Il 12 ottobre 1856 Ripari lasciò improvvisamente Paliano. Fatto salire su una carrozza e sottoposto all
più stretta sorveglianza, fu condotto a Roma, dove giunse in nottata: una segreta al carcere di S. Michele lo attendeva. È lui stesso, in una lettera inviata da Marsiglia a Cernuschi il 6 novembre[1], a ricordare le circostanze della sua scarcerazione.
Domenica 12 scorso ottobre, seppi a mezza mattina in Paliano, che io partiva per l’esilio, stabilitomi nelle Americhe. La notizia mi fu data al di là del primo cancello del Forte, con assoluto divieto di comunicare nemmeno per vista con qualsiasi condannato. Messo in vettura i carabinieri mi dissero che io non poteva lungo il viaggio parlare con anima viva, e che doveva entrare in Roma di notte. Giunto a Roma, pensava di essere tradotto alle carceri di Polizia, ciò che si pratica con tutti quelli che vanno o liberi, o in esilio. Per me invece fu tutt’altra cosa. La stessa sera della domenica fui chiuso in una segreta della cappella al S. Michele, negatomi perfino il lume. Una guardia era appostata alla porta, e io era impedito con tale gelosia da farmi temere qualche cosa di grave, giacché col prete è da temere sempre.
Il trasferimento preludeva invece ad una prossima prigionia in qualche altro carcere dello Stato Pontificio? Poi, la sera di lunedì 13, il Canonico don Domenico Zanelli, cremonese, venne a comunicargli la disponibilità del Pontefice a concedergli l’esilio e a fargli compilare la domanda con la quale il medico doveva impegnarsi sul suo onore di non occuparsi mai più, né direttamente né indirettamente, dei fatti politici di Roma, “senza della quale domanda mi faceva quel Canonico travedere come in ombra che non sarei escito di prigione. Era una rete, che io non poteva schivare, essendo all’oscuro di tutto.” “E il governo di Roma crede a questa promessa?” – domandò Ripari - “Vi crede sicuro” gli fu risposto. Martedì 14 ottobre gli fu notificato e fatto sottoscrivere il cosiddetto ‘precetto’, nel quale si affermava che Sua Santità si era degnata di concedere l’esilio, ma ad una condizione: che il detenuto si imbarcasse per gli Stati Uniti, e che se avesse lasciato l’America per rimettere piede negli Stati della Chiesa avrebbe dovuto scontare la residua pena: “Niente altro che tredici anni!”.
La sera dello stesso martedì il medico si trovava già a Civitavecchia, in una segreta delle carceri cittadine dove fu raggiunto da un certo Gaetano Morgagni detto ‘Fagotto’, un bandito romagnolo della banda del Passatore, che dopo una onorata carriera contrassegnata da venticinque omicidi si era guadagnati la grazia e l’esilio rivelando, pentito ante litteram, i nomi di parecchi suoi compagni. Anche Fagotto era stato graziato il 10 ottobre, e anche lui era stato inviato in esilio negli Stati Uniti. Commentò più tardi Ripari:
Sentii la puntura e non potei fare a meno di non apprezzare il delicato senso morale del cardinale Antonelli nell’associare me nel giorno della grazia e nel luogo dell’esilio, ad un essere che è il maggiore obbrobrio dell’intera specie, e che Roma sola poteva graziare – pel quale Roma sola poteva concepire l’idea, porla ad effetto, di far un regalo di un tal nuovo furfante alla onorata patria di Washington.[2]
Il 17 ottobre un commissario di polizia accompagnò Ripari a bordo del vapore francese Oronte e lo consegnò a un gendarme. Lo stesso 17 ottobre l’ Oronte salpò le ancore e fece rotta per Marsiglia, dove giunse domenica 19 alle 8 di mattina dopo una fortunosa traversata durante la quale, a causa di una furiosa mareggiata autunnale, il bastimento rischiò di naufragare ed ebbe gravemente danneggiata la ruota destra.
Naturalmente il medico garibaldino era ben lontano dall’idea di sottostare all’imposizione della polizia di Roma e non aveva la minima intenzione di proseguire il suo viaggio verso l’esilio americano; aveva invece in animo di raggiungere Londra, dove già si erano ridotti molti esuli italiani e dove si era rifugiato lo stesso Mazzini dopo la sua partenza da Roma nel ’49. Possiamo quindi facilmente immaginare la sua sorpresa e la sua indignazione quando, al momento dello sbarco a Marsiglia, il gendarme papalino al quale era stato affidato e che l’aveva accompagnato nel suo viaggio estrasse una lunga catenella di ferro e, dopo avergliela girata più volte attorno ai polsi, la serrò saldamente con un lucchetto. Così ammanettato, Ripari venne condotto fino alla dogana, dove cercò di esporre le proprie ragioni a un commissario della polizia francese che però, dopo averlo trattato in malo modo, dispose il suo trasferimento al carcere mandamentale di Porte d’Aix; oramai si era rassegnato ad essere imbarcato, forse la sera stessa, sul primo bastimento in partenza per gli Stati Uniti quando, giunto quasi in vista del carcere, si sentì chiamare per nome: l’aveva riconosciuto un certo Chiassi, di Roma, anche lui ex carcerato a Paliano. Venuto a conoscenza del caso di Ripari, Chiassi interessò immediatamente un’alta personalità (della quale, per discrezione, il medico non cita il nome) che, per aver ricoperto a Roma un importante ministero, “conosceva intera l’arte volpina del prete cattolico”[3] e quattro ore dopo il solarolese era libero.
