Santa Maria Maggiore, Basilica Papale
Omelia per la Messa della Festa di S. Marco
Can. Benoit Belignè
Roma, 25 aprile 2026
“Andate! Ecco, io vi mando come agnelli in mezzo a lupi. Dite loro: “Sta per venire a voi il Regno di Dio”” In nomine. Sia lodato.
Carissimi pellegrini,
Ma cosa state facendo? Che cosa fate qua, in un giorno festivo, a quest’ora? Partire per tre giorni a piedi e dormire due notti in tenda. Certamente qualcuno vi avrà detto e qualcun’altro ancora vi porrà nel corso del pellegrinaggio questo tipo di domande. In positivo con stupore ammirato, ma forse anche con un accento beffardo a commento della vostra “follia”, ma spero mai con indifferenza, una delle malattie più dannose dei nostri tempi. All’inizio di questo pellegrinaggio cerchiamo, allora, di capire un po’ ciò che stiamo compiendo. Con quale spirito ci mettiamo in cammino “dalla culla di Bethlemme alla culla dell’Europa”? Da questa Basilica papale di Santa Maria Maggiore al Sacro Speco di San Benedetto. Che cos’è un pellegrinaggio? Che cosa sarà questo nostro pellegrinaggio? La tradizione risponde: “Il pellegrinaggio è un cammino; è un cammino spirituale; è il cammino spirituale di un popolo”. Un cammino, cioè un percorso da portare al termine. Quasi cento chilometri, con qualche dislivello, forse con sole, forse con pioggia, accampandosi in modo un po’ rustico... Poca gente oggi realizza i propri ideali, porta a termine i propri progetti: ci si arrende prima, troppo spesso, alla prima difficoltà. La vita è un cammino: noi vogliamo viverla fino alla fine, fino a un termine preciso, scelto? Allora prendiamoci in mano, prendiamo in mano la nostra vita. “Sta per venire a voi il Regno di Dio”. La nostra vita in verità è un cammino verso il Cielo, verso la Beatitudine eterna. Questo, nostro pellegrinaggio sarà, dunque, un cammino spirituale. La componente fisica sarà solo l’aspetto esterno, in verità secondario, il mezzo di ciò che è davvero. Infatti nostro pellegrinaggio sarà prima di tutto una grande preghiera. Lo deve essere. Non preghiamo abbastanza. Bisognerebbe pregare come si respira. Vedrete come il camminare per le strade e i sentieri – vi consiglio di lasciare a tal riguardo il più possibile spenti i telefonini e altri mezzi simili – inclini a una preghiera istintiva, quasi senza rendersene conto. Con il cuore libero, lo spirito e il corpo prenderanno il ritmo dalle Ave Maria, che al stesso stimolano e pacificano. I grandi pellegrinaggi di Gerusalemme, Compostela, ecc. (estensioni delle processioni liturgiche come quelle delle Litanie Maggiori di oggi) esprimono il movimento essenziale della creatura che ritorna a Dio nello sforzo di una conversione laboriosa. Non inventiamo niente in questa prima edizione del Pellegrinaggio; ci sono di esempio il pellegrinare del popolo eletto nel deserto, e soprattutto Nostro Signore dodicenne che va verso Gerusalemme. Camminerete da un luogo sacro ad un altro, pregando, meditando il S. Rosario e sostenuti dalla Santa Messa tridentina. Il cammino manifesta in modo eccellente la condizione del cristiano che si dirige verso il Cielo alla sequela Nostro Signore. Nel Pellegrinaggio c’è un altro aspetto importante: ciascuno non cammina solo per sé, abbiamo un compito missionario! Negli obbiettivi del pellegrinaggio c leggiamo: “Durante questi giorni, affidiamo in modo speciale a Dio l'Europa, l’Italia e il Santo Padre”. Ecco il terzo elemento della definizione del pellegrinaggio come cammino spirituale di un popolo. Questo popolo, con l’aiuto di Dio, vuole fare la propria parte per restaurare il