Vi siete mai chiesti a cosa serve la scrittura creativa? Partiamo con il dire che è un mezzo di comunicazione universale, infatti, chiunque può comunicare le proprie idee e i propri sentimenti, che rimarranno nel tempo. Questo permette di costruire un legame tra chi scrive e chi legge, creando spunti di riflessione, ma anche momenti di pace e tranquillità. La scrittura creativa è l'espressione di sé stessi ed è uno strumento prezioso da coltivare per la propria crescita personale.
“Riempi la carta con i respiri del tuo cuore.” (William Wordsworth)
Per chi fosse interessato a condividere e pubblicare i propri racconti creativi, le proprie poesie e i propri disegni, può mandarli all’indirizzo e-mail: sabina.lucchesi@isibarga.edu.it
Vi auguro una buona lettura!
LA GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA
Il 21 marzo si celebra la Giornata Mondiale della Poesia, istituita nel 1999 dall’UNESCO nella XXX Sessione della Conferenza Generale dell’UNESCO. Questa giornata ha l’obiettivo di promuovere la lettura, la scrittura, la pubblicazione e l’insegnamento della poesia in tutto il mondo. La data segna anche il primo giorno di primavera e riconosce all’espressione poetica un ruolo importante nella promozione del dialogo e della comprensione interculturale, della diversità linguistica, della comunicazione e della pace. “Tra le diverse forme di espressione, infatti, ogni società umana guarda all’antichissimo statuto dell’arte poetica come ad un luogo fondante della memoria, base di tutte le altre forme della creatività letteraria ed artistica”. Questa è la frase pronunciata da Giovanni Puglisi, Presidente della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO.
“Direi che la poesia è vita e la vita è poesia – scriveva la poetessa Alda Merini – ed io sono nata il 21 a primavera”. Infatti, Alda Merini è nata il 21 marzo 1931, legando indissolubilmente il suo nome alla Giornata Mondiale della Poesia e all'inizio della primavera.
Proprio perché queste due cose non si possono scindere. Riporto l’analisi di una sua nota poesia: “Narciso”.
NARCISO
Gioca tranquillamente con l'acqua,
o Narciso che hai mille fonti
tra i tuoi capelli,
gioca e non cantare
le lacrime che sparge
una Aretusa ormai vecchia
e vecchia e folle e stanca
di imbandire cene
per un'accolita di Proci
che lasciano solo briciole per terra.
Alda Merini
Commento
La poesia “Narciso” di Alda Merini riprende il mito di Narciso ma lo interpreta in modo diverso rispetto alla tradizione.
All’inizio si rivolge direttamente a Narciso e lo invita a giocare con l’acqua, presentandolo come una figura giovane, innocente e in armonia con la natura. L’immagine delle “mille fonti tra i capelli” è una metafora che sottolinea la sua bellezza e il legame con l’elemento naturale.
Successivamente la poesia introduce la figura della ninfa Arethusa, descritta come vecchia, stanca e folle. Questo personaggio rappresenta la sofferenza e la fatica della vita, in contrasto con la purezza di Narciso.
Aretusa è stanca di imbandire cene per i Proci, che simboleggiano persone egoiste e opportuniste. Essi approfittano della generosità altrui e lasciano solo briciole, immagine che rappresenta l’ingratitudine.
In sintesi, la poesia mette a confronto l’innocenza e la freschezza della giovinezza (Narciso) con la stanchezza e la disillusione della vita adulta (Aretusa), criticando anche l’egoismo umano rappresentato dai Proci.
Attraverso queste immagini mitologiche, Alda Merini non si limita a raccontare un mito, ma riflette sulla condizione umana. La poesia sembra suggerire che la purezza e il gioco dell’infanzia rischiano di essere distrutti dall’esperienza della vita, fatta spesso di sacrifici. L’invito iniziale a Narciso a continuare a giocare con l’acqua può essere interpretato come un tentativo di preservare l’ innocenza prima che venga travolta dalla sofferenza e dall’egoismo del mondo.
Tuttavia Merini trasforma il mito, usando Narciso non tanto come simbolo di vanità, come il mito lo raffigurava, ma come immagine di innocenza e purezza, messa a confronto con la durezza e l’egoismo della realtà.
