Le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità che si sono svolte nel 2011, nonostante gli attriti prodotti nella società e nella cultura del Paese dalla messa in discussione dei valori tradizionali e delle certezze acquisite e nonostante il generale disinteresse (soprattutto da parte delle nuove generazioni) per le radici storiche e culturali della nostra nazione, hanno nondimeno prodotto un incalcolabile numero di eventi, mostre, conferenze, pubblicazioni, di tono talvolta celebrativo, talvolta revisionista, che hanno suscitato accesi dibattiti sulle luci e sulle ombre del nostro Risorgimento: di un periodo storico, cioè, ritenuto ancora oggi intoccabile da molti ambienti accademici, perché per una lunga tradizione storica consolidatasi nell’Italia post-unitaria, passando attraverso il Ventennio fascista e giunta fino a noi, del Risorgimento, come di Garibaldi, “non si può parlare male”.
Il 150° anniversario ha fornito l’occasione di riesaminare da un punto di vista più sereno e più obbiettivo (per quanto possa essere obbiettiva l’interpretazione dei fatti storici) un periodo cruciale della nostra storia recente, ma ha avuto anche e soprattutto il vantaggio di stimolare a livello locale (grazie anche a progetti sostenuti dalle Prefetture) ricerche su personaggi che a buon titolo possiamo definire “minori”, ma che ciò nondimeno hanno dato un fondamentale apporto alla causa unitaria. Figure alle quali gli stessi storici professionisti non hanno mai dedicato più di tanta attenzione (od occupandosene in relazione ad altri più noti personaggi) ritenendole secondarie e per le quali, comunque, nessuno si era fino ad ora preoccupato di ricostruire compiutamente le vicende biografiche.
E’ questo il caso di Pietro Ripari, all’epoca ben noto personaggio del pittoresco e variegato entourage di Garibaldi, ma sul quale col trascorrere del tempo è sceso l’oblio, forse anche perché non ha lasciato eredi diretti che ne potessero raccogliere i ricordi e coltivare la memoria.
Eppure, Pietro Ripari ha rappresentato una presenza discreta, ma assidua, per intere generazioni di solarolesi, compresa quella dell’Autore: negli anni (purtroppo ormai lontani) in cui le classi della scuola elementare del paese erano ospitate nella residenza municipale, quanti di noi, sfogando sulla piazza del Comune le energie prima della costrizione nel banco di scuola, hanno alzato lo sguardo alla lapide commemorativa del medico solarolese chiedendosi chi mai fosse stato e che cosa avesse fatto quel personaggio per meritarsi un monumento sulla facciata del municipio. Poi, col tempo e col progredire degli studi, pensammo di capire un po’ di più anche se le ragioni del “settenne carcere papale” continuavano a restare non meno oscure del significato di quell’aggettivo “indefettibile” riferito alla “resurrezione del popolo italiano”. Eppure, se oggi chiedessimo a un solarolese quale contributo abbia dato il dottor Ripari alla causa risorgimentale, quasi sicuramente non saprebbe andare oltre le scarne notizie biografiche ricordate dall’avvocato Ratti nel testo della lapide. Ma c’è di più: alcuni anni fa, in occasione di un soggiorno a Roma, ho dedicato un pomeriggio alla visita dei luoghi dell’assedio francese alla Repubblica Romana del 1849: la passeggiata del Gianicolo è ornata dagli 84 busti commemorativi dei difensori della Repubblica, alcuni dei quali sono stati danneggiati a martellate tempo fa da qualche anonimo, ma tuttavia insigne esponente di quell’imbecillità trasversale che purtroppo permane ancora endemica nella nostra attuale epoca. Ebbene: tra questi busti non c’è quello del dottor Ripari, nonostante il fondamentale contributo da lui dato alla difesa della Repubblica in qualità di direttore delle ambulanze della 1° Divisione Italiana. E ancora: recentemente, mi sono imbattuto in un sito internet del sistema museale della Lombardia, nel quale sono elencati 334 lombardi che parteciparono alla spedizione di Sicilia, con tanto di fotografie e note biografiche: dai più famosi, come l’avvocato Giovanni Acerbi di Castel Goffredo o Giuseppe Nuvolari di Roncoferraro, fino ai meno noti o addirittura sconosciuti volontari. Ho digitato “Ripari Pietro” e il risultato della ricerca è stato sorprendente: risultati trovati: 0. Ho pensato ad un errore del motore interno di ricerca, e così ho scorso nome per nome l’elenco. Sono ricordati moltissimi personaggi, molti dei quali sacrificarono la vita o minarono definitivamente la loro salute a Calatafimi, a Palermo, a Milazzo, a Capua; e molti altri per i quali lo slancio patriottico si esaurì nella partecipazione alla spedizione meridionale, e che successivamente poterono ritornare sani e salvi alle loro oneste, tranquille e anonime professioni di possidente, di avvocato, di oste, di sellaio, di commerciante: ma del dottor Ripari, che Garibaldi stesso volle a dirigere il Servizio Sanitario dell’esercito dei Mille, nessuna traccia.
