di Lucy Lin, 5A AFM
“La sola cosa che potevo fare era offrirvi un punto di vista: se vuole scrivere romanzi, la donna deve avere del denaro e una stanza tutta per sé.” Woolf ha lanciato questa opinione centrale nel libro ed è diventata un simbolo di indipendenza per le donne e per la libertà creativa.
Nell'ottobre 1928, Virginia Woolf fu invitata a tenere due conferenze sul tema "Le donne e il romanzo". Nel 1929, Woolf pubblicava il contenuto di questi due discorsi, che furono successivamente rivisti e ampliati, e pubblicati con il nome di "A Room of One's Own". Questo libro divenne in seguito una delle opere più influenti nella storia del movimento femminista e della teoria femminista.
Woolf ha analizzato profondamente l'ingiustizia e l'oppressione subita dalle donne nel contesto della sua epoca e le ha incoraggiate a liberarsi dalle catene, come la pressione della società i loro sensi di colpa, invitandole ed essere se stesse razionalmente e coraggiosamente. In questo saggio sostiene che le donne dovrebbero lottare per l’indipendenza economica e lo status sociale.
Woolf si pone e ci pone tante significative domande per farci riflettere:
“Non potremmo cercare una ragazza carina da far sedere in prima fila?”
“Perché gli uomini bevevano vino e le donne acqua? Perché un sesso era tanto prospero e l’altro tanto povero? Qual è l’effetto della povertà sulla narrativa?”
“Avete idea di quanti libri sulle donne si scrivono nel corso di un anno? E avete idea di quanti fra questi sono scritti da uomini?”
“Perché è un’ enigma senza fine cercare di capire come mai nessuna donna abbia scritto una sola parola di quella straordinaria letteratura mentre un uomo su due, a quanto sembrava, era in grado di comporre una canzone o un sonetto?”
Allora mi domando perché? Perché è sempre stato così. Perché è una regola sociale. Questa è una logica ridicola, per ribellarsi a qualcosa a cui ci si è già abituati, serve uno sforzo molto più grande. In un ambiente così pieno di pressione e restrizioni, anche la creatività è fortemente limitata. Virginia Woolf per esempio racconta la storia della talentuosa sorella di Shakespeare, amante del teatro. Quando decide di intraprendere questa carriera, i suoi genitori la definiscono pazza. Ma lei persiste nella sua passione e loro in lacrime, la pregano di non portare vergogna alla famiglia. Questa sciocca tradizione le impedisce di sviluppare il suo talento, infatti non può andare a teatro e deve rimanere chiusa in casa, a prendersi cura dei figli. Alla fine, questa donna muore giovane di depressione.
In effetti, se avesse avuto l'opportunità di imparare e vivere il mondo come William Shakespeare, chi sa come sarebbe diventata, forse meglio del fratello. In passato, gli uomini potevano viaggiare liberamente, molti poeti e scrittori, anche con pochi soldi, potevano raggiungere luoghi lontani. Le donne, invece, no. Avevano bisogno di qualcuno che le accompagnasse quando uscivano, viaggiare da sole era proibito. Questo mondo è un mondo umano, ma spesso è il mondo umano a limitare le persone, perché è pieno di pregiudizi, paure, controllo e limiti.
Le donne, nel corso della storia, lavoravano tutto l’anno, eppure erano spesso chiuse in casa. Curavano i figli, sopportavano la gravidanza e poi si dedicavano alla loro crescita, dovevano sviluppare un buon carattere. Non avevano tempo per accumulare ricchezze. Anche se accumulavano una ricchezza, la legge avrebbe negato loro il diritto di possederla, oppure poteva venirle sottratta e usata secondo il volere del marito. Naturalmente, non potevano accedere alla borsa valori, come imponeva la tradizione. Erano destinate alla povertà. Queste cose erodono lentamente il corpo e l’anima di una persona. Niente soldi, niente spazio tutto per sé. Una soluzione può essere l'eredità, come succede a Jane Eyre nel romanzo di Charlotte Brontë, e alla Woolf stessa che, dopo la morte della zia, riceve una somma di denaro annuale di 500 sterline, che solleva molte sue preoccupazioni e le permette di concentrarsi sulla scrittura. Con questa somma, dice: “Non ho bisogno di odiare nessun uomo; egli non può ferirmi. Non ho bisogno di adulare nessun uomo; egli non ha niente da darmi”.
La “stanza” di cui parla Woolf non è semplicemente un riparo fisico, ma uno spazio di indipendenza e libertà interiore. Avere uno spazio come questo, ci può liberare dalle logiche di una società patriarcale, far vedere con i propri occhi, sentire con le proprie orecchie e pensare con la propria mente, invece di seguire ciecamente la massa. Oggi ognuno di noi ha bisogno della propria stanza, non solo un luogo in cui proteggere il corpo, ma soprattutto uno spazio veramente intimo e personale dentro di sé, che permetta di non seguire le mode ma di ascoltare se stessi. La “stanza” è il rifugio spirituale che permette di resistere alle intrusioni esterne e di tornare a essere veramente se stessi.
Il libro di Virginia Woolf ci invita a creare uno spazio nostro, interiore, di indipendenza e di autonomia del pensiero.