Quanto ci impiega una città a riprendersi socialmente ed economicamente?
Cosa raccontano oggi le strade di Sarajevo?
Cosa significa vivere ogni giorno con il rumore delle bombe?
Qual è il valore della pace per chi ha vissuto l’assedio per quattro anni?
Se la guerra non può uccidere la fantasia dei bambini, cos'altro può farlo?
Durante il nostro viaggio a Sarajevo abbiamo incontrato Daniele Bombardi, referente di Caritas Internazionale, che da oltre vent’anni vive e lavora in Bosnia. Con voce calma ma intensa ci ha raccontato la sua storia, le difficoltà incontrate e ciò che ha imparato vivendo in un Paese tanto diverso dal suo. Abbiamo iniziato l’intervista ponendogli questa domanda: “Cosa l’ha spinto a rimanere nei Balcani e quali difficoltà ha incontrato?” Daniele spiega che la sua avventura è iniziata nel 2005, quando partì per un anno di servizio civile, convinto che sarebbe stata solo una breve esperienza. Alla fine di quel periodo, però, la Caritas gli propose di restare per seguire alcuni progetti già avviati. “Pensavo che sarebbe durato dodici mesi e invece sono passati vent’anni”. Da allora la Bosnia è diventata la sua seconda casa: qui ha conosciuto sua moglie, una ragazza del posto, e i suoi figli sono nati a Sarajevo. Restare non è stato facile. All’inizio, dice, la lingua è stata la prima grande difficoltà: non conosceva il bosniaco e nei primi mesi comunicare era complicato, soprattutto fuori dal lavoro. “E poi c’era il peso di un contesto complesso, dove convivono religioni, etnie e storie diverse. Ci vuole tempo per imparare a muoversi con rispetto”. È stata la sua risposta quando gli abbiamo domandato: “Cosa ha imparato dai popoli dei Balcani?”. Continua sorridendo: “Io vengo da un piccolo paese del Veneto, un luogo molto omogeneo. Qui, invece, ti ritrovi accanto persone di culture e fedi diverse: il vicino musulmano, l’amico ortodosso, la collega croata. All’inizio ti sembra strano, poi capisci che è la normalità del mondo. È conoscendo l’altro che impari a conoscere te stesso”. Daniele ammette di essere partito con qualche pregiudizio, era il 2005, pochi anni dopo l’11 settembre. Si parlava di terrorismo, lui si trasferiva in un Paese a maggioranza musulmana. “Non sapevo cosa aspettarmi, in realtà ho scoperto una società laica, accogliente e aperta.”. La Bosnia gli ha anche insegnato molto sulla fragilità dei rapporti umani e sui meccanismi dell’odio. Con tono serio racconta che per anni si è chiesto come fosse stato possibile che, durante la guerra degli anni ’90, persone che si conoscevano vicini di casa, colleghi, compagni di scuola si fossero ritrovate a combattersi. Poi aggiunge che vivere in Bosnia gli ha permesso di capire quanto l’umanità sia più forte dei pregiudizi. “Nonostante il carattere un po’ ruvido dei balcanici, ho trovato un popolo straordinariamente ospitale. Tutti, anche sconosciuti, mi hanno sempre accolto con gentilezza. Ho trovato un’umanità che spesso in Italia si è un po’ persa”. Ci siamo poi soffermati sulla sua vita privata: “I suoi familiari come hanno visto la sua scelta di trasferirsi qui?”, allora Daniele si fa più dolce. “All’inizio mia madre era terrorizzata. Come tutte le mamme italiane soffriva all’idea che il figlio partisse, e in più per un Paese che fino a poco tempo prima era stato in guerra. Mi diceva sempre di stare attento, che era pericoloso. Ma quando è venuta a trovarmi, ha capito che la realtà era diversa. Ha visto una città viva, accogliente, e da allora si è tranquillizzata”. Con il tempo anche i suoi genitori hanno compreso la sua scelta, soprattutto quando hanno conosciuto la sua famiglia e visto quanto fosse sereno. “Forse per loro questo Paese era quello che mi aveva portato via da casa, ma poi hanno capito che qui ho costruito una vita. Questo li ha aiutati ad accettarlo”. Infine gli chiediamo: “Che cosa ti motiva, dopo tanti anni, a rimanere qui?” La risposta arriva con semplicità: “Qui sento che quello che faccio serve. Ogni progetto, ogni attività della Caritas migliora concretamente la vita delle persone. E poi c’è la grande ospitalità: non ti senti mai rifiutato o straniero, sei sempre accolto con curiosità e rispetto. Questo ti fa sentire parte di una comunità”. Aggiunge che la Bosnia resta un Paese pieno di contraddizioni, ancora ferito da un passato difficile. “Ha molti problemi, soprattutto politici e istituzionali. Finché non sarà capace di camminare da sola, sento che il mio lavoro qui non è finito. Il giorno in cui me ne andrò, vorrei farlo sapendo di lasciare un Paese capace di costruire da sé la propria strada”.
