a cura di Aurora (1B)
Emily Dickinson è nata nel dicembre del 1830 ed è stata una delle più importanti poetesse del suo periodo, ma ancora oggi mi impressiona, e credo impressionerà anche voi.
Parliamo di una poetessa introversa, che teneva anche le sue poesie per sé. Durante la sua vita pubblicò infatti solo sette testi, che tra l’altro non la resero contenta perché furono modificati dagli editori.
Alla sua morte, la sorella trovò centinaia di poesie, piegate e cucite con ago e filo, conservate all’interno di un raccoglitore; nel 1890 fu pubblicato il primo di una lunga serie di volumi delle poesie di Emily.
Tempo dopo, la nipote Martha trovò altre poesie di sua zia, e così tra il 1924 e il 1935 ne furono pubblicate altre trecento.
Nel 1955 uscì la prima raccolta di tutte le poesie di Emily, suddivisa in tre volumi.
Lo stile di Emily Dickinson, ancora oggi, risulta inconfondibile, con le sue elaborate metafore e similitudini, le rime asimmetriche e le voci multiple.
Le sue poesie si incentrano soprattutto sulle tematiche dell’amore, della morte e del senso della vita; l’angoscia di vivere la vita espressa in un modo tanto raffinato che rende (letteralmente) le sue parole poesia.
Voglio condividere con voi lettori una poesia che mi ha colpito profondamente.
Non credo di essere in grado di offrirle le parole giuste, quindi a voi la lettura:
‘Twas here my summer paused
What ripennes after then
To other scene or other soul
My sentence had begun.
To winter to remove
With winter to abide
Go manacle your icicle
Against your Tropic Bride
Che in italiano significa:
'Questo è stato il punto in cui la mia estate si è fermata
Cosa matura dopo allora
un'altra scena o un'altra anima
La mia condanna era iniziata.
In inverno per rimuovere
Con l'inverno da sopportare
Vai ad ammanettare il tuo ghiacciolo
Contro la tua sposa tropicale.
a cura di Caterina (3B)
Uno dei personaggi preferiti della letteratura italiana e non solo, ci dà l’opportunità di approfondire gli aspetti più profondi e personali della sua vita. Ci dà l'onore di essere con noi, oggi, Dante Alighieri.
Conosciamo le sue eccelse qualità di poeta, scrittore e anche di uomo politico del suo tempo. Considerato il padre della lingua italiana, la sua fama è dovuta alla Divina Commedia, ritenuta la più grande opera scritta in lingua italiana e uno dei maggiori capolavori della letteratura mondiale.
- Salve signor Dante, come si sente oggi ad essere qui per parlare della sua vita?
Sono molto felice di condividere con altri alcune curiosità conosciute e sconosciute della mia vita.
- Per iniziare le chiedo della sua infanzia, come potrebbe descriverla?
Come forse molti sanno vengo da una famiglia fiorentina di piccola nobiltà. Mio padre e mio nonno esercitavano l'attività di "prestatori". All'inizio della mia gioventù rimasi orfano di madre e trascorsi gran parte dell’infanzia con mia sorella maggiore. Inoltre, sin da giovane, ero un grande appassionato di letteratura, mi dedicavo agli studi grammatici e retorici conoscendo così i maggiori autori latini.
- Mi dispiace che abbia subito la perdita di sua madre. Lei è sempre stato appassionato di studi letterari, che ruolo deve avere la letteratura secondo il suo parere?
Secondo il mio parere la letteratura, con le diverse tematiche trattate, deve sempre fare da guida per la società e insegnare agli uomini le leggi e i principi morali.
- Considerando il cosiddetto rapporto tra Impero e papato, cosa ne pensa della guerra tra guelfi e ghibellini?
Io mi considero un guelfo, sostengo un potere imperiale forte e legittimo, e onestamente a parer mio l'Impero e il papato dovrebbero essere due istituzioni autonome e indipendenti. Infatti su questo argomento ho una mia teoria chiamata la " teoria dei due Soli": Chiesa e Impero risplendono ciascuno di luce propria, i loro fini sono diversi ma il loro scopo è unitario, cioè far raggiungere agli uomini la felicità.
- La ringrazio di aver esposto la sua teoria su questo argomento, secondo il suo pensiero come dovrebbe comportarsi l'uomo durante la vita terrena?
Questa è una domanda a cui tengo molto, secondo me l'uomo nel corso della vita deve mirare a due fini: da un lato alla beatitudine in questa vita, ossia al perfezionamento intellettuale e morale per mezzo delle virtù naturali, e dall’altro alla beatitudine eterna attraverso l'esercizio delle virtù teologiche.
- Vedo che è un uomo molto interessato sia alla vita terrena che a quella spirituale e questo si può vedere anche nella sua Commedia, dove considera Beatrice una donna molto vicina al divino. Vuole parlarci un po’ di lei?
