Philosopher, art historian and poet
«ART IS NOT RESISTANCE TO SOMETHING, ART IS RESISTANCE AS SUCH»
(Thomas Hirschhorn)
«PRÉSERVER CE QU’IL RESTE ENCORE DE LA SÉDUCTION DU MONDE OU SAVOIR LA RESSUSCITER, TELLE EST NOTRE TÂCHE, TEL NOTRE COMBAT»
(Réné Schérer)
Rettitudine degli uomini e ospitalità
“Antinoo, hai fatto male a colpire un povero vagabondo. E se fosse, maledetto, qualche nume del cielo? Anche gli dei, facendosi somiglianti a stranieri di terre lontane, si aggirano sotto svariate sembianze fra le città per osservare l’arroganza e la rettitudine degli uomini” (Odissea, XVII, 483-488). Gli si ricorda che l’ospitalità è un dovere incontornabile. È ciò che incontriamo anche nell’Ebraismo: “Tu non molesterai lo straniero né l’opprimerai, perché foste stranieri nella terra d’Egitto” (Esodo 22, 20). L’ospitalità sarà centrale nel Cristianesimo e nel mondo arabo-islamico. Pensiamo alla figura del poeta, cavaliere beduino Hātim al-Tā’ī, modello di generosità nella letteratura araba come pure in tutto il mondo islamico. Fuori di ogni visione idealizzante, nelle inevitabili contraddizioni e oscillazioni dei testi, nonché tra principio e pratica fattuale dell’ospitalità, voglio qui solo ricordare che ci fu un lungo arco storico in cui a essa ognuno era tenuto. Faceva parte dei valori inviolabili a cui il mondo in cui vivevi t’invitava a conformarti.
Declino di una virtù
Non ho qui la possibilità di tracciare – sarebbe inutile rispetto alla finalità di queste righe – il percorso del declino di una virtù che inizia nel XVI secolo per culminare oggi, epoca in cui è completamente sparita in quanto valore di società pur rimanendo, ovviamente, nei cuori di singoli individui. Un conto è però l’ospitalità singolare e un conto l’ospitalità sempre comunque singolare, ma inserita in un’ospitalità ambientale che permetteva alla prima di non sopravvivere semplicemente come una sorta di follia. Probabilmente è grazie a questa ospitalità ambientale che poterono esistere quelle “persone – di solito vecchiette, donne di casa, filistee senza partito – grazie alle quali si potevano mandare dei pacchi nei lager o ricevere – al loro indirizzo – le lettere dei detenuti”. Ne parla Vasilij Grossman in Vita e destino, aggiungendo: “Non avevano paura, loro, chissà perché”. Probabilmente è questa stessa ospitalità ambientale che può aiutare a spiegare un “dettaglio” in ciò di cui è stata protagonista nell’agosto del 1944 Domenica Tarroni nata a Savarna di Ravenna nel 1905 e morta nel 2002. Andò da sola a tirar giù dagli alberi Aristide, Nello e Luciano Orsini, partigiani impiccati dai fascisti. Ed ecco la cosa più impressionante in quell’atto coraggioso: da casa si portò tre lenzuoli di lino ricamati che facevano parte della sua dote. Quei tre poveri corpi furono così accolti, per il tramite di quei lenzuoli, nella parte più intima, segreta della vita di quella donna semplice.
Potere, ospitalità assoluta e ospitalità di diritto
Il nostro tempo è dominato (lo ha evidenziato Andrea Ghiringhelli nel suo bellissimo articolo del 12 ottobre scorso) da una logica legalistica impoverente la riflessione giuridica. Questa logica legalistica è l’altra faccia di un mercato desideroso di sottrarsi alle leggi con modalità disparate, non da ultimo cercando uscite verso Paesi con quadri legali più favorevoli. Così si esprime il potere nella sua forma odierna; potere che forse ancora più d’ieri “resta solo per non ammettere altri intorno a sé; per non vedere altro che quelle presenze che può assorbire. Ma se possono assimilarglisi non sono, non erano presenze”, ci dice con forza e lucidità la filosofa spagnola Maria Zambrano in Per l’amore e per la libertà. Scritti sulla filosofia e sull’educazione.
L’agire di Lisa Bosia Mirra – alla cui rettitudine questo intervento vuole rendere omaggio – impone una vera presenza, difficile da digerire. In esso diverse cose mi aiutano a riflettere a partire dagli aspetti messi prima rapidamente in evidenza. Questa donna ha esercitato la legge dell’ospitalità assoluta nei confronti di migranti col loro terribile fardello di sofferenze. “Sono stata in silenzio a lungo ma adesso sono pronta a raccontare a chiunque abbia la voglia e il tempo di ascoltare quello che ho visto a Como, delle ferite ancora aperte, delle donne stuprate, dei minori respinti”. L’ospitalità assoluta, secondo Jacques Derrida, “ordina di rompere con l’ospitalità di diritto, con la legge o la giustizia come diritto. L’ospitalità giusta rompe con l’ospitalità di diritto; non che la condanni o vi si opponga [...], ma le è curiosamente eterogenea tanto quanto la giustizia è eterogenea al diritto a cui è tuttavia così vicina e da cui è, in verità, indissociabile” (in A. Dufourmentelle e J. Derrida, De l’hospitalité). L’ospitalità giusta rompe con l’ospitalità di diritto se, per esempio, diventa “impossibile fare diversamente” di fronte a quel parco antistante la stazione di Como trasformato “nella dimostrazione più evidente della fine di qualunque umanità” (L. Bosia Mirra).
Umanità nuda e fine di qualunque umanità
Prendersi cura dell’umanità nuda, quella del migrante, guardandola come fine di qualunque umanità comporta la consapevolezza di trovarsi di fronte alla tragica, totale mancanza di quell’involucro che l’uomo produce in un ordinario contesto sociale. Una sorta di epidermide per presentarsi, per proteggersi in quel contesto che così lo riconosce. Quell’involucro è la persona e quindi l’uomo che ha una patria, dei documenti, qualche bene, un lavoro, un ruolo nella società, qualcosa che gli permetta di essere cittadino. Nel caso dei migranti ciò è stato spazzato via da una violenza inaudita di cui siamo, tra l’altro, corresponsabili benché si continui a far finta di niente. Le scelte estreme fatte da L. Bosia Mirra aiutano a renderci conto fino a che punto termini quali “emergenza umanitaria” non riescono a restituire il senso della realtà, perché tutto è diventato molto più mostruoso in una situazione internazionale caratterizzata da una volontà politica di facciata. Ce lo significano le recenti dimissioni di Carla Del Ponte dalla Commissione d’inchiesta indipendente dell’ONU sulla Siria. Non è solo questione di brutalità maggiore contro gli individui, bambini compresi, ma della mancanza del pur fragilissimo epitelio con cui un po’ di determinazione e riconoscimento politici in più riuscivano a “ricoprire” quell’umanità ora esposta fino alla sua negazione senza appello che può anche chiederti di contravvenire alle leggi dello Stato.
Guardare e riguardare in faccia la realtà di un vuoto d’ospitalità ambientale
Siamo in un’epoca in cui il richiamo all’ospitalità è al massimo tollerato. Espressione di romanticismo e ingenuità, quel riferimento provoca facilmente scherno, anche se viene dal papa. Questi è elogiato ma ugualmente criticato da chi è pronto a brandire il suo presunto attaccamento alla tradizione cristiana contro il pericolo dell’Altro. In una stagione del genere, la radicalità dell’agire di persone come L. Bosia Mirra contribuisce a mettere per contrasto l’accento su un desolante vuoto d’ospitalità ambientale. Basta volgersi indietro di qualche decennio a quel Ticino più volte ricordato dell’inizio degli anni ’70, quello dell’accoglienza di centinaia Cileni che fuggivano il loro Paese dopo il colpo di Stato, aiutati a entrare illegalmente dal pastore Guido Rivoir il cui procedimento giudiziario venne archiviato con la motivazione che aveva agito per motivi onorevoli.
