Questa sottopagina fa parte della grammatica.
In questa sezione vediamo vari aspetti di dettaglio del leuto non trattati nelle sezioni precedenti, o toccati solo brevemente e qui approfonditi.
QQ fare quella roba con le preposizioni e via
La traduzione del gerundio italiano può dare adito a incertezze, dato che in leuto non esiste un corrispondente esatto dal punto di vista sintattico.
qq può venire in mente di usare /e, ma invece solitamente con /e
[in certi è difficile. Per esempio quando si riferisce a un'azione di un soggetto esterno alla frase:
Considerando ciò che successe dopo, in quel momento probabilmente Diego si trovava a casa sua.
Il considerando non è da parte di Diego: possiamo tradurlo con konsiderento? mmm, no. Eppure in italiano si capisce a senso... so konsiderento na?
So konsiderento na a kea evenin posu, tao momentu probabile Dyega troviqqin seo oyku qq.]
ma e aggiungerlo direttamente? non scompagina nulla. mmmh, però crea doppioni
qq Winnipeg
stati e isole non sempre coincidenti: Irlanda
fiumi città regioni Moskvà Parma
stati e fiumi Congo Mississippi
paraguai, Uruguai?
Belize città, stato, fiume...
Gambia fiume e stato
stati e città Panama Gibuti New York
Cheddar Kashmir Chihuahua
sol, bolivar, colón
personaggi Washington
In molti casi lo stesso nome si può usare tranquillamente per indicare cose diverse, non servono precisazioni: il contesto è sufficiente a chiarire il significato. Per esempio, se dico:
è alquanto chiaro che intendo il fiume Mississippi. Mentre se dico:
s'intende ugualmente bene che intendo lo stato Mississippi. Lo stesso vale generalmente in leuto [qq momentino, per 'sti due, famosi, potremmo avere radici diverse]:
In alcuni casi il problema non si pone, o si pone in modo ridotto, perché gli elementi che in italiano hanno lo stesso nome in leuto sono individuati da radici diverse:
In leuto i nomi dei paesi derivano in molti casi dagli etnici (i nomi degli abitanti) in unione con la radice iy/:
italas ital/as gl'italiani
Italiya ital/iy/a l'Italia
Mentre altre volte avviene l'inverso: l'etnico deriva dal nome del paese, in unione con la radice an/:
Cxila cxil/a il Cile
cxilanas cxil/an/as i cileni
La prima relazione (nome del paese derivato dall'etnico) è frequente in Europa, un po' meno in Asia (grekas > Grekiya, afganas > Afganiya); la seconda (nome del popolo derivato dal nome del paese) è frequente in Africa, America e Oceania (Brasila > brasilanas, Namibya > namibyanas).
Come in italiano e altre lingue, gli etnici sono termini con una certa vaghezza. An/ può indicare sia l'abitante sia il nativo sia l'originario (di famiglia, stirpe) d'un luogo, e le tre cose non sempre coincidono; e lo stesso fanno le radici che danno gli etnici direttamente (ital/, grek/, ecc.). Questi termini possono inoltre indicare sia chi è cittadino dello stato, sia chi appartiene all'etnia (vera o presunta) primaria del paese, o alla sua cultura o nazionalità, e anche qui può esserci (o essere percepita) una differenza fra i vari concetti e sfumature. In generale, sarà il contesto a chiarire il significato; altrimenti, se c'è bisogno di precisione, basta dirlo in modo esplicito, eventualmente con dei composti:
nascitala | nasc/ital/a
italiano di nascita
ethnitala | ethn/ital/a
italiano d'«etnia»
civithitala | civ/ith/ital/a
italiano di cittadinanza
eccetera. Il tutto senza troppa rigidità, ricordando i meccanismi della formazione delle parole in leuto. Per esempio, un figlio d'immigrati che non abbia la cittadinanza potrebbe dire una cosa del genere:
Me es o itala nasce ma noe civithe.
Sono un italiano di nascita ma non di cittadinanza.
Questo per mostrare la polisemia d'una parola come itala (e degli altri etnici similmente), il cui significato può aver bisogno di precisazioni.