Ecco perché, quindi, ritengo doveroso un tributo alla memoria del medico solarolese. Perché con la commemorazione svoltasi il 7 maggio 2011 a Solarolo Rainerio e con incontri tenutisi in occasione delle commemorazioni del 150° anniversario dell’Unità è stata data finalmente la possibilità di trarre il dottor Pietro Ripari da quella sorta di damnatio memoriae alla quale egli era stato costretto dopo la celebrazione, tenutasi proprio a Solarolo nel 1913, e consegnare la sua figura di patriota ad un pubblico ben più vasto del ristretto gruppo dei professionisti della ricerca storica.
Chi fu quindi Pietro Ripari? Un medico, senza dubbio, un medico di quella folta schiera di medici che (in molti casi con intenti più bellicosi di quanto la loro professione non avrebbe richiesto) partecipò ai fatti risorgimentali e contribuì a creare l’unità nazionale. Medico, come medici furono Jacopo Ruffini, primo e maggiore amico di Mazzini, Agostino Bertani, Cesare Boldrini, Stefano Tedesco Oddo, Enrico Albanese, Giuseppe Basile, Ferdinando Zannetti, per citare i più noti. Senza dimenticare il dottor Carlo Poma, che fu tra i maggiori esponenti della cospirazione mazziniana di Mantova e che il 7 dicembre 1852 perse la vita sulla forca di Belfiore.
Eppure, definire Pietro Ripari esclusivamente un medico garibaldino (anche se questo e’ l’aspetto senz’altro più noto del personaggio) è, come diremo tra breve, indubbiamente riduttivo; ci sentiremmo anzi di dire, paradossalmente, che proprio lui stesso non avrebbe con tutta probabilità gradito essere ricordato esclusivamente come medico, visto il rapporto che potremmo a buon titolo definire conflittuale che egli ebbe con la professione. È lui stesso, infatti, ad informarci di non aver mai praticato la chirurgia perché “nato non atto a lavori di mano”, e di aver abbandonato l’arte medica dopo anni per averla trovata, secondo una sua definizione, “povera di mezzi”, ed “aborrendo dall’esercitarla, impotente qual è, per guadagno”. Ma semel medicus, semper medicus: chi è stato medico anche per breve tempo, resterà medico in ogni momento e in ogni occasione che lo richieda. Ed ecco quindi il dottor Ripari divenire uno dei medici militari più assiduamente presenti sui campi di battaglia dell’Italia risorgimentale. Non è superfluo a questo punto ricordare che Ripari scende in campo nel 1847, a quarantacinque anni, ad un’età cioè che anche oggi, nell’epoca del fitness imperante, del lifting e dell’aspetto giovanile ad ogni costo, viene decisamente considerata matura; a maggior ragione, nel secolo decimo nono, ai testimoni che delle imprese garibaldine (soprattutto della spedizione di Sicilia) lasceranno ricordi scritti, il dottor Ripari appare “vecchio”, “canuto”, addirittura “decrepito”. La seconda parte della sua vita, quella della maturità e della vecchiaia, si sovrappone e si intreccia quindi perfettamente agli eventi di quel ventennio formidabile di rivoluzioni, guerre e mutamenti (come si dice oggi) epocali che porterà l’Italia da “espressione geografica” (secondo una ben nota definizione del Principe di Metternich) a moderna nazione unita, seguendo anche vie impreviste e non prevedibili neppure dal genio politico di Cavour.