È utile guardare e riguardare in faccia la realtà, lo squallore del tempo attuale col suo corollario di furbizia, arroganza, viltà, ma anche di energie positive e generose, quelle di un Ticino che rifiuta di arrendersi, che cerca i modi per resistere meglio, per continuare a lottare per un mondo diverso. Al di là della sentenza contro L. Bosia Mirra c’è per lei e per noi da ostinarsi a cercare nel buio bellezza, luce, “âmes toutes simplettes, ne sachant rien / hors qu’être enclines à ce qui réjouit”. Sono versi del poeta Jean-Charles Vegliante nel suo Journal presque en vers (dalla raccolta Où nul ne veut se tenir) che interseca i massacri jihadisti. Qui l’autore, traduttore di Dante in francese, ci porge quasi parola per parola, nella naturalezza di un magnifico battito d’ali, i versi 88-90 del canto XVI del Purgatorio. Nell’inferno della terra coglie l’essenziale dell’essere umano: essere incline a ciò che rallegra. Nella “dimostrazione più evidente della fine di qualunque umanità” immagino che chi lavora coi migranti debba, con una percezione fuori del comune, vedere e cercare di salvare questo “essere incline a ciò che rallegra”. In caso contrario il suo impegno sarebbe presto raggelato dall’orrore.
Barbari
Andando verso la conclusione, un’ultima cosa. Nell’Apologia di Socrate di Platone (I, 17 c-d) Socrate afferma che se fosse uno straniero, se parlasse un’altra lingua sarebbe compatito. Si trova per la prima volta in un tribunale, non è pratico del linguaggio di quel luogo; chiede che si faccia attenzione non al suo modo di parlare, ma a ciò che dice. Si trova, insomma, in uno stato d’inferiorità rispetto a uno straniero. Perché dice questo? Il linguista Émile Benveniste ha contribuito a farci capire che a Atene lo straniero non era l’altro assoluto, il barbaro, il selvaggio. Questi erano esclusi dai diritti concessi agli stranieri. Essere straniero comportava l’esistenza di un diritto più o meno formalizzato. Così Socrate si ritrova in una condizione che è simile a quella del barbaro di fronte al quale può esserci solo quell’ospitalità radicale che rompe con l’ospitalità di diritto. Quell’ospitalità radicale praticata da L. Bosia Mirra, per la quale alcuni vorrebbero inchiodarla ora a uno statuto simile a quello di straniero assoluto, di selvaggio. Simile, quindi, allo statuto dei bambini, delle donne, degli uomini che ha aiutato e che gli stessi vorrebbero inchiodare nelle strisce di confine o in fondo al Mediterraneo, oppure ancora nei loro Paesi martoriati dai quali per chissà quale ragione non dovrebbero fuggire. Non basta tuttavia che lì restino inchiodati. Che non ci siano grida o voci di fantasmi nella notte a disturbare i nostri sonni! L’agire di L. Bosia Mirra (e di altri nel mondo) con il suo “eccesso” porta fino a noi queste grida, queste voci cocciute nella notte. Cocciute perché non basta in quel caso un semplice “zitte!” perché spariscano.
La Divisione della scuola ha posto in consultazione due imporanti documenti. Il primo testo reso pubblico è stato Profilo e compiti istituzionali dell’insegnante della scuola ticinese. Poche settimane dopo, il DECS ha comunicato il progetto di riforma della scuola dell’obbligo intitolato La scuola che verrà. Una premessa di natura metodologico-procedurale s’impone: i due importanti documenti sono stati redatti senza che associazioni magistrali e sindacati fossero coinvolti. Nel caso de La scuola che verrà, neppure si sapeva che vi fosse nell’aria questo disegno di riforma steso in un clima di “massima segretezza”, salvo apprenderne l’esistenza dalla stampa. È un vero peccato se si pensa che la Scuola media unica ticinese nacque, invece, da un lungo processo di coinvolgimento dal basso.
Lo spazio dell’inclusione. Il sapere come casa comune
La mia analisi partirà da La scuola che verrà, guardando il più possibile contemporaneamente a Profilo e compiti istituzionali dell’insegnante che, pur essendo stato pubblicato prima, appare strettamente funzionale al progetto di profonda trasformazione della scuola dell’obbligo. Inizio col dire che sono pienamente d’accordo con i principi enunciati a p. 5 di La scuola che verrà: educabilità, inclusività ed eterogeneità. La capacità di ricevere un’educazione e di includere gli allievi in una situazione di accresciuta compresenza delle diversità sono principi che, come viene detto, già animano la nostra scuola. Devono essere consolidati in un’ottica di equità, benché i modi indicati dal documento non mi sembrino centrare l’obiettivo. Mirare all’inclusione è meglio che integrare e cioè completare supplendo alle mancanze. Tuttavia, proprio in questa prospettiva bisogna chiedersi prioritariamente: qual è lo spazio dell’inclusione? Esso non può assomigliare a un supermercato in cui ogni consumatore opta per il percorso che più gli aggrada. Uno spazio d’inclusione comune non si dà con uno spezzettamento accresciuto rispetto a quello praticato via via in questi ultimi vent’anni. Questo spazio di democrazia sono le materie. La preparazione dell’insegnante, la centralità della cultura e del sapere sono ciò su cui costruire il percorso formativo di ogni alunno (se lo augura Manuele Bertoli, direttore del DECS, che nella sua prefazione afferma: «Con questo progetto vogliamo migliorare il quadro entro cui avviene l’apprendimento degli allievi, affinché tutti loro possano imparare meglio e costruire un sapere più solido»). La moltitudine di mandati educativi elencati nel documento Profilo e compiti istituzionali dell’insegnante, organici a La scuola che verrà, non possono sostituire questo zoccolo. Le materie, se non diventano un recinto angusto, sono uno straordinario spazio comune, una sorta di focolare attorno al quale riunirsi, dove entusiasmo, rigore, rispetto e giustizia devono aiutare lo studente a liberare passioni gioiose, ad accrescere la propria vis existendi. È da lì che passa ciò che conta, in un rapporto da persona a persona. La casa comune, per insegnante e allievi, è un sapere vissuto, facendo leva con amorevolezza e ragionevolezza sui punti di forza e le debolezze di ogni studente, avendo come orizzonte essenziale la sua inclusione all’insegna della continuità, della processualità cognitiva spesso faticosa dentro la bellezza delle opere dell’uomo, lì dove accade quell’inatteso, quell’imprevisto che è il pensiero strappato al suo torpore, così importante per l’educazione della persona e del cittadino.
Etica e credibilità dell’insegnante
L’etica comincia qui. Dialogo, rispetto, accoglienza delle differenze si frequentano grazie ai piccoli gesti non ostentati che ogni insegnante fa giornalmente in classe e che egli incoraggia negli studenti. Qui si gioca prioritariamente la lotta al razzismo, al bullismo, all’omofobia, all’esclusione in genere. Piccoli gesti che tuttavia prendono corpo in quanto l’insegnante s’impegna a porgere favorendo l’apprendimento. L’art. 2 della Legge della scuola al capoverso a è in tal senso esemplare: viene affermata l’educazione «alla scelta consapevole di un proprio ruolo attraverso la trasmissione e la rielaborazione critica e scientificamente corretta degli elementi fondamentali della cultura in una visione pluralistica e storicamente radicata nella realtà del Paese». Nella riforma auspicata (pp. 13-20), da una scuola che con la sua ricchezza di metodologie e saperi introduce alla cultura, all’interpretazione della realtà e dentro questo pensa alla specificità dell’individuo, si slitta verso una più vaga scuola di vita in cui bisognerebbe continuamente valutare e descrivere dettagliatamente ogni atto dell’allievo (pp. 24-25) in una sorta di benevola schedatura permanente delle competenze raggiunte in relazione a «bisogni personali», «interessi», «inclinazioni». È giusto – lo si dice nel Profilo dell’insegnante – che ogni insegnante consideri «l’educazione e la formazione degli allievi nella loro globalità come proprio compito professionale primario» (p. 8), ma questo può avvenire solo per il tramite della specializzazione disciplinare, dove rischi la tua credibilità e quindi il rapporto di fiducia che puoi instaurare con gli allievi.