Per i nomi di lingue esistono tre possibilità principali:
la lingua è individuata da una radice apposita (sanskrit/ > sanskrita, lewth/ > lewtha);
il glottonimo deriva dal nome d'un popolo, unito alla radice es/, che indica una lingua particolare (franc/es/ > francesa; hungar/es/ > hungaresa);
il glottonimo deriva da un toponimo, ugualmente unito alla radice es/ (nepal/es/ > nepalesa; malt/es/ > maltesa).
I nomi delle lingue in leuto corrispondono generalmente a quelli usati in italiano e altre lingue naturali: derivano quindi dal popolo principale che parla o ha parlato la lingua storicamente, o dal luogo principale dove si è parlata o si parla la lingua. Quindi, per esempio, l'inglese e lo spagnolo in leuto sono anglesa e hispanesa, anche se oggi gl'inglesi e gli spagnoli sono, fra gli anglofoni e gl'ispanofoni, solo una piccola minoranza.
Se si vuole indicare una varietà d'una lingua, si fa più o meno come si farebbe in italiano:
singapuro anglesa
l'inglese di Singapore
bolivyo hispanesa
lo spagnolo boliviano
eventualmente componendo gli elementi in un'unica parola, dove ce ne fosse bisogno.
I dialetti italiani, a parte forse quelli d'area toscana, non sono varianti dell'italiano ma altre lingue a tutti gli effetti, e si denominano quindi come le altre lingue in generale: bolonyesa (bolony/es/a) 'bolognese', napolesa (napol/es/a) 'napoletano', eccetera; mentre bolonyo italesa e napolo italesa (eventualmente univerbati) indicheranno invece le varietà dell'italiano com'è parlato rispettivamente a Bologna e a Napoli.
Oltre a es/ esiste un'altra radice per indicare la lingua, che è lingw/. Lingw/ ha un significato più ampio, e può indicare similmente una lingua specifica, ma anche la lingua come fenomeno e sistema di comunicazione in generale, il linguaggio; es/ invece ha un significato più ristretto, e indica una lingua nelle forme specifiche che ha in quanto appartenente a un gruppo o luogo (come significato si avvicina a 'idioma').
Per esempio, consideriamo le due frasi seguenti:
Une qq fahamin lingwa de qq.
Une qq fahamin esa de qq.
Entrambe si possono tradurre precisamente come Solo il mercante capiva la lingua dello straniero (fahami = 'capire'). Nella prima, intendiamo genericamente che il mercante comprende la lingua parlata dallo straniero, qualunque essa sia; nella seconda, la sfumatura suggerisce piuttosto che il mercante comprende la lingua propria dello straniero, la lingua del suo popolo o paese, presumibilmente la sua lingua madre.
Invece, la frase La lingua per me è un fenomeno quasi magico si renderà normalmente come
Lingwa por me es o qq magxio fenomena.
perché si sta parlando della lingua in generale, come sistema di comunicazione oltre le sue singole concretizzazioni.
Es/, in un contesto informale o fantastico, si può usare anche per indicare lingue d'oggetti, d'animali; o un registro, un gergo, un modo di comunicare di persone che non costituiscono propriamente un gruppo etnico:
Zebra noe fahamin a kea gxiraffas dirin, qui le noe loquin gxiraffesa.
La zebra non capiva che cosa dicevano le giraffe, perché non parlava il giraffese.
[In una fiaba.]
Me heynen burokratesa.
Odio il burocratese.
Infine, la 'lingua' come organo anatomico si dice qq.
qq lingw/ che è più in generale 'linguaggio'
italese, italesu, el italesa?
quando è un modo, si usa più naturalmente -e:
scrivere in italiano = skribi italese ma
ma invece «suona francese» è diverso da «suona in francese»... usare i?
scrivere in francese = skribi i francesa?
skribi i italesa, -i i i-, ih...
quando è più un contesto, un ambiente, -u o el ...-a
Italesu o multo lexas finiscono per vocale
lewthu
Quando serve un aggettivo o avverbio che indichi un popolo, paese o lingua, o quando tale elemento semantico è richiesto all'interno d'una composizione, in molti casi si può usare e si usa, pragmaticamente, il più breve fra l'etnico e il toponimo, ovvero quello che usa una sola radice. Per esempio:
italo qq [ital/: etnico] | le usanze italiane
malto qq [malt/: toponimo] | le usanze maltesi
keni o qq italo qq | conoscere qualche parola italiana
italitha | ital/ith/a| italianità
maltitha | malt/ith/a | maltesità
Ricorrendo comunque liberamente all'aggiunta di an/, iy/ e es/ laddove se ne senta il bisogno.
