di Pietro Ciardi, 4G TUR
La partecipazione al voto nelle ultime elezioni regionali è significativamente diminuita. I numeri parlano chiaro: in alcune regioni, come la Lombardia e il Lazio, l’affluenza si è attestata rispettivamente al 41,67% e al 37,20% degli aventi diritto, una caduta drastica, in confronto alle tornate precedenti.
In un quadro più generale, l’ISTAT segnala che per le consultazioni regionali la media di affluenza è scesa attorno al 42%. In Toscana in particolare nelle ultime elezioni regionali c'è stata un’ affluenza del 49,73% in confronto alle elezioni del 2020 in cui la partecipazione al voto era stata del 62,63%.
Analizzando l’andamento storico, osserviamo come nel 1970 nelle regioni le percentuali di partecipazione fossero prossime al 96% e che, nel corso dei decenni, si sia verificato un progressivo calo fino a valori ben inferiori alla metà degli elettori. Questo fenomeno non è soltanto un dato statistico: rappresenta un segnale forte di disaffezione e distanza tra cittadinanza e istituzioni, un campanello d’allarme per la salute della nostra democrazia. Se sempre più elettori scelgono di non recarsi alle urne, la legittimazione delle istituzioni si indebolisce, e con essa la forza della rappresentanza.
Da dove viene questo sentimento di distacco tra il cittadino e la politica?
Molti cittadini non votano perché pensano che la maggior parte dei politici non sia autorevole, né convincente, non si sentono rappresentati, hanno diffidenza nei confronti della classe politica in generale, perché la percepiscono come incapace o corrotta, oppure perché pensano che non possa davvero cambiare la situazione. Questa disaffezione e questa stanchezza si fanno più sentire nel Sud Italia dove, anche a causa di un maggiore svantaggio economico e infrastrutturale, c’è una significativa distanza con le istituzioni che vengono percepite come lontane e poco incisive, alimentando così senso di impotenza e rassegnazione.
Un altro motivo che influisce nella disaffezione al voto è l’aumento in questi ultimi tempi di consultazioni elettorali e referendum. Questa crescita di responsabilità anche su argomenti spesso tecnici e difficili può far sminuire l’importanza del voto. Chi sceglie di non andare a votare non partecipa attivamente alla vita politica e si sottrae alle sue responsabilità, rinunciando a un diritto.
Perché invece prima si andava a votare?
Il periodo in cui c'è stata la più alta affluenza è stato durante i primi decenni della Repubblica. Essendo l’Italia in quel momento appena uscita dalla dittatura fascista ed essendo la prima volta in cui è stato introdotto il suffragio universale, i cittadini vivevano la partecipazione alla vita pubblica con maggiore entusiasmo e coinvolgimento. In quel periodo storico c’era una forte tensione tra due poli, che rappresentavano valori contrapposti:
Quello del Partito Comunista Italiano.
E quello dei partiti anticomunisti, come la Democrazia Cristiana
Gli anni Settanta poi sono stati quelli delle grandi lotte per i diritti civili come l’aborto e il divorzio, che hanno coinvolto molto l’opinione pubblica.
Quando è nato questo distacco?
Negli anni ‘90, dopo le inchieste del pool Mani pulite che conducono alla fine dei partiti storici , comincia il periodo della Seconda Repubblica che porta alla nascita di partiti nuovi e di nuovi leader, ma soprattutto porta grande delusione e sfiducia in una parte consistente dell’elettorato. La politica italiana cambia da una “Ideologica” basata su idee e valori ad una “populista” incentrata sul carisma dei leader politici e sulla ricerca del consenso attraverso promesse elettorali.
Come risolvere il problema della disaffezione per il voto?
Se vogliamo combattere l’indifferenza, bisogna cominciare a riconoscere l’importanza della politica per la vita di tutti. L’abbassamento dell’affluenza alle urne non deve rassegnarci, ma stimolarci. È un invito a rifondare il rapporto tra cittadini e istituzioni, a riscoprire la dimensione collettiva del voto non come dovere formale, ma come atto di fiducia, di investimento nel futuro della comunità. Ti piacciono la sanità pubblica, i trasporti pubblici e l’istruzione pubblica? Sono tutti obiettivi che sono stati raggiunti grazie all'azione politica, avvenuta nelle sedi istituzionali e con l'aiuto delle manifestazioni popolari .
Possiamo prendere come esempio quello che è successo a New York nelle elezioni per il nuovo sindaco, che hanno registrato la più alta affluenza degli ultimi anni.
Ma perché la gente è andata a votare? Il nuovo sindaco Zhoran Mandami, arrivato dal nulla, senza poteri forti a sostenerlo, diventato famoso via internet con le sue idee progressiste e radicali, ha attratto molte persone che prima non si sentivano rappresentate dalla politica newyorkese. Questo ha portato a un aumento di cittadini che sono andati a votare, anche fra la generazione Z. Mandami ha saputo catturare i bisogni reali, ha saputo comunicare e ha saputo coinvolgere attraverso un uso molto efficace dei social.