La scuola come luogo di resistenza
La differenziazione e la personalizzazione devono essere tesi verso obiettivi culturali rivolti a tutti. Privilegiare una visione in cui si riduce il numero di lezioni in griglia oraria, in cui si prevede che le materie diventino soltanto «attività tematiche significative» (pur auspicando, non senza una certa “schizofrenia”, il raggiungimento degli obiettivi disciplinari fondamentali, La scuola che verrà, p. 19) e dove l’accento è posto sulla capacità di «gestione di gruppi e situazioni» (Profilo dell’insegnante, p. 5), entro una generica motivazione all’innovazione (p. 5) fa emergere una visione in fin dei conti manageriale dell’approccio educativo. Si profila un appiattimento della professione in una scuola-azienda, con insegnanti-dipendenti e cittadini – allievi e genitori – trasformati in clienti. Si badi per esempio all’affermazione secondo cui «l’insegnante opera in modo professionale per raggiungere gli obiettivi che lo Stato e la società si prefiggono» (p. 13), tralasciando così completamente che alla «scuola spetta una funzione di compensazione e di correzione», come si legge nel documento Profilo della professione docente. Tesi elaborate dalla Task force “Prospettive professionali nell’insegnamento” della Conferenza svizzera dei direttori cantonali della pubblica educazione (CDPE, Berna 2003, p. 21). Compensazione e resistenza. Non adeguamento passivo a ciò che Stato e società perseguono, alle idee di formazione diversamente apprezzabili che vanno imponendosi nel divenire storico e che in un clima democratico devono poter essere discusse.
Resistenza, conoscenza, competenze
Compensazione e resistenza sono funzioni della scuola, ma non possono essere attualizzate senza la conoscenza sempre più messa in un angolo dalla nozione di competenza nella sua odierna accezione. Non potrebbe essere più chiaro quanto s’incontra in PISA 2012. Approfondimenti tematici: «PISA non si prefigge di verificare se gli allievi padroneggino i contenuti delle varie discipline scolastiche. Si propone piuttosto di individuare in quale misura le loro competenze permettano agli allievi di gestire le situazioni della vita quotidiana e se siano in grado di affrontare le sfide della vita futura». Si sa dunque già quale sarà la vita futura con le sue sfide? Certo, quella che verrà tracciata via via dalla globalizzazione, con le competenze che dovrebbero permettere a ognuno di stare a galla o d’imporsi in questo mare, senza minimamente pensare di gettare su di esso uno sguardo critico e di produrre onde di resistenza. Non è la frammentazione, in una società sempre più frammentata, che può portare a risultati positivi. È questo l’aspetto centrale. Laboratori, atelier, giornate/settimane progetto, diverse figure d’insegnante sono inoltre destinati a generare enormi difficoltà nella composizione delle griglie orarie, nonché spese considerevoli. Per esempio, le sedi scolastiche andrebbero rese adeguate a queste nuove funzioni dal punto di vista logistico. Non che nella scuola non si debba investire di più, ma favorendo il lavoro del docente, mettendolo nella condizione migliore per insegnare la o le sue materie, per esempio con un numero di allievi che non superi un certo tetto e che si riduca in presenza di casi particolarmente difficili da gestire. Tutto ciò in uno spirito di libera collaborazione con altri docenti, mettendo in primo piano la componente culturale del compito educativo, tenendo altresì presente attività completamente dimenticate nei due documenti quali la correzione, il tempo per la preparazione, lo studio e la ricerca in un’ottica di autoformazione fiancheggiata dallo Stato. Nel progetto La scuola che verrà colpisce, tra l’altro, l’immagine poco lusinghiera degli insegnanti. Sembra che questi non si preoccupino, oggi, di «collocare in un quadro più ampio» i contenuti che insegnano, che non siano «in grado di situare [...] in un quadro epistemologico» questi contenuti, che non sappiano «apprendere dai propri errori» e rendersi conto che il proprio sapere «è comunque limitato» (p. 11).
Equità, “mano invisibile” e scienze dell’educazione
Più che spezzare o inibire la stratificazione sociale, una scuola come quella prefigurata rischia di consolidare le differenze socio-economiche che si prefigge di correggere: gli allievi meno motivati e meno incoraggiati dalle famiglie tenderanno a sottovalutare le possibilità di approfondimento di certe materie dell’iter scolastico, scegliendo opzioni che non solo apriranno loro meno strade, ma lasceranno in loro vuoti in seguito difficilmente colmabili. Questa scuola-supermercato – l’altro lato di una medaglia che è quella dell’onnipotenza del libero mercato, nonostante le buone intenzioni – pare poi fare affidamento su una sorta di “mano invisibile” in grado di armonizzare provvidenzialmente un’abbondante atomizzazione con l’aiuto di docenti che, com’è auspicato nel Profilo dell’insegnante, sono tenuti a un’infinita flessibilità, alla gestione delle dinamiche collettive, a un’adesione acritica agli sviluppi delle scienze dell’educazione (pp. 5, 6, 8, 11). Si ravvisa qui un marcato condizionamento della libertà e della responsabilità individuale dell’insegnante, con una piena identificazione in una funzione sociale ridefinita di volta in volta dagli esperti delle scienze dell’educazione che è in contrasto col già citato Profilo della professione docente della CDPE. Nel documento del 2003 s’incontrava infatti una tesi assente nel Profilo elaborato dal DECS. Vi si legge che «Le / i docenti hanno bisogno di condizioni quadro affidabili (politica), di un ampio margine di manovra (pedagogia) e partner che assicurino il loro sostegno (società), per svolgere i compiti che sono loro affidati» (p. 7). Gli oneri crescenti da cui i docenti – particolarmente quelli della scuola dell’obbligo – sono oggi assorbiti sembrano destinati invece a crescere a dismisura, allontanandoci ancora di più dal nostro ruolo prioritario: essere portatori e interpreti attivi di cultura a vantaggio degli studenti e della società nel suo insieme.
Davide Martinoni, in "La Regione", 18 novembre 2014.
Cari bambini ecuadoriani, cari genitori di questi bambini a cui è stato negato il diritto elementare, inalienabile alla scolarizzazione, perdonateci se un Paese come il nostro non è riuscito in questo momento a esprimere qualcosa di migliore, a mostrare quanto possano essere pertinenti in politica i concetti di bontà, tenerezza, verità (come sostiene per esempio Aung San Suu Kyi, politica birmana, premio Nobel per la pace). Vogliamo dirvi il nostro sdegno e ricordare a noi stessi e alla popolazione tutta che scuola e cultura in cui siamo giornalmente impegnati sono spazi comuni che perderebbero il loro senso senza l’ospitalità.
Quanto sembrano spesso lontani il Ticino e l’Europa odierni dal mondo del porcaro Eumeo che, a Odisseo che lo ringraziava dell’ospitalità, rispondeva: «Straniero, non è mia norma maltrattare un ospite, neppure se venga uno più malconcio di te: ospiti e mendicanti sono tutti sotto la protezione di Zeus». Da lì proveniamo, dalla lunga storia di una virtù che ha reso più sopportabili le fatiche dei nostri emigranti e di coloro che hanno cercato da noi lavoro e asilo.
Rifiutandoci di venir meno a un dovere di resistenza di fronte a paura e chiusura, siamo certi che la giurisprudenza possa e debba fare lo sforzo per comporsi con la virtù apparentemente sempre più inattuale dell’ospitalità, traducendo questa tensione etica nella pratica del diritto.
Primi sostenitori dell’appello:
1. Mauro Baranzini, professore ordinario di Economia politica all’Università della Svizzera Italiana, membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei (Roma).
2. Ottavio Besomi, professore emerito di Lingua e Letteratura italiana al Politecnico federale di Zurigo.
3. Sandro Bianconi, linguista, ex direttore dell'Osservatorio linguistico della Svizzera italiana, membro dell’Accademia della Crusca.
4. Mario Botta, architetto, professore ordinario all’Accademia di architettura di Mendrisio.
5. Aurelio Buletti, scrittore, docente pensionato.
6. Franco Cavalli, direttore scientifico dell’Istituto Oncologico della Svizzera Italiana, professore onorario in medicina interna e oncologia alla Facoltà di Medicina all’Università di Berna.
7. Azzolino Chiappini, sacerdote, Pro-Rettore della Facoltà di Teologia di Lugano, Direttore del Dipartimento di Teologia e professore ordinario di Teologia fondamentale.
8. Giuseppe Curonici, scrittore, ex direttore della Biblioteca cantonale di Lugano.
9. Giulia Fretta, giornalista, già direttrice dei programmi giornalistici e della prosa di Rete Due, nonché responsabile della produzione fiction della Radiotelevisione svizzera di lingua italiana.
10. Andrea Ghiringhelli, storico, ex direttore delle Biblioteche cantonali di Bellinzona e Locarno, nonché dell’Archivio di Stato del Cantone Ticino.
