Biofilmografia
Vincenzo Fattorusso è nato a Napoli il 9 ottobre 1962. Intorno alla metà degli anni Settanta comincia a collaborare con alcune fra le nascenti radio libere, per le quali realizzerà in seguito programmi improntati alla commistione dei linguaggi. “Controvento” e “Fanzine” vedono i germi di una concezione che nel 1980 porterà all'incontro con uno dei fondatori di Radio Alternativa Palepoli, Elvio Prezioso (Napoli 1960-Fano 2019), al tempo allontanatosi dai microfoni, in polemica con gli altri soci, a causa delle prime condiscenzenze che, a suo dire, l'emittente pone in essere.
L’ho fatta per anni, mi ha sempre affascinato. In quel tempo, non era infrequente che, la mattina presto, Flavio, incaricato di aprire la programmazione giornaliera, mi trovasse stravaccato a dormire sul divanaccio che costituiva l'unico arredamento del seminterrato, un piccolo locale adibito a studio radiofonico. Lui, credo, fu il primo a parlarmi di Elvio, uno dei suoi fratelli, che, diceva, avrei dovuto incontrare. Così pure, Peppe, un altro socio fondatore, di tarda sera scendeva spesso a trovarmi durante il programma: e una volta, conversando, si mostrò assai meravigliato che non conoscessi Elvio, aggiungendo che, non so bene in che cosa, io glielo ricordavo. Un giorno, di là dal vetro della cabina, ricavata in un annesso vano senza finestre, apparvero a un tratto due figure: accanto a Peppe, nell'ombra dell'anticamera, stava un giovanotto alto e curvo, magro, dinoccolato, che ora si toccava il naso, prominente, ora i capelli, lunghi e scompigliati. «Questo è Enzo Fattorusso», sentii annunziare con tono solenne nello spalancare la porta a soffietto, per andare loro incontro, «noto fascista...» A quell'ultima parola il ragazzone mi voltò le spalle, impassibile, e se n'andò, lasciandomi perplesso e da solo con Peppe, che, l'indice ancora a mezz'aria, aveva le lacrime dal gran ridere mentre seguitava a richiamare: «Elvio, Elvio!»
“Radioattiva” e “Contrazioni musicali” sono esperienze che coinvolgono ascoltatori invisibili agli addetti ai lavori.
Una menzione a parte merita un altro programma, che chiudeva la programmazione giornaliera di Radio Palepoli, “RadioAttiva”, con la A uguale a quella di Autonomia Operaia. Già il nome la diceva lunga. Gli Zombies, come erano stati battezzati con una certa ironia dagli altri della radio, erano Enzo Fattorusso ed Elvio Prezioso. Quest'ultimo, da staffetta porta-dediche dei primi mesi di attività, con il tempo era cresciuto ed era come il suo partner in conflitto con il mondo intero, anche quelli che stavano in radio. Passavano musica rock, punk e tutto quello che era estremo ogni sera, dalle 22 alle 24. Erano dotati, comunque, di grande preparazione, e il programma aveva uno zoccolo duro di seguaci. Intorno a loro ruotavano personaggi vestiti con giubbini e stivaloni in piena estate, con capelli e barbe lunghissime, rasati con una cresta tipo indiani Seminole, alla Hamsik per intenderci. Di solito io e Mario Amato non ascoltavamo la radio a quell'ora, però quest'ultimo si accorse che ogni sera, al programma di canzoni napoletane con dediche e richieste, faceva seguito un “bianco”: la radio rimaneva muta per circa cinque minuti. Ebbene, Mario irruppe in radio e chiese perentoriamente per quale motivo avvenisse ciò. Enzo, con la sua voce imperturbabile, rispose: «Stiamo mettendo la giusta distanza dalla merda», il che significava dai programmi che lo precedevano. Ma Enzo ed Elvio si superarono in occasione delle festività natalizie del 1981. Fiammetta, la conduttrice di un programma-cacca che li precedeva, aveva allestito, con tanto amore, un bel presepe con tanto di pastori e, all'interno della grotta, la classica Natività con