Regno del Signore nella propria nazione. “Cerchiamo di contribuire alla restaurazione dello spirito della cristianità – secondo le nostre possibilità, il proprio dovere di stato, e sempre con l'aiuto divino – della cristianità che ha donato alla Chiesa e al mondo tanti santi, eroi e difensori della Fede. Cerchiamo a "Instaurare omnia in Christo", a cominciare da noi che siamo pellegrini, dalle nostre famiglie e dalle diverse sfere della società in cui viviamo”. Carissimi, uscendo da Roma e passando innanzi alla chiesa del Domine Quo Vadis, non meriteremo la risposta del Signore a San Pietro: “Vado a Roma a farmi crocifiggere di nuovo”. Il Signore vede che questo nostro Pellegrinaggio non è una fuga, ma piuttosto la risposta al mandatum: “Andate! Ecco, io vi mando come agnelli in mezzo a lupi”; al suo: “Va', vendi quello che possiedi…poi vieni e seguimi”. Come per la nostra vita spirituale, anche per il pellegrinaggio – dopo la bella Adorazione di ieri sera – perchè dia frutto occorre che noi mettiamo al centro la Santissima Eucaristia fondamento della vita cristiana. Avremo particolare cura nell’assistere alla Santa Messa, e nel fare le nostre Sante Comunioni. Dallo spirito di preghiera sgorgheranno le altre virtù necessarie per questi giorni e poi al nostro ritorno alla vita ordinaria. La penitenza: offriamo senza lamentarci le difficoltà del percorso, per la riparazione dei nostri peccati, dei peccati altrui, in unione con le sofferenze patite dal Signore per la nostra Salvezza. Questo ci condurrà, con l’aiuto del Signore a un vero spirito di conversione, di mutamento dell’uomo vecchio in quello nuovo, attraverso una buona confessione senza la quale mancherà certamente qualcosa di grande al pellegrinaggio. Questi giorni saranno occasione particolare per esercitare anche la carità fraterna, senza la quale non c’è verità, senza la quale l’intenzione rimane parola vuota. Avremo modo di esercitarla in modo concreto, nella stanchezza, davanti ai difetti altrui. Approfittiamone! La carità è la più autentica testimonianza della vita cristiana, della presenza della Grazia del Signore in noi: da essa i pagani riconoscevano un tempo gli antichi i cristiani. Dalla carità i moderni pagani e gl’indifferenti ci devono riconoscere! Avendo l’occasione di vivere nel mondo reale per qualche giorno, mettiamo da parte i social, telefonini e altro, lo ripeto. Il nostro prossimo è qui e cammina con noi. Carissimi pellegrini di Nostra Signora della Cristianità, mentre intraprendiamo questo cammino per la nostra conversione e per Nostro Signore, affidiamoci a Maria Santissima. Senza di lei, non c’è vita cristiana, senza di lei nostro cammino sarebbe infecondo. Partiamo da questa Chiesa romana, ai piedi della Salus Populi Romani, portando con noi le Sue intenzioni, quelle della Chiesa e del popolo nostro. Innanzi alla Sacra Culla ove Ella ha adagiato il Suo Figlio appena nato, Le affidiamo la Terra Santa martire. VisitandoLa nel Suo santuario di Genazzano pregheremo per il Santo Padre. Recitando le Ave Maria del nostro Rosario, cammineremo al suo ritmo e in Sua compagnia. Se Lei sta con noi, che cosa possono quelli che sono contro di noi?
Nostra Signora della Cristianità, pregate per noi! San Benedetto, pregate per noi! Andate, Ecco, io vi mando. In nomine. Sia lodato.
Monastero di Santa Scolastica, Basilica-Cattedrale
Omelia della Messa Votiva di S. Benedetto
Dom Frediano, già Priore del Monastero di Santa Scolastica
Subiaco, 27 aprile 2026
Sia lodato Gesù Cristo! Carissimi Pellegrini, giovani, ragazze, sacerdoti, benvenuti!