Se non ci piace il modo in cui vanno le cose, dobbiamo essere pronti a cambiarle, perché il cambiamento inizia da noi.
di Lucy Lin, 5A AFM
Negli ultimi anni si registrano fenomeni migratori sempre più complessi: ad esempio, la presenza crescente dei “nuovi italiani”, protagonisti di spostamenti verso altri Paesi europei.
L'Europa è il principale polo di attrazione per gli italiani all'estero. Dal 2006 al 2024, circa il 76% degli espatri (1,25 milioni) ha avuto come destinazione l'Europa, mentre il 60% dei rimpatri (488 mila) proviene da lì. Il baricentro delle partenze rimane saldamente europeo: ai primi posti Regno Unito (289.000), Germania (248.000), Svizzera (166.000), Francia (162.000) e Spagna (106.000). Questi sono i dati presentati dal Rapporto italiani nel mondo 2025 della Fondazione Migrantes.
Oggi gli italiani residenti all'estero sono circa 6,5 milioni, un numero in "costante crescita", tanto che oggi il numero degli italiani oltre confine supera di un milione quello degli stranieri in Italia. "L'estero, si dice da tempo, è la ventunesima regione d'Italia”.
Talenti che scelgono, nessuna fuga
L’Italia descritta dal Rapporto italiani nel mondo 2025 ha le caratteristiche di un Paese “transnazionale”, con una parte crescente della popolazione che vive e lavora oltre confine, ma che continua tuttavia a mantenere legami forti con il territorio d’origine. Pertanto, secondo il documento, “L’Italia fotografata dal Rapporto non è più un Paese che fugge, ma una nazione che si ridefinisce nei legami, nelle reti e nelle comunità transnazionali. Il Rapporto invita a leggere questa mobilità come una risorsa da ascoltare e valorizzare, un ponte naturale tra l’Italia e il mondo, non come una ferita da nascondere”.
Due decenni di trasformazione
Negli ultimi 20 anni si contano 1 milione e 644 mila espatri a fronte di 826 mila rimpatri, con un saldo migratorio negativo pari a 817 mila cittadini. Il 2024 segna un record nella serie storica: +36,5% di espatri rispetto al 2023, e -14,3% nei rimpatri.
Ma la mobilità non riguarda allo stesso modo tutto il mondo, i luoghi da cui si parte di più sono: Mezzogiorno, piccoli comuni, territori periferici o deindustrializzati del Centro-Nord. Sono aree che più soffrono di spopolamento e impoverimento umano, e comunità locali si riducono, l’età media aumenta, i servizi scompaiono, le scuole chiudono, l’economia collassa, perdendo non solo abitanti ma capacità di futuro. Si diffonde un senso collettivo di marginalizzazione e abbandono.
Dietro un territorio che si svuota c’è spesso una politica che è inadeguata, dietro un giovane che parte c’è un sistema educativo, produttivo e sociale che non ha saputo integrarlo.
Se un Paese ha faticato a garantire pari opportunità nei suoi territori, si creano disuguaglianze strutturali che alimentano la mobilità forzata.
Giovani e donne, i protagonisti
La nuova ondata migratoria è certamente guidata dai giovani (48,5%) soprattutto nella fascia 20-34 anni, in cui si completa la formazione e si avvia la carriera. E sono giovani qualificati.
E la crescita della presenza femminile all’estero (+116% in vent’anni) racconta un’altra storia di mutazione identitaria. Oggi le donne spesso partono da sole, spesso altamente qualificate. Non seguono più mariti o padri: partono per scelta, costruiscono carriere, fondano famiglie binazionali.
Molte interviste raccolte dal Rapporto Migrantes raccontano come all’estero la famiglia italiana si senta più supportata: welfare più attento alle madri lavoratrici, servizi per l’infanzia efficienti, riconoscimento del merito. In altre parole, l’identità italiana all’estero si ridefinisce anche attraverso il confronto con sistemi che funzionano meglio del nostro.
Chi parte oggi fugge o corre?
La generazione post-pandemia che emigra oggi è composta da giovani qualificati e non, famiglie, pensionati. Tutti accomunati dalla ricerca di opportunità che l’Italia non offre o offre in modo insufficiente.
La pandemia ha solo temporaneamente rallentato i flussi, ma non ha cambiato le ragioni profonde della partenza: lavoro instabile, servizi insufficienti, scarsa valorizzazione del merito.