Ripari arriva a Marsiglia in condizioni di estrema precarietà, fisica, psicologica e finanziaria: ne darà comunicazione a Cernuschi in una lunga lettera datata 6 novembre[4]:
Ora io era sgraziatamente rovinato di salute, non solo a cagione di oltre sette anni di una prigionia, di una incredibile durezza, della quale nessuna mente educata può crearsi una benché lontana idea – ma per una malattia mortale – una perniciosa colerica – da due settimane, appena, superata. Stava assai male – una casa d’arresto – senza danaro, giacché il secreto del mio trasporto mi aveva impedito di provvedermene ( e il Zanelli mi faceva credere che io avrei viaggiato spesato di tutto, non solo, ma provvisto anche d’abiti e d’argento, che non fu) – il vedermi caricato su un cattivo Legno a vela la stessa mattina del giorno susseguente, inviato per forza in America e là gittato su una spiaggia qualunque – l’assoluta mancanza di mezzi pecuniari (sono arrivato a Marsiglia con mezzo bajocco).
In risposta a una lettera dell’amico inviatagli il 27 ottobre, il medico risponde in data 29[5]:
Ho saputo che il Governo di Roma non aveva mancato di informare la polizia di Marsiglia in modo orribile a mio riguardo. Era detto nelle informazioni che io era capace di rivoluzionare tutta una nazione!!![6] Il signor Blavet continua nelle sue gentili esibizioni, che io ho sempre potuto rifiutare per essere tutt’affatto nelle braccia di Trouchet che mi ha cavato di prigione e provveduto di danaro […] Intanto io non posso che ripeterti che io sono obbligatissimo per tutto quello che hai fatto per me e che non dimenticherò mai che per opera tua ho riveduto il Sole, come dici tu con tanta forza di verità. Sarò a Parigi appena che lo potrò, e sentirò da te tutto quello che hai fatto per me, la fatica che avrai dovuto durare e finalmente il fortunato trionfo. Addio con un bacio che io vorrei diviso con il Tibaldi.
Ma già il 13 novembre la decisione di recarsi a Parigi è messa in forse da un biglietto che Ripari riceve il 12 da un amico di Genova il quale, avvisato dal Binda che il medico si trova a Marsiglia, lo esorta “…a non frapporre fra me e la mia patria la immensità dell’oceano e di portarmi a Genova, dove ad ogni modo sarei garantito. Mi diceva anche che il Binda si recherà egli stesso a Genova, per abbracciarmi, convinto a quanto pare che io avrei trovata maniera di eludere la esosa stupida prepotenza del prete sottraendomi al di lui potere in terra non sua, e che mi sarei recato in Piemonte”.[7] La proposta è allettante per Ripari, perché come egli stesso confessa a Cernuschi in una lettera, sempre da Marsiglia, datata 19 novembre[8]:
…Trovava perciò assai più conveniente per me Genova, e per tutti i rapporti. Prima di tutto ho da saldare un grosso conto col Papa, e non sarò mai contento fino a che come Loredano possa dire = ha pagato = . E’ stato questo il sogno delle mie prigioni, a questo solo ho pensato in tanti anni, da questo solo io trovava forza a sopportare un carcere, che nessuna mente umana potrà mai comprendere quanto sia stato per me duro schifoso indecente doloroso. E dovrò dunque rinunciare alla vendetta, quella vendetta che si dice piacere a Dio stesso, che se ne faceva un dovere, a quella vendetta alla quale credo avere acquistato un vero diritto con una prigionia di oltre sette anni? A Genova insomma potrei scrivere liberamente, ciò che non mi sarà mai concesso qui in Francia, e che io non tenterei mai di fare certo, perché la ospitalità che vi ricevo mi obbliga di dimostrare col fatto tutta la mia riconoscenza. […] Rispondeva a quella lettera, che io non era lontano dall’accettare di portarmi a Genova; che anzi lo desiderava, parendomi il luogo per me più conveniente […].
Cernuschi invita l’amico a non lasciarsi trascinare in decisioni affrettate dettate dall’impulsività: innanzitutto le pratiche presso il Ministero dell’Interno finalizzate a concedere a Ripari il permesso di soggiorno in Francia sono già a buon punto e il rilascio del passaporto sarebbe stato imminente, e poi una sua partenza improvvisa dalla Francia sarebbe spiaciuta all’influente M.me Cornu che, come vedremo tra breve, tanto aveva fatto per la sua liberazione. Infine (e qui Cernuschi sa far uso di un argomento convincente) in questo momento una polemica a mezzo stampa contro il Papa potrebbe essere controproducente per quei detenuti che ancora si trovano nelle carceri degli Stati della Chiesa. Cernuschi ha fatto centro, e il medico risponde[9]:
Tu mi dici che potrò far danno ai condannati che restano là, e questo è un coltello che mi cacci nel cuore. Per certo io darei del mio sangue a liberarli tutti, e per qualcuno ho tanto amore. […] L’ira soverchia in me i limiti della pacatezza, non sarà mai però che io tradisca i doveri dell’equo e se tu credi assolutamente che io venga a Parigi io verrò. Verrò e pagherò per quanto è in me e per quanto si può fare in parole il debito stragrande e immenso di riconoscenza verso la Signora alla quale presenterai di nuovo i miei ringraziamenti e quali vengono da un cuore che sa apprezzare l’alta nobilità dell’atto generoso. Ma quando potrò venire? Giacché qui faccio una vita da disperare ogni uomo onesto, la vita del far niente, la vita del vero ozioso scioperato nel suo più stretto senso. Questa vita mi annoja non solo, ma mi inquieta, mi fa male. Vorrei fosse finita presto. Sii compiacente adunque di farmi dire almeno approssimativamente quando potrò essere da te. Intanto farò avere a Genova quello che mi dici nella tua lettera.
