La giornata è iniziata presto, troppo presto per chi non è abituato a vedere il mondo prima delle otto del mattino.
Il transfer da scuola verso Orio al Serio sembrava più un raduno di zombie con zaini e valigie: qualcuno cercava di dormire, altri già facevano video e foto.
All’aeroporto, la solita trafila: controlli, code, panini troppo cari e la caccia al gate “che sicuramente non è questo ma quello in fondo”. Il volo è partito e in poco tempo abbiamo lasciato l’Italia alle spalle per atterrare a Sarajevo, dove ci ha accolto un cielo nuvoloso e un’aria diversa, a metà tra il familiare e l’esotico.
In hotel, tra la curiosità delle camere e le prime risate, ci siamo resi conto che il viaggio era davvero iniziato. Dopo una breve introduzione sul posto e un pranzo libero (che per molti ha significato una caccia al ristorante più vicino), la giornata è scivolata via tranquilla.
La cena in hotel è stata il classico momento di socialità forzata ma divertente, con commenti sommessi sul menù e il pane che, come sempre, salva tutto.
A fine giornata, la stanchezza si faceva sentire, ma anche la sensazione di essere altrove, pronti a scoprire qualcosa di nuovo. Assonnati, stanchi, ma con quella bella emozione di chi sa che sta per vivere qualcosa di diverso.
Il secondo giorno è iniziato con la colazione in hotel, momento in cui ognuno ha scoperto a modo suo cosa significa “buffet internazionale”. C’era chi riempiva il piatto con entusiasmo e chi osservava con sospetto ciò che avrebbe potuto essere formaggio… o forse no.
Poi via, sul tram verso l’associazione Oaza. Già il tragitto è stato un’esperienza: tra il rumore delle rotaie e le facce incuriosite dei passeggeri locali, ci siamo sentiti per un attimo veri abitanti di Sarajevo.
All’arrivo, l’accoglienza è stata calorosa: caffè fortissimo (capace di rianimare anche i più addormentati) e dolcetti deliziosi.
Durante la mattinata abbiamo conosciuto le attività dell’associazione e i ragazzi che ne fanno parte. È stato uno di quei momenti in cui, pur venendo da realtà diverse, ci si ritrova a parlare la stessa lingua fatta di gesti, sorrisi e curiosità reciproca.
Nel pomeriggio siamo tornati in città per un pranzo libero o meglio, una missione gastronomica in piccoli gruppi alla ricerca di qualcosa di buono e possibilmente tipico.
Dopo aver ricaricato corpo e spirito, ci siamo diretti al cimitero e al Mausoleo del parco Kovaci. Lì l’atmosfera è cambiata: più silenziosa e riflessiva.
Camminando tra le 1503 lapidi notiamo che la maggior parte delle persone sono morte durante gli anni dell’assedio, in particolare, il 1992 fu l’anno con più stragi.
Finita la spiegazione del prof ci incamminiamo verso una lunga salita alla ricerca di una vista spettacolare di Sarajevo dall’alto, dove, arrivando grondando per la troppa fatica e con gambe tremanti ci aspettano delle comode panchine per riposarci e goderci lo spettacolo sulla città, anche se il vento era freddo, c’era qualcosa di profondamente bello in quel momento.
La serata si è chiusa con la cena in hotel e poi un’uscita libera tra luci e chiacchiere.
In generale, un giorno pieno, emozionante e intenso: tra curiosità, gratitudine, qualche risata stanca e quella sensazione di sentirsi già un po’ parte del posto.
La colazione in hotel ormai è diventata un piccolo rito di sopravvivenza collettiva. C’è chi ha mantenuto la fedele alleanza con i soliti gusti e chi, più coraggioso, ha tentato esperimenti gastronomici dal risultato discutibile.
Subito dopo ci attendeva una lezione sulla storia dell’assedio di Sarajevo. Ascoltare quella parte di storia proprio lì, dove tutto è successo, ha reso il racconto più intenso e reale. Nessuna foto o documentario può restituire la sensazione di trovarsi nei luoghi che hanno vissuto tutto ciò.
La mattinata è proseguita con l’organizzazione delle attività da fare con l’associazione e con il lavoro di gruppo per il sito. Tra idee, appunti e qualche risata, ci siamo messi all’opera, anche se la concentrazione iniziava a vacillare.