La domanda che attraversa tutto il Rapporto è: chi parte oggi fugge o corre? La risposta non è univoca. Negli ultimi vent’anni il flusso di cittadini italiani verso l’estero è progressivamente aumentata, concentrando su 25-34 anni. E in questa fase che si completano la formazione istituzione e si compiono le prime scelte professionali. La mobilità internazionale è diventata uno step importante di carriera. L’estero non è quindi più o solo una fuga: sempre più spesso una scelta,un investimento, un'opportunità di crescita personale, formativa e professionale.
Noi giovani europei viviamo in uno spazio interdipendente, dove competenze , relazioni, e identità si formano dentro reti transnazionali e ambienti digitali internazionali.
Perché partono? Perché arrivano?
I giovani e le donne sono protagonisti dell'immigrazione a causa di un mix di fattori: sono spinti dal desiderio di maggiore istruzione, migliori opportunità di lavoro, emancipazione personale, fuggire da discriminazione, necessità economiche o ricongiungimento familiare. Le loro scelte sono influenzate da un complesso insieme di fattori economici, sociali, culturali e ambientali, che determinano sia le motivazioni del viaggio che il percorso di inserimento nel nuovo paese.
La “fuga dei cervelli” è un campanello d'allarme, infatti se l’Italia non riuscirà ad offrire opportunità, lavoro e riconoscimento del merito adeguati diventerà un paese per vecchi.
Inoltre l’Italia dovrebbe cogliere il valore dell’ immigrazione, che è diventata una risorsa, il risultato di una domanda che in questi anni il Paese ha espresso per un insieme di fattori di origine economica, demografica e sociale. Le Migrazioni arricchiscono la società italiana con nuove esperienze, conoscenze e tradizioni e hanno anche la funzione di coprire la perdita demografica e sostenere la popolazione in età lavorativa che svolge mansioni in settori essenziali come edilizia, agricoltura, occupando posti di lavoro che spesso gli italiano non accettano.
L’immigrazione è una delle esperienze più antiche dell’umanità: da sempre le persone si spostano in cerca di sicurezza, lavoro, libertà o una vita più dignitosa. Dietro ogni viaggio c’è una storia unica fatta di speranze, paure e coraggio.
L’immigrazione ci mette di fronte a una domanda essenziale: che tipo di società vogliamo essere? Una che si chiude per paura o una che sa trasformare l’incontro in occasione di crescita? Le risposte non sono mai semplici.
sitografia:
La Repubblica:https://www.repubblica.it/cronaca/2025/11/11/news/migrazioni_rapporto_italiani_estero_europa-424973976/?utm_source=chatgpt.com
Fondazione Migrantes: https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2025-11/italia-emigrazione-chiesa-imiigrazione.html?utm_source=chatgpt.com
di Annalisa Ji, 4AAFM
Viviamo in un’epoca dominata dalla tecnologia, dove lo smartphone è diventato ormai come una parte del nostro corpo. Di fronte a questo fenomeno, le istituzioni propongono divieti, ma è necessario chiedersi se questa sia davvero la strada giusta.
La vera sfida consiste nell’educare ad un uso consapevole della tecnologia, favorendo un rinnovato dialogo tra le generazioni.
Le prove sono sotto gli occhi di tutti: mezzi pubblici dove domina il silenzio assordante tra persone immerse nei propri schermi, nuclei familiari che hanno perso l’abitudine al dialogo, giovani che mostrano imbarazzo quando devono sostenere una conversazione reale. Gli adulti sono chiamati a guidare questo cambiamento, iniziando loro stessi a modificare le proprie abitudini, promuovendo momenti di condivisione che valorizzino le relazioni interpersonali e provando a cercare attività sportive o hobby adatti ai propri figli. Così se i ragazzi si concentrano su altre attività non pensano più soltanto a tik tok e a instagram.
Il divieto dei cellulari a scuola, promosso dal Ministro dell’ Istruzione Giuseppe Valditara, nasce da intenti comprensibili: preservare l’attenzione durante le lezioni e proteggere gli studenti da contenuti pericolosi. Tuttavia molti alunni continuano ad utilizzare i dispositivi di nascosto, dimostrando come le regole imposte senza un percorso educativo condiviso risultino sostanzialmente inefficaci.
Dunque la via da seguire non è quella del divieto, come suggerisce la giornalista Concita de Gregorio nell’articolo “Il proibizionismo non salverà i ragazzi incollati al telefono” pubblicato il 27 ottobre del 2025 su La Repubblica ma l’educazione consapevole all’uso dei cellulari perché questi strumenti sono profondamente radicati nella società odierna e possono rivelarsi utili, perché ci servono ad esplorare e a conoscere. Solo attraverso un percorso che coinvolge attivamente adulti e giovani, si potrà raggiungere un equilibrio, trasformando la tecnologia da padrona a strumento al servizio della crescita personale e collettiva.
FONTE:
https://www.repubblica.it/commenti/2025/10/27/news/smartphone_social_ragazzi_de_gregorio-424939365/
Voi ragazzi che ne pensate del divieto introdotto dal ministro Valditara?
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