Il forte odore di uova marce (solfuro di idrogeno), i colori vivaci del giallo dello zolfo nativo, l’ocra dei solfuri e degli ossidi ferrosi, il Sole che - soprattutto d’estate - surriscalda l’aria, fanno sembrare questo piccolo ambiente un vero e proprio angolo dell’inferno dantesco. Ci troviamo infatti in un punto della Cava Antica dove si osservano chiaramente fenomeni di natura vulcanica legati al distretto dei Colli Albani, con esalazioni gassose visibili per le numerose bollicine che escono dal terreno e per i depositi minerali che rivestono il terreno e le pareti rupestri.
In questo ambiente infernale lavoravano i minatori per estrarre lo zolfo, reso ancora più invivibile per la presenza di numerose fornaci (le “caldane”) alimentate dalla combustione del legno di erica, leccio e corbezzolo raccolto nei dintorni. Da queste fornaci si otteneva la separazione per evaporazione (~ 450°C) dello zolfo dal miscuglio grezzo (la "ganga"). Il prodotto separato veniva quindi raccolto in anfore di terracotta, di cui ancora oggi sono visibili numerosi frammenti affioranti tra le pareti sabbiose. Un modello di estrazione si trova all’interno di Tor Caldara con due autentiche anfore restaurate.
Si consiglia in giornate con ventilazione scarsa o assente di non sostare troppo a lungo nell'area, come avvisano i cartelli espeosti. Risalite quindi le scalette e proseguite lungo il sentiero fino al percorso principale incamminandovi verso destra per arrivare alla torre.