Il pranzo libero è arrivato come una pausa necessaria, un momento di libertà e rifornimento energetico.
Nel pomeriggio abbiamo visitato il Museo Nazionale della Bosnia, dove abbiamo avuto la possibilità di passare da un’epoca all’altra in breve tempo, abbiamo incontrato teche piene di reperti archeologici, romani e medievali. Una tappa interessante che racconta la lunga e complessa storia del Paese. Passando il giardino botanico, siamo arrivati alla parte dedicata alla natura dei territori bosniaci.
Il ritorno in hotel, però, è stato una vera impresa. Una camminata infinita che sembrava non finire mai: più che turismo culturale, sembrava un allenamento per una maratona. Quando finalmente siamo arrivati, la cena è stata accolta come un piccolo premio di consolazione.
Nessuna uscita serale, la stanchezza aveva ufficialmente vinto. Tutti pronti a crollare, con un solo pensiero condiviso “domani, colazione e si ricomincia”.
Il nuovo giorno è iniziato in modo tranquillo, con l’atmosfera di chi comincia a sentirsi un po’ “di casa”. Colazione, chiacchiere e qualche risata sulle solite abitudini del gruppo: chi arriva per primo al buffet, chi prende sempre la stessa tazza, chi si lamenta del succo “troppo dolce”.
Subito dopo siamo tornati all’associazione Oaza per una nuova mattinata di attività. Loro ci hanno accolto con il sorriso e ci hanno proposto un laboratorio creativo natalizio: biglietti d’auguri, cartoncini colorati e il “ponte dell’amicizia”, simbolo perfetto dello spirito di questi giorni.
Poi è toccato a noi: shooting fotografico con i gioielli realizzati dai ragazzi. Tra flash, pose spontanee e qualche scatto da ridere, l’atmosfera era leggera ma piena di collaborazione e orgoglio per il lavoro fatto insieme.
Dopo i saluti, affettuosi e un po’ malinconici, abbiamo preso il tram per tornare in centro. Ormai eravamo veri esperti, quasi cittadini adottivi.
Pranzo libero e poi visita al Museo Olimpico, un tuffo nel passato sportivo di Sarajevo e nelle emozioni delle Olimpiadi invernali del 1984. La giornata è proseguita con due tappe molto simboliche: la Fiamma Eterna, che ricorda le vittime della guerra, e il Ponte Latino, luogo che ha cambiato la storia del mondo. Camminarci sopra, sapendo che lì iniziò la Prima Guerra Mondiale, ha lasciato tutti un po’ più silenziosi del solito.
La sera è arrivata quasi senza accorgercene: un po’ di lavoro di gruppo, cena in hotel e meritato riposo.
Nonostante la sveglia sempre puntuale, l’aria del mattino sembrava più rilassata: forse perché ormai avevamo trovato il nostro ritmo. Tra battute mezze addormentate, ci siamo preparati per un’altra giornata intensa ma più tranquilla.
La mattinata è trascorsa tra il proseguimento dei lavori di gruppo e accoglienza presso una scuola locale, il primo liceo di Sarajevo. Le prime impressioni non sono state delle migliori, ma tra sguardi e risatine di imbarazzo ci siamo ricreduti: a volte bastano poche parole per accorgersi che le differenze sono molto più piccole di quanto sembrino.
Dopo il pranzo libero, abbiamo visitato alcuni luoghi di culto della città e ci siamo completamente resi conto che Sarajevo è davvero un mosaico di culture e religioni. Camminare tra quei luoghi così vicini l’uno all’altro fa capire cosa significhi davvero convivere nelle differenze.
Siamo partiti con la religione cattolica, visitando la Chiesa di Sant’Antonio di Padova, chiesa di proprietà dei frati francescani.
A pochi metri abbiamo potuto ammirare il birrificio Sarajevo Brewery, luogo di fondamentale importanza durante il periodo dell’assedio.
Il nostro percorso si è prolungato verso la Vecchia Chiesa ortodossa, una caratteristica che ci ha colpito è stata la tomba di un bambino che simboleggiava il passaggio dalla vita al Paradiso.
In seguito, abbiamo osservato dall’esterno la Sinagoga del centro città, dove attualmente è presente il Museo ebraico.