Ci sorprende e ci rallegra profondamente questa vostra impresa di un pellegrinaggio dalla culla di Bethlemme, che è in Santa Maria Maggiore, alla culla dell’Europa che è in Subiaco. La chiamiamo culla dell’Europa, poiché qui iniziò la sua opera San Benedetto, patriarca del monachesimo occidentale e patrono principale dell’Europa. Per noi che abbiamo a cuore le sorti della Chiesa, è motivo di speranza vedere tanta gioventù impegnata in questo cammino, che in fondo è una ricerca di Dio. Cercare Dio, in latino “quaerere Deum”, fu il movente che spinse il giovane Benedetto a lasciare Roma e a ritirarsi in una grotta sul Monte Taleo. Intorno al 500 d.C. era finito il cristianesimo eroico del tempo dei martiri ed anche quello glorioso dei Padri della Chiesa, che ebbe la massima fioritura nel IV secolo. In seguito sorsero le eresie, poi passarono i barbari, i quali lasciarono devastazioni nelle città, ma anche nelle anime dei credenti. San Gregorio Magno, all’inizio del II libro dei Dialoghi, dice che Benedetto, che era nato a Norcia nel 480, era andato a Roma per studiare ma, avendo appena posto piede sulla soglia del mondo, lo ritrasse immediatamente indietro. Nel suo cuore ardeva un’unica ansia: quella di piacere soltanto al Signore. Pertanto “scelse consapevolmente di essere incolto, ma imparò sapientemente la scienza di Dio”. Quell’“habitare secum” per tre anni davanti a Dio lo rese capace di guidare nella vita cristiana anzitutto sé stesso, e poi altre persone e altre comunità. Ne fondò dodici nella Valle dell’Aniene, ciascuna con dodici monaci più l’abate; nel 529 andò a Montecassino, dove fondò un unico grande monastero. In realtà ne fondò anche un altro alle falde del monte: il primo monastero femminile, che fu guidato da sua sorella, Santa Scolastica. A Montecassino redasse la sua Regola, attingendo molti insegnamenti soprattutto dalla Sacra Scrittura, Antico e Nuovo Testamento, ma anche dalla precedente tradizione patristica e monastica (specialmente Giovanni Cassiano, San Basilio, Sant’Agostino, dai Padri del deserto). La sua Regola si distinse subito come una sintesi del Vangelo e della sapienza biblica. Allo stesso tempo si rivelò insigne per il senso psicologico, la chiarezza e la concretezza. “Ora, labora, lege”: sono le tre parole che designano le attività principali dei monaci sotto i chiostri benedettini. Dunque la lode liturgica, il lavoro, sia manuale che intellettuale, e la lettura meditata della Parola di Dio: tutto ciò sotto la guida dell’abate, in spirito di umiltà, di carità e di servizio verso i fratelli. I primi benedettini dovettero svolgere un intenso lavoro per spianare la via del “quaerere Deum”, un lavoro che comprendeva soprattutto tre aspetti (li segnalò Benedetto XVI nel discorso al College des Bernardins di Parigi nel settembre 2008). La lingua. Anzitutto occorreva una lingua degna di Dio. In un tempo in cui nascevano le lingue romanze (dal VI secolo in poi), i monaci ripresero la lingua latina studiando gli antichi autori, sia cristiani che pagani, nella forma letteraria e nei contenuti: trascrissero le opere della classicità e da quelle estrassero tutto quello che c’era di buono per trasmetterlo alle generazioni seguenti. In questo modo il latino divenne la lingua ufficiale dell’Europa per molti secoli, la lingua della teologia, della filosofia e della scienza. Fu soprattutto la lingua della liturgia, fino al Concilio Vaticano II. Il canto. Inoltre la preghiera doveva essere cantata. Ed ecco che molti monaci si dedicarono alla composizione di antifone, inni, messe. Nacque così il canto gregoriano, un canto non soggettivo, ma oggettivo, con precise regole: si diceva che il canto liturgico doveva essere il più possibile simile alla musica delle sfere celesti e dei cori angelici. Il monaco Guido d’Arezzo inventò il rigo musicale, che rese più facile riprodurre la musica. Poi per una lente evoluzione sorsero il canto polifonico e quindi la grande musica Europea. In ogni cosa la gloria di Dio. Non solo la preghiera, ma tutta l’attività del monaco deve avere come fine la gloria di Dio. San Benedetto esprime questo concetto nel capitolo 