Infine il linguaggio della poesia è semplice, ma simbolico. La voce poetica assume un tono lirico e meditativo, riflette più che raccontare. La poesia ha inoltre un forte valore metaforico: il mito diventa un simbolo universale dell’esperienza umana.
Oltre lo schermo
La luce dello schermo era l’ultima cosa che restava accesa nella stanza.
Valerio, un ragazzo di 19 anni era sdraiato sul letto, il telefono sospeso a pochi centimetri dal viso, mentre scorreva lentamente le immagini. Il silenzio della casa era profondo, interrotto soltanto dal movimento leggero del pollice che scivolava sul vetro, facendo apparire nuovi volti, nuove frasi, nuove immagini che duravano pochi secondi prima di sparire.
Valerio da qualche tempo aveva preso l’abitudine di controllare il suo profilo più volte al giorno e si specchiava continuamente nello schermo nero del telefono, un lago in cui era facile perdersi. Il ragazzo iniziava a pensare solo ai like e ai selfie ed era incapace di distogliere lo sguardo dalla propria immagine digitale. Non pensava ad altro che a curare la sua immagine esteriore. Le fotografie che pubblicava erano curate con precisione: la luce giusta, l’angolazione migliore, un’espressione naturale che in realtà richiedeva diversi tentativi prima di sembrare spontanea. Quando finalmente ne sceglieva una, la osservava a lungo prima di pubblicarla, studiando il proprio volto come se appartenesse a qualcun altro. Spesso usava filtri per ritoccare il suo viso e farlo apparire come lui desiderava, non si accorgeva che così perdeva parti di sè.
Il suo profilo con il tempo stava diventando molto seguito.
Non ricordava nemmeno bene quando fosse cominciato tutto, all’inizio per gioco: c’erano state poche fotografie, scattate con gli amici, senza pensarci troppo. Poi erano arrivati i primi commenti, le prime condivisioni, persone sconosciute che iniziavano a scrivergli dicendo che gli piaceva il suo stile e il suo modo di mostrarsi.
Ora le persone reagivano, commentavano, scrivevano messaggi sempre più di frequente. Valerio passava sempre più tempo a controllare quello che succedeva intorno alla sua immagine, come se da quei piccoli segnali dipendesse qualcosa di importante. Il suo rapporto con i social da curiosità era diventato abitudine ed infine bisogno. Sentiva che aveva necessità dei like, commenti e approvazione dagli altri che nemmeno conosceva, ma che erano in grado di farlo sentire apprezzato e importante. Non usciva più di casa, nemmeno per incontrare i suoi amici, che non sentiva più da molto tempo. La solitudine iniziava a farsi sentire, non avere nessuno accanto che possa consolarti o farti ridere stava diventando un peso. Ma lui non era ancora pronto a capirlo e cercava ancora più rifugio nel mondo social. Si concentrava sempre più su sé stesso, solo lui ormai contava. C’erano momenti in cui Valerio si sorprendeva a controllare il telefono anche quando non era successo nulla di nuovo. Lo faceva durante le lezioni, mentre camminava per strada, perfino quando stava parlando con qualcuno. Era come se dentro lo schermo esistesse un luogo dove era sempre possibile tornare a guardarsi.
Un pomeriggio di primavera come sempre era chiuso in casa, gli capitò mentre scorreva su Instagram un post che diceva: “chi si innamora soltanto del proprio riflesso rischia di non accorgersi più del mondo intorno”. Non capiva come mai ma questa frase lo colpì particolarmente, forse perché si sentiva rappresentato, forse perché sentiva il significato di questo enunciato sotto pelle.
Quella sera Valerio decise di uscire, camminava con lo sguardo abbassato fisso sullo schermo, scorrendo immagini, rispondendo a messaggi, guardando i commenti sotto l’ultima foto che aveva pubblicato. Era una foto semplice: lui seduto su una panchina al tramonto.
I commenti continuavano ad arrivare: “bellissimo”, “perfetto”, “sei incredibile”.
il ragazzo li leggeva uno dopo l’altro, ma dopo un po’ cominciò a provare una sensazione strana. Non era felicità. Non era nemmeno tristezza. Era più simile a un vuoto.