Infine il nostro percorso culturale si è concluso alla Moschea Gazi Husrev-beg dove abbiamo avuto l’opportunità di entrare indossando l’hijab, provando una sensazione di inclusività e rispetto della cultura altrui. All’interno abbiamo assistito ad una spiegazione approfondita sulla religione islamica, tenuta da un gruppo di nostre compagne.
La sera, come sempre, cena in hotel, poi qualcuno ha deciso di uscire per godersi ancora un po’ la città, mentre altri hanno scelto la pace del pigiama e di una tazza di tè caldo.
La giornata é iniziata come sempre con la colazione e la ormai abituale nebbia che arriva dalla cucina, dovuta dalle salsicce arrostite che ti fa immedesimare nel quadro “Viandante sul mar di nebbia” di Caspar David Friedrich.
Successivamente, ancora stanchi dalla sera prima, ci siamo raccolti in gruppo a lavorare al nostro progetto, probabilmente la parte più complessa e faticosa del viaggio, ma che speriamo porti anche molta soddisfazione.
La mattinata era però ancora molto lunga, infatti ci aspettava il nostro primo workshop con gli studenti del liceo. Durante l’attività ci siamo divisi in due gruppi: uno ha lavorato nell’ambito dell’educazione civica e sulla storia, mentre il secondo ha svolto una lezione di analisi del turismo. Entrambe le lezioni sono state eseguite in lingua inglese, tra difficoltà e imbarazzo.
Al termine, la fame e i tempi ristretti ci hanno portato a pranzare in luoghi vicini alla scuola nella parte austroungarica della città. L’intento era quello di ricaricarci per la visita alla Vijećnica, ma a causa di un evento al suo interno siamo stati obbligati a rinviare i nostri piani.
Ci siamo quindi recati in hotel per avere un momento di tranquillità e confronto nel quale scambiarsi opinioni e pensieri riguardanti la mattinata.
Gli imprevisti però non erano finiti, dopo cena era prevista la “serata cinema” con la proiezione del film “Quo vadis, Aida?” che a causa dello scadente sistema tecnico presente in hotel, nonostante il duro impegno dei professori, non si è riuscita a svolgere.
Ci siamo recati nelle nostre stanze e tra battute, risate e “invasioni” di camere ci siamo addormentati, stanchi dalla giornata e pronti all’inizio del weekend.
Finalmente è arrivato il sabato, la colazione è stata molto tranquilla: la sveglia è suonata più tardi e con un ritmo lento.
Qualcuno ha deciso di trascorrere la mattinata libera tra negozietti locali e centri commerciali, alla ricerca del prezzo migliore. I più pigri invece non hanno esitato a riaddormentarsi.
Senza che ce ne accorgessimo era già il momento di pranzare per arrivare in orario al solito punto d’incontro.
Una volta ricomposto il gruppo, ci siamo recati immediatamente in hotel, pronte per accogliere Daniele Bombardi, nostro ospite che si è reso disponibile per raccontarci il suo cambio di vita in Bosnia.
È stato un incontro che abbiamo apprezzato molto grazie alle sue sincere parole e alla sua apertura nel raccontare.
Una volta terminato l’incontro, per non perdere neanche un attimo di tempo, abbiamo proseguito il lavoro di gruppo.
Entusiasti per l’uscita prevista alla sera, dopo cena sembrava si fosse aperto un salone di bellezza: trucchi, trecce, tacchi sono stati i protagonisti per le ragazze.
A mezzanotte doveva concludersi la serata, ma al rientro in hotel la voglia di stare svegli a chiacchierare ha colpito anche i prof. Però, tra un racconto e un altro il sonno si è fatto sentire, costringendoci ad andare nelle nostre stanze.
È giunta così al termine una giornata leggermente diversa dalle altre, che ci ha permesso di svagarci un po’ e passare più tempo gli uni con gli altri.
È domenica, la sveglia è suonata tardi e l’atmosfera era tranquilla.Ognuno ha trascorso la mattinata libera come preferiva: c’è chi ha scelto di girare tra i negozi del centro città e chi invece ha approfittato del tempo per riposarsi un po’.
Solita ricerca del luogo dove pranzare e nel pomeriggio abbiamo visitato il Museo dei Bambini di Sarajevo, un luogo che racconta con semplicità e profondità le vite dei più piccoli durante la guerra. L’atmosfera era silenziosa, e ognuno di noi è rimasto colpito dai racconti e dagli oggetti esposti.