Quando Mazzini e Garibaldi sono costretti a riparare in esilio hanno rispettivamente 26 e 27 anni; Manara e Mameli, quando perdono la vita nella difesa della Repubblica Romana, sono poco più che ventenni. È la “meglio gioventù” che consacra l’esistenza ai propri ideali con una forza, una determinazione e una abnegazione che, purtroppo, noi italiani attuali (e ancor più le nuove generazioni) stentiamo a comprendere appieno, quasi fossero valori che appartengono a un popolo diverso da noi, ormai lontano e dal quale ci siamo (mi si passi un termine proprio di quella che fu mia professione) filogeneticamente differenziati. Pietro Ripari esce decisamente da questi schemi: ormai quarantacinquenne non esita a gettare alle ortiche vent’anni di una professione poco remunerativa (allora i medici condotti percepivano poco) ma relativamente sicura e tranquilla per imboccare con una decisione solo apparentemente improvvisa la strada incerta e pericolosa della lotta politica e delle insurrezioni. Sarebbe potuto essere uno stimato professionista, con una posizione economica consolidata nella buona e facoltosa borghesia cremonese, forse anche (per citare un verso di Guido Gozzano) “ligio al passato, al Lombardo Veneto, all’Imperatore”; e invece eccolo, già nel 1847, investito di una delicata missione segreta presso il generale Durando, a Roma. E poi a Milano, nelle entusiasmanti giornate del ’48, e a Venezia in qualità di incaricato d’affari del Governo Provvisorio milanese, poi in esilio in Svizzera dopo il rientro degli Austriaci in Lombardia. E ancora a Roma, nel ’49, incaricato dell’organizzazione delle ambulanze della 1° Divisione Italiana durante la difesa della Repubblica, impegno che pagò personalmente con oltre sette anni (ma dovevano essere venti) di carcere duro inflittogli dal restaurato governo pontificio, cui fece seguito un esilio londinese durato più di due anni. Ma nel ’59 eccolo ancora con immutato spirito combattivo insieme a Garibaldi sui campi di battaglia di Lombardia, a Varese e a San Fermo, e nel ’60 a dirigere il servizio sanitario nella spedizione di Sicilia, e ancora sull’Aspromonte, a Bezzecca e Ponte Caffaro, a Mentana. Sono le tappe fondamentali di una vita inquieta e passionale. Insomma, nessun appuntamento con la storia risorgimentale fu disertato dall’infaticabile dottor Ripari.
Ma, come abbiamo già accennato, Pietro Ripari non fu solamente un medico militare e un combattente: il suo impegno politico si estrinsecò anche in una intensa attività giornalistica e pubblicistica, tanto vasta quanto ancora inesplorata dagli storici. Dagli articoli di argomento militare e finanziario pubblicati nel 1848 sul quotidiano mazziniano “L’Italia del Popolo”, passando attraverso i pamphlet “Tradimenti e Colpe” e “Lettere al Cardinal Antonelli” nei quali il medico solarolese dà libero sfogo ai suoi sentimenti antimonarchici e anticlericali, per arrivare alle vibranti, lucide, smaglianti corrispondenze inviate al “Corriere Cremonese” dalla campagna di Sicilia. Non sono da dimenticare i ricordi dei quali Ripari, pur così poco propenso a parlare di sé, fu prodigo in decine di lettere inviate a Francesco Domenico Guerrazzi e a Jessie White Mario, e che lo scrittore e uomo politico livornese e la giornalista inglese utilizzarono ampiamente per la stesura delle loro opere. E infine il fondamentale studio sulla ferita di Garibaldi ad Aspromonte, ancora oggi imprescindibile documento per gli storici della medicina che si vogliono occupare di questo importante e famoso episodio che all’epoca divise e amareggiò la coscienza nazionale.