Maria, Giuseppe, il Bambin Gesù, il bue e l'asinello, mentre al di sopra della grotta svettava una bellissima e sgargiante stella cometa. Ora, nelle radio libere non era necessario preannunciare la propria visita, i radioascoltatori venivano a tutte le ore, e durante le feste di Natale era un gran via vai, con gli ascoltatori che non venivano mai con le mani in mano e portavano dal dolce alla bottiglia di vino, per poi intrattenersi. Per l'occasione ammiravano il presepe rendendo felice Fiammetta. Ad un certo punto notammo che nessuno faceva più complimenti al presepe, anzi, sembravano turbati da qualcosa. Immaginate la sorpresa di Fiammetta quando scoprì che la stella cometa era stata abilmente sostituita da un fallo maschile... (Antonio Romano, Radio libere... una storia d'Amore, Guida)
Nel 1984, in quello stesso scantinato muovono i primi passi the rest (voluto, il minuscolo), gruppo nato da una sollecitazione di Ciro Fattorusso (Napoli 1966), musicista - l'unico del trio - autodidatta: il mixer dell'emittente viene utilizzato per le prove. Polistrumentista, Ciro suona la chitarra, mostra i rudimenti del basso a Elvio, illustra le possibilità vocali a Vincenzo, che compone alcuni testi adattandoli da propri scritti e realizza fotografie, grafiche e brevi filmati da utilizzare dal vivo. Concerti, partecipazioni a raccolte di brani, oltre a titoli a nome proprio, e a programmi radiofonici, dei quali rimane traccia in varie interviste, vedono la luce.
Band tra le più significative quanto misconosciute del panorama musicale, vengono generalmente accolti dal pubblico con un atteggiamento che va dallo sgomento all'avversione: da una parte è ancora troppo fresca nella memoria collettiva l'esperienza – tanto per non cambiare made in England – del punk e del dark, e dall'altra “l'onda del Vesuvio”, pompata oltre i limiti dal Gatto e la Volpe, lascia spazi esigui per quant'altro di (più) originale si delinea musicalmente nella città di Napoli. I Rest gettano presto le basi per una loro originalissima elaborazione sonora che ha come referente non musicale quella parte di tenebra che è dentro ognuno di noi. Una genuina tensione emotivo-intellettuale spinge il gruppo a percorrere il difficile sentiero che attraversa il lato oscuro della nostra anima per giungere al cuore della frustrazione, dell'angoscia, della paura; la follia che la nostra psiche ha imparato a gestire come elemento ordinario dell'esistenza, viene smascherata ed esposta nella cruda poliedricità della sua natura (Gianpaolo Palumbo, Media).
I the Rest hanno sicuramente il pregio dell'originalità. Completamente privi di riferimenti geografici nella loro musica, molte sono le difficoltà incontrate da questa formazione nel trovare spazi dove poter esprimersi e gente disposta ad ascoltarli, ritrovandosi poi nuda e sconcertata di fronte all'esistenza; eppure nell'assoluta indifferenza generale sono riusciti a farsi ascoltare al di fuori dei confini nazionali e ad attirare su di loro l'attenzione di una indie Gallese, la Rain Tapes, che li ha inseriti in una compilation di sua produzione uscita nel Regno Unito (Alberto De Rosa, enne).
La chitarra ruggisce una distorta sequela di riffs ipnotici e ne fa territorio di battaglia per una sezione ritmica implacabile (con tanto di drum machine) ed una voce che ne è gelida e lucida conseguenza. In attività sin dal 1984, i napoletani Rest non si sono mai risparmiati dal compiere rotte improbabili nella dilaniata e dilatata galassia musicale degli ultimi trent'anni: la dimensione spazio/tempo acquista negli insofferenti Rest l'ennesimo valore zero. “Un rumore bianco senza fine” (maschile e femminile), a dir poco inconsueto per l'italiano medio(cre) (Giovanni Meli, Ars Moriendi).