Per indicare la nazionalità e simili qq
Me es o itala - Me es italo
me es o parmana - me es parmo?
me es parmano? mah
qq sono italiano: me es italo, me es o itala
metterne tanti
acxa itta
onya? onna? oga? okkya occa ikkya ucya uc(c)xa iccxa
ent int ont
eyr ist
In leuto ci sono tre radici principali per esprimere il concetto di 'solo'. Le vediamo una alla volta.
Nur/ indica un fatto di mancanza, pochezza, piccolezza; ha una sfumatura riduttiva, come a dire «soltanto», «meramente», «appena» mentre ci si aspetterebbe o potrebbe essere desiderabile qualcosa in più. Qualche esempio:
Me qqmakin nure o duimo tomata.
Ho mangiato solo mezzo pomodoro.
[Intendiamo che è poco cibo, avrei voluto o dovuto mangiare di più.]
Kur tu qq? Le nure dirin vera.
Perché ti arrabbi? Ha solo detto la verità.
[Intendiamo che la reazione ci pare eccessiva, non giustificata rispetto all'azione più «piccola» di dire la verità.]
qq nure o trio qq.
Alle Olimpiadi il nostro paese ha vinto solo tre medaglie.
Me noe es o thea, sed o nuro huma.
Non sono un dio, ma solo un uomo.
[Un «mero uomo».]
In qualche caso la sfumatura riduttiva non riguarda la qualità o la cosa in sé ma solo il numero con cui si conta: vedi oltre.
Un/ (già visto come radice numerica qq) indica il fatto di essere «uno (solo)» di numero, né più né meno, quindi richiama concetti di esistenza positiva, affermata, unità, unicità.
Une o magno heroa potot qq drakona.
Soltanto un grande eroe potrebbe sconfiggere il drago.
Uno kesa kea me suken es parmakesa.
Il solo formaggio che mi piaccia è il parmigiano.
qq kum kosmo rithmas por essi uno kum natura.
Armonizzarsi coi ritmi cosmici per essere una cosa sola con la natura.
[Traduciamo non letteralmente, usando una locuzione sostantivale per un aggettivo. In leuto si poteva dire anche, allo stesso modo, essi o uno sceya kum...]
In molti casi possiamo dire che uno traduce l'italiano solo dov'è sostituibile con unico (Il solo formaggio che mi piaccia ≈ L'unico formaggio che mi piaccia), e similmente une per unicamente.
Per un italofono, quest'uso d'una radice numerica diventa più intuitivo se il numero aumenta:
Duo kesas keas me suken...
I due formaggi che mi piacciono...
Trio kesas keas me suken...
I tre formaggi che mi piacciono...
Vediamo un altro paio d'esempi:
Existen o uno thea.
Esiste un solo dio.
Roma noe faretin o uno diu.
Roma non fu fatta in un [sol] giorno.
Dove si voglia essere particolarmente chiari, si può rafforzare l'espressione con nure:
Haen nure o uno thea.
C'è un unico dio.
In un caso del genere nure non esprime una sfumatura riduttiva per la cosa in sé (immaginiamo che chi dice così consideri l'unico dio più grande degli altri dèi) ma solo per il numero della conta (1 < ...).
Sol/ indica fatto di essere o fare «da solo», nel senso di «non accompagnato», «isolato», «senz'aiuto», «senza presenze intorno»:
On hole solo domitta silvu.
Una casetta tutta sola nella foresta.
Me konstruin to sole.
L'ho costruito da solo.
Me vivin solo sur insula dawr o quaro mesas.
Ho vissuto da solo sull'isola per quattro mesi.
Di significato simile ma un po' spostato, c'è poi la radice unik/, che traduce unico nel significato di 'specialissimo; il solo con quella qualità; senza simili o eguali':
To essin o uniko qq.
Era uno spettacolo unico.
Danta skribin o uniko qq el historya de italesa.
