Dieci chilometri di una corsa, organizzata da ASI Roma, per continuare a tenere vivo il ricordo della tragedia delle Foibe e dell'esodo delle popolazioni Giuliano-Dalmate. Invece di unire, questi eventi continuano, dopo decenni, a dividere. Fino a non troppi anni fa, l'argomento era, persino tabù sui libri di storia: pochi, pochissimi conoscevano quei fatti: morti 11mila stimati, nelle foibe, nei campi di concentramento jugoslavi o scomparsi nel nulla. E un esodo che ha coinvolto 350mila Italiani che abitavano quelle terre. L'idea di associare una causa così importante a un evento sportivo nasce proprio dall'esigenza e dalla volontà di vivere quella giornata come un momento di unione.
La corsa rappresenta oggi anche un evento sportivo del 'Giorno del Ricordo': una solennità civile nazionale italiana, celebrata il 10 febbraio di ogni anno. Istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92, vuole “Conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle Foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo Dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”. La data prescelta è il giorno in cui, nel 1947, furono firmati i trattati di pace di Parigi, che assegnavano alla Jugoslavia l'Istria, il Quarnaro e la maggior parte della Venezia Giulia, in precedenza facenti parte dell'Italia.
Una terra italiana, antico romana ancor prima. Oggi, un territorio dal quale il 90% degli italiani sopravvissuti hanno dovuto riscrivere le pagine della propria vita lontano dai luoghi di nascita. L'esodo Giuliano-Dalmata è un evento storico consistito nella diaspora forzata della maggioranza dei cittadini di etnia e lingua italiana verificatosi alla fine della Seconda Guerra. Il fenomeno fu susseguente a eccidi di massa noti come i "Massacri delle Foibe", perché in queste profonde caverne verticali, o pozzi tipici della regione carsica e dell'Istria, venivano gettati i corpi degli italiani. In queste pagine ricostruiamo una storia difficile da raccontare. Fatta di grandi sofferenze e tanti perché. Lo facciamo in pillole e poi raccontandone tanti dettagli in un trattato scritto da un figlio di un esule, un giornalista, studioso della materia.
La corsa nasce nel 2014 a Roma e nel corso degli anni non ha mai cambiato sostanzialmente il suo tracciato, che si snoda lungo le strade del “Quartiere XXXI Giuliano Dalmata”. Abbiamo intervistato Roberto Cipolletti, organizzatore della manifestazione podistica oltre che Presidente del Comitato Regionale Lazio di ASI.
Come è nata l'idea di questa competizione? "Nasce dal silenzio. I grandi eventi spesso traggono la propria forza e originano da una forte carica mediatica. Per la Corsa del Ricordo è stato l'esatto contrario. Per anni ciò che era accaduto alla fine del secondo conflitto bellico e nell'immediato Dopoguerra era rimasto sottotraccia. Inspiegabilmente. Da anni meditavamo di dare il nostro piccolo contributo. Piccolo, di fronte a una tragedia così grande e a un così grande silenzio, reso ancora più "assordante" poiché arrivato da concittadini".
Quale la sua maggiore soddisfazione? "Ancor più della grande partecipazione o della presenza di patrocini e Istituzioni, la più grande soddisfazione deriva dal coinvolgimento della popolazione Giuliano-Dalmata di Roma, dai vecchi esuli che attendono l'inizio della corsa con il proprio bastone seduti sul muretto vicino al monumento della piazza, dei ragazzini che, grazie ai ricordi dei nonni, sanno di partecipare in quella domenica, a qualcosa di grande. Il ringraziamento della gente è il premio più bello. E non è certo vuota retorica".
La location... "Potrei rispondere nel medesimo modo. Proprio come nel punto precedente. Avremmo potuto scegliere location prestigiose al centro di Roma. Ma, per noi, era importante rimanere ancorati a questo quartiere. Quando arrivarono a Roma, gli esuli furono spediti qui, lontani dal centro, in una zona allora isolata, per certi versi amena. Loro l'anno resa abitabile e bella con volontà, lavoro e spirito di sacrificio. Per rispetto a questa gente e alla Storia dovevamo correre in questo quartiere".
Non vi siete fermati alla Corsa del Ricordo romana... "No. Siamo andati a correre anche a Trieste, città simbolo, toccando luoghi sacri a chi ha sofferto: quel Magazzino 18 che, visitato, trasporta in un altro tempo e dimensione. E non ci fermeremo".
Una parola sull'aspetto sportivo? "Nelle varie edizioni la corsa è cresciuta sia dal punto di vista tecnico (il percorso è passato dai 5 km su due giri, fino a un anello di dieci chilometri in un unico giro che passa anche per la caserma della Cecchignola). Nell'ultima edizione abbiamo superato il tetto dei mille partecipanti e anche le società crescono di anno in anno".
Qualche ringraziamento... "Sicuramente testimonial sportivi della nostra corsa come Abdom Panich e Nino Benvenuti. E il mondo dell'associazionismo Giuliano-Dalmata che ci è stato sempre vicino: su tutti Marino Michich, Donatella Schurzel, Carla Cace e tanti altri che sarebbe troppo lungo citare. Ma, soprattutto, un gruppo di lavoro bellissimo e unito da una medesima 'missione'".
Un ricordo particolare? "Forse, debbo dire trai tanti, quando ci arrivò la lettera di Egea Haffner, quella piccola bimba ritratta nella foto divenuta un simbolo per tutti. Ci è stata vicino e ha sposato i nostri sforzi".