Quelle parole sembravano rivolte all’immagine sullo schermo, non alla persona che camminava per strada in quel momento. Era come se la sua vita vera e quella immagine perfetta scorressero su due piani diversi. Tornato a casa si sdraiò sul letto e continuò a guardare lo schermo.Il telefono rifletteva il suo volto.
Per un attimo rimase fermo a osservare quell’immagine, come se volesse capire qualcosa che gli era sfuggito fino a quel momento. In quel riflesso c’era davvero lui, ma allo stesso tempo sembrava esserci anche qualcun altro: una figura costruita lentamente, giorno dopo giorno, attraverso centinaia di fotografie e di sguardi.
E se quella figura fosse diventata più importante della sua vita vera? Il pensiero gli attraversò la mente solo per un istante. Poi, improvvisamente, lo schermo si spense, il telefono si era completamente scaricato.
La stanza tornò silenziosa e buia. Valerio rimase qualche secondo immobile, con il telefono spento in mano, provò a riaccenderlo, ma non successe nulla.
Allora alzò lo sguardo sulla finestra aperta davanti a lui. Il vetro rifletteva debolmente il suo volto, ma dietro quell’immagine si vedevano anche le luci della città e il movimento delle persone per strada. Il riflesso non era perfetto.
Non era filtrato.
Non era controllato.
Era semplicemente il suo volto mescolato al mondo.
Per la prima volta dopo tanto tempo non c’era nessuno che commentava quell’immagine, nessuno che lasciava un segno sotto di essa. Non c’erano notifiche, né approvazioni,eppure, proprio in quel momento, capì qualcosa.
Forse il problema non era guardarsi, il problema era restare troppo a lungo davanti al proprio riflesso, fino a dimenticare che dietro di sé esiste un paesaggio molto più grande e delle persone che possono allontanare la tristezza e portare la gioia.Tutto ciò che lui aveva dimenticato.
Fuori dalla finestra la città continuava a muoversi, ignara di lui, piena di voci e di storie che nessuno stava fotografando.
E mentre guardava quel movimento silenzioso, Valerio ebbe la sensazione che il mondo fosse sempre stato lì, ad aspettare soltanto che lui sollevasse lo sguardo. Capì che non era sbagliato guardarsi, come non era sbagliato che Narciso si fosse chinato sull’acqua per vedere il suo riflesso. Il pericolo nasce quando si resta troppo a lungo davanti al proprio riflesso, finché quell’immagine diventa più reale della vita che scorre intorno. Per mesi lui aveva osservato un lago luminoso grande quanto uno schermo, aspettando che qualcuno gli dicesse chi era.
Ma l’identità non cresce nei like né nei filtri: cresce negli incontri, nelle parole dette guardandosi negli occhi, nei momenti imperfetti che nessuna fotografia riesce a trattenere. E forse, pensò mentre sollevava lo sguardo, la vita vera comincia proprio così: nel momento in cui si smette di fissare la propria immagine e si trova finalmente il coraggio di guardare oltre lo schermo.
Ho voluto prendere spunto dal mito di Narciso e dalla poesia “Narciso” di Alda Merini per scrivere questo testo, rielaborandoli in modo contemporaneo per far riflettere su un tema che oggigiorno sta diventando sempre più dibattuto: i social. Il racconto si ispira al mito di Narciso e alla poesia di Alda Merini perché, come Narciso che si innamora del proprio riflesso nell’acqua, anche Valerio rimane intrappolato nella propria immagine, ma questa volta nello schermo del telefono e nei social. Il telefono diventa quindi il ‘lago’ moderno in cui il protagonista si specchia continuamente. Il riferimento alla poesia della Merini richiama invece l’idea di Narciso che gioca con l’acqua in modo più leggero, suggerendo che guardarsi non è sbagliato: il problema nasce quando si rimane troppo a lungo davanti al proprio riflesso e si dimentica il mondo reale.
Non lasciare che il tuo riflesso sullo schermo diventi più reale del mondo che ti aspetta fuori: guarda oltre, vivi davvero.
La scrittura è un dialogo silenzioso tra chi racconta e chi legge.
Grazie per avermi ascoltato tra le righe.
Ci ritroviamo nel prossimo numero, con un’altra storia tutta da scoprire.
Di Sabina Lucchesi.