Dante scrisse un capitolo unico nella storia dell'italiano.
Omno ceramikaja da Pikassa es uniko.
Ogni ceramica di Picasso è unica.
Come si vede, unik/ qui non è sostituibile con nur/, sol/ o un/, che cambierebbero il significato.
participi
oggi, domani, ieri, fa, fra, l'indomani
prima, dopo
entro
usare forme simmetriche per le preposizioni spaziali/temporali? mmm...
In italiano terra ha molti significati. A seconda dell'accezione, il leuto usa radici diverse.
Terr/ indica il pianeta Terra in senso astronomico, scientifico. Come sostantivo, si considera nome proprio (come per gli altri pianeti, Merkurya, Venera, ecc.) e si scrive con la maiuscola. Terra es trietho planeyta de Helya 'la Terra è il terzo pianeta del Sole'; is Terra la Luna 'dalla Terra alla Luna'; o terrana 'un terrestre'; terracentro 'geocentrico'; terraformi 'terraformare'.
Ard/ indica la terra come àmbito concreto, fisico, normale delle vicende umane e naturali, perlopiù contrapposto (implicitamente o esplicitamente) al cielo come spazio divino, spirituale, o all'oltremondo, l'oltretomba: Thea krein syema e arda 'Iddio creò il cielo e la terra'; ardo 'terreno (non celeste)'; huma ardu es o peregrina 'l'uomo in terra è un pellegrino'. Questa terrenità è solo contingentemente legata al pianeta Terra in senso astronomico: parlando di uomini che abbiano colonizzato altri pianeti, si potrebbe comunque parlare di viva de huma sur arda 'la vita dell'uomo sulla terra'.
qq terra non acqua
qq regione, territorio
Iy/ indica una terra, un territorio, una regione, in quanto abitata (oggigiorno, o storicamente) da un gruppo etnico, o ad esso legata specificamente, tanto che questo gruppo gli dà il nome. Si usa principalmente per creare toponimi; corrisponde pressappoco all'-ia dei toponimi simili latini. Italas 'gl'italiani', Italiya (ital/iy/a) 'l'Italia'; russas 'i russi', Russiya (russ/iy/a) 'la Russia'; anglas 'gl'inglesi', Angliya (angl/iy/a) 'l'Inghilterra'; arabas 'gli arabi', Arabiya (arab/iy/a) 'l'Arabia'.
qqqsuolo, superficie
qq materiale, elemento, chim.
ecc., vedi treccani e devoto-oli. non sottilizzare troppo
(cfr. anche DUNY/, GLOB/?, PAIS/)
GXE/?, PED/?
livello del suolo (altezza), materiale, non-mare, terre rare, territorio, paese, terreno, terriccio
Altre radici di significato limitrofo, che a volte possono tradurre terra, sono:
DUNY/, che significa 'mondo', in tutte le varie accezioni;
GLOB/ qq
PAIS/, che significa 'paese': similmente all'italiano, termine un po' vago, che può indicare ora uno 'stato', ora una 'nazione', ora più generalmente un 'territorio'. (Non significa 'paese' nell'accezione di 'piccolo centro abitato, insediamento rurale').
iy/ qq
Come avviene spesso nelle lingue, i concetti non sono distinti in modo netto, ma hanno confini sfumati e possono sovrapporsi. qq bla bla
qq saya
jua signore feudale e simili, padrone, sovrano; con la maiuscola, titolo di Dio
sera? medievaleggiante
domna?
In leuto, come in italiano e molte altre lingue, si usa la stessa parola per indicare sia un generico «dio» (thea) sia il «Dio» dei monoteismi abramitici e simili (Thea). Come in italiano, nello scritto si distingue colla maiuscola o minuscola.
Pur usando la stessa parola, in italiano e altre lingue i due concetti sono facilmente distinti anche nel parlato, perché dio si usa come un nome comune («Nel santuario udirono la voce del dio») mentre Dio come un nome proprio («Nel santuario udirono la voce di Dio»). Dato che il leuto ha unicamente l'articolo indeterminativo, e grammaticalmente tratta allo stesso modo nomi comuni determinati e nomi propri, questa distinzione non c'è: voca de thea, voca de Thea. Distingue la maiuscola, ma questa esiste solo nello scritto (e a inizio di frase non distingue) e non è pronunciata.