Ultimo RESTante gruppo da arRESTo immediato, RESTio al RESTare indistinto nel RESTo della parata (Ida Maffei, Freak Out).
Gruppo che consigliamo (Jornal de Leiria, Portogallo).
Sì, è questo, l'obiettivo... Navigare tra l'oscurità e la luce (L'Ombre Fuyante, Francia).
Roba forte: The Rest - Strange Laughs (Archaic Inventions, Olanda)
Esordisce come cineasta nel 1994, con Progenie.
Del 1995 è Alberghi di cera, una raccolta di testi pubblicata in proprio; in precedenza, due racconti brevi erano usciti sulla rivista letteraria Outré.
Nel 1996 nasce Ulissetransmedia, casa di produzione fondata col fratello, Ciro, per finanziare la quale accetta di collaborare in varie vesti (sceneggiatore, operatore, aiuto regista) a lavori che saranno presenti a manifestazioni quali la fiera del libro di Francoforte, il congresso APEB (Lione), la Fiera del Levante (Bari), nelle emittenti televisive, in Rete e altri media.
Tra questi, nel 1998, realizza Treno speciale 2125. Dall'incontro con Tonino Guerra nasce Di partenti e saltimbanchi (1999), che ha avuto numerosi passaggi televisivi e in varie manifestazioni (in una, selezionato da Gillo Pontecorvo), ha circolato nelle sale cinematografiche, e nell’ambito di un festival è stato proiettato in rappresentanza del nuovo cinema italiano all’Andersen auditorium dell’università di Berkeley (Stati Uniti d'America).
Quando un giornalista che frequentavo fece quel nome, mi risvegliai d'un tratto. «Lo conosci?» domandai: l'aveva intervistato varie volte. Pensai di andare a trovarlo. Giacché detesto le intrusioni, ci facemmo annunciare con una telefonata; sua moglie fu gentile oltre ogni dire. Leggera, ci fece strada tra le ciotole e i gatti, in un giardino a terrazze cosparso di oggetti che dicevano di un tempo che scorreva in un altro tempo. Guerra sedeva a un grosso tavolo scheggiato; sfogliava una rivista. Parlammo di poesia, di cinema, di Fellini, di Zavattini... del luzarese registrammo un commosso ricordo mezzo smozzicato dal vento di Pennabilli. Nel ritornare alla macchina mi persi, e capitai davanti a un portone. Lì c'era la mostra che abbiamo documentato. Ne ricavai una emozione profonda: in un periodo per me abulico, circolare, a ridarmi l'entusiasmo erano stati due grandi artisti, due "vecchi" che, nella mia smisurata ignoranza, non conoscevo. Decisi subito di farne un documentario. Pochi giorni dopo tornammo per le riprese; gli parlammo della mia idea. Accettò. Alla fine ci salutò con grande tenerezza, dandoci alcuni consigli. Nell'andar via tornai con la mente al nostro primo incontro: non riusciva a far funzionare l’impianto stereofonico, e la cosa gli seccava, dal momento che suo figlio gli aveva inviato un CD con una colonna sonora di propria composizione. Inserii un selettore, e le note si diffusero nella stanza. «Eh?» mi disse fiero, indicando l'aria. Dissi: «Bella» o qualcosa del genere, più che altro per prendere tempo. Gorgogliò una risata: «Bravissimo. E, pensa!, ogni volta che parliamo di musica mi ripete sempre: “Papà, t'an capès un caz...”»
Ho visto con grande diletto il suo Di partenti e saltimbanchi. Mi è parso un documento bellissimo e carico di grande capacità emotiva, grazie al contributo, sempre straordinario, di Tonino Guerra che la prego di abbracciare forte. Lei ha saputo penetrare nel mondo di questi due singolari osservatori dell'oltre, con la discrezione di chi sa coglierne la sacralità più riposta. Con molta ammirazione (Pupi Avati).