Beh, posso dire che con Beatrice fu amore a prima vista. La conobbi all'età di nove anni e da quel giorno non smisi più di amarla, divenne la gloriosa donna della mia mente. Vorrei chiarire che in realtà Beatrice è un nome che le ho assegnato nella mia Commedia e che significa "colei che rende beati", il suo vero nome era Bice. Io e lei non avevamo molti contatti, gli unici momenti in cui ci vedevamo erano sempre casuali. Mi ricordo che la cosa che ci separava maggiormente era il nostro rango, infatti lei veniva da una famiglia aristocratica mentre io sono figlio di un semplice mercante.
- So che non ha scritto solo un'opera per Beatrice ma ne ha scritte molte in cui fa vedere sempre il suo aspetto sia umano sia "ultraterreno", descrivendola come l'essere più vicina a Dio. Vuole parlare di questa sua visione di Beatrice?
Sì, come accennato non ho scritto di Beatrice solo nella Divina Commedia. Ad esempio nel sonetto “Tanto gentile e tanto onesta pare” parlo di Beatrice come una donna cortese, umile, dignitosa, piena di grazia e bellezza spirituale. Paragono molto spesso Beatrice, grazie ai suoi pregi e alla sua bellezza spirituale, a una creatura venuta dal cielo sulla Terra per testimoniare la grazia divina. Come appare anche nella mia Commedia, Beatrice è come avvolta in una nuvola di fiori gettati dagli angeli, simile al sole, che all'alba è avvolto di nebbia rosata perché si possa sostenerne la vista.
- Nelle sue opere parla di Beatrice al passato, infatti come un po’ tutti sanno purtroppo è morta giovane per cause non ben definite. Vorrei chiederle, come ultima domanda, come è stato per lei affrontare la morte della persona da lei più amata?
Quando Beatrice morì mi rinchiusi nella mia disperazione, da un lato pensavo e sapevo che Beatrice era parte del divino e che quindi mi avrebbe atteso nel paradiso, ma dall'altro è stato orribile non poterla avere vicina in questo mondo. Quindi mi restò solo la disperazione e il mio amore per la letteratura; grazie ad esso mi rifugiai nei testi latini e mi accorsi che la maggior parte dei poeti e scrittori aveva provato un dolore simile al mio. Allora compresi che la letteratura non è solo il racconto della gioia e della felicità provata nella nostra vita, ma anche della nostra tristezza interiore e del nostro dolore che ci rende chi siamo.
- Sono molto stupita da questa sua concezione dell’essere umano. La ringraziamo di cuore per averci concesso il suo tempo.
Vi ringrazio per avermi dato l'opportunità di parlare di cose che fanno parte di me; sono molto felice che le persone apprezzino le mie opere e la mia visione del mondo, saluto e ringrazio tutti coloro che stanno leggendo questa intervista.
- Un saluto a lei signor Dante e ai lettori che hanno seguito attentamente questa intervista che sarà la prima di una lunga serie. Quindi restate connessi per scoprire quale sarà il prossimo personaggio famoso ad essere intervistato.
a cura di Elena (3B)
Uno, nessuno e centomila è un romanzo di Luigi Pirandello pubblicato tra il 1925 e il 1926 sulla rivista "La fiera letteraria".
Il protagonista, Vitangelo Moscarda, detto Gengè, un giorno scopre dalla moglie di avere il naso pendente verso destra. La scoperta di questo difetto lo porta alla consapevolezza di non essere per gli altri quello che credeva d'essere. Si accorge che ognuno lo vede a modo suo, in base all'immagine (non solo esteriore) che di lui si è fatta.
Moscarda si ribella e intende distruggere tutte le false immagini che gli altri si sono costruite di lui. Comincia a compiere atti gratuiti, comportandosi in modo diverso dal solito e venendo preso per pazzo: sfratta un inquilino e subito dopo gli regala la casa; rinuncia agli utili della sua banca.
Nel finale, Vitangelo finisce in un ospizio dove vive una vita assolutamente nuova, ormai ha imparato ad accettarsi così com'è senza pensare al giudizio altrui.
"Di ciò che posso essere io per me, non solo non potete saper nulla voi, ma nulla neppure io stesso"
Le idee di Pirandello: la maschera
Secondo Pirandello l'uomo non conosce neppure se stesso; ciascuno non è "uno" ma "centomila", ovvero quello che di volta in volta gli altri vogliono che sia, e quindi "nessuno".
Il tipico personaggio pirandelliano è privo di un'identità ben definita, è prigioniero di regole e convenzioni sociali ed è condannato alla solitudine e all'esclusione.
Nella maggior parte dei romanzi di Pirandello, come in Uno, nessuno e centomila, il tema principale è quello della maschera. Secondo lo scrittore siciliano, l'uomo non si mostra mai com'è veramente, ma si nasconde dietro una "maschera", che rappresenta una forma di adattamento in relazione al contesto e alla situazione sociale.
Un po' come oggi soprattutto i ragazzi si nascondono spesso dietro una maschera per farsi accettare da tutti.