In molti casi il contesto è sufficiente per far capire che cosa s'intende. In altri casi invece l'ambiguità può essere problematica; il leuto distingue allora usando thea per il dio generico e Juthea univerbato (ju/the/a; jua visto sopra qq) per Dio.
Juthea noe es kee [qq keo?] qqaltro theas.
Dio non è come gli altri dèi.
Juthea es thea de theas.
Dio è il dio degli dèi.
Cfr. il rumeno Dumnezeu, l'italiano Domineddio.
In altri contesti si dirà più normalmente Jua Thea 'il Signore Dio' senza univerbare, Jua 'il Signore' e basta, e simili.
Memores ka tu essin o sklava qqu de Egxipta e ka Jua, tuo Thea, qq is taloka be qq manwa e qq brachya...
Ricòrdati che sei stato schiavo nella terra d'Egitto e che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso...
In leuto ci sono due radici per dire 'sole' e due per dire 'luna'.
Hely/ indica il Sole come oggetto specifico e unico nel contesto astronomico. Si tratta come un nome proprio e si scrive con la maiuscola: Helya. Es.: Massa de Helya es trihekkilo qq uya de Terra.
Sury/ indica il sole come fenomeno generico, luminaria celeste nell'àmbito della vita terrestre. Si tratta come un nome comune e si scrive con la minuscola: surya. Parlando di altri sistemi stellari, sury/ indica la stella in quanto oggetto centrale, con caratteri simili al nostro Sole: qq; qq os o duo suryas de qq 'il tramonto con due soli di Guerre stellari'. Certe frasi, semplici in leuto, sono difficili da tradurre letteralmente in italiano: Helya es surya de Marta. In un caso come questo in italiano si potrebbe usare «stella» (≈ surya), più genericamente, oppure cambiare la frase per esprimere il concetto in modo più chiaro.
Lun/ indica la Luna come oggetto specifico e unico nel contesto astronomico. Si tratta come un nome proprio e si scrive con la maiuscola: Luna. Es.:
qq/ indica la luna come fenomeno generico, satellite di grandi dimensioni. Si tratta come un nome comune e si scrive con la minuscola: qqas de Saturna 'le lune di Saturno'; Taa noe es o qqa. To es o qqa. 'Quella non è una luna. È una stazione spaziale'. Certe frasi, semplici in leuto, sono difficili da tradurre letteralmente in italiano: Luna es uno qq de Terra. In un caso come questo in italiano si userà «satellite naturale» (≈ qq), più genericamente.
Nell'àmbito terrestre, in molti contesti sia l'una sia l'altra radice possono funzionare: si tratta d'esprimere la sfumatura più appropriata.
In leuto ci sono due parole per dire 'giorno':
dia indica il giorno come rotazione completa del pianeta, periodo di ventiquattr'ore (sulla Terra); normalmente si considera che inizi a mezzanotte e finisca alla mezzanotte successiva;
dyurna indica il giorno come ore di luce, quindi dal sorgere del sole al tramonto: un periodo di durata variabile, che (sulla Terra) dura mediamente dodici ore.
La notte, quindi il contrario del dyurna, si chiama nokta.
Un dia si compone quindi della seconda metà d'una nokta, d'un intero dyurna, e della prima metà della nokta successiva.
qq termini per sorgere del sole, tramonto, crepuscolo, alba, aurora, mezzogiorno, pomeriggio, mezzanotte, mattina, sera ecc.
In molte lingue, dall'Europa all'estremo oriente passando per l'India, i nomi dei giorni della settimana sono strutturati allo stesso modo: prendono il nome dagli stessi corpi celesti o da divinità ad essi associate. Il leuto adotta questo sistema, calcandolo. L'italiano usa questo sistema da lunedì ('il giorno della Luna') a venerdì ('il giorno di Venere'), e i giorni corrispondenti in leuto risultano esteriormente simili:
helyadia (hely/a/di/a) «il giorno del Sole»
domenica
lundia (lun/di/a) «il giorno della Luna»
lunedì
martadia (mart/a/di/a) «il giorno di Marte»
martedì
merkuryadia (merkury/a/di/a) «il giorno di Mercurio»
mercoledì
yovdia (yov/di/a) «il giorno di Giove»
giovedì
venerdia (vener/di/a) «il giorno di Venere»
venerdì
saturnadia (saturn/a/di/a) «il giorno di Saturno»
sabato
La settimana si leuto si chiama qq.