E' un documento bellissimo che mi ha commosso perché lei ha saputo leggere in me (Ilario Fioravanti).
Caro Vincenzo, il documentario mi sembra molto magico; son contento, bravo (Tonino Guerra).
L'amicizia con Ilario Fioravanti porta a Tracce, il documentario italiano più proiettato del 2001, vincitore di tre premi (di cui uno per la colonna sonora originale); il lavoro, più volte trasmesso da Raisat, è stato presentato a Santos (Brasile) in una sezione sul cortometraggio italiano.
C’era – nell’uomo, prima che nell’artista – qualcosa che andava ben oltre una pur notevole empatia: dovevo raccontare dell’impossibilità di essere altro, di una diversità fisiologica, sacrosanta, di quel filo che legava il passato, le sue opere, il mio quotidiano, questa pioggia sui tetti, di una assenza di disciplina come consequenzialità di uno struggente amore per la vita. In definitiva, raccontare di un’attitudine. Fioravanti novello Ulisse: un Ulisse canuto e bambinesco insieme, tenero e furente, dai giochi di creta e di colori. Un uomo – questo giocattolo d’ossa – con i suoi alibi, i suoi profili che si confondono, avvezzo a quella mezza verità che è il tempo. Un Ulisse scarnificato e sghembo, familiare da dare vertigine: l’essere vicini a sentirsi chiamare per nome. Noi, una delle innumerevoli, possibili “realtà”.
Per la attenta partecipazione emotiva e la particolare cura formale con le quali il regista ha voluto tratteggiare la figura, le opere, la tensione morale e le vicende umane di un artista contemporaneo le cui memorie sembrano giungere da un passato prossimo troppo spesso dimenticato (Paolo Isaja e Maria Pia Melandri, motivazione per il premio al miglior documentario).
Del 2003 è Nazca, fiction che ha collezionato 48 passaggi tra manifestazioni nazionali e internazionali (Germania, Francia, Finlandia, Stati Uniti d'America, Polonia), un premio e una menzione speciale.
Anni fa, in casa d'altri, mi capitò fra le mani un libriccino con la copertina cartonata. Presi a sfogliarlo, un po' per maleducazione, un po' per il titolo: Come nascono i bambini. Era una pubblicazione rivolta ai più piccoli, una delle prime, credo, ad affrontare l'argomento. Dopo le pagine di apertura c'era raffigurata una cicogna da abbecedario; l'illustrazione era in parte nascosta da una croce, una x spessa e netta, a mo' di cancellatura. Poco più sotto c'era, in caratteri da tabellone, un: "NO!" Mi ricordo di quel libretto ogni volta che mi domandano della genesi di un lavoro, di un'idea, di un personaggio: posso, cioè, soltanto escludere, individuare quanto non ha fatto parte di quel cammino, di quell'avventura. A parte queste cose - segnate con una croce non meno vistosa, non meno netta e spessa di quella che annullava l'ignara cicogna del trattatello - resta tutto quello che non potrai mai spiegare. A me pare già qualcosa. Non credo che al mondo ci sia davvero bisogno di analisi di questo tipo: provo un sincero fastidio verso quanti straparlano di un "processo creativo" - il più delle volte una scappatoia da gente adusa a mascherare la propria inettitudine, la propria condizione di privilegiati. Perché faccio un film piuttosto che un altro, io non saprei proprio dirlo. "Le figure che si agiteranno sullo schermo saranno come spalmate, dilatate. Attimi e particolari dal quotidiano. Assurdo, come sempre. Uomini come ombre senza sole. Niépce non riconosce più la sua invenzione..." I primi appunti sulla faccenda erano di questo genere. Ma che cosa significavano? A che cosa si riferivano? All'inizio c'era soltanto il vago sentimento di un'attesa, di un incontro mancato, nutrito dall'abbondanza di segni vacui, da una comunicazione stanca, distorta, portatrice di contatti improbabili ancor prima di cominciare. Tutta l'evaporazione e lo sfolgorio circense dei nostri tempi, insomma. Eppure non volevo fare del moralismo, non volevo dimostrare nulla: volevo raccontare una storia. Non sapevo, come sempre, dove sarei andato a sbattere. Tra una nota e l'altra - e letture, e sgorbi inestricabili, e mozziconi di sigarette... -, dopo chissà quanto tempo ero arrivato a un punto morto. Fu allora che, una notte, su un teleschermo comparvero queste immagini di Nazca: i disegni di enormi dimensioni tracciati sul suolo della pampa di Palpa. Appena a letto, vidi come tessere di domino scivolare su una parete liscia e metallica, a imbuto: giravano in tondo, un po' come la pallina sul piatto della roulette, procedendo via via verso il centro, che le inghiottiva. Il tutto avveniva come in una ripresa al rallentatore. Prima di scomparire, sui pezzi balenavano dei segni che non riuscivo ad interpretare, a decifrare - sebbene potessi vederli con chiarezza, in quell'unico istante - bruciati subito dopo da un riflesso. Presi sonno con una facilità che avevo dimenticato da tempo.