57 della Regola, quando parla degli “Artigiani del monastero”: li mette in guardia dall’orgoglio e dall’avarizia, ma li esorta a mantenere l’umiltà “affinché in tutto sia glorificato Dio” (“ut in omnibus glorificetur Deus”). Questa è una frase tratta da 1Pietro 4,11, che divenne per i Benedettini come uno slogan e un programma di vita (UIOGD). La consapevolezza di operare anzitutto per la gloria di Dio ha come conseguenza che bisogna fare bene ogni cosa: la preghiera, il canto, il lavoro, l’arte. Se si lavora per il Signore, vale la pena produrre ordine e bellezza in ogni cosa. Ad esempio se si costruisce una chiesa questa non deve essere solo funzionale, ma anche bella, precisa nell’architettura, con pitture, sculture, decorazioni. Vale la pena spenderci molto lavoro, tempo, denaro, affinché sia bella e gradita a Dio. Allora servirà anche a elevare l’animo umano a Dio. Questo programma di vita apriva la via a una nuova civiltà europea dopo il declino di quella romana. Dopo la morte del santo, i monaci portarono il Vangelo fra le nuove popolazioni insediate nell’Impero, ma anche nel Nord e nell’Est Europa, fondando ovunque chiese e monasteri. Intanto da Cosatantinopoli, ancora unita a Roma, partivano altri monaci missionari per evangelizzare i popoli slavi e la Russia: fra questi i Santi Cirillo e Metodio, compatroni d’Europa. Una data importante fu quella del Sinodo di Aquisgrana (817), in cui la Regula Benedicti fu imposta a tutti i monasteri del Sacro Romano Impero. Fu una norma salutare poiché favorì molto l’unità spirituale e culturale dell’Europa. I pellegrini e i viaggiatori, andando da un capo all’altro del continente, alloggiandosi nei monasteri, trovarono ovunque la stessa accoglienza, la stessa lingua, le stesse consuetudini. Gli uomini continuavano a essere peccatori, ma dovunque si sentiva il primato di Dio. In realtà l’intento di S. benedetto non era tanto quello di fondare un ordine religioso, né di creare una élite di perfetti, quanto quello di restaurare la personalità cristiana in un tempo in cui la si era quasi smarrita. E ci riuscì, poiché col passare del tempo ci fu un influsso benefico della spiritualità benedettina sulla Chiesa, sul clero secolare, sulle famiglie e su tutti i battezzati. Nacque così la civiltà cristiana, che ha dato tanto ai popoli europei e di cui ancora oggi rimane un patrimonio importante di valori e testimonianze. Oggi purtroppo la civiltà cristiana è minoritaria e da molti condannata all’emarginazione, ma sarebbe bello farla risorgere. Terminando, il giovane Benedetto nel suo tempo accolse la chiamata di Cristo, che oggi abbiamo riascoltato nel Vangelo. Si donò totalmente al Signore e ricevette il centuplo in questa vita. Questo centuplo si moltiplicò ancora in tutti coloro che seguirono la sua strada. Su questa strada molti si santificarono, ricevendo anche la vita eterna.
E a questo siamo chiamati anche noi dallo stesso Gesù Cristo, a cui sia lode nei secoli. Amen.
Sacro Speco di San Benedetto
Predica della benedizione finale del Pellegrinaggio
Mons. Marco Agostini, Cappellano Generale del Pellegrinaggio
Subiaco, 27 aprile 2026
Ci son luoghi in cui le parole del Vangelo appaiono straordinariamente concrete: il Santuario del Sacro Speco a Subiaco è senz’altro la “casa costruita sulla roccia” (Mt 7,24-28). Nel IV-V secolo d. C, gli spiriti più attenti – S. Agostino in primis – comprendevano che l’antico mondo romano stava per finire e che un altro mondo stava per cominciare. Sul finire del V secolo, un diciassettenne Benedetto da Norcia, rampollo della gens Anicia, lasciò Roma rifugiandosi nella valle dell’Aniene tra le asperità selvagge del Monte Taleo. Insieme al grandioso scenario naturale alla vista gli si offrivano gli edifici sontuosi, ma disabitati e in decadenza della villa di Nerone. Alla ricerca di silenzio e solitudine, Benedetto s’inerpicò nei boschi approdando alla grotta in cui siamo appena stati. A tu per tu con Dio, nella penitenza e nella contemplazione, prese coscienza del carisma che darà origine alla gloriosa epopea del monachesimo occidentale. In questo luogo gli si fece chiaro ciò di cui aveva