Kio qqu me redwon Nayrobum.
Questa settimana tornerò a Nairobi.
La radice qq/ non indica esclusivamente la nostra settimana di sette giorni, ma può indicare anche «settimane» simili in altri calendari, quindi anche di lunghezza diversa.
Nel calendario gregoriano si potrebbe e si può parlare anche, naturalmente, di sepdia (sep/di/a), ma la radice specifica è comunque utile: per esempio, in espressioni come «settimana lavorativa di cinque giorni» (qq ek o quino dias), ove altrimenti sarebbe discutibile parlare d'una *sepdia ek o quino dias.
giorni anno secolo...
direi che i giorni s'indicano direttamente col numero per praticità: tipo hodya es dudeksesa de marca
sankt/, sam/ (e sakr/?)]
mah...
Nei paesi di tradizione cristiana, sono comuni i luoghi intitolati ai santi: città, montagne, fiumi, laghi, isole
qq chiese santuari piazze
Samhelena Samfranciska Samsebastiana Sambernarda Samyosefa
qq radici brevi usate perlopiù in composizione
bla bla abbiamo visto in meccanismi compositivi
l'effetto esteriore è che, dove parole che esprimono significati simili in italiano hanno spesso forme diverse, in leuto le parole che esprimono significati simili hanno spesso anche forma simile.
qq 'qq' ~ qq 'qq'
qq 'qq' ~ qq 'qq'
qq 'qq' ~ qq 'qq'
Aj/ è una radice frequente, che non ha un equivalente preciso in italiano; indica un 'oggetto concreto', o una 'manifestazione, occorrenza pratica di qualcosa di più generale'; aj/ di per sé è vago e impreciso, e viene specializzato in composizione. Il significato esatto può rimanere comunque vago e dipendere dal contesto. Aj/ può indicare:
[qq vedi, magari l'esp. accumula troppi significati?]
un oggetto fatto, composto d'un certo materiale: ceramika 'la ceramika [materiale]', o ceramikaja 'una ceramica, un oggetto in ceramica; ferra 'il ferro [materiale]', o ferraja 'un oggetto di ferro, un ferro'; qq
qqqqqqq italiano, distinguere sfumature (per ith/, vedi sotto qqcollegamento) trasferire sotto
Super omnas vera.
Sopra ogni cosa la verità.
[= Il vero, come concetto.]
qq veritha de tuo qq.
Metteremo alla prova la verità delle tue affermazioni.
[= La qualità di essere vero.]
qq o qq verajas...
Il suo discorso racchiudeva profonde verità.
[= Cose che sono vere.]
newaja newitha
Altri esempi:
meylaja (meyl/aj/a): 'qualcosa di bello, bellezza [cosa concreta]' meylajas de Florencya 'le bellezze [architettoniche, artistiche, paesaggistiche] di Firenze'; o multo qq es o meylajas 'molte auto d'epoca sono delle bellezze'.
utilaja (util/aj/a): 'cosa utile, oggetto utile'; per estensione, anche 'azione utile'.
nullaja
Naturalmente può essere usata anche senza ricevere una specificazione in composizione:
qq aja
qqes tuo ajas e qqes.
Prendi la tua roba e vattene.
qq aj/ uyr/ qq
Aka significa 'persona malata, o comunque affetta da una qualche condizione medica (anche non grave)'.
pesta 'peste' ~ pestaka 'appestato'
variola 'vaiolo' ~ variolaka 'vaioloso'
fthisa 'tisi' ~ fthisaka 'tisico'
sifilida 'sifilide' ~ sifilidaka 'sifilitico'
Arna significa 'membro, componente' qq
policya 'polizia' ~ policyarna 'poliziotto'
familya 'famiglia' ~ familyarna 'famigliare'
sekta 'setta' ~ sektarna 'settatore'
parlamenta 'parlamento' ~ parlamentarna 'parlamentare'
legxyona 'legione' ~ legxyonarna 'legionario'
mafya 'mafia' ~ mafyarna 'mafioso'
senata 'senato' ~ senatarna 'senatore'
Atha indica un'azione, un processo, lo svolgimento d'un gesto o attività. In composizione è simile agl'italiani -zione, -mento, -ata, -aggio.