Debbo dirti che le immagini di lei e la voce di lui (il testo soprattutto) creano un insieme suggestivo. Convincente. Seducente (Pupi Avati).
Diario cinematografico ispirato allo stile dei grandi maestri del cinema italiano (Euroshorts, Polonia).
A parte (2006) ha vinto un premio ed è stato presentato all'Istituto storico Parri di Bologna (2007), nei programmi “RAI TG3 Emilia-Romagna” (2007) e “Hollywood party” (2008) e nell'edizione nazionale de l'Unità (2009), con due pagine a firma di Alberto Crespi.
Mi interessava l'uomo Luciano Leonesi, assai prima del regista teatrale. Che si è manifestato con la forza e con la molteplicità proprie di un simbolo: incarnava cioè - almeno ai miei occhi - qualcosa di più ampio e inafferrabile. La sua arte, quell'immediatezza nell'esprimere gli stupori, la disperata allegria come gli incupimenti improvvisi del popolo, del suo popolo, non ha bisogno di approvazione, di abiti grotteschi e variopinti: il materiale che abbiamo raccolto in questi tre anni dice di un uomo che è una moltitudine, un barcone affollato, un tempo fermo, l'atroce fissità delle vecchie fotografie di famiglia, gli occhi di gomma bruciata che spauriti fissano, dai finestrini, tabelle di stazioni via via più lontane da casa. Dice della camicia pulita della domenica, degli abiti da sposa ripiegati negli scatoloni, della dignità, del chiacchierare a voce alta e tutti insieme, della ferocia dei giudizi, dell'impossibilità di un miracolo. Esattissimo e inconoscibile, Luciano Leonesi parla un linguaggio dimenticato e al tempo stesso stranamente fertile, familiare: il vuoto nel ricordo di un sogno, ossessivo e struggente nella sua apparente insignificanza (Il Roma).
Ho visto il tuo film/documentario dal titolo A parte, trovandolo di grande interesse, di grande utilità didattica nella ricostruzione non consolatoria e non demagogica di un tratto di storia del teatro di impegno della nostra città. Hai compiuto un'operazione di grande onestà intellettuale rievocando quegli anni in cui per una sorta di snobismo soprattutto della cultura di sinistra alcuni protagonisti di quell'esaltante vicenda vennero troppo spesso e con troppa rapidità accantonati. Ti ringrazio e mi rallegro con amicizia (Pupi Avati).