11. Daria Pezzoli-Olgiati, docente in scienze delle religioni, Centro per la religione, l’economia e la politica, Università di Zurigo.
E ALTRE 778 FIRME.
Due cose mi hanno colpito nella recente presa di posizione di Sergio Savoia uscita sul “Corriere del Ticino” (sabato 1 febbraio) e compendiaria rispetto a molti interventi di queste settimane. La prima è il sostegno suo, della maggioranza dei Verdi ticinesi e di qualche raro esponente della sinistra all’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”. Sono rimasto sgomento. Sottovalutare i problemi legati alla libera circolazione è ovviamente errato, ma non accorgersi che una parte del mondo imprenditoriale ne ha fatto un uso spesso speculativo significa mancare d’individuare, fra le responsabilità, una componente considerevole, assieme all’ostruzione alle misure d’accompagnamento. Il mondo dell’economia, giustamente contrario all’iniziativa, dovrà guardare più insistentemente alle derive di alcuni suoi esponenti; e chi si batte per la giustizia dovrà accrescere la vigilanza giorno dopo giorno, pazientemente, come già sta facendo (non sta certo aspettando che “il padronato si ravveda da sé”). Ciò che però più mi rattrista e spaventa è l’uso strumentale della difesa dei deboli: ticinesi, stranieri residenti, stranieri non residenti di cui s’incoraggia il rancore già presente. Come se non bastasse l’imbruttimento umano, il teppismo che il Ticino ha vissuto e sta vivendo da molti anni. Le “code chilometriche di disperati che vengono a farsi sfruttare per 1500.- al mese” non ci sarebbero se non si offrissero salari scandalosamente bassi, malattia che si sta diffondendo. Bisogna continuare a lavorare per una maggiore equità; non urlare semplificazioni della realtà.
Il secondo aspetto che mi ha colpito è la chiusa: “La storia giudicherà”. Anzi, “Ha già giudicato”. La storia è tuttavia priva di un senso, al di là del potere che si perpetua e si trasforma. Intendo dire che la storia è fatta da quelle storie che hanno avuto la forza d’imporsi. Un parallelo linguistico può essere utile. Come rileva Pier Marco Bertinetto, della Scuola Normale Superiore di Pisa, “sul piano strutturale, non c’è alcuna differenza tra lingua e dialetto. I dialetti sono lingue”, ma si “dovrà pur ammettere che il rapporto tra lingua e potere è tutt’altro che peregrino. La lingua che si impone è sempre quella di chi comanda”. La storia non può essere giudice o maestra. Non per questo bisogna rinunciare a tentare di eliminare, con tutte le nostre forze, i suoi aspetti più brutali. Il potere può essere migliore o peggiore. Non è tutto uguale. Per questo è indispensabile studiarla, la storia: per capire, per averne memoria; memoria per non dimenticarne mai la “logica” unica: il dominio. Per non meravigliarsi che le idee più belle finiscono spesso per trasformarsi in qualcosa di negativo, per non cadere in quella che il filosofo Gilles Deleuze chiamava “la confusione tra Divenire e Storia” (mentre rispondeva alla domanda: “Che cosa vuol dire essere di sinistra?”). Per non stare a guardare e non giustificare, quando ci si deve incessantemente porre il problema di come deviare dal potere, quindi dalla storia e mai una volta per tutte. Anche le pratiche di libertà possono cadere, cadono nei dispositivi di dominio. Questo esercizio dovrebbe essere, fin dalle cose più piccole, un punto in comune tra normali cittadini e politici all’insegna di quel pessimismo della ragione e di quell’ottimismo della volontà in cui si riconosceva Gramsci, o – con singolare corrispondenza – del pessimismo cerebrale e dell’ottimismo dei nervi di cui parlava il pittore Francis Bacon.
La storia giudicherà, ha già giudicato la bontà dell’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”, la stupidità dei suoi avversari, i danni di una certa politica migratoria. È affermazione perlomeno baldanzosa, che aggiunge arroganza all’arroganza di un “j’accuse” sopra le righe, invocando l’autorità di una pura astrazione sotto forma di Trascendenza secolare. Chi può giudicare per agire siamo solo noi singoli individui ora, domani e domani l’altro. Conoscere e valutare ora per agire ora, cominciando a votare e dicendo se vogliamo una legge in cui, per esempio, è possibile contemplare qualcosa di spietato come la limitazione del ricongiungimento familiare. Giudicare ora per agire ora, cessando di scuotere lo spettro dell’UE, mentre concretissimi imprenditori dai pochi scrupoli, magari nostri vicini di casa, praticano salari indegni dell’immagine che la Svizzera vorrebbe dare di sé.
Augurare pubblicamente a qualcuno di morire è di una gravità che non ha bisogno d’essere commentata. Relativizzare e proporsi come vittima aumenta la gravità del tutto. In questi anni tante soglie sono state varcate quando non andavano varcate. Ora, la soglia di questa negatività infelice e distruttiva si è ulteriormente innalzata, ma ciò che più mi preoccupa è che quanto è successo venga letto come una lite tra Lega e Partito socialista, continuando implicitamente sulla strada di una banalizzazione della brutalità che oggi non ci possiamo più permettere. Lo si è fatto per troppo tempo e i risultati sono palesi. Ha quindi avuto ragione Manuele Bertoli a esprimere solidarietà a Giovanni Orelli. Il suo è un atto politico nel senso più alto del termine manifestando, come ministro dell’educazione e della cultura, sostegno nei confronti di un intellettuale svizzero di primo piano e di un insegnante appassionato, sempre ricordato con gratitudine dai suoi ex studenti. Così facendo Bertoli ha però anche alzato un argine simbolico contro il disprezzo nei confronti delle persone e della cultura tipico delle epoche in cui non si sa più come fermare il rancore lasciato scorrere fuor di misura.
Quel rancore che tuttavia non ferma la vita, la bellezza di vivere e di fare cose belle come giustamente scrive Luisa Orelli nella lettera pubblicata ieri sui quotidiani ticinesi e che “La Regione” ha fatto bene a mettere in prima pagina. E proprio le parole della figlia mi fanno venire alla mente due cose, due potenti antidoti alla tristezza di domenica 29 aprile. Quell’ “essere destinati alla vita” di cui parla Pier Paolo Pasolini nella sua lettera luterana a Gennariello (29 maggio 1975): “ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece, Gennariello”. Poi le parole di Rosa Luxemburg nel carcere di Breslavia: “E nel buio sorrido alla vita, quasi fossi a conoscenza di un qualche segreto incanto in grado di sbugiardare ogni cosa triste e malvagia e volgerla in splendore e felicità. E cerco allora il motivo di tanta gioia, ma non ne trovo alcuno e non posso che sorridere di me. Credo che il segreto altro non sia che la vita stessa; la profonda oscurità della notte è bella e soffice come il velluto, a saperci guardare. E anche nello stridere della sabbia umida sotto i passi lenti e pesanti della guardia risuona un canto di vita piccolo e bello, se solo ci si presta orecchio”.
Dal caso Hirschhorn agli “ scandali” della Biennale, dalle polemiche intorno al feto di Berna alle mostre che si trasformano in eventi di moda o di mercato, per un pubblico sempre più confuso... Come orientarsi oggi per capire il fatto artistico?
L’arte contemporanea, a partire dall’astrattismo, continua ad essere una forma espressiva ostica al pubblico comune che non riesce a leggerla, a decifrarla. Quando e perché si è creato questo scollamento tra arte e pubblico?
Il problema va visto in prospettiva storica. Si tratta solo in parte di una questione di linguaggi artistici ostici.
Questo fatto si è innestato su di un problema di fondo: il cambiamento del ruolo dell’arte e dell’artista dall’Ottocento in poi. Prima di quel momento l’arte aveva un ruolo preciso nel mondo della produzione di oggetti utili alla società e tutti fatti artigianalmente. La Rivoluzione industriale ha spezzato questo piano unico della produzione. Gli oggetti immediatamente indispensabili alla vita hanno preso posto sul piano della produzione industriale. La realtà artigianale è diventata sempre più minoritaria e l’arte si è spostata su di un piano a sé stante. L’arte, che nello stesso tempo ha cessato di essere necessaria nella quotidianità della fede in relazione al declino del ruolo della Chiesa, ha così potuto percorrere col tempo una strada di rifiuto della tradizionale componente artigianale, con grossi problemi di riconoscimento del prodotto artistico da parte del pubblico.
