Cooperation
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Perché un kindergarten e non un ambiente familiare?
Un bambino è naturalmente socievole e disposto all’aiuto ben prima che qualcuno gli insegni la cosiddetta “buona creanza”. I bambini aiutano il prossimo trascurando il vantaggio personale fin dalle primissime fasi dell’esistenza; rinunciano ad attività per loro interessanti per aiutare chi ha bisogno spinti non da ricompense, ma da una partecipazione empatica verso l’altro. I bambini hanno una naturale predisposizione all’aiuto e alla cooperazione, che li porta a essere altruisti e solo in seguito imparano a essere selettivi nel decidere chi aiutare.
Con l'apprendimento diventano abili a gestire forme di pressione utili a suscitare effetti negli altri, come strumento per influenzare le reazioni degli altri verso di loro. Conoscono le norme sociali proprie del sistema semiotico in cui sono immersi e sono attivi nell'identificarle e rispettarle, rafforzando la propria acquisizione rammentando agli altri le stesse norme e punendosi con sensi di colpa e vergogna se non riescono a rispettarle. Emerge un'identità di gruppo, cioè la partecipazione a una dimensione intenzionale più vasta del singolo.
I processi soggiacenti a queste forme di cooperazione sono pienamente esercitate in un kindergarten, a contatto con altri bambini con cui sperimentare la condivisione del senso di gruppo, e con la presenza di adulti come mediatori delle regole sociali. I bambini affinano la capacità di creare con gli altri intenzioni e impegni congiunti in un’ottica di sforzo cooperativo in un ambiente che prevede anche, non solo, un loro adattamento passivo. Si tratta di gestire i fattori di condizionamento per favorire l'introiezione di modelli di apprendimento e non norme sociali, affinché non si limiti la naturale creatività dei bambini. Essi adottano loro sponte le regole organizzative, se sanno comprenderne la funzione; pertanto basta concentrarsi sulla conquista del senso critico, fornendo fattori esplicativi dei presupposti impliciti. Occorre creare un ambiente sapientemente adattivo ai soggetti che lo partecipano, ritagliato sul bagaglio di doti e competenze di cui dispongono, esercitando le facoltà evolventi, e riducendo, senza negarli con divieti, le prassi o abitudini involventi.
Apprendere una regola equivale a uniformarsi a una prassi, ovvero annichilire il processo autonomo di pensiero per gestire tale azione. Più si lascia responsabile un soggetto di trovare modalità per gestire le situazioni in ci si trova immerso, più farà esperienza di vita e della capacità di ragionare e di operare scelte. E magari egli sarà in grado di far evolvere la regola, proponendone una più efficiente.
La miopia educativa sta nel credere che i modelli che si propongono siano migliori di quelli che i discenti adottano spontaneamente. Occorre costantemente verificare quale sia meglio adottare. Per l'acquisizione del bagaglio di regole basilari, basta contare sul fatto che gli esseri umani tendono a imitare i membri del gruppo al solo scopo di essere come loro, cioè si conformano a uno standard.
Vanno escluse le punizioni (che presuppongono un'intenzionalità negativa che rarissimamente si manifesta in bambini non abusati, e chi subisce una punizione diventa un soggetto abusato). Le sanzioni previste per coloro che oppongono resistenza sono forme di coercizione da parte di alcuni su altri membri del gruppo (cos'altro sono in fondo gli adulti in quel contesto?). Vanno evitate le imposizioni di norme, appoggiandosi sull'abitudine di conformarsi ai modelli sociale adottati. Ma ne esiste un'altra altrettanto utile: gli uomini si impegnano attivamente per insegnarsi le cose a vicenda e non riservano ai famigliari le loro lezioni. Pertanto l’insegnamento può essere ritenuto una forma di altruismo, basato su una motivazione di aiuto, in cui gli individui offrono informazioni agli altri perché le usino.
Promuovere il rispetto delle norme in forme rispettose dell'intenzionalità positiva di chi le apprende è un atto di altruismo poiché il gruppo trarrà beneficio da tale rispetto. Ovviamente ci rendiamo conto che limitazioni e conformismo sono stati determinanti nel condurre l'uomo in direzioni evolutive, ma visto che il nuovo fa paura, può intervenire l'arte a conciliare l'animo fornendo chiavi interpretative più vicine alla sensibilità di chi apprende.
I bambini crescendo diventano abili nel partecipare al pensiero cooperativo di gruppo, in virtù di una forma di intelligenza innata che comprende capacità connesse alle motivazioni sociali e cognitive specie-specifiche funzionali alla comunicazione e collaborazione con i partecipanti al gruppo, all’apprendimento di regole sociali e altri modi di intenzionalità condivisa. Specifiche competenze derivate da secolari adattamenti che hanno consentito all'uomo una perfomance efficace nelle diverse civiltà. In buona sostanza, la piena espressione delle competenze, siano pure dovute a predisposizioni, dipendono dall’esperienza.
Infatti, un trattamento abusante pare abbia la meglio sulla tendenza naturale all’altruismo, spingendo i bambini vittime di abusi ad adeguarsi all’input ricevuto che li istrada su come le persone reagiscono ai loro bisogni. I bambini vittime di abusi, a differenza di quelli che le hanno evitate, non dimostrano partecipazione empatica nei confronti di altri bambini sofferenti, piuttosto li minacciano o li aggrediscono.
