Samuel Bak: dipingere per ricordare
L’arte come memoria contro l’oblio dell’Olocausto
Ogni anno, nella Giornata della Memoria, ricordiamo le vittime della Shoah e riflettiamo su una delle pagine più buie della storia dell’umanità.
Ricordare significa vigilare ogni giorno, affinché l’odio, il razzismo e la violenza non trovino mai più spazio nel nostro presente.
Tra le tante storie che ci aiutano a non dimenticare, ce n’è una raccontata non solo con le parole, ma soprattutto con le immagini: è la storia di Samuel Bak, artista ebreo sopravvissuto alla Shoah, che ha trasformato il dolore della sua infanzia in una testimonianza artistica.
Samuel Bak nasce nel 1933 a Vilna, Lituania. Fin da piccolo mostra un talento straordinario per il disegno, ma la sua infanzia viene spezzata dall’occupazione nazista. Come tutti gli ebrei della città, Samuel e la sua famiglia vengono rinchiusi nel ghetto e poi deportati in un campo di lavoro forzato.
Alla fine della guerra, solo lui e sua madre riescono a sopravvivere, nascosti in un convento benedettino. Suo padre viene fucilato nel luglio del 1944, pochi giorni prima della liberazione della città. È un trauma che segnerà per sempre la vita e l’arte di Bak.
La Shoah, vissuto con gli occhi di un bambino, diventa il centro della sua ricerca artistica. Bak non dipinge scene di sterminio diretto, ma usa simboli, oggetti spezzati e figure infantili per raccontare la perdita, la distruzione e la fine dell’innocenza.
Nelle sue opere compaiono spesso orsacchiotti, giocattoli, barchette, immagini che richiamano l’infanzia interrotta dalla guerra.
Bak stesso ha spiegato il senso profondo della sua arte:
“Ciò che dipingo nasce dal bisogno di dare un senso al miracolo della mia sopravvivenza”.
Tra le opere più intense c’è: Creation of Wartime III, ispirata alla Creazione di Adamo di Michelangelo.
In questo dipinto, Adamo non è nel paradiso, ma tra le macerie di una casa distrutta dalla guerra. Dio non è una figura reale, ma solo una sagoma vuota nel muro: un’assenza che rappresenta il silenzio di Dio davanti all'Olocausto.
Sul fondo, i camini dei forni crematori e una croce avvolta da un telo bianco amplificano il senso di dolore.
Bak non racconta la nascita dell’uomo, ma la sua sopravvivenza.
Un altro simbolo ricorrente è quello del bambino con le mani alzate, ispirato alla celebre fotografia del ghetto di Varsavia. Bak lo reinterpreta in molte opere, trasformandolo in un’icona della sofferenza infantile causata da guerre. Nell’opera Icon of Loss, Identity un bambino visto di spalle, con le mani alzate, si trova davanti a un muro, il suo gesto è universale e inequivocabile: è il gesto della resa e della paura.
Al centro della composizione troviamo una Stella di David gialla, lacerata e strappata. La Stella di David è il marchio imposto agli ebrei durante le persecuzioni naziste, trasformata qui in una ferita visiva, non protegge, non illumina, ma anzi pesa e incombe.
Il muro contro cui il bambino si trova è un altro elemento chiave e anche un confine simbolico: rappresenta il ghetto e la segregazione.
Anche lo zainetto sulle spalle diventa qui un simbolo amaro di deportazione e di fuga forzata.
Bak non mostra carnefici, non dipinge soldati o armi. Eppure la violenza è ovunque. È una scena silenziosa, ma proprio per questo assordante e stridente.
Il bambino non ha volto, perché potrebbe essere chiunque. Potrebbe essere lo stesso Samuel Bak, ma anche uno dei milioni di bambini vittime della Shoah e, più in generale, di ogni guerra e persecuzione.
Con quest’opera Bak trasforma un ricordo personale in un simbolo universale. Non chiede solo di guardare, ma di ricordare. E soprattutto di non voltarsi dall’altra parte.
“È per questo che ho creato la mia arte”, ha dichiarato l’artista.
Samuel Bak è sopravvissuto, ma la memoria della morte non lo ha mai abbandonato. Attraverso la pittura, continua a ricordarci che l’indifferenza è pericolosa e che dimenticare significa rischiare di ripetere gli stessi errori.
La sua arte non è solo il racconto di una tragedia passata, ma un avvertimento per il presente: la dignità umana non può mai essere calpestata. Da nessuno. Per nessun motivo.
Di Elena Torriani