È questa figura a tutto tondo di Pietro Ripari che la biografia cerca di restituire, e che non è (siamo noi i primi ad avvertire) un saggio storico, ma un tentativo condotto con passione, entusiasmo e semplicità di mettere ordine nella mole di documenti e testimonianze da noi raccolti in tanti anni di ricerche. Nelle nostre pagine, un occhio allenato troverà sicuramente molti dei difetti tipici del “non professionismo”: ne siamo consapevoli e ce ne scusiamo in anticipo con gli addetti ai lavori della ricerca storica. Ma quello che ci proponevamo di fare consisteva nel togliere dalla figura di Pietro Ripari, oltre alla polvere accumulatasi in tanti anni di quasi oblio, anche quella vecchia patina celebrativa post-risorgimentale che inevitabilmente si era sedimentata sul personaggio negli anni successivi all’Unità, e riportare alla luce un Ripari più vero e, perché no? più famigliare. Non sappiamo se siamo riusciti nell’intento: il giudizio a chi avrà la pazienza e la bontà di leggere il nostro lavoro.
Ci sembra che la definizione più calzante del dottor Ripari l’abbia data Alberto Mario, quando ricordando come anche gli amici più intimi si presentassero a lui sempre con un certo timore perché non sapevano mai di che umore l’avrebbero trovato, lo descrive “spinoso come un istrice, e facile ad intenerirsi come una donzella”. Ed ecco quindi spiegato il Ripari irascibile che arriva a cacciare dal suo ospedale, minacciandola con il frustino, la contessa Martini Giovio della Torre che si propone come infermiera per i feriti della battaglia di Milazzo, ma anche il Ripari che a Roma, nel ‘49, rinuncia ai suoi privilegi di ufficiale e consuma il rancio con i soldati per risparmiare giornalmente uno scudo sul suo stipendio di capo-medico e poterlo dividere con gli altri volontari cremonesi. Ecco spiegato il Ripari duro, spigoloso, autoritario, in talune occasioni addirittura denigratorio e calunnioso nei confronti dei suoi colleghi, ma anche il Ripari che si spende e si prodiga in consigli e nel lavoro di revisione del testo dell’opera che pure il Basile sta scrivendo sulla ferita di Aspromonte. E al Ripari che invoca a gran voce nei suoi scritti la fine del potere non solo temporale, ma anche spirituale, del papato e che arriva a decretare “bene meritevole della patria chiunque toglierà in qualunque modo dalla faccia della terra Carlo Alberto di Savoja” si contrappone il Ripari che, chiedendo in una lettera ad un amico cremonese di Pescarolo una piccola sovvenzione economica, in chiusura si raccomanda trepidante: “ma che non lo sappia mia moglie”.
Contraddizioni di un carattere bizzoso e di una personalità instabile? Forse. Ma ciò in cui Ripari non si contraddisse mai fu la sua fedeltà agli ideali repubblicani, laici ed anticlericali distintivi dei democratici dell’epoca. Queste sue radicali (e radicate) idee ricevono, per così dire, la consacrazione popolare quando il medico solarolese, nel 1869, viene eletto deputato per il Collegio di Pescarolo al Parlamento di Firenze. L’altro storico candidato del collegio elettorale di Pescarolo, l’ingegner Giovanni Cadolini, ha le stesse radici ideologiche di Ripari e con lui condivide una pluriennale militanza “garibaldina”: ma gli anni dell’impegno politico e le pastoie dell’attività parlamentare lo hanno “inquinato”, avvicinandolo sempre più alla destra storica moderata fino a riceverne un importante incarico ministeriale. È uno di quei trasformismi, o ribaltoni come li definiamo ora, che hanno sempre caratterizzato e che purtroppo ancora caratterizzano la classe politica italiana, incomprensibili oggi come allora alla maggioranza dell’elettorato: e lo zoccolo duro dei sostenitori di Cadolini non lo perdona: gli elettori fanno convergere i loro voti su Pietro Ripari, sul “duro e puro” che non si è mai compromesso con il potere e sicuri che il loro rappresentante, in Parlamento e con i mezzi della politica parlamentare (è ormai chiaro a tutti, anche ai più intransigenti come Ripari, che non è più tempo di soluzioni alla garibaldina) non avrebbe mai fatto sconti a nessuno sulla questione ancora insoluta che stava a cuore a tutti: Roma. E Ripari, nei mesi della sua esperienza parlamentare fiorentina, darà effettivamente prova della coerenza e della rettitudine morale che sempre manifestò nei momenti di concordia nazionale.