L'adozione di metodi non repressivi e libertari intende ridurre il grado di disomogeneità nel gruppo. L'eterogeneità tra i gruppi esiste proprio in virtù di questa differenza tra le soggettività: tra chi ha subito abusi e chi li ha evitati.
Vero è che l’homo sapiens si è adattato a pensare e agire in modo cooperativo come nessun altro prima. Le diverse civiltà, le relative conquiste culturali, le istituzioni sociali, le tecnologie sempre nuove, i linguaggi formali, la matematica, sono tutti risultati di individui che hanno interagito in un ambiente ove si respirava tolleranza e fiducia, non che sono restati da soli.
° M. Tommasello, Altruisti nati. Perchè cooperiamo fin da piccoli?, Bollati Boringhieri, 2010.
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Cooperation
Why a kindergarten instead of a family environment?
A child is naturally sociable and inclined to help well before anyone teaches them so-called "good manners." Children help others without considering personal gain from the very early stages of life; they give up activities that interest them to help those in need, driven not by rewards but by empathetic participation towards others. Children have a natural predisposition to help and cooperate, which leads them to be altruistic, and only later do they learn to be selective in deciding whom to help.
Through learning, they become skilled at managing forms of pressure that are useful for eliciting effects in others, as a tool for influencing others' reactions towards them. They know the social norms of the semiotic system in which they are immersed and are active in identifying and respecting them, reinforcing their acquisition by reminding others of the same norms and punishing themselves with feelings of guilt and shame if they fail to respect them. A group identity emerges, that is, participation in a more extensive intentional dimension than the individual.
The underlying processes of these forms of cooperation are fully exercised in a kindergarten, in contact with other children with whom they can experience a sense of group sharing, and with the presence of adults as mediators of social rules. Children refine their ability to create joint intentions and commitments with others in a perspective of cooperative effort in an environment that also foresees, not only, their passive adaptation. It is about managing conditioning factors to favor the internalization of learning models and not social norms, so as not to limit children's natural creativity. They spontaneously adopt organizational rules if they understand their function. Therefore, it is enough to focus on the conquest of critical thinking, providing explanatory factors of implicit assumptions. It is necessary to create an environment that is wisely adapted to the individuals who participate in it, tailored to the baggage of skills and competencies they possess, exercising evolving faculties and reducing, without denying them with prohibitions, involving practices or habits.
Learning a rule is equivalent to conforming to a practice, that is, annihilating the autonomous process of thought to manage that action. The more a subject is responsible for finding ways to manage the situations in which they find themselves immersed, the more they will gain experience in life and the ability to reason and make choices. And perhaps they will be able to evolve the rule by proposing a more efficient one.
The educational myopia lies in believing that the models proposed are better than those that learners spontaneously adopt. It is necessary to constantly verify which one is better to adopt. To acquire the basic baggage of rules, it is enough to count on the fact that human beings tend to imitate group members solely to be like them, that is, they conform to a standard. Punishments should be excluded (which presuppose a negative intentionality that rarely manifests itself in non-abused children, and those who suffer a punishment become an abused subject). Sanctions for those who resist are forms of coercion by some members of the group on others (what else are adults in that context?). Impositions of norms should be avoided, relying on the habit of conforming to the social models adopted. But there is another equally useful one: people actively commit to teaching each other things and do not reserve their lessons for family members. Therefore, teaching can be considered a form of altruism, based on a motivation to help, in which individuals offer information to others for them to use.
Promoting respect for rules in ways that respect the positive intentions of those who learn them is an act of altruism, as the group will benefit from such respect. Of course, we recognize that limitations and conformity have been critical in leading humanity in evolutionary directions. However, since the new can be intimidating, art can intervene to reconcile the soul by providing interpretive keys that are closer to the sensibilities of those who learn.
As children grow, they become skilled in participating in cooperative group thinking, thanks to an innate form of intelligence that includes abilities related to social and cognitive motivations, species-specific functions for communication and collaboration with other group participants, learning social rules, and other modes of shared intentionality. These specific skills are derived from centuries-old adaptations that have allowed humans to perform effectively in various civilizations. In essence, the full expression of these skills, albeit due to predispositions, depends on experience.
In fact, abusive treatment seems to prevail over the natural tendency towards altruism, pushing abused children to conform to the input they receive that instructs them on how people react to their needs. Abused children, unlike those who have avoided abuse, do not demonstrate empathetic participation towards other suffering children; instead, they threaten or attack them.
The adoption of non-repressive and libertarian methods aims to reduce the degree of heterogeneity in the group. Heterogeneity among groups exists precisely because of this difference between subjectivities: between those who have suffered abuse and those who have avoided it.
It is true that Homo sapiens has adapted to think and act cooperatively like no other before. The diverse civilizations, their cultural achievements, social institutions, ever-evolving technologies, formal languages, mathematics, are all the results of individuals who have interacted in an environment of tolerance and trust, rather than isolation.
° M. Tommasello, Altruisti nati. Perchè cooperiamo fin da piccoli?, Bollati Boringhieri, 2010.