Il 24 novembre gli viene finalmente rilasciato un regolare passaporto francese con il quale il 26 Ripari parte per Parigi.
È nella capitale, che già vive i fasti del Secondo Impero, che Ripari viene a conoscenza di tutti i dettagli delle circostanze che avevano portato alla sua liberazione: Enrico Cernuschi, che dopo la sua scarcerazione da Civitavecchia si era rifugiato a Parigi e, nel giro di alcuni anni, vi aveva fatto fortuna nel mondo della finanza aveva vivacemente patrocinato la causa del medico presso l’influente signora Hortense Cornu Lacroix, che aveva condiviso la balia con Luigi Napoleone Bonaparte, ora al potere in Francia. La potente signora, che già nel 1850 si era adoperata con successo per la liberazione di Cernuschi, si era presa a cuore il caso di Ripari e ne aveva messo al corrente l’imperiale fratello di latte. Tramite il ministro della Guerra, maresciallo Vaillant, l’Imperatore Napoleone aveva trasmesso alla Segreteria di Stato una formale richiesta di liberazione; e a Parigi Ripari aveva potuto esaminare di persona i dispacci originali del generale Monréal che, nella sua veste di intermediario tra il maresciallo Vaillant e il Cardinale Antonelli, riferiva da Roma gli sviluppi dei suoi passi presso la Segreteria di Sato vaticana. Nel primo dispaccio il Monréal informava il Ministro della Guerra “maravigliarsi molto Sua Eccellenza [il Cardinal Antonelli] che la Francia fosse venuta in pensiero di occuparsi di [Ripari] che era un cattivo soggetto il quale stava bene dove stava, e però era bene lasciar(velo)”.[10]
Non dissimile era il tono del secondo dispaccio: “ripeteva quel porporato che io era un male arnese ed assai pericoloso e tanto che egli mi dichiarava più pericoloso dello stesso Mazzini, perché diceva plus rusé que lui.”[11]
Nel terzo dispaccio l’Antonelli sfoderava ancora la vecchia e pretestuosa argomentazione dei velenosi articoli contro la Santa Sede fatti pervenire clandestinamente ai giornali genovesi: ci aveva creduto il Papa, non poteva forse crederci anche Napoleone? L’Imperatore però non ci credette e le iniziative diplomatiche continuarono fino a che, con un ultimo dispaccio, il generale Monréal informava che la Segreteria di Stato aveva comunicato obtorto collo di non potersi ulteriormente opporre alle pressioni francesi avanzate con tanta insistenza; badasse però la Francia che non sarebbe passato molto tempo e Ripari sarebbe rientrato negli Stati della Chiesa alla testa di una schiera di uomini armati. Commenta il medico:
“ E piacesse al cielo che io avessi il potere di farlo, come certo non ristarei per mancanza di volontà , standomi a cuore più che non si possa pensare gli infelicissimi, dei quali per tanto tempo ho diviso i dolori, la umiliazione, la tortura morale…”[12]
Il 16 ottobre 1856, dalla Segreteria Particolare della Direzione d’Occupazione in Roma, con dispaccio n° 69[13], il generale Monréal poteva comunicare con soddisfazione al Ministro della Guerra a Parigi: “ Monsieur le Marechal, j’ai l’honneur d’informer Votre Exc. qu’enfin l’affaire Ripari est terminée. Le detenu politique a obtenu la grace et a été conduit à Civitavecchia. Il sera embarqué demain pour France […] je le farai accompagner jusqu’à Marseille pour qu’il soit remis au prefet des bouches du Rhone”. Soddisfazione, ma anche sollievo da parte del generale Monréal visto che si premurava di aggiungere che il suo agire era “la consequence de l’engagement que j’ai pris que Ripari venait conduit en France, après cela, je n’aurai plus à m’en occuper”.
L’interessamento di Cernuschi al caso dell’amico Ripari risaliva a parecchi anni prima. In una lettera non datata, ma che da diversi indizi è possibile far risalire al novembre del 1850, il medico rivolgeva all’amico una disperata e drammatica richiesta d’aiuto: si tratta di una lettera dal carcere[14], vergata a matita, dalla quale trapela uno stato d’animo che ormai nulla più lascia alla speranza. Scrive dunque Ripari:
Mio c. Enrico!
Ti ringrazio della buona memoria e ti rimando il saluto, pregandoti a usare di tutta la forza della tua volontà e della tua amicizia a cavarmi da queste grinfe che mi tengono ora più che mai. […]. È per questo che io mi rivolgo a te , perché tu faccia valere il mio diritto a l’obbligo dei Francesi di ridonarmi a quella libertà che per essi mi fu tolta.
Dopo aver ricordato all’amico le circostanze del suo arresto, la natura dei documenti sequestratigli ( che nulla provano del suo coinvolgimento negli affari interni dei Roma) e il fatto di aver percepito regolarmente lo stipendio di Capo Medico fino a tutto il luglio ( a conferma del fatto che la sua presenza in città era del tutto regolare e autorizzata), il medico prosegue:
Ora tu devi parlare a E. Sue, e fare che sia mandato un ordine assoluto, intendi bene assoluto ai Francesi di qui perché richiamino a loro il mio processo ed obblighino la S. Consulta a sbrigarlo lei. […] Insomma ajutami tu se no va male. Salutami Daniele Manin e in qualunque luogo si trova Carlo Cattaneo.