È verità crediamo incontestabile che lo studio (ci si augura: finalmente) sereno e obiettivo, scevro dei paludamenti retorici e celebrativi post-risorgimentali, delle radici del processo unitario, può spiegare molte contraddizioni, molte divisioni e molti problemi irrisolti dell’Italia di oggi, persino recenti velleità secessionistiche e certe proposte di nuove frammentazioni politico-territoriali che quasi vagheggiano un ritorno a situazioni preunitarie del tutto anacronistiche nel mondo d’oggi. Ma è altrettanto vero che le intelligenze più lucide e le menti più attente dell’epoca (e tra queste è senz’altro da annoverarsi Ripari) osservavano e analizzavano con particolare interesse il presente per individuare i problemi e per intuire il futuro della neonata Italia unita, proponendo le loro soluzioni. Leggiamo,a questo proposito, quanto scriveva Ripari in una sua corrispondenza al “Corriere Cremonese” del 2 dicembre 1860 da Napoli, con acutissima percezione della realtà sociale e politica, parlando della corruzione e del clientelismo che affliggeva la pubblica amministrazione dell’ex regno borbonico: “Questa piaga non potrà togliersi che col tempo; allorquando saranno dischiare nuove fonti di lavoro, cresciuta l’industria, nobilitato il commercio, il senso della indipendenza personale sorgerà nel paese, e si capovolgeranno le idee che comunemente si hanno dal popolo, che il Governo cioè debba essere tutto, la provvidenza, la cassa, il Dio-Stato di ciascun cittadino. Ma, ripeto, vi vorrà del tempo, chè il tirocinio pratico della vera libertà politica è lungo e faticoso, e se presto si mutano le leggi, i costumi e le abitudini addimandano tempo e pazienza non breve. Ma lasciamo che il tempo migliori questa vecchia corruzione d’umori, come direbbe un medico, e risani con istituzioni più morali e che richiamano l’umana dignità questo corpo sociale, che ha rosea la guancia ma è linfatico nelle viscere e scrofoloso per giunta; lasciamo che la ginnastica della libertà e la consuetudine del lavoro dia vigore ai muscoli e più buon sangue a questo popolo; raccomandiamo al governo di moralizzare gl’impieghi collo scegliervi persone atte, probe, laboriose ed italiane, che non crei consorterie e schiuda la via ad ogni buon cittadino”. Crediamo che la citazione non abbia bisogno di commenti: ma come accoglierebbe il dottor Ripari il fatto che molti problemi da lui individuati e molte delle soluzioni da lui proposte nel 1860, come lo sviluppo industriale, la creazione di nuovi posti di lavoro, la moralizzazione della classe politica e la nomina di persone irreprensibili ed oneste alla gestione della cosa pubblica, siano argomenti quotidianamente dibattuti e sistematicamente disattesi ancora oggi, dopo più di 160 anni? Si dirà che le parole di Ripari forniscono esca alle argomentazioni di coloro che vedono nel Risorgimento una rivoluzione fallita, di chi rimpiange da una parte l’efficienza della burocrazia e dell’amministrazione asburgica da Maria Teresa a Cecco Beppe e dall’altra dei meridionalisti neoborbonici che versano ancora lacrime sulle riserve auree degli istituti di credito del Regno di Franceschiello, razziate da Garibaldi e dai suoi: ma perché vedere nel Risorgimento una rivoluzione fallita? Sarebbe come sostenere, citando un’ardita e provocatoria analogia instaurata da Mino Milani, che il Rinascimento italiano ha fallito la sua formidabile rivoluzione culturale ed artistica perché oggi l’Italia è una delle nazioni