La critica d’arte è venuta meno al suo ruolo di mediazione?
Il mondo dell’arte ha visto crescere, dal Cinquecento all’inizio degli anni '60 del XX° secolo, la figura dell’intermediario tra arte e fruitore. Decisiva è stata la nascita del critico d’arte nell’Ottocento a partire dal “ connoisseur” settecentesco. Non a caso la figura del critico si è sviluppata con la radicale trasformazione del ruolo dell’arte di cui parlavo prima. Per una buona parte del XX° secolo il critico è stato importante non solo nel fare da tramite tra artista, gallerie, pubblico, musei, ma anche nel cercare d’inquadrare il senso del lavoro artistico nella globalità della società coi suoi aspetti culturali, sociali, politici. Poi, in corrispondenza con l’arte concettuale, l’artista ha cercato di staccare il suo operato dalla dimensione oggettuale, dalle gallerie, dal mercato e dalla museificazione, scrivendo, teorizzando in prima persona. In realtà, c’è voluto poco perché il mercato si appropriasse di tutto ciò e finisse per dominare la scena. Oggi i critici non hanno più nessun ruolo attivo. La loro funzione è ancillare. L’ultimo ad aver avuto una posizione di primo piano è stato Achille Bonito Oliva, un brillante crocevia tra prima e dopo. Anche gli artisti sono sì protagonisti, ma in un mondo della cultura che può dire e fare tutto dentro un sistema che, in realtà, non è mai stato così rigido.
Mi può fare qualche esempio di questo irrigidimento?
Faccio un esempio recente. Il Dipartimento di Stato ha nominato Edward Ruscha rappresentante degli USA alla 51ª Biennale di Venezia. La scelta non è venuta solo dal Dipartimento di Stato. Quest’ultimo ha coinvolto quattro fra i più importanti musei statunitensi: il Solomon R. Guggenheim Museum, l’Hirshhorn Museum and Sculpture Garden dello Smithsonian Institution, il San Francisco Museum of Modern Art e il Whitney Museum of American Art. Che cosa mi colpisce in questa metodologia? Non certo il fatto che sul piano prettamente artistico un simile processo selettivo possa dare più o meno garanzie rispetto a quello tradizionalmente adottato. Determinante e un po’ inquietante è il “ fare sistema” con un alto grado di pianificazione. Il risvolto negativo risiede in una diminuzione delle opportunità di libertà, di dissenso e d’intervento di una vera pluralità di attori, in virtù di una sistematicità che promette grande efficacia sul versante della penetrazione nel mercato mondiale, nei musei, nelle fondazioni.
Questo “ fare sistema” sempre più sofisticato lo si vede bene anche nella Art Basel. Da una parte c’è la presentazione della pittura, particolarmente ricercata da galleristi e collezionisti. D’altra parte c’è la Videoarte e in generale le installazioni destinate a spazi museali e presentate in un padiglione specifico, quello dell’Art unlimited. Sembrano aspetti di per sé tecnici, ma vanno in realtà ad influire su aspetti sostanziali. In prima fila non c’è l’arte che si esprime con un linguaggio o con l’altro, bensì il target in vista della vendita del prodotto.
Come vede il rapporto tra gli investimenti da parte delle aziende in materia di arte e il ruolo delle istituzioni pubbliche nella promozione di quest’ultima?
Iniziamo col dire che gli investimenti culturali fanno bene alla competitività, ma non solo per una questione di ritorno d’immagine. Si tratta piuttosto di favorire un generale orientamento dell’azienda all’innovazione, d’incoraggiare le motivazioni e l’attrattività di imprese con personale caratterizzato da elevati livelli di competenza, di stabilire rapporti più articolati col luogo in cui l’impresa opera e nello stesso tempo, dunque, di facilitare l’accesso ai mercati internazionali. Inoltre, una maggiore offerta culturale, favorisce un aumento qualitativo dei consumi. Fin qui tutto bene. Dove le cose si fanno preoccupanti è quando l’istituzione pubblica collabora coi privati perdendo il senso del proprio ruolo, finendo per soccombere sotto strategie ad essa estranee. È indicativo quanto accade in alcuni spazi museali pubblici statunitensi. Penso al caso della mostra dedicata a Tutankhamon, attualmente in corso al Los Angeles County Museum of Art. Quest’ultimo ha venduto il suo nome e i suoi spazi all’Anschutz Entertainment Group e all’Arts and Exhibitions International, due società for- profit, rinunciando alla sua sovrintendenza. In un articolo apparso il 17 luglio, Michael Kimmelman, critico d’arte capo del “ New York Times” annotava: « Eccessivo? Certo. Vuol dire rinunciare a responsabilità, integrità, standard. Ma sta diventando la norma negli Stati Uniti ». E l’articolo continuava con tutta una serie di altri esempi. È quanto, col tempo, andrà producendosi anche in Europa? L’arte è insomma, spesso, solo uno strumento per il mercato. E questo mentre qualche ingenuo pensa all’arte attuale come provocazione, quando ne abbiamo solo le movenze, meglio ancora se accompagnate da una certa eleganza formalistica. Penso al grande lampadario di assorbenti presentato alla Biennale di Venezia da Joana Vasconcelos nella sezione “ Sempre più lontano” all’Arsenale. Oppure ricordiamoci della saponetta di Gianni Motti all’Art Basel, prodotta, come egli sostiene, col grasso di cui Berlusconi si sarebbe liberato in occasione di un’operazione di chirurgia estetica. È stata venduta per 15.000 euro, se ricordo bene. Si vede che questi lavori provocano qualche turbamento, immagino nell’equivalente contemporaneo del piccolo borghese ottocentesco di fronte all’erotismo pompier di qualche molle odalisca. Il tutto in un mondo dell’arte ridotto, il più delle volte, a intrattenimento visivo e discorsivo ( il “ far parlare di sé”).
L’arte è spesso trasformata in intrattenimento visivo a scopo mercantile. Ma come si pone tutto ciò nell’insieme del panorama culturale odierno?
Il mondo dell’arte va considerato in un processo che, dagli anni ’ 50, ha visto le società occidentali svilupparsi su di un duplice binario: quello della democratizzazione della cultura e quello del consumo della cultura come prodotto in mezzo ad altri. Questi due binari si sono intrecciati e oggi sembrano coincidere. Sembrano perché in realtà non è esattamente così. Non è così perché ha finito per prevalere il secondo aspetto, quello del consumo e della banalizzazione della cultura, depotenziando quell’allargamento delle opportunità di accesso ad essa. Voglio dire che non basta offrire molti prodotti culturali a tanta gente, bisogna anche offrire qualcosa che non sia prigioniero della rincorsa dello svago e dell’illusione dell’immediata spendibilità, usando un termine molto amato oggi. In democrazie confrontate con problemi complessi, in un mondo del lavoro in cui l’alto livello tecnologico non richiede solo sapere tecnico, ma lucidità e visioni d’insieme, tutto questo è destinato a diventare fallimentare nell’immediato e pericoloso su tempi mediolunghi.
Eppure sembra esserci, per certi versi, una grande richiesta di cultura diciamo così impegnativa da parte di tante persone.
È vero. Penso ai vari festival della filosofia, della scienza, della poesia che vengono organizzati in Italia e che vedono una straordinaria partecipazione di pubblico. Fenomeni come questi sono da appoggiare senza riserve.
Purtroppo, nello stesso tempo, nell’università la preoccupazione principale pare quella di creare bachelor e master con un ritmo impressionante, focalizzando l’attenzione sui nomi di queste formazioni, su quanto evocano attraverso il marketing che le propone piuttosto che sui contenuti.
Stupisce allora meno che possa accadere quanto mi diceva recentemente un professore universitario. Dopo aver fatto notare allo studente la sua preparazione all’esame equivalente a zero, si è sentito rispondere: « Professore, cosa pensa. Non ho il tempo per studiare. Devo laurearmi, io! ».
In questa situazione, che posto può avere l’educazione artistica nelle scuole dell’obbligo e nel medio- superiore?
L’educazione artistica, quella musicale, ma anche la filosofia fanno purtroppo parte delle materie non spendibili e relegate a essere foglia di fico per non far vedere spudoratamente in che direzione si sta andando. Non parlo delle scuole specializzate, dove le materie artistiche sono giustificate con una finalità diciamo tecnica, specialistica. Anche lì, però, si nota un calo di consapevolezza della rilevanza culturale di queste discipline.