bisogno la Chiesa per salvare il meglio di ciò che stava morendo e per disporsi al misterioso nuovo che stava nascendo. La sua “fuga dal mondo”, nei disegni della Provvidenza, si trasformò in una discesa al cuore del mondo per avvertirne il battito, l’anelito profondo e per tonificarlo con quella forza spirituale e culturale che sarà capace di dare un fondamento all’Europa. Per tre anni, la santa grotta, fu il grembo che ha ‘gestato’ Benedetto partorendolo poi al mondo quale Patriarca del Monachesimo e Patrono dell’Europa. Gli edifici che, nell’arco di un millennio, si sono addossati a protezione della grotta, esibiscono il complesso rapporto tra roccia e muratura: se all’esterno il monastero pare costruito a custodia della grotta, all’interno si vede che fu il significato spirituale della grotta a forgiare il Monastero di S. Benedetto e quel che rappresenta. Viviamo anche noi sul crinale di un’epoca di caduta degli dei, quelli della modernità che pretendevano di sostituirsi a Dio: l’idolo del progresso incessante, del benessere ad ogni costo, della terra come regno di libertà, giustizia e pace assoluta. Vediamo crollare i feticci della “cultura” moderna: la negazione del peccato, il mito dell’uomo buono per natura corrotto solo da una società organizzata male, quelli della scienza onnipotente e dell’economia spregiudicata guidate dalla politica “illuminata”. Alla fine la montagna della modernità sembra aver partorito un topolino. Sulla scena di questo mondo estremo i simboli di Verità, Bellezza, Bontà e Fede, si ergono di nuovo poderosi esercitando, su noi pellegrini del III millennio, il loro antico e sempre nuovo fascino. La Grotta di Betlemme in Terrasanta, il Sacro Speco di Subiaco, la grotta della Santina a Covadonga in Spagna, la grotta di S. Michele al Gargano “a egregie cose il forte animo accendono” (Ugo Foscolo, Dei sepolcri, v. 151): sono un vigoroso richiamo alla realtà naturale e soprannaturale, al centro, al fondamento, alle radici. La perenne vitalità di questi simboli riscalda il cuore, illumina la mente, motiva l’azione cristiana del nostro ritorno. La determinazione, la gioia e l’entusiasmo di chi, in ogni tempo, ha vissuto il Vangelo, ci spinge ad agire per salvare quello che conta, per sottrarre il nostro mondo alla superficialità, alla dimenticanza, alla “cultura woke”, all’esperienza solamente epidermica, restituendo voce alle ragioni dell’Essenziale e dell’Assoluto, ritrovando il fondamento della nostra civiltà, restaurandolo, consolidandolo coll’umile e militante azione di riscoperta e di riparo delle radici. L’albero della Croce, e della civiltà germinata da esso, ha da crescere forte e rigoglioso fino a riempire l’universo trasportandoci in Cielo. Nel Sacro Speco ritroviamo l’idea dell’Europa unita scaturita dalla christianitas medievale e che ha stretto in solidarietà i singoli Paesi, prima che la riforma protestante e il nazionalismo nato dall’“illuminismo” li mettesse l’uno contro l’altro. Oggi il motto benedettino Ora et labora vale per noi: torniamo alle nostre case nel segno della Croce di San Benedetto, per fare il bene e combattere il male, invocando “Adveniat regnum tuum”! Prima di sciogliere il Pellegrinaggio con la Benedizione propria, mi unisco agli Organizzatori che rivolgono il loro grazie ai Volontari che a vario titolo hanno reso possibile il cammino (dal servizio d’ordine alla cucina), alle Autorità religiose, politiche e militari che ci hanno ospitati e custoditi a S. Maria Maggiore, a Genazzano, ai Monasteri di Subiaco. Grazie, in particolar modo, a coloro che hanno reso ancor più nobile la Sacra Liturgia, con la preparazione, il servizio e il canto. Grazie a tutti quelli che hanno contribuito visibilmente e invisibilmente, da vicino o da lontano, alla realizzazione del camino con l’offerta di preghiere e donazioni. Grazie a voi tutti cari pellegrini, sacerdoti e laici, di lingua italiana, francese, spagnola, portoghese, inglese, magiara, slava per esservi stretti nella solidarietà della Fede.
Vi diamo appuntamento da sabato 24 a lunedì 26 aprile 2027 per la II edizione del Pellegrinaggio NSC-Italia, Roma-Subiaco.