qq 'qq' ~ qq 'qq'
qq 'qq' ~ qq 'qq'
telefoni 'telefonare' ~ telefonatha 'telefonata'
qq 'qq' ~ qq 'qq'
Ath/ non va confusa con uyr/ qq, che invece indica l'esito concreto dell'azione. Vedi il paragrafo relativo per altre informazioni.
In qualche caso qq bla bla differenza fra -a e -atha
qq cfr. az
Ayda significa 'poema epico, narrazione epica'. In composizione -ayda è simile agl'italiani -èide, -ìade; ricorre in particolare in titoli di opere classiche o classicheggianti:
Ilya 'Ilio' ~ Ilyayda 'Iliade'
Odissea 'Odisseo' ~ Odisseayda 'Odissea'
Enea 'Enea' ~ Eneayda 'Eneide'
Kolumba 'Colombo' ~ Kolumbayda 'Colombiade'
Ayra significa 'collettività, insieme, collezione, repertorio; anche lista, elenco'. Può avere valore sia universale (l'insieme di tutte le cose x, vicine o lontane; un solo «ayra» nell'universo) sia circoscritto (un insieme di cose x riconoscibile come unità definita; più «ayras» nell'universo). Il valore universale o circoscritto può dipendere dal contesto o dalle radici con cui è legato. In italiano possono svolgere una funzione simile -ario, -aia, -ato, -eto, -eta, -enza, -anza... Vediamo qualche esempio.
formulayra (formul/ayr/a) 'formulario'.
humayra (hum/ayr/a) 'il genere umano, l'umanità'.
qq lexayra (lex/ayr/a) 'lessico, vocabolario (insieme di parole)'; per traslato, sinonimo frequente di lexayrlibra (lex/ayr/libr/a) 'dizionario, vocabolario [libro]'.
usentayra (us/ent/ayr/a) 'utenza (l'insieme degli utenti)'.
qq aggiunti altri, vedi ar nel PIV
Ayta indica il territorio sotto la giurisdizione o il governo di qualcuno.
emira 'emiro' ~ emirayta 'emirato'
duka 'duca' ~ dukayta 'ducato'
barona 'barone' ~ baronayta 'baronia'
chalifa 'califfo' ~ chalifayta 'califfato'
sultana 'sultano' ~ sultanayta 'sultanato'
qq questa rivedila? cfr. romaniço
[qq cambiare in ebil (o ibil, abil) e rendere ebil e anv due preposizioni?
qq 'qq' ~ qq 'qq'
vidi 'vedere' ~ videblo 'visibile'
fahami 'capire' ~ fahameblo 'comprensibile'
legxi 'leggere' ~ legxeblo 'leggibile'
qq solo verbi transitivi
qq mmm, rivaluta
Ena significa 'seguace, sostenitore', d'una persona, teoria, ideologia, religione, dottrina.
Christa 'Cristo' ~ christena 'cristiano'
Kartesya 'Cartesio' ~ kartesyena 'cartesiano'
islama 'islamismo' ~ islamena 'mussulmano'
Berluskona 'Berlusconi' ~ berluskonena 'berlusconiano'
Luthera 'Lutero' ~ lutherena 'luterano'
qq ista
Esci significa 'diventare'.
qq 'qq' ~ qq 'qq'
qq 'qq' ~ qq 'qq'
qq 'qq' ~ qq 'qq'
qq 'qq' ~ qq 'qq'
Eya e eyka significano entrambi 'attività, scienza, disciplina, àmbito di lavoro o di studio'. La differenza è che eya è relativo a chi pratica la disciplina, chi studia l'argomento; mentre eyka è relativo all'argomento, ciò che è studiato o riguardo al quale si lavora. Per esempio, da filosofa (filosof/a) 'filosofo' ricaviamo filosofeya (filosof/ey/a) 'filosofia', ovvero lo 'studio, l'attività praticata dai filosofi'. Invece, la filosofeyka sarebbe un'ipotetica 'scienza che studia i filosofi'.