Prendiamo solo la diminuzione netta delle ore dedicate alla storia dell’arte negli indirizzi professionali del CSIA.
Sembra una contraddizione, se si ripensa a quanto dicevamo prima sull’importanza che l’arte ha per il mercato. Ma, appunto, su questo piano non serve molto l’educazione artistica affrontata come una cosa seria. Seria perché la dimensione estetica ha a che fare in primo luogo con la sensibilità. Da lì deve estendersi al sentimento dell’essere e al sentimento del bello che è l’esprimersi, il comunicarsi di ciò che è. In un tale contesto l’arte è particolarmente importante. Non solo ci offre straordinarie visioni della realtà, ma sollecita il sentimento dell’essere di ognuno di noi.
Può, in breve, aiutarci a non lasciarci privare completamente del sentire. indispensabile per non smarrire il gusto e il senso di quanto ci sta attorno, per trasformare la realtà assieme ad essa e non contro di essa.
Recensione di Maria Dolores Pesce
http://www.dramma.it/dati/articoli/articolo405.htm
Il volume (edito da Jaca Book) si apre con una bella citazione di Péguy: “quasi certamente, negare il cielo non è pericoloso. È un’eresia senza avvenire. (...) Negare la terra, invece, è allettante. (...) È dunque questa l’eresia pericolosa, l’eresia con un avvenire”.
QUAL È L’IDEA DI PARTENZA DEL LIBRO?
L’idea, come dice Péguy nella citazione d’apertura del libro, è che la terra è stata negata. Non tanto il cielo, Dio come si potrebbe pensare. O meglio, questo è venuto dopo. Prima di tutto c’è stata l’esclusione della certezza di poter avere un accesso autentico e profondo alla realtà. Si è persa l’intimità tra il pensiero e l’esistente fuori di noi. In secondo luogo il ruolo dei sensi, da sempre troppo presto dimenticato, relegato alla condizione di primo approccio alla realtà, è stato visto con sospetto ancora maggiore. Su questa strada, che si delinea fin dal ‘500, si è finito per vedere la realtà come produzione integrale dell’uomo.
Certo, è un bene che il pensiero si sia confrontato in modo più problematico, meno “ingenuo” con l’esistente. Nello stesso tempo questa giusta esigenza ha portato a una maggior virulenza della volontà di dominio dell’uomo. L’esistente fuori di noi è potuto così apparire come un materiale sempre più malleabile, manipolabile.
QUAL È IL RAPPORTO TRA QUESTO E IL TITOLO DEL SAGGIO?
Comincio dal sottotitolo, in cui c’è il riferimento al mercato come fine unico. L’esistente, come materiale sempre più manipolabile, ha permesso al mercato di diventare il massimo trasformatore delle cose in realtà, in realtà “vera” se così si può dire. Così, col tempo, non è più stato solo un mezzo rispetto a fini disparati; è diventato il fine unico. Oggi l’uomo è uno strumento rispetto a un mercato sfuggitogli di mano. Bisogna però fare attenzione a non demonizzare il mercato, diventando alla fine schiavi della sua logica pervasiva.
SI PUÒ RESISTERE A QUESTA LOGICA?
Il problema è: come riaffermare, in uno scenario simile, la fiducia nella possibilità di avere veramente accesso alla realtà, assieme al gusto dell’alterità come resistenza vincolante? Resistenza vincolante significa che qualcosa non è lì perché tu ne faccia quello che vuoi. Nel libro sostengo l’opportunità della metafisica. Essa deve, tuttavia, rinunciare alla pretesa di giungere a una spiegazione esaustiva di tutto il reale, di essere parola definitiva, autoritaria, in qualche modo premoderna sulle cose. Una metafisica non dogmatica può aiutarci a far sì che l’uomo non sia definitivamente scacciato dal consumatore, senza più potersi confrontare con quell’ostacolo positivo che è l’esistente. Un ostacolo che interroga la nostra responsabilità chiamata a farsi ospitalità, a far sì che l’altro da noi possa farsi corpo, possa realmente incarnarsi. Sappiamo che quando l’altro è solo sulla carta nessuno di noi è razzista. L’altro come “ingombro” positivo obbliga a porci il problema dell’essenza delle cose e dunque, prima di tutto, il problema di come pensare l’essenza.
E IL RIPOSO DELL’AMATO, PRIMA PARTE DEL TITOLO?
Nella mia preoccupazione di confronto con l’altro nel suo “ingombro” spesso vissuto negativamente, come un impedimento sulla nostra strada (un po’ come lo spigolo del tavolo contro cui si sbatte), un posto importante è riservato alla relazione tra veglia e sonno. La domanda che a un certo punto mi faccio è: che cosa permette di dire che non siamo costantemente in uno stato di veglia? È l’opposto del cartesiano dubbio metodico: che la vita sia solo un lungo sogno?
Che cosa autorizza a dire che dormiamo e che ciò che chiamiamo dormire non sia, invece, un vegliare particolarmente distratto, sonnecchiante per cui finiamo per guardare il mondo con occhi stanchi? Da qui la necessità di un’interrogazione sul sonno e sul sogno il cui fine è visto nell’abbandono e nel risveglio. L’abbandono a una notte ospitale e alla promessa del giorno successivo, che per il credente parlano attraverso il “non temere” rivolto da Dio all’uomo. C’è poi il risveglio, ma non per l’attività in senso produttivistico. L’attività può aprirci alla vita, alla sua bellezza se nasce dal riposo dell’uomo amato da Dio, dal riposo creaturale che è nel sonno quotidiano, nel giorno del riposo settimanale, nel riposo, nel respiro che s’insinua nell’affanno della veglia. Penso allo spirito di queste parole di Lévinas: «un mondo senza riposo, un mondo senza tempo libero, un mondo senza Sabato, è certo ancora ciò che i filosofi chiamano essere, ma non è la creatura di cui parla la Bibbia». Niente a che fare con l’attivismo, e neppure con l’ozio o la fuga.
PRIMA HAI ACCENNATO AL PROBLEMA DI PENSARE L’ESSENZA. CHE COSA INTENDI?
L’essenza non deve per forza essere immaginata dietro l’apparenza. Consideriamo la musica e il teatro. Offrono parecchi spunti. La forma musicale non è lo spartito, ma l’opera eseguita. La forma teatrale non è il testo, ma il testo messo in scena. Una volta finita l’esecuzione, l’opera musicale o teatrale non cessa però di esistere. Il compositore, nel suo comporre, ha portato lì dei suoni reali, così come un’opera teatrale è stata scritta includendovi implicitamente la recitazione. Note e parole sono di volta in volta risvegliate, fatte risuonare nello spazio e nel tempo. La globalità dell’opera musicale o teatrale non è al di là di quanto ascolto e vedo. L’essenza non è lo spartito, non è al di là dell’apparire, ma in quest’ultimo. Appartiene all’apparire, non cessa di apparire. Il problema è che la vogliamo bloccare come una farfalla da collezione. Gli enti in generale possono essere pensati in modo analogo. E noi siamo un po’ come musicisti, registi, coattori e spettatori rispetto ad essi.
IL TUO ESSERE PER UNA METAFISICA NON DOGMATICA PASSA ANCHE ATTRAVERSO UNA RIFLESSIONE SULLA NATURA DELLA FILOSOFIA?
Ci arrivo. L’esistente come ostacolo positivo è anche l’uomo rispetto a se stesso. È l’uomo che prende sul serio ciò che sente fin nelle sue viscere, cioè la distanza incolmabile tra la povertà della sua esistenza e la sua aspirazione al tutto, alla felicità, a una vita piena, a qualcosa di molto più grande di lui. È un’aspirazione che prende lineamenti e nomi diversi. Questa distanza è la fonte profonda da cui viene lo sguardo del filosofo sulle cose, per cui esse sono invase da una vastità incalcolabile tra sé e sé, tra due rive in un primo momento vicine.
Qui sta la differenza tra il modo di occuparsi di un oggetto da parte della filosofia e il modo di occuparsi dello stesso oggetto da parte di altre discipline, come le scienze umane. Il filosofo si muove tra l’uomo e l’uomo, tra la forma e la forma, tra l’essere e l’essere partendo dalla riva conosciuta alla volta di una riva sempre più lontana del previsto, mentre anche la riva conosciuta si fa meno familiare.