Il tuo Pietro
Come si è visto, Enrico Cernuschi non lascerà cadere nel vuoto la richiesta d’aiuto del medico cremonese, ma purtroppo solo dopo alcuni anni, quando già era da qualche tempo autorevolmente inserito nel mondo dell’alta finanza parigina, riuscirà ad agganciare i personaggi giusti per soccorrere l’amico carcerato.
Ripari si fermò a Parigi per un paio di mesi, sovvenzionato principalmente dalla generosità di Enrico Cernuschi, poi, nel febbraio del ’57, giunse a Londra dove si sarebbe trattenuto fino alla primavera del ’59. Del periodo dell’esilio londinese possediamo poche notizie, e tutte di fonte indiretta; la più autorevole ci proviene da una lettera di Mazzini, datata 20 agosto 1857, nella quale l’ Apostolo informa Fabio Ripari, fratello minore di Pietro, dell’arrivo del medico a Londra[15]; insieme alle solite esortazioni all’amor di patria, Mazzini ci riferisce alcuni interessanti particolari sui primi mesi di permanenza di Pietro nella capitale britannica.
“ E’ giunto tuo fratello, e in quale stato, tu non t’immagini. Pare un vecchio di ottant’anni, e i suoi ceruli occhi sembrano offuscati da un velo. L’animo suo però non ha piegato d’un pollice, né le sofferenze subite in quei nove anni di carcere poterono inaridire il core o fare impallidire alcuno dei suoi ideali […]. Ti dicevo dunque che tuo fratello è tornato, e tento insieme ad alcune amiche, e tu capisci già che voglio soprattutto parlare delle tue protettrici Ashurst e Taylor, di fargli riprendere le fila della sua vita dove furono bruscamente interrotte nel 1849. Abbiamo cominciato col restaurare l’edificio materiale onde vi ritorni a brillare la luce spirituale affievolitasi dal lungo soggiorno del carcere. E gli stiamo trovando un lavoro pure affinché ritrovi la sua indipendenza, poiché sappi, o Fabio, che questa è tal bene che l’uomo deve augurare a sé stesso, ai suoi simili e alla sua Patria.
Parlammo con tenerezza di te, poiché egli ti ha caro qual figlio, e grandemente si consolò della tua integra e studiosa vita, sperando entrambi che più che mai ti dedicherai allo studio delle Lettere e della Filosofia. […].
Ed ora ti dirò che tuo fratello portò seco un sorcio che gli fu costante compagno a Paliano. La bestiola soleva guardarlo cogli occhietti furbi quando egli, per distrarsi, declamava a memoria lunghi canti dell’Eneide, ma se lo vedeva accasciato col capo appoggiato sulle braccia conserte, si accostava e colla zampetta cercava accarezzarlo. Il topolino viaggiò con lui nascosto in una tasca ed ora diverte gli amici che gli recano parecchie ghiottonerie […]
A Londra, per mantenersi, Ripari avrebbe potuto sfruttare la professione medica, ma non lo fece “aborrendo dall’esercitarla – impotente qual è- per guadagno”[16]. D’altra parte, in una lettera da Marsiglia del 19 novembre 1856[17], aveva già manifestato a Cernuschi le sue perplessità in proposito:
Carissimo Enrico
La tua lettera mi mette in qualche imbarazzo. Che fare a Parigi domando a me stesso? – Il Medico!- ma se da nove anni circa non so nulla dei progressi della Scienza, da nove anni non ho più visto un libro di medicina? Che fare d’altro non saprei; e dato anche che per fare qualche cosa d’altro genere mi ci vorrebbe assai tempo a prepararmi.
Sappiamo invece che già dai primi mesi del suo soggiorno londinese gli fu offerta la possibilità di guadagnare qualcosa ricopiando con la sua “allora bellissima scrittura” (come ricorda Jessie White[18]) gli articoli che Alberto Mario scriveva per la rivista quindicinale “Pensiero e Azione” che Mazzini pubblicava a Londra dopo la soppressione del genovese “L’Italia del Popolo”. Fu in questi anni di esilio londinese che Ripari conobbe e frequentò Jessie White, giornalista inglese tra le più fedeli collaboratrici di Mazzini e futura moglie di Alberto Mario, stringendo con lei un’amicizia destinata a non più interrompersi ed anzi a rinsaldarsi sui campi di battaglia dell’Italia meridionale, nella spedizione di tre anni dopo quando la White fu preziosa collaboratrice del medico nella cura dei feriti.
Nel novembre del ’57 fu offerta a Ripari ospitalità duratura presso Maurizio Quadrio: Quadrio, in quegli anni, era precettore dei più giovani dei 12 figli della ricca famiglia ebraica di Meyer Nathan e di Sara Levi Nathan[19], protettrice di Mazzini e di numerosi rifugiati italiani in Inghilterra e generosa finanziatrice della scuola fondata a Londra da Mazzini stesso per i piccoli italiani derelitti, figli degli esuli. Nell’ottobre dell’anno successivo il medico solarolese ebbe il piacere di rivedere Agostino Bertani, recatosi a Londra in visita agli esuli politici: l’incontro con il collega ed amico, che non aveva più rivisto dal 1849, lo emozionò fortemente. Insieme rievocarono i drammatici giorni dell’assedio di Roma, la morte di Luciano Manara, le lunghe ore passate al capezzale di Goffredo Mameli quando lui, Bertani e Mazzini intrattenevano l’amico gravemente ferito discutendo di filosofia, gli epici interventi d’urgenza allo Spedale dei Pellegrini e nelle improvvisate ambulanze garibaldine sotto le granate francesi. Ripartendo per Parigi ai primi di novembre, Bertani, colpito dallo stato di indigenza nel quale aveva trovato Ripari, raccomandò ad alcuni amici di sostenere finanziariamente a spese sue il collega ma evidentemente non specificò la somma che aveva intenzione di assegnargli mensilmente. Rosolino Pilo, pure lui esule a Londra, in una lettera a Bertani nella quale forniva all’amico medico notizie sulla sua salute (in quel periodo molto compromessa) e sull’esito delle cure che lo stesso Bertani gli aveva prescritto, scriveva infatti in data 18 novembre 1858: “A Ripari non ho dato di tuo conto danaro, perché vorrei che tu mi precisassi quanto devo passargli, desso si trova in estremi bisogni quindi dimmi quanto dovrò dargli e prestamente gliene farò rimessa”.[20] La risposta tardò evidentemente a venire poiché Pilo, in un’altra lettera di argomento più strettamente politico inviata a Bertani il 20 gennaio 1859, ritornava sull’argomento della sovvenzione al medico solarolese: “ […] Amico mio, ora passo ad altro. Al dottor Ripari non si è dato nulla sinora perché né io né Mosto ci siamo voluti permettere di disporre della tua borsa: perciò fissa tu la moneta che brami gli si passi”[21]. Non sappiamo se in seguito a questo ulteriore sollecito Ripari poté finalmente beneficiare dell’assegno mensile destinatogli da Bertani.