Intanto vorrei manifestare la mia ammirazione per il film e per il suo protagonista. Che cosa ammiro? Che il film trasmette, comunica, manifesta fierezza, ma, insieme alla fierezza, il protagonista non trascura l'ironia: riflette su sé stesso e mostra di essere contento di quel che ha fatto, però insieme – questa è la forza – non diventa una vittima delle sue capacità, delle sue qualità, ma sa accompagnarle con molta ironia, con molta scherzosità. E questa è una cosa che io ho ammirato fortemente perché non era immaginabile che ci fosse questo filo di ridere di sé stesso, oltre quel che racconta - è pieno di battute meravigliose -, e questo, secondo me, è il segno della grandezza di quel che ha fatto ed è la bellezza del film. Non è un film predicatorio, che maledice, che rimprovera: in fondo non è un film nostalgico, quindi come tutti i film nostalgici un po' piagnone, tutt'altro – voglioso, forte, ironico -, quindi intanto apprezzo fortissimamente questa cosa (Angelo Guglielmi).
Usate pure il mio nome (Carlo Lizzani).
Sostenuto da un ottimo commento musicale di Ciro Fattorusso, è una retrospettiva, ad alto livello, degli anni che hanno visto la nascita e l'affermazione del teatro di massa (Primo Mingozzi).
Nell'avvincente film di Vincenzo Fattorusso si ripercorre un pezzo importante "dell'altra storia italiana”; un plauso a Ciro Fattorusso per l'ottimo e discreto commento sonoro, e un invito a procurarvi al più presto questo emozionante documentario (Fabrizio Poggi, Folk Bulletin).
Il decollo di un missile (Giorgio Tonelli, RAI).
Sono rimasto molto impressionato dalla potenza evocativa di questo documentario... (Tatti Sanguineti)
Nel 2013 Un giorno o l'altro è stato presentato in prima mondiale a Bologna alla presenza di numerosi ospiti (servizio al “TG3 Emilia-Romagna”); in un festival, una menzione per il miglior contributo tecnico-artistico al montaggio.
Il teatro era una soltanto fra le componenti dell’inestricabile groviglio di pretesti, di motivi, di immagini, di seduzioni con cui ti ritrovi esposto all’impresa: non un lavoro su quest’arte né un film storico, pedagogico, quindi, ma il tentativo di fissare un modo espressivo prossimo ai nostri tre uomini, alle loro fatiche; virile e insieme bambinesco, concreto e declamatorio: uno sconfinamento, una prova nel suo farsi, un motivo della memoria, e il bisogno e l’inutilità di tutto questo.
Una gomena lanciata da una distanza tale da rendere niente affatto scontata la manovra di attracco (Rudi Assuntino).
Caro Vincenzo, riconosco nel lavoro che mi mandi, molto ben fatto, l'autenticità, l'entusiasmo, l'onestà di tante persone che senza partecipare ad alcun potere hanno fatto di cultura e vita una cosa sola. L'impegno di questi sì, che lo apprezzo e lo rimpiango, anzi. Ti ringrazio, e, con tanti auguri, mi permetto di mandarti un forte abbraccio (Pupi Avati).
Il regista Vincenzo Fattorusso si è avvalso di immagini di opere di Aldo Borgonzoni per narrare le vicende del Gruppo Teatrale Viaggiante, che nell’immediato dopoguerra, per una quindicina di anni, portò nelle piazze il teatro politico antesignano, come riconosce Dario Fo, di quel teatro sperimentale, grottesco e senza schemi che lo stesso Fo eleverà a magistrale rappresentazione anni dopo. La regia si avvale dei contributi di Loriano Macchiavelli, Dario Fo e Aldo Borgonzoni; le opere del pittore sono state mixate e intervallate nel film, con effetto simile ai cartoon, di grande suggestione (Daniela Bellotti, Biografia ragionata, Allemandi).