"Salve a tutti, sono la bambina ritratta nella foto ed oggi una moglie, una madre e una nonna serena.
Auguro a tutti podisti della Corsa del Ricordo di impegnarsi, divertirsi, di trasformare il prossimo 10 febbraio in un giorno di partecipazione. E a riflettere, anche solo per qualche minuto, su una tragedia che ha ferito profondamente il nostro popolo e per troppo tempo dimenticata. Riflettere perché certe cose non accadano mai più...
Lo sport è ancora una volta un veicolo straordinario e, per questo motivo, con il cuore sarò li con voi".
Secondo Dopoguerra: nei territorio sloveni inizia a prendere il sopravvento il Generale “Tito” che inizia una campagna volta al massacro verso gli italiani che vengono, in gran numero, gettati nelle foibe. Una foiba è uno dei grandi inghiottitoi (o caverne verticali, pozzi) tipici della regione carsica e dell'Istria. Le foibe non sono quindi dei particolari tipi di caverne come viene spesso, erroneamente, affermato, ma solo il termine con cui vengono indicati gli inghiottitoi carsici tipici della regione giuliana, che in tale territorio assumono spesso dimensioni spettacolari. Se ne contano circa 1700 nella regione dell’Istria. Le uccisioni avvenivano in maniera spaventosamente crudele. I condannati venivano legati l’un l’altro con un lungo fil di ferro stretto ai polsi, e schierati sugli argini delle foibe. Quindi si apriva il fuoco trapassando, a raffiche di mitra, non tutto il gruppo, ma soltanto i primi tre o quattro della catena, i quali, precipitando nell’abisso, morti o gravemente feriti, trascinavano con sé gli altri sventurati, condannati così a sopravvivere per giorni sui fondali delle voragini, sui cadaveri dei loro compagni, tra sofferenze inimmaginabili. Le uccisioni di italiani - nel periodo tra il 1943 e il 1947 - furono almeno 20mila.
Complicato quantificare in numeri esatti l’esodo da queste terre. In ordine cronologico la città Zara, facente parte della regione della Dalmazia, fu la prima: è il novembre del 1943. Su 22 mila abitanti duemila morirono causa bombardamenti e 15 mila fuggirono verso l’Italia. Tra la fine della guerra e la firma del Trattato di Pace, esularono gli abitanti di Fiume e dell’Istria che si erano trovati sotto l’amministrazione militare jugoslava con l’accordo di Belgrado del 9 giugno 1945. Sperimentata l’atrocità delle foibe e delle deportazioni nel settembre del ’43 e nella primavera del ‘45, vivendo poi in un perdurante clima di terrore e vedendo consolidarsi lo Stato totalitario che Tito che prendeva sempre più forma, il 90% della comunità italiana radicata da secoli in quelle terre prese la via dell’esilio in Italia, ma da qui molti sarebbero emigrati nelle Americhe, in Australia e Sudafrica. 54.000 fiumani su 60.000, 8.000 abitanti di Rovigno su 10.000, 6.000 su 7.000 da Dignano: queste sono solo alcune delle cifre che possono far comprendere la dimensione di un fenomeno che il governo italiano aveva cercato di frenare, sia perché non si riteneva in grado di affrontare una simile emergenza umanitaria, sia per mantenere una solida presenza italiana in loco auspicando una futura ridiscussione del confine. Successivamente iniziò l’esodo da Pola: oltre 28.000 abitanti su 32.000 circa se ne andarono verso i 109 Centri Raccolta Profughi istituiti dal Governo Italiano, a questi si unirono 5.000 connazionali provenienti fortunosamente dall’entroterra sotto controllo jugoslavo.
Un’intera società sparì da quelle Regioni, abbandonando i propri averi, le proprie abitudini e le proprie case. Nelle decine di migliaia di italiani in fuga erano presenti anche croati e sloveni che non condividevano le ideologie sulle quali stava nascendo la Democrazia Federale di Jugoslavia. Considerando anche questi apporti, la cifra totale di quanti abbandonarono le terre perse dall’Italia alla fine della Seconda Guerra Mondiale si avvicina alle 350.000 unità.
Lo sport come veicolo per ricominciare, per ripartire da situazioni difficili. Cacciati dalle proprie terre con pochi averi personali dietro. Lo sport, da sempre, è il mezzo più idoneo per lanciare messaggi di unione e inclusione tra i popoli. Gli atleti, attraverso il coraggio, i loro sforzi e talvolta tramite i loro successi durante le competizioni trasmettono questi valori alle nuove generazioni: in particolar modo i Giuliano-Dalmati che, attraverso le più disparate discipline hanno sottolineato la loro determinazione e audacia, e la capacità di non arrendersi mai anche in situazioni apparentemente disperate. Elenchiamo così solo alcuni tra gli atleti provenienti da quelle terre che hanno scritto la storia del proprio sport:
"Ogni anno ci ritroviamo nel Quartiere Giuliano-Dalmata dove alla fine della Seconda Guerra Mondiale ripararono cittadini di etnia e lingua italiana cacciati dalle proprie case. Eventi caduti nell'oblio per tanti anni. Questa manifestazione serve per ricordare, è stata importante per aiutare a rompere un muro di omertà e ha lo scopo di coniugare momenti di festa e di sport con il ricordo da tramandare alle nuove generazioni. L'ASI è felice di aver dato vita a questa corsa che, per il nostro ente è un fiore all'occhiello per quanto rappresenta. Ci ripromettiamo ora di aprirci a nuove discipline e ad altre località".
Claudio Barbaro