In Francia, come abbiamo visto, seguendo il consiglio di Enrico Cernuschi Ripari si era astenuto dal pubblicare, come avrebbe voluto, una protesta per la sua prigionia nelle carceri papaline. Anche se erano state le baionette francesi ad abbattere la Repubblica Romana e a restaurare il trono temporale del Papa, pur tuttavia per riconoscenza nei confronti di un governo che si era adoperato per la sua liberazione il medico aveva trattenuto la sua vis polemica.
Ma nella libera e anglicana Inghilterra, pervasa da sentimenti antipapisti, era tutto un altro discorso: al suo arrivo a Londra nel febbraio del ’57, il medico solarolese era stato ospitato da amici in un dignitoso alloggio nel centrale quartiere di Holborn, in Bedford Row al n° 8; e da questo indirizzo già il 18 febbraio Ripari aveva elaborato un comunicato di protesta sull’arbitrarietà della sua detenzione e sul discutibile sistema carcerario degli Stati della Chiesa. La denuncia, opportunamente tradotta in inglese, aveva trovato ospitalità sulle colonne del giornale londinese “Daily Express” nel numero di lunedì 23 febbraio:
Signore, -scriveva rivolgendosi all’editore del giornale- vorrà gentilmente consentirmi di sottoporre ai suoi lettori le seguenti considerazioni sul mio arresto e sulla mia carcerazione. Possono essere loro utili a formarsi un’idea dell’ingiustizia e della miseria alle quali i miei compatrioti sono sottoposti.
Dopo aver riferito brevemente ma in modo preciso le proprie vicende carcerarie e processuali (argomenti che svilupperà nelle successive “Lettere al Cardinal Antonelli) il medico continuava:
[a Paliano] l’abbigliamento, il cibo e il trattamento dei prigionieri, in numero di più di 200, tutti carcerati per cosiddetti crimini politici, è quello degli schiavi. Molti di essi son morti per gli effetti della cattiva aria, dell’inedia e del trattamento brutale. Il regime carcerario, di esecrabile qualità, non è sufficiente a sostenere la vita. Esso consiste principalmente in verdure e i prigionieri muoiono di diarrea, dissenteria,ecc. cui si aggiunge la malaria delle zone circostanti e l’estrema sporcizia ed angustia delle celle. Molti prigionieri non hanno denaro con cui procurarsi razioni addizionali di cibo e coloro che possono invece disporre di mezzi pagano sei o sette volte di più il reale valore per la rapacità dei carcerieri. […] La simpatia e l’afflizione che provo per i miei compatrioti che languono e muoiono nel fatale forte di Paliano per crimini simili, e non più efferati, di quelli che a me furono imputati, mi spingono a sottoporre queste considerazioni agli Italiani ed agli Inglesi.
Poi, con molta diplomazia, il solarolese spiegava:
Io non chiedo una interferenza politica, morale o materiale dell’Inghilterra negli affari italiani. Presto o tardi gli errori dei secoli verranno giudicati da ben altro tribunale che non la Sacra Consulta. Ma faccio appello alla generosità degli Inglesi e degli Italiani per ottenere aiuti di privati che possano essere di sollievo ai prigionieri di Paliano. Il cibo procurato attraverso questi aiuti potrà servire ad alleviare la fame, il progresso della malattia e in molti casi le torture di una morte incombente.
Nessun appello, quindi, ad un intervento diretto del governo di Lord Palmerston presso la Santa Sede: bensì l’istituzione di una raccolta fondi che consentisse di soccorrere con cibo e altre dotazioni le tristi condizioni dei prigionieri di Paliano.[22] Ma in questo modo la pubblica opinione britannica venne a conoscenza della vicenda personale di Ripari e delle condizioni nelle carceri pontificie (anche se le condizioni dei detenuti nelle carceri inglesi, ad esempio nella prigione londinese di Newgate, non erano per la verità molto più umane ancora in epoca vittoriana…). L’ “Appello per il sollievo dei prigionieri di Paliano” (questo il titolo dell’articolo) ebbe vasta risonanza anche su altri organi di stampa britannici che ripresero la notizia. Il Berkshire Chronicle di sabato 4 aprile scriveva:
Il corrispondente da Roma dell’ Indépendence Belge dà notizia della lettera comparsa sull’Express del 23 Febbraio del Dr. Pietro Ripari di Cremona, che descrive il crudele trattamento dei prigionieri politici del Papa nel forte di Paliano, dove egli fu rinchiuso per diverso tempo.