Dopo la visita, ci siamo spostati al mercato coperto del cibo, dove tra profumi e colori abbiamo potuto scoprire altri aspetti della vita quotidiana di Sarajevo.
Poco più tardi abbiamo visto anche la statua presente nel parco Veliki molto significativa: rappresenta un padre, Ramo Osmanović, che chiama il figlio, Nermin, mentre dei soldati gli puntano una pistola alla tempia. Un’immagine forte, che ci ha lasciato in silenzio per diversi minuti.
Rientrati in hotel, abbiamo continuato con un lavoro di gruppo, iniziato con una lettura del libro “La guerra in casa” di Luca Rastello e seguito da un momento di confronto interessante, in cui ognuno ha potuto condividere le proprie impressioni sulla giornata.
La sera è trascorsa in tranquillità: una cena semplice e poi un po’ di tempo libero in hotel, tra chiacchiere e risate leggere, prima di andare a dormire.È stata una giornata diversa, calma ma intensa, che ci ha lasciato molto su cui riflettere.
La giornata è iniziata presto, con una sveglia mattiniera e il solito rito della colazione. Come sempre, è partita la corsa per accaparrarsi le crêpes, tra risate e piccole lamentele dei professori che, puntualmente, non riescono mai a prenderle in tempo.
Dopo colazione abbiamo raggiunto la scuola a piedi, attraversando le strade ormai familiari di Sarajevo. La mattinata è stata dedicata a due workshop: uno di letteratura e uno di storia, che ci hanno permesso di approfondire alcuni aspetti culturali e storici del Paese attraverso attività pratiche e coinvolgenti.
Il pranzo libero, ormai un’abitudine quasi monotona, ci ha dato modo di scegliere liberamente dove mangiare prima di riprendere la camminata verso la tappa successiva: il History Museum.
Lì abbiamo partecipato a un tour, tra scatti fotografici e momenti di ammirazione per i reperti e le testimonianze esposte. È stato un percorso intenso, che ci ha fatto riflettere ancora una volta sulla storia recente di Sarajevo e sulla sua capacità di rinascita.
Nel pomeriggio abbiamo avuto un po’ di tempo libero: alcuni hanno approfittato per fare shopping, mentre altri hanno preferito tornare subito in hotel per riposarsi.
Dopo il ritrovo a cena, la serata è proseguita con un momento molto speciale: un incontro online con Ado Hasanović, regista e sceneggiatore bosniaco che ha raccontato la sua esperienza di vita e il suo percorso artistico. Abbiamo poi visto uno dei suoi cortometraggi dedicati a Srebrenica, una visione intensa e toccante che ci ha lasciato tutti in silenzio per qualche minuto.
La serata si è conclusa in hotel, in un’atmosfera rilassata e serena, tra chiacchiere tranquille e la sensazione di aver vissuto un’altra giornata ricca di emozioni e significato.
L’ultima settimana, o meglio, gli ultimi giorni sono iniziati con la ormai abitudinaria colazione, sempre alla rincorsa dell’ultimo pancake e dell’ultimo cucchiaino di crema al cioccolato.A stomaco pieno, ci siamo potuti concentrare al meglio per poter continuare a lavorare sulla creazione del sito web. Nonostante non fossimo realmente affamati, dato l’orario anticipato della pausa pranzo, ci siamo lo stesso messi alla ricerca di un posto in cui mangiare qualcosa di caldo e veloce. Ci siamo poi diretti verso scuola per poter fare l’ultimo dei tre workshop che i nostri professori avevano preparato. Concludendo così anche la conoscenza con gli studenti bosniaci, ampliata dalla rotazione di essi nei vari gruppi a ogni lezione. È stata una giornata abbastanza frenetica, infatti non appena usciti da scuola avevamo appuntamento all’Ambasciata italiana. Abbiamo avuto l’onore di essere accolti dall’Ambasciatrice Sarah Eti Castellani, e di aver presentato a lei e al suo staff il risultato del nostro lavoro prodotto di questi giorni. Finito l’incontro ognuno ha deciso di sfruttare il tempo libero come più desiderava. Dopo una doccia calda per scaldarci in seguito alla fredda giornata, siamo scesi per la cena, diventato ormai un momento di sfida a chi indovina per primo quale zuppa sarà servita. Dopo il dolce, è arrivato il momento dell’assemblea di classe, dove i candidati per per le elezioni dei rappresentanti di classe, hanno avuto spazio per fare un piccolo discorso di “propaganda”, con qualche piccola battuta per sdrammatizzare. La serata si è conclusa con un momento di racconti e risate, tra professori e compagni. Man mano che la stanchezza si faceva sentire, qualcuno ci abbandonava, fino ad essere costretti ad andare tutti a dormire, per ormai la poca compagnia rimasta.