Durante il nostro progetto Erasmus, abbiamo avuto la possibilità di visitare l’associazione Oaza. Alcuni membri dello staff ci hanno permesso di fargli delle brevi domande per comprendere meglio la loro storia personale ma anche quella del gruppo di volontari, uno di questi è Michela domanda che gli abbiamo posto è stata: “Ti piacerebbe parlare della tua storia e di ciò che ti ha portato a lavorare qui?”Michael, educatore centro Oaza, è nato in Germania, in una piccola città lontana dai Balcani e dalla complessità della loro storia. Da giovane non avrebbe mai immaginato che un giorno avrebbe chiamato Sarajevo “casa”. Quando nel 1986 entrò nell’esercito tedesco, pensava sarebbe stata solo una parentesi. Non aveva alcun legame con questa parte d’Europa: la Jugoslavia gli era solo un nome conosciuto grazie ai racconti dei parenti.Dopo alcuni anni di carriera militare e un periodo trascorso negli Stati Uniti, nel 2007 Michael si offrì volontario per una missione in Kosovo. Fu un’esperienza intensa, otto mesi che lo misero alla prova ma che gli fecero anche scoprire la sua capacità di adattarsi, di capire le persone, di vedere oltre le uniformi.L’anno successivo, un soldato del team di Sarajevo si era ammalato e serviva un sostituto. Michael accettò, per caso, senza sapere che stava facendo la scelta più importante della sua vita.Era marzo del 2009 quando scese dall’aereo e vide, per la prima volta, le montagne innevate che abbracciano Sarajevo. L’aria era fredda, ma la città lo accolse con un calore che non aveva mai sentito altrove. “Mi sono innamorato a prima vista,” racconta oggi con un sorriso. Prima delle persone, si innamorò della luce, del silenzio delle montagne, dell’atmosfera che mescola malinconia e speranza.Negli anni successivi tornò più volte in missione, ma ogni volta, al momento di ripartire, sentiva che un pezzo di sé restava lì. Così, quando ebbe la possibilità di trasferirsi in Bosnia, decise di seguire il suo cuore. Lasciò tutto in Germania: la casa, i contratti, la sicurezza.Non fu facile. La Bosnia non fa parte dell’Unione Europea e ogni anno Michael dovette lottare con la burocrazia per ottenere il visto. Ma non si arrese. Trovò un lavoro come volontario in un centro per persone con disabilità a Visoko, dove mise tutto se stesso. “Lì ho imparato che la vita non si misura con i gradi o le medaglie, ma con la gentilezza.”Quando dovette lasciare quell’impiego, si reinventò: lavorò come gommista, poi come specialista di lingua tedesca in un call center.Fu lì che una collega, Leila, lo mise in contatto con una nuova realtà, dove avrebbe trovato di nuovo un senso di appartenenza. Iniziò con qualche laboratorio, due giorni alla settimana. Poi sempre di più. Oggi è parte integrante del team dell’associazione Oaza, uno di quelli che ci sono sempre, che fanno un po’ di tutto, con passione e serenità.Sarajevo ormai è la sua casa. Qui ha trovato qualcosa che in Germania non aveva mai avuto: un ritmo umano, un senso di comunità, una pace interiore che nessuna carriera militare poteva dargli.“Molti mi dicevano che ero pazzo a venire qui,” racconta ridendo. “Ma io ho trovato quello che cercavo, anche se non sapevo di cercarlo.”E quando guarda le montagne che circondano la città, Micheal sorride come chi, dopo tanti viaggi, ha finalmente trovato il posto giusto dove restare.
Durante la nostra visita all’associazione Oaza abbiamo incontrato Lejla Hreljić-Vučić, manager del centro, che con grande disponibilità ha accettato una piccola intervista con noi. La prima domanda che le abbiamo posto è stata: “Ti andrebbe di parlarci del periodo dell’ assedio di Sarajevo?” Lejla ci ha raccontato che la guerra è iniziata quando frequentava la prima elementare. Ricorda ogni singolo giorno di quel periodo terribile, durato circa cinque anni: “Andavamo a scuola, in una mano avevamo il quaderno e nell’altra un pezzo di legno per poter scaldare un po’ la stanza poiché non avevamo elettricità e le lezioni venivano svolte in appartamenti freddi”. Nonostante le difficoltà, è riuscita a completare la scuola primaria. Durante la guerra la sua famiglia ha subito diverse perdite dolorose, anche suo fratello ha combattuto come soldato e ancora oggi porta i segni psicologici di quel periodo. In mezzo a tanta paura e distruzione, Lejla ha trovato rifugio nella musica. È stato proprio durante l’assedio che ha iniziato a suonare la chitarra, ci racconta: “Ogni volta che sono triste prendo la mia chitarra, ogni volta che sono felice prendo la mia chitarra. Quindi ogni singola cosa brutta o bella della mia vita l’ho vissuta con la mia chitarra.” Dopo la guerra ha frequentato la scuola di musica, prima la primaria e poi il liceo, e la musica è diventata una parte fondamentale della sua vita, un modo per esprimere e trasformare le emozioni. La seconda domanda che abbiamo deciso di fare è: “Come ti senti a lavorare nell’associazione Oaza?”.Oggi Lejla lavora come manager dell’associazione Oaza e parla del suo lavoro con grande entusiasmo. Dice che: “È molto importante che in questo tipo di lavoro ci sia sensibilità e empatia. Tutti i miei colleghi qui sono così e anche se non siamo molti nello staff siamo una cosa sola, penso anche che tutti possano dirti che sono molto soddisfatti di fare qualcosa con loro, perché con loro cresci”.Lejla racconta che nessun giorno è uguale all’altro, da ogni attività con le persone con disabilità intellettiva impara qualcosa di nuovo e che per lei Oaza è come una seconda casa, un luogo dove regna uguaglianza.Anche se ha ricevuto altre offerte di lavoro, Lejla ha scelto di restare, perché sente che questo è il posto giusto per lei. Lejla ci ha detto: “È molto importante nella vita avere un lavoro che ti faccia alzare felice dal letto la mattina e sentirti felice dentro quando vai a lavorare”.Le sue parole ci hanno colpito profondamente: attraverso la sua storia abbiamo compreso quanto la forza, la musica e l’amore per gli altri possano trasformare anche le esperienze più dolorose in un messaggio di speranza e rinascita.