E The Morning Chronicle di sabato 1° novembre, riferendo una corrispondenza da Parigi che preannunciava una amnistia concessa da Pio IX ai prigionieri politici prevista per l’8 dicembre, riassumeva le vicende personali di Ripari, il suo ruolo nella Repubblica Romana, il suo arresto e la sua detenzione e di come “il Pontefice debole di mente, incapace di opporsi ai voleri del Cardinale Antonelli come Luigi XIII a quelli di Richelieu” non avesse acconsentito alla richiesta di rilascio del medico cremonese. “E il Sig. Ripari è rimasto in prigione fino ad ora”.
Come conseguenza, da più parti si gridò allo scandalo e “alcuni fogli divoti al dispotismo”[23] – sono parole di Ripari – lo tacciarono di irriconoscenza nei confronti di chi così magnanimamente lo aveva graziato. Parlando di “fogli divoti al dispotismo”, il Ripari si riferiva sicuramente al giornale clericale francese L’Univers, che nel marzo del 1857 , a firma di certo de la Roche-Héron, sosteneva:
“ Se la riconoscenza fosse bandita dalla faccia della terra, essa non troverebbe certamente asilo nel cuore dei democratici. Il medico Pietro Ripari era stato condannato a Roma, nel 1849, a venti anni di prigione come agente di Mazzini con provata accusa di complotto con il capo della rivoluzione. Nel 1854 la grazia era già stata firmata dal Sovrano Pontefice, quando la polizia accertò che il condannato intratteneva con l’infame giornale di Genova, Italia e Popolo, una corrispondenza ostile e ingiuriosa nei confronti del governo pontificio. Lo si trattenne dunque in carcere per altri due anni, ma nell’ottobre 1856 la clemenza prevalse sulla giustizia e il Dr. Ripari fu rimesso in libertà dopo aver scontato solo sette anni della pena alla quale era stato condannato.
Si può forse credere che il primo sentimento che si è fatto strada nel suo cuore sia stato quello della gratitudine, e che se egli non ha avuto lo spirito abbastanza elevato da concepire un senso di venerazione per l’augusto Pontefice che l’aveva graziato, abbia avuto per lo meno il pudore di starsene zitto e di non unire più la sua voce a quella dei detrattori del papato. Ma ciò significa non conoscere affatto un democratico italiano.
Il Dr. Ripari si è recato a Londra – il ricettacolo dei traditori – e oggi leggiamo sul Daily News una sua lunga lettera nella quale denuncia il cattivo trattamento inflitto ai condannati politici degli Stati Romani e nella quale supplica gli Inglesi di aprire una sottoscrizione nazionale per venire in loro soccorso. Questa lettera viene tradotta e commentata nei peggiori giornali piemontesi; e per di più il Risorgimento si fa inviare da Roma una corrispondenza nella quale vengono ancora formulate le lagnanze più aspre contro il regime al quale sono sottomessi i condannati politici. E così, è quando la misericordia del Santo Padre si è estesa a tanti malfattori, è quando si viene a conoscenza che la sua bontà si industria ad individuare ogni giorno coloro ai quali si potrebbero ancora concedere nuove grazie: è proprio allora che in Inghilterra e in Piemonte vengono formulate ingiuste accuse, come a chiudere il cuore di Pio IX alla pietà.[24]
Continuava ancora l’editorialista: “ Da tutto il rumore che la sensibilità britannica suscita a favore di questi condannati, si sarebbe portati a credere che essi si contino a migliaia. Si sarebbe inoltre in diritto di immaginare che essi costituiscano l’elite della società, che essi siano stati per tutta la vita buoni figli, onesti mariti e buoni padri, e che la sola cosa che si può loro rimproverare sia una simpatia un po’ troppo pronunciata per la forma repubblicana”. De la Roche-Héron, a contestare tutto questo, passava poi ad analizzare statisticamente il numero dei condannati politici reclusi nelle carceri pontificie e le loro professioni, per poi concludere: “ Risulta da quanto detto precedentemente che il basso popolo ha fornito la maggior parte degli agenti e degli strumenti di Mazzini; non il buon popolo onesto, ma il popolo degli assassini e dei malfattori. Con che diritto dunque chiedere per questi condannati un trattamento diverso da quello cui sono sottoposti i galeotti ordinari? La prigione è un luogo di espiazione e non di delizie. È certo che il povero vi si trova meglio nutrito ed è ovvio che il ricco non vi ritrovi tutti gli agi cui è avvezzo.” A controbattere alcune affermazioni di Ripari, l’articolista dell’Univers aggiungeva inoltre:
Le lagnanze del Sig. Ripari e quelle del Risorgimento vertono sulla qualità del cibo, sulla mancanza dei materassi, sull’eguaglianza del trattamento con quello dei prigionieri ordinari, sull’insalubrità del clima di Pagliano, sulla censura che un canonico esercita ottusamente riguardo ai libri che i prigionieri richiedono; infine, dice il Risorgimento, il vino è cattivo, e non è permesso ai detenuti berlo nei bicchieri. Se la qualità del vino lascia a desiderare, ci sembra che la colpa non dovrebbe essere ascritta al Papa, ma all’Oidium tuckeri. Il vino è cattivo in tutti gli Stati Romani da diversi anni, e i più ricchi forestieri che vengono a Roma ne sanno qualcosa. Ogni prigioniero politico ha della carne diverse volte alla settimana, e la sua uniforme non è la stessa di quella de prigionieri ordinari: è di un tessuto più fine e di un colore diverso. Ogni letto è composto da un pagliericcio e da una coperta. Ma i detenuti hanno la facoltà di procurarsi a spese loro lenzuola e materassi come pure di aggiungere qualcosa al loro pasto ordinario. Questo è senza dubbio un abuso, ma un abuso del quale i prigionieri non dovrebbero lamentarsi. […..] Il castello di Pagliano, trasformato oggi in prigione, era in passato residenza di piacere dei principi Colonna, ed è situato in una zona assai salubre. Se la febbre vi regna per una parte dell’estate, essa regna anche a Roma, e questa non è una ragione per abbandonare Roma. Pagliano è una città di 1400 abitanti, che ha un capitolo e un governatore. La popolazione residente ne apprezza moltissimo il clima. Bisognerà ormai disporre per i prigionieri di una residenza di città e di una residenza di campagna?”[25]
Il parassita della vite Oidium tuckeri, il materasso che solo avesse pagato gli sarebbe stato fornito, il clima ameno di Paliano: come avrà reagito l’irascibile dottor Ripari nel vedere le sue proteste per quella che riteneva (e continuerà per tutta la vita a ritenere) una ingiusta ed arbitraria carcerazione, ridotte al rango di lagnanze di un turista esigente e un po’ difficile, insoddisfatto del vitto e dell’alloggio? Con stupore, con rabbia, con divertimento, o forse con un insieme di questi tre sentimenti. Per di più, nello stesso mese di marzo, era stato raggiunto da una notizia che lo sconcertò: a Paliano, quello stesso mese, c’era stata una rivolta. Alcuni prigionieri politici, detenuti ancora per i fatti riguardanti la Repubblica Romana, avevano dato vita a una manifestazione pacifica salendo sui tetti della fortezza, i gendarmi erano intervenuti aprendo il fuoco sui dimostranti, c’erano stati parecchi feriti e c’era scappato anche qualche morto. Fu quindi per difendersi dall’accusa di irriconoscenza nei confronti della Segreteria di Stato e per fornire una sua interpretazione dei recenti fatti di Paliano che Ripari iniziò, nell’aprile del 1857, la pubblicazione delle “Lettere al Cardinale Antonelli” in appendice al giornale genovese “L’Italia del Popolo” , foglio mazziniano diretto da Bartolomeo Savi e redatto in gran parte da Maurizio Quadrio e da Alberto Mario, e a cui collaboravano con articoli di fondo e con corrispondenze anche Mazzini, Saffi ed altri esuli rifugiati a Londra. Nel denunciare le illegalità e le crudeltà che si commettevano ai danni dei prigionieri e per rinnovare ed accentuare dinnanzi alla opinione pubblica europea la condanna di quel governo, già pronunciata dal ministro degli esteri inglese al Congresso di Parigi, la voce di Ripari risultava particolarmente autorevole in quanto, nel descrivere le sofferenze dei detenuti di Paliano, egli si basava su un’esperienza personale protrattasi per quasi otto anni. Nelle “Lettere” la narrazione dell’arresto e dei lunghi anni di prigionia è presentata sotto forma di una stringente requisitoria contro il Cardinal Antonelli, considerato come il diretto responsabile delle sevizie subite e insieme come simbolo del malgoverno pontificio: “ Col disprezzo dell’uomo onesto al malvagio, io parlo a voi a viso aperto, Cardinale Antonelli, fatto sicuro non dalla libera terra dalla quale vi scrivo […] ma dalla voce della mia dignità di uomo […] da voi ferita tanto brutalmente”.
Le “Lettere” vennero successivamente raccolte in un volumetto e ripubblicate nel febbraio 1860 a Milano dalla tipografia dei fratelli Borroni, contrada Soncina Merati n° 13, che le pose in vendita al prezzo di lire italiane una. L’opuscolo (oggi praticamente introvabile[26]) dal quale si è generosamente attinto per ricostruire gli anni della prigionia, meriterebbe di essere letto integralmente: non solo come documento di un’epoca, ma soprattutto perché in esso Ripari si rivela spesso narratore non spiacevole, assolutamente alieno dalla retorica e dall’enfasi tribunizia che affliggono gli articoli pubblicati nel ’48 sull’”Italia del Popolo”. Le “Lettere al Cardinale Antonelli” rientrano in quel filone memorialistico così diffuso tra gli ex condannati politici[27], che aveva avuto un paio di decenni prima un illustre precedente ne “Le mie prigioni” di Silvio Pellico. L’analogia con le memorie del patriota saluzzese è tuttavia solo formale, perché nella sostanza le due testimonianze sono profondamente diverse, come del resto profondamente diverso è lo spirito dei due autori.
La figura del mite redattore del “Conciliatore” capitato quasi per caso nella rete della polizia austriaca e che, dopo aver scontata la pena e aver scritto un libro che – come fu detto – costò all’Austria più di una guerra perduta, si era sempre più estraniato dalle passioni politiche e sempre più conformato alle consuetudini del chiuso ambiente reazionario e codino che lo circondava, mal si attaglia a Ripari, al “fiero vecchio” che quasi otto anni di carcere duro non erano riusciti a piegare.