meno acculturate d’Europa, perché ha una scuola tra le più regredite a livello internazionale e perché non sa, non vuole o non può gestire l’immenso patrimonio d’arte che abbiamo ereditato. Ogni mutamento storico ha in sé la caratteristica di risolvere problemi vecchi creandone al contempo di nuovi: e non si possono accusare gli attori del Risorgimento di non aver portato a termine tutto, di aver fatto l’Italia ma non gli Italiani, di non aver creato in poco tempo e dal nulla un popolo, una Nazione, di non essere riusciti a risolvere i problemi politici, economici, sociali. Oggi diremmo: questo non era nel programma. Lo stesso Ripari, come abbiamo sentito, non si faceva troppe illusioni sui tempi richiesti per la soluzione degli immensi problemi che attendevano il nuovo Regno d’Italia. L’obiettivo degli uomini del Risorgimento fu invece raggiunto, e non fallì affatto nel suo scopo principale e squisitamente politico: l’affrancamento dall’occupazione territoriale e dall’influenza politico-militare delle potenze straniere (Austria o Francia che fossero), e la creazione di un moderno Stato europeo, laico ed unitario. Il traguardo dell’unificazione nazionale era da ritenersi prioritario, tanto da lasciare indefiniti i programmi riguardo alla configurazione e legittimazione elettorale dei poteri pubblici; questo sarebbe stato compito delle generazioni successive, e forse sarebbe da chiedersi piuttosto come, in 160 anni, le generazioni degli eredi politici di quegli uomini susseguitesi al timone dell’Italia unita, sia essa monarchica o repubblicana, abbiano saputo o voluto gestire il lascito del Risorgimento.
Se, come abbiamo visto, Pietro Ripari identificava i problemi da affrontare e indicava le soluzioni che la nuova classe dirigente italiana avrebbe dovuto adottare, un’altra personalità avvertiva circa l’atteggiamento morale che si sarebbe dovuto evitare, pena un pericoloso svilimento del confronto politico: una personalità che, pur nella diversità delle radici e dello sviluppo del percorso ideologico, come il medico solarolese pagò con lunghi anni di carcere il tributo alle sue idee: Silvio Pellico. Ripari non conobbe personalmente Pellico, ma ne lesse e apprezzò gli scritti. Non avrebbe potuto quindi che approvare e sottoscrivere quanto scriveva il patriota saluzzese, parole che mi sia permesso riportare a conclusione di questa introduzione, per la straordinaria attualità del loro significato. Scrive dunque Silvio Pellico:
“I tempi più corrotti sono quelli in cui più si mente. Allora la diffidenza generale, la diffidenza perfino tra padre e figlio; allora l’intemperante moltiplicazione delle proteste, dei giuramenti e delle perfidie; allora, nella diversità delle opinioni politiche, religiose ed anche soltanto letterarie un continuo stimolo ad inventar fatti ed intenzioni denigranti contro l’altra parte; allora la persuasione che sia lecito deprimere in qualunque modo gli avversari; allora la smania di cercare testimonianze contro gli altri e, trovatene di tali la cui leggerezza e falsità è manifesta, l’impegnarsi a sostenerle, a magnificarle, a finger di crederle valevoli”.
Forse sbagliamo, ma ci sembra che, volendo accusare qualcuno di arretratezza e di idee non più attuali, definirlo “un uomo dell’Ottocento” sia fare un grave torto a coloro che, già nell’Ottocento, hanno dimostrato e dimostrano ancora oggi nei loro scritti una mentalità così sorprendentemente attuale, quasi un dono di preveggenza politica.