La giornata è iniziata come di consueto, ormai stanchi e senza forze, proprio come la macchinetta del caffè, che questa mattina ha deciso di non erogare il latte e lasciare metà classe senza cappuccino di rito. A metà mattina, dopo gli ultimi aggiornamenti al nostro sito web, ci siamo spostati alla Galleria 11/07/95, dedicata a Srebrenica, dove abbiamo partecipato a una mostra fotografica semplice ma davvero d’impatto. In questi posti l’aria si percepisce pesante. Le immagini, le testimonianze e i racconti ci hanno lasciato un senso di silenziosa riflessione, difficile da scrollarsi di dosso.Per alleggerire un po’ l’atmosfera, ci siamo concessi una pausa caffè in un bar poco distante, dove il chiacchiericcio ha ripreso vita e le tazze fumanti dei cappucci che non eravamo riusciti a concederci, hanno riportato un po’ di calore.Successivamente, è arrivato il momento della presentazione del sito a scuola, davanti ai ragazzi bosniaci e alle loro prof: un referente per ogni gruppo di lavoro ha mostrato il proprio contributo, fieri e soddisfatti del risultato ormai raggiunto. Il pranzo, libero come sempre, ci ha portati a esplorare ulteriori nuovi angoli della città, gli ultimi che mancavano. Dopo esserci rifocillati, ci siamo diretti verso la Vijećnica, la storica biblioteca di Sarajevo. La visita ci ha lasciati senza parole: l’architettura e la storia di quel luogo ci hanno sorpreso.L’ultima cena è stata un momento di malinconia, dopotutto, ormai ci stavamo abituando. Ma la serata non era ancora finita: dopo aver lasciato i piatti vuoti, tra un dubbio e l’altro, se uscire affrontando l’ultima aria gelida della Bosnia o meno una buona parte del gruppo è uscita per una serata in un locale della città, godendosi l'atmosfera vivace e i nostri karaoke di canzoni italiane cantate a squarciagola. Anche l’ultima serata si è conclusa, piena di emozioni, scoperte e momenti che resteranno impressi nella memoria.
L'ultima giornata del nostro viaggio è iniziata con un risveglio più tranquillo del solito, consapevoli che quella sarebbe stata l'ultima colazione condivisa all'hotel. Un momento semplice, ma carico di pensieri: qualcuno già immaginava la colazione di casa, con un misto di sollievo e malinconia.
Dopo aver sistemato le ultime cose nelle valigie, abbiamo salutato lo staff dell'hotel. Un gesto che racchiudeva l'affetto per un luogo che, seppur temporaneo, era diventato una piccola casa. Poi, ancora un po' stanchi per la serata precedente, ci siamo diretti verso l'aeroporto in pullman.
I controlli in aeroporto sono stati lunghi e, come spesso accade, il tempo sembrava non passare mai. Ma alla fine ci siamo imbarcati, lasciando Sarajevo alle nostre spalle. L'arrivo a Bergamo non ha segnato la fine del viaggio: ci aspettava ancora un trasferimento fino alla stazione centrale di Milano e poi un treno per Piacenza. Una giornata iniziata all’alba e conclusa in serata, faticosa ma necessaria.
Le emozioni erano contrastanti. Da un lato la gioia di tornare a casa, riabbracciare la famiglia, ritrovare le proprie abitudini. Dall'altro, la consapevolezza che qualcosa sarebbe mancato: le giornate trascorse insieme, le risate, le attività condivise, e persino la voce del professore che ogni volta ci ricordava: "ragazzi mi raccomando, ritrovo per la cena alle ore 7".
Questo Erasmus è stato molto più di un semplice viaggio. È stata un'esperienza che ci ha arricchiti, culturalmente e umanamente. Abbiamo scoperto una città affascinante, affrontato sfide, imparato a collaborare e a confrontarci. Soprattutto, abbiamo costruito ricordi che porteremo con noi, forse anche più delle nozioni apprese.