In questa distanza, che annulla ogni unità di misura, il filosofo produce concetti che sono ormeggi, nodi per collegare l’avvistamento di un territorio inconquistabile alla riva di partenza.
COME VEDI IL RAPPORTO TRA FILOSOFIA E FEDE?
Dicevo prima che nell’uomo c’è una distanza incolmabile tra la sua finitezza e la sua aspirazione a qualcosa di molto più grande di lui. La consapevolezza di questa distanza può essere del credente e dell’ateo. Ora, la filosofia non salva di certo, ma è possibile che sia orientata verso la salvezza. È possibile che essa pensi con Dio e che non solo pensi “Dio”.
Che la ragione e la fede non siano incompatibili è oggi ammesso da molti, non lo dice solo il papa. Rimane però il problema delle possibili modalità di relazione tra filosofia e fede. Il filosofo produce concetti servendosi di una molteplicità d’intermediari. Si serve di concetti altrui, ma spostati rispetto al territorio su cui sono nati. Certo, deve usare rigore, ma non per questo deve evitare interferenze in grado di produrre arricchimenti e una migliore adesione all’abbondanza e alla varietà del reale. La deterritorializzazione a cui alludo, vale a dire la perdita di un legame obbligato con un certo territorio, riguarda pure le singole parole o il vissuto, e anche il vissuto del credente. Egli non può amputarsi di ciò che lo impregna profondamente, di una fede che è dono che giunge su di un altro dono. E il primo dono è la fiducia di ogni uomo nel fatto che quanto lo circonda esiste veramente e possiede un senso in fin dei conti positivo.
CONCRETAMENTE COSA DEVE ACCADERE?
Il pensare con Dio deve entrare nella produzione di concetti come collegamento cercato e mai compiuto tra riva lontana e riva familiare dell’esistente; tra l’altro, per il cristiano questa riva familiare da cui l’avventura filosofica prende il via è quella a cui il Logos si è fatto inchiodare. Ma attenzione: non ci si può sottrarre a questo compito dietro concetti già pronti. Péguy dice che un’idea sbagliata già fatta è infinitamente più sbagliata in quanto è già fatta. Vale anche il contrario: un’idea giusta già confezionata è meno giusta in quanto è già pronta. È ciò che cerco di non dimenticare, in un dialogo con autori che da anni mi accompagnano e che vanno da Agostino a Gadamer, a Lévinas, da Balthasar a Heidegger, alla Arendt, a Péguy, ma anche da Feyerabend a Bateson e a Deleuze che è stato e continua ad essere per me una presenza decisiva con la sua lezione di metodo e di libertà.
Che cosa intende per resistenza?
La resistenza è quella dell’esistente contro ciò che lo minaccia ai livelli più diversi. L’essenza gioca qui un ruolo di primo piano e riguarda il piacere. Senza essenza-resistenza siamo privati di piacere, del gusto delle cose. L’essenza è ciò che una cosa è. Può essere pensata in modo statico, ma anche dinamico. Un albero rincorre il proprio essere albero senza mai raggiungersi completamente per via della possibilità del proprio nulla da superare in continuazione. Accade nella musica. Nel singolo suono si avverte l’intera composizione musicale che lo insegue, mentre l’intera composizione è tallonata dal singolo suono. L’essenza è forza per ogni suono che la cerca con la sua forza in una circolarità altamente dinamica. Ma quando la musica finisce, il circolo non si chiude. L’ultimo suono e l’intera composizione non si raggiungono veramente, non sono afferrabili contemporaneamente e non perché l’essenza si nasconda. Ciò che ascoltiamo è proprio l’essenziale.
4,29 i discepoli, inizialmente, non riconoscono Cristo, non capiscono chi sia quell’uomo. Lo riconoscono solo durante la cena e non a partire dalla domanda “chi è costui?”. La conoscenza di ciò che una cosa è va pensata assieme al piacere dell’ospitalità. Sapere già che gusto ha qualcosa è molto astratto per apprezzarlo. Bisogna iniziare e finire col godere di qualcosa nelle piccolezze della vita per ritrovare, comprendere il gusto della sua resistenza di fronte alla nostra volontà di dominio.
Nel capitolo Oltraggi e nuove alleanze è chiaro un calarsi della filosofia nelle urgenze odierne.
È una scelta pensando a un tempo come il nostro in cui, per esempio, una grande parte del mondo, già derubata della propria memoria da una storia di colonizzazione, si trova ulteriormente sfiancata da un tardocapitalismo sempre più staccato dalla democrazia, che impedisce il formarsi di comunità che non siano date, in negativo, dall’esclusione dal consumo o dal disperato tentativo di lambire quello spazio. Inoltre, l’interrogazione sull’uomo e sulla persona non può non portare a riflettere sull’inizio e sulla fine della vita. Rifiuto due posizioni opposte e simmetriche: la sacralizzazione astratta della vita e il primato perentorio della volontà individuale. Non significa privarsi dell’idea d’indisponibilità della vita umana o pensare a una volontà individuale irrilevante. Vuol dire cercare nuove alleanze. Sui fronti diciamo “laico” e “cattolico” trovo ci sia una scarsa disposizione all’argomentazione. Così si dimentica l’importanza di ciò di cui si parla, a scapito della messa in comune dei problemi. Sono troppo rare le voci, in un campo e nell’altro, caratterizzate da un desiderio di comprensione che vada al di là della ripetizione di formule con cui apparire subito ben riconoscibili nel proprio campo per raccogliere immediato consenso. È qualcosa che nuoce a un dialogo culturale adeguato alle sfide attuali.
Alla fine del libro entra il concetto di “microerranza”. Cosa intende con questo?
Bisogna fare di tutto per eliminare gli aspetti più brutali della Storia, di ogni potere che piega ai suoi interessi le storie vissute dai singoli individui con l’esistente. Bisogna dare più valore a questo “essere con l’esistente” per deviare dalla Storia, dalla forza. Un cambiamento politico devia magari positivamente la Storia. Deviare dalla Storia è invece ciò che accade con un’opera d’arte o un atto di gentilezza di una persona che non conosciamo. Operano come doni perché privi dell’intento di essere doni o privi della possibilità di riconoscere dietro di essi l’intento di donare. Ci scollegano così, in modo minimo, dalla Storia, dal potere e dalle sue coordinate. Lo dico nello spirito degli ultimi versi di una poesia di Borges “Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson. /Chi preferisce che abbiano ragione gli altri. /Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo”.
(con traduzione in inglese e francese), in Benjamin Boudou, Fabienne Brugère, Modesta Di Paola, Andrea Kantos, Federico Oliveri, Jean Soldini, NOUS SOMMES ICI. Gandolfo Gabriele David, a cura di Modesta Di Paola, MUCEM, Marseille, Polo Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Palermo e della Regione Siciliana, Museo Riso, Palermo e Istituto italiano di Cultura di Marsiglia. Glifo Edizioni, Palermo 2017.
La principale illusione di cui siamo vittime è quella che ci fa immaginare gli enti fermi o in moto davanti a noi, in attesa d’essere illuminati dalla coscienza. Eppure, tale rappresentazione s’incrina già solo se andiamo con la mente al fatto che ogni secondo siamo attraversati da miliardi di particelle subatomiche libere, che non entrano quindi a far parte di alcun ordine. Di fronte a un’illusione così fortemente accreditata come realtà, che si dà per di più in un clima di conclamato ritorno all’ordine, di normalizzazione, di generale addomesticamento, gli atti di resistenza sono indispensabili per quanto sotterranei possano essere. Sono urgenti per valorizzare la differenza e le sue potenzialità nel produrre avventure utili per pensare. Non vi è per esempio, osiamo dirlo, tempo per discussioni a proposito di diversità tra piano ontologico e piano epistemologico, tra ciò che è, ciò che sappiamo e come lo sappiamo. Vi è essere-insieme cioè interrelazione, mediazione, interpretazione (l’interpres era il ‘sensale’, colui che faceva da intermediario tra venditore e compratore) negli enti e tra questi ultimi. Di questo essere-insieme è parte (piccola) ciò che sappiamo e come lo sappiamo. Che cosa facciamo, che cosa costruiamo, attraverso quali vie diamo voce, alimentiamo, ascoltiamo i segni, i battiti d’ala dell’essere-insieme? Ogni tentativo di separare l’ontologia dall’epistemologia comporta una forzatura. Serve un realismo che ponga energicamente l’accento sull’esistente operante in carne e ossa con il nostro operare in quanto “soggetti”, attivandolo, nutrendolo. La scommessa è prendere più adeguatamente atto della vita proteiforme, traboccante, feconda dell’esistente con la moltiplicazione, sempre al di là del previsto, delle interrelazioni, delle mediazioni che creano una sovrabbondanza d’essere, un’inesauribile proliferazione di nuovi enti.
Nel poco tempo storico che abbiamo a disposizione come singoli individui e collettività, dobbiamo lavorare per liberare dall’esistente, dal co-esistente una bellezza non consolatoria, fuori d’ogni utopia in senso tradizionale destinata a cadere nella stanchezza, nella delusione, nella rassegnazione perché, lo sappiamo, dietro l’angolo ci sarà in misura più o meno grande un fallimento. Eppure occorre testardamente, contro ogni cinismo, volere il cambiamento senza rotte già prescritteci e senza tappe prefissate. Con Machado potremmo dire: «Caminante, no hay camino, se hace camino al andar» 1. Il cammino si crea camminando, il cammino è il camminare per incontrarsi e fare luoghi in comune provvisori – come le bocche degli amanti – per nuovamente divagare in modo apparentemente irragionevole, incoerente continuando a inventare luoghi in comune per sfuggire a quel nomadismo di cui il capitalismo ha saputo farsi protagonista per sopravvivere e svilupparsi in veste di unico, diffuso non-luogo, d’immane, spettrale u-topia.
Dicevamo che la principale illusione di cui siamo vittime è quella che ci fa immaginare gli enti fermi o in moto davanti a noi, in attesa d’essere illuminati dalla coscienza. Proviamo allora a pensarli diversamente, come ciò che non cessa di giungere in prossimità nostra giungendo prima di tutto e insistentemente a sé. Gli enti sono uno “sto arrivando”, un “già mi vedi”; non un “sono qui”. Ogni cosa non cessa di essere se stessa giungendo a sé poiché è un essere-insieme. Insieme a sé e ad altro, divenendo e ridivenendo se stessa. Ogni cosa può essere concepita come uno “sto arrivando”, “mi vedi diventare ciò che sono”. Anzi, “non mi vedi diventare e ridiventare ciò che sono perché avvengo a una velocità altissima”. Quell’albero o quell’uomo non sono un albero o un uomo che divengono. Sono “divenire quell’albero o quell’uomo”, alla stregua del cammino che è camminare riprendendo Machado. Noi invece pensiamo l’ente come se prima esistesse per poi, iniziato un conto alla rovescia, modificarsi e alla fine dissolversi. Così le cose ci appaiono fisse con un movimento che vi si aggiunge dall’esterno. Le fermiamo visivamente, mentre vengono innanzi per toccarci, rischiando d’investirci quando già ci penetrano, ci fanno e, proiettandoci verso di esse, le attraversiamo e le facciamo nella distanza che ricusa ogni divenire indistinto e ogni slittamento in direzione di una sostanza. Sulla distanza torneremo fra breve. Le cose devono sempre riafferrarsi per una semplice ragione: non sono eterne. Non essere eterno non significa esserci e, in seguito, non esserci più. Significa riformazione-trasformazione, riconferma di qualcosa che non è mai semplicemente dato e che infine cessa, certo, per esaurimento della “volontà” d’essere. In proposito questa dichiarazione di Artaud può esserci utile: «Ci sono degli imbecilli che si credono esseri, esseri per inneità. Io sono colui che per essere deve frustare la propria inneità. Colui che per inneità è uno che deve essere un essere» 2. Di ogni cosa dovremmo dire che, per inneità, non è ma deve, vuole essere un essere perché è fatto di un vuoto, di uno scarto tra arrivare e arrivare, tra giungere e giungere. Questo intervallo, da superare ma insuperabile, è indispensabile; essere è anche creare distanza, è essere distanza in azione e azione a distanza. Ogni cosa non cessa di giungere ancora a sé. Ogni cosa è un non cessare di arrivare a sé, ad altro e con altro per essere. È Eccomi! 3, “sto arrivando con” che implica subito un differire: rinviare nel tempo ed essere differente, avere qualcosa di diverso. Non si tratta unicamente di uno “sto arrivando con accanto questo e quello”, ma di uno “sto arrivando velocissimamente con questo e quello a fare la mia carne”. Andrebbe estesa a tutto l’esistente questa affermazione di Michaux: «L’uomo è un essere lento, possibile solo grazie a velocità fantastiche» 4. Uno dei nomi dell’essere è ‘velocità’, per cui dovremmo vivere l’Eccomi! almeno alla stregua dei primi, sbigottiti spettatori del film dei fratelli Lumière, L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat (1896). Saremmo forse, allora, in condizione di cominciare ad ascoltare «le intensità, i venti e i rumori, le forze e le qualità tattili e sonore, come nel deserto, la steppa o i ghiacciai. Scricchiolio del ghiaccio e canto della sabbia» 5.
L’essere in situazione, l’Eccomi! è quasi-uno. Tentativo felice di essere uno, quasi-uno che non è però quasi-albero, quasi-uomo. L’ente è povero di sé, ma la sua povertà è la sua compiutezza, la sua perfezione. È l’inappropriabile. Qualcosa di cui non solo non ci si può appropriare, ma che è prima di tutto inappropriabilità giacché l’ente è cercarsi di una tendenza a cercarsi come albero o uomo che mai si raggiunge completamente. Quel puro passare a sé ha un’intensità, una veemenza, una libertà maggiori o minori dettate da ciò che esso è e con cui è. Quel passare in atto (non all’atto), l’inappropriabilità di cui parliamo è l’alterità dell’altro. Inappropriabilità in quanto tendenza a cercarsi che si cerca senza mai pervenire integralmente a sé. Questo è l’ente. E l’uomo, «l’animale non ancora stabilmente determinato [noch nicht festgestellte Tier]» 6, è un meno quasi-uno rispetto al resto dell’esistente. Pensiamo qui a Sigieri di Brabante, che nel suo Tractatus de Anima Intellectiva (capitulum VIII) parlava dell’uomo nei termini di un’entità meno unitaria rispetto ad altre: «bisogna pensare a quanto il Filosofo dice nel secondo libro della Politica, che cioè Socrate ha distrutto la città volendo troppo la sua unità. All’essenza del composto infatti pertiene la molteplicità delle differenti parti. E poiché l’uomo è un composto naturale più perfetto di altri, come una certa città, non è affatto sconveniente né ha dell’incredibile il fatto che sia meno unitario [...] di altri composti naturali che non hanno se non una sola forma semplice o una sola perfezione» 7.
Passare in atto, inappropriabilità, provenire e giungere sempre rinnovati, trasformati, confermati sono giustizia. Benjamin parlava di giustizia che è la condizione di un bene che non può diventare possesso 8. Agamben coglie nel segno quando dice di trovare «nuovo e importante in questo frammento benjaminiano [...] il fatto che la giustizia sia tolta dalla sfera del dovere e della virtù – e, in generale, della soggettività – per acquisire il significato ontologico di uno stato del mondo, in cui esso appare come inappropriabile e “povero”. Ciò significa che il carattere d’inappropriabilità non gli è attribuito dagli uomini, ma proviene dal bene stesso» 9. Il bene che per eccellenza non può diventare possesso è, in una prospettiva ontologica, l’essere in quanto ‘quell’essere’ singolare plurale che, con Nancy, «non preesiste al suo singolare plurale» 10. L’inappropriabilità che fa tutt’uno con la giustizia è ciò con cui bisogna tenersi in rapporto per essere poveri e giusti 11, approfittando anche del nostro avvicinarlo solo di riflesso nella fastidiosa resistenza che a volte l’esistente esibisce nel diventare oggetto di cui ci appropriamo. Per essere quasi-uno, ma interamente albero o uomo, ci vuole un continuo riospitarsi della tendenza a cercarsi come albero o uomo che come tale si cerca. Da questa ospitalità ontologica, da questa forza e fragilità deve prendere avvio la nostra ospitalità rispetto a ogni ente, compreso l’uomo, che è straniero e ospite in senso radicale. In senso radicale perché è xenos – ospite