Mancano, nelle “Lettere”, quegli episodi e quelle figure che contribuiscono a ‘romanticizzare’ il racconto del Pellico: nessuna Maddalena, nessuna Zanze, nessun carceriere dal volto umano, nessun eroe che dopo l’amputazione porge una rosa ai suoi aguzzini. Saremmo anzi tentati di dire che mentre l’opera del piemontese si delinea soprattutto come la storia dell’intima lotta attraverso la quale il prigioniero viene riacquistando la propria fede religiosa e lo spirito di carità e di perdono nei confronti di tutti gli uomini, non esclusi i despoti e i tiranni ( ed è quindi aliena da ogni esasperazione polemica e da ogni voluto risentimento), le “Lettere” di Ripari hanno un intento più dichiaratamente ed esplicitamente politico, ed in esse quindi la polemica è non solo accolta, ma addirittura ricercata, fino a trasformarsi spesse volte in aperta e pesante accusa. Si legga ad esempio quanto il medico scrive nelle ultime pagine del libro, rivolgendosi direttamente al Segretario di Stato:
“Se voi potete ribattere le mie parole, notarle d’insulto e di calunnie, perché false, fatelo, se no, quantunque cinto di porpora, quantunque segretario di stato di un Pontefice, quantunque onnipotente in Roma, sentitevi dire condannato da me, forzato a sedere sul banco degli accusati, davanti al tribunale della pubblica opinione di tutta Europa, sentitevi dire, sentitevi ripetere da me che ve lo posso dire: - voi siete un malvagio -. E vi lascio.[28]
O ancora, proprio alla chiusura dell’opera, le parole che si possono definire quasi profetiche con le quali l’autore preconizza la fine del potere temporale del papato:
“ E l’assolutismo di Roma il quale in questi ultimi otto anni ha corso gli stati della chiesa come un furioso demente armato di coltello, rende responsabile il papato dei fatti che romoreggiano sul vicino confine dell’avvenire; intanto che la diplomazia non potrà che incolpare sé stessa se, decretata incompatibile in Italia la libertà col Papato gli Italiani incontrandolo sul loro passaggio lo travolgeranno seco nella foga impetuosa del loro cammino verso la propria nazionalità libera ed una”.[29]
NOTE
[1] Archivio Museo del Risorgimento di Milano (ArMRMi) Fondo Cernuschi, c.3, b.40, Doc. 3. Tutte le lettere da noi rintracciate nell’Archivio Cernuschi e stralciate in questo capitolo sono inedite.
[2] Ripari, P. Pietro Ripari al Cardinale Antonelli, Milano, 1860, pag. 53
[3] Ripari, P. cit, pag. 55
[4] ArMRMI, cit., doc 3.
[5] ArMRMI, cit., doc 2.
[6] La sottolineatura è nell’originale.
[7] ArMRMI, cit., doc 4.
[8] ArMRMI, cit., doc 5.
[9] ArMRMI, cit., doc 5.
[10] Ripari, P. cit, pag. 55
[11] Ripari, P. cit, pag. 56
[12] Ripari, P. cit, pag. 56
[13] ArMRMI, cit., Doc. 1 bis.
[14] ArMRMI, cit., doc 1.
[15] Nell’introduzione alla lettera citata (Edizione Nazionale delle opere di G.Mazzini, epistolario, lettera XCV) il commentatore precisa: “Fabio Ripari, fratello minore di Pietro, era andato giovinetto a Londra e colà era stato protetto dal Mazzini che gli aveva procurata una discreta istruzione, e poi un posto di precettore presso una famiglia inglese la quale nel 1857 si trovava a Pisa. Prese parte alla spedizione di Sicilia e morì combattendo”. L’anonimo autore delle genealogie della famiglia Ripari non riporta però Fabio tra i fratelli del medico, né d’altra parte si è riusciti a rintracciare il suo atto di nascita nonostante le ricerche svolte. Inoltre, nell’elenco ufficiale dei volontari che presero parte alla spedizione di Sicilia non compare nessun altro Ripari oltre a Pietro, a meno che non si supponga la partecipazione di Fabio ad uno dei corpi di spedizione che mossero successivamente verso il Meridione (ad es. la colonna Medici). Al momento attuale di Fabio Ripari non possediamo che le scarne notizie riportate precedentemente.
[16] Ripari, P. Storia Medica della grave ferita toccata in Aspromonte al Generale Garibaldi, Milano, 1863, pag.17
[17] ArMRMI, cit., doc 5.
[18] Corrispondenza di J.W. Mario al giornale milanese “Il Secolo”, martedi-mercoledi 17-18 marzo 1885.
[19] Un figlio dei Nathan, Ernesto, divenne nei primi anni del ‘900 sindaco di Roma e Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia.
[20] Archivio Museo del Risorgimento di Milano, Carte Bertani, Plico 2, doc. 48.
[21] Cit. in Mario, J.W. Agostino Bertani e i suoi tempi, Firenze, Barbera, 1888, vol. 1°, pag. 297.
[22] A chiusura dell’articolo il Dayly Express elencava le persone autorizzate a ricevere le offerte da destinare ai prigionieri italiani: Miss Linda White, of Rochester House, Ealing, Middlesex, and 16, St. James Place, London. William Shaen, Esq. 8, Bedford Road, London. Signor Bernieri, 28, Cambridge Street, Hyde Park.
[23] Ripari, P. cit, pag. 1
[24] Riportato in : Abate Margotti: Les victoires de l’Eglise pendant les dix premières années du pontificat de Pie IX, Paris, 1858, pagg 555-560.
[25] Margotti, cit.
[26] Ne esistono alcune copie alla Biblioteca Civica di Cremona (ad es. colloc. 29.E.125) ed una copia alla Biblioteca del Museo del Risorgimento di Milano. Su internet è scaricabile una versione digitalizzata della copia conservata nella biblioteca della statunitense Harvard University.(v. sezione Scritti di Pietro Ripari)
[27] V. anche, ad es. Di Tergolina, V. Quattro anni nelle prigioni del Santo Padre, Tip. Cerutti Derossi e Dusso, Torino, 1860.
28] Ripari, P. cit, pag. 57
[29] Ripari, P. cit, pag. 60