missione, decidono di fornirgli delle armi straordinarie per garantirgli la vittoria. La divinità che interviene in questo caso è la dea Venere, madre di Enea, che chiede al dio Vulcano di forgiare per il figlio delle armi speciali.
Vulcano, il dio del fuoco e della metallurgia, forgiò per Enea una serie di armi divine, tra cui uno scudo magnifico, che rappresenta simbolicamente la storia futura di Roma, comprese le sue battaglie e vittorie. Oltre allo scudo, Enea riceve anche una lancia e una spada. Queste armi sono una rappresentazione del destino eroico di Enea e della protezione divina che gli permette di compiere la sua missione di fondare una nuova città.
Con le armi divine, Enea si sente pronto a confrontarsi con Turno, segnando un punto cruciale nella sua lotta per realizzare il destino che gli è stato predetto dagli dèi.
DESCRIZIONE
L’affresco intitolato “Enea riceve le armi divine”, è un’imponente e teatrale rappresentazione pittorica in pieno stile barocco, ispirata alla grande epica virgiliana. Al centro della composizione si staglia la figura di Enea colto nel momento solenne in cui riceve le armi forgiate per lui dal dio Vulcano per volere di Venere, sua madre. Avvolto da un mantello porpora, Enea indossa una corazza dorata finemente decorata, mentre la corona d’alloro sul capo ne suggella il destino eroico. Il gesto della mano sollevata e lo sguardo rivolto verso l’alto esprimono consapevolezza e ispirazione divina, come se riconoscesse nelle armi ricevute il segno del suo futuro glorioso.
Attorno a lui si sviluppa un’intensa composizione scenica: soldati, figure allegoriche e accompagnatori che partecipano al momento con gesti e posture cariche di pathos. Lo sfondo architettonico è caratterizzato da colonne classiche e stendardi, che collocano l’episodio in uno spazio solenne.
La luce, che scolpisce i corpi e mette in risalto le pieghe dei drappi, guida lo sguardo dello spettatore, mentre la vivacità cromatica – dall’oro della corazza al verde delle corone – dona vivacità all’intera scena.
Europa
L’affresco intitolato “Europa”, è una magnifica espressione dell’allegorismo barocco, dove la rappresentazione del continente europeo assume la forma di una figura femminile idealizzata, emblema di potere, civiltà e cultura. La scena si dispiega con sontuosa teatralità, dominata da una figura centrale femminile che incarna l’Europa stessa, seduta in posizione regale, adornata con vesti fluenti variamente lumeggiate. Si presenta accompagnata da simboli del sapere, delle arti e della religione: una corona, strumenti musicali o attributi regali come scettri e armi. Accanto a lei si evidenzia la figura del toro bianco che ci riporta al mito di Europa e di Zeus. La luce vera protagonista di questo monocromo, definisce i volumi, accarezza i drappeggi e conferisce vita e movimento alla scena. La composizione è dinamica, ma allo stesso tempo bilanciata, come si addice a un soggetto che vuole esprimere ordine, razionalità e dominio
Asia
L’allegoria dell’Asia è una raffinata allegoria pittorica che interpreta il continente asiatico secondo l’immaginario iconografico barocco europeo. Dominante la figura femminile centrale rappresentata secondo i canoni esotici e idealizzati del Settecento. Avvolta in vesti sontuose e riccamente decorate, dai colori caldi e profondi come il porpora, l’ocra e il turchese, la figura siede con compostezza maestosa, reggendo simboli riconducibili alla sua identità: spezie, oggetti orientali, un copricapo o un animale esotico, elementi che evocano l’immaginario del lusso, del mistero e della spiritualità orientale.
L’ambiente attorno a lei è densamente popolato da figure secondarie, animali simbolici — come il cammello o il leone asiatico — e architetture che suggeriscono templi, palazzi e paesaggi lontani. La luce gioca un ruolo fondamentale: arriva da un punto alto e laterale, modellando i corpi e i panneggi con effetto plastico, mentre la ricca gamma cromatica, amplifica la sensazione di magnificenza e ricchezza, in linea con l’idea dell’Asia come continente fertile e misterioso.
Africa
L'Africa appare come una donna estremamente libera, con il busto scoperto.Indossa un copricapo a forma di testa di elefante ed è accompagnata da alcuni animali, come il leone, lo scorpione del deserto. L'Africa tiene in mano una cornucopia, la quale simboleggia la fertilità e l'abbondanza di alcune zone del continente (se si esclude ovviamente il deserto del Sahara). Questa raffigurazione dell'Africa riprende delle monete di epoca romana che raffiguravano la personificazione dell'Africa come provincia romana (un territorio che si estendeva dalle coste dell'odierna Tunisia e della Libia).
America
Nel rappresentare l'America, Gerolamo Brusaferro probabilmente si ispira, anche se solo parzialmente, alle raffigurazioni delle amazzoni. La figura femminile, infatti, tiene in mano un arco corto e una freccia, simboli di forza e combattimento. La sua veste, che le lascia scoperto il seno, è completata da un pesante mantello che avvolge la schiena. La muscolatura, in particolare quella del braccio, appare robusta, enfatizzando un'immagine di potenza fisica di matrice michelangiolesca. Il capo è coperto da un fazzoletto, e il volto della figura si allontana dai canoni di bellezza classica, conferendo alla rappresentazione un aspetto più ruvido e lontano dall'ideale estetico tradizionale.
SOVRAPORTA
Sui lati maggiori della sala ci sono due porte che conducono a delle sale secondarie oppure al palco sovrastante.
Ogni porta è sormontata da ovali con volute e festoni floreali che racchiudono virtù e divinità.
Figura femminile rivolta di spalle che nell'iconografia barocca può essere identificata come l'allegoria della Gloria con l’aspetto regale e imponente e con una tromba che rappresenta la voce potente e il richiamo epico, una corona che ne indica la sua superiorità. I vari attributi presenti come la corona e la tromba possono condurci anche a identificarla in Calliope, musa della poesia.
In questo ovale è rappresentata una figura femminile in atteggiamento contemplativo con corazza/egida, elmo e mantello che sorregge uno scudo che riporta l'effigie della Gorgone, una freccia e un ramoscello d’ulivo. I diversi attributi presenti permettono di identificarla in Atena dea della virtù guerriera oltre che della prudenza e dell'operosità pacifica.
In questo ovale viene rappresentato Ercole, raffigurato con una postura vigorosa e possente. Sulla spalla poggia la testa del leone di Nemea e in mano tiene una clava, con cui l’eroe è spesso raffigurato.
La figura dominante di Ercole rappresenta la potenza fisica e la fama che celebrano il suo trionfo; nell’allegoria, egli incarna l’ideale dell’ eroe virtuoso, capace di superare ogni difficoltà attraverso la disciplina, il coraggio e la determinazione.
In questo ovale è rappresentata una donna con specchio e caduceo, attributi solitamente associati alla Prudenza. Un elemento insolito per questo soggetto è il petaso, solitamente associato ad Hermes. La prudenza è una delle quattro virtù cardinali della morale sin dall’antica Grecia ed è interpretata come la capacità di discernere il comportamento meno rischioso.