Un gruppo di ragazzi entusiasti e tosti. Franca ed io ci facemmo raccontare delle loro esperienze, delle difficoltà e delle soddisfazioni. Raccontavano con un gran senso del grottesco e con un piglio satirico spesso autolesionista. Insomma, nessuna retorica, nessuno sventolio di bandiere rosse. Infatti, loro, non andavano incontro al proletariato, loro erano il proletariato. Devo dare atto che il fatto di ritrovarci con un gruppo che avesse battuto prima di noi la pista di quel difficilissimo cammino fu determinante al successo¹. Io ho visto molte loro messinscene. Erano certe volte brutali dall’ottica della convenzione intellettualistica del teatro. Erano dirette, non avevano preamboli; oppure di colpo tutto saltava per aria, perché c’era quello che poteva essere un preambolo o una deviazione commentatoria che diventavano importantissimi. Luciano, non essendo legato alle regole o a un metodo, si permetteva di uscire dagli schemi e di andare oltre. Ecco la grossa forza di questo suo teatro, anche perché gli stessi attori che lavoravano con lui erano senza schemi. E questa è la vostra forza; ecco perché venivano a vedervi con gioia e avevate i teatri pieni, perché il vostro teatro era espressione di una comunità di persone che vi amava². I Signori Fo ringraziano vivamente per aver loro inviato il film A parte. Cordiali saluti (Dario Fo, 1. Calorosi gli applausi da domani si replica, Vangelista; 2. Luciano Leonesi maestro di teatro a Bologna, Bulzoni).
Caro Vincenzo, ti sono grato per il tuo lavoro: hai raccattato dai polverosi cassetti della nostra memoria, i ricordi che noi stessi avevamo dimenticato e dove erano destinati a rimanere per sempre, e hai ridato loro una vita e un significato che sembravano avere perduto con il passare del tempo. Ti sono grato per avermi ridato il senso di una esperienza che mi ha di nuovo fatto riflettere e che oggi, forse, capisco meglio di quando l’ho vissuta. Tutto questo significa che le nostre immagini e le nostre parole, che da sole e isolate non avevano senso, diventate tue si sono trasformate, esattamente come i colori racchiusi in un tubetto, le note sparse di una musica non scritta, un grumo informe di marmo diventano, nelle mani di chi le sa interpretare, opera d’arte. Un saluto e un invito a non desistere (Loriano Macchiavelli).
Il 25 novembre 2014, nell'ambito del convegno di studi “Il teatro di massa; Marcello Sartarelli e Luciano Leonesi: Storia Memoria Archivio” (Bologna, Aula Dioniso fanciullo; interventi e testimonianze, tra gli altri, di Giulia Mafai, Laura Mariani ed Elisabetta Sartarelli) organizzato dal Dipartimento delle Arti dell'Università di Bologna, il regista introduce la proiezione di A parte.
Carissimo, noi semplicemente siamo forse stati gli ultimi epigoni di una generazione che credeva con scrupolo, onestà, coscienza in ciò che faceva: eravamo come dei vecchi artigiani-falegnami, fabbri, sarte, mondine, operai... scrupolosi nel fare teatro e trasmettere emozioni, come il nostro pubblico nel suo lavoro, e questa autenticità si sentiva, si trasmetteva e conquistava – non solo non guadagnavamo una lira, ma spesso di tasca nostra ci abbiamo rimesso. Ingenui, romantici, sentimentali... Credo che molti intellettuali colti e intelligenti con molto distacco ridessero di noi, ma le assicuro senza rimorsi che a vedere il mondo di oggi non ho alcun rimpianto... Se non l'annoia ancora di parlare di questa folle avventura, può scrivermi quando vuole, sono a sua disposizione. Nel ringraziarla per il suo impegno le faccio molti auguri per il suo lavoro. Molto cordialmente (Giulia Mafai).
Eyes bright for asphalt/Occhi lucidi d'asfalto (2021), opportunità di riflessione sul percorso significativo quanto misconosciuto dei Nostri nel panorama musicale dei primi anni ottanta, segna i 25 anni di attività del sodalizio.
A seguito della curiosità suscitata dal video, realizza Non finito (2024), retrospettiva con materiale d'epoca, che cade nel quarantesimo anniversario della fondazione del gruppo.
Dal primo aprile al 10 maggio 2025, Rai Cinema Channel, nell'ambito di un festival internazionale, ha reso disponibile on demand, sulla propria piattaforma, Un giorno o l'altro.