Qualche esempio con ey/:
qq 'qq' ~ qq 'qq'
qq 'qq' ~ qq 'qq'
psichologa 'psicologo' ~ psichologeya 'psicologia'
Qualche esempio con eyk/:
qq 'qq' ~ qq 'qq'
robota 'ròboto' ~ roboteyka 'robotica'
qq 'qq' ~ qq 'qq'
qq -eyka risulta simile a -ologeya (-/olog/ey/a), -isteya (-/ist/ey/a), qqeyreya (qq).
Eyda significa 'discendente', sia immediato (quindi 'figlio') sia lontano, in senso proprio o figurato. In composizione è simile agl'italiani -ide, -ita:
Selewka 'Seleuco' ~ Selewkeydas 'Selèucidi'
Karola 'Carlo' ~ Karoleydas 'Carolingi'
Israela 'Israele' ~ israeleyda 'israelita'
esperanta 'esperanto' ~ esperanteyda 'esperàntide'
Ulixa 'Ulisse' ~ ulixeyda 'ulìsside'
Merovea 'Meroveo' ~ Meroveeydas 'Merovingi'
I termini con -eyda prenderanno la maiuscola o la minuscola a seconda che nel contesto siano intesi più come nomi propri (dinastie e simili) o come nomi comuni.
[qq cambiare?]
Igi significa più o meno 'far fare, far sì che qualcuno o qualcosa compia l'azione indicata'.
flewki 'volare' ~ flewkigi 'far volare'
nasci 'nascere' ~ nascigi 'far nascere'
qq 'qq' ~ qq 'qq'
Quando ig/ si lega a un verbo intransitivo, crea un verbo transitivo, il cui complemento oggetto compie l'azione del verbo che si lega a ig/:
flewkigi alka
far volare qualcosa, far sì che qualcosa voli
nascigi alka
far nascere qualcosa, far sì che qualcosa nasca
qq verbo transitivo, doppio oggetto, come funziona?
Itha significa 'qualità, carattere, essenza'. Ith/ è frequente in composizione; -itha corrisponde agl'italiani -ità, -ezza, -izia, -itudine. Per esempio:
bono 'buono' ~ bonitha 'bontà'
lenwo 'pigro' ~ lenwitha 'pigrizia'
meylo 'bello' ~ meylitha 'bellezza'
tallo 'alto' ~ tallitha 'altezza'
Un italofono non deve confondere i termini in -itha con quelli in -aja, che in italiano spesso sono resi con la stessa parola, ma hanno significati diversi:
meylitha
bellezza
[il carattere di ciò che è bello]
meylaja
bellezza
[cosa bella nel concreto]
qq rivederlo questo? confusioni? oly/?
Ola significa 'piccolo [esemplare giovane] d'un animale; cucciolo':
kanola (kan/ol/a) 'cagnolino' (kana = 'cane');
kaprola (kapr/ol/a) 'capretto' (kapra = 'capra);
lupola (lup/ol/a) 'lupacchiotto' (lupa = 'lupo').
qq itta ecc.
qq anche per piante
qq per gli esseri umani, humola si userà solo in contesto qq
mentre ath è qualcosa di dinamico, un processo, un'azione, uyr è invece normalmente qualcosa di statico, un «oggetto», fisico o no.
qq in qualche caso dubbio o sovrapposizione? telefonata? beh, sarà ath
in qualche caso ~a è più vicino a ~atha, in altri a ~uyra, in altri nessuno dei due. metti un paio d'esempi per ogni caso
qq greco, ebraico, arabo
scevà
Α α alfa
Β β beta
Γ γ gamma
Δ δ delta
Ε ε qq
Ζ ζ zeta
Η η eta qq heta?
Θ θ theta
Ι ι qq
Κ κ kappa
Λ λ lambda qq vedi DOP
Μ μ mia
Ν ν nia
Ξ ξ xia
Ο ο qq
Π π pia
Ρ ρ roa
Σ σ ς sigma
Τ τ qq
Υ υ qq
Φ φ fia
Χ χ chia
Ψ ψ psia
Ω ω omega
qq se lettere omonime col latino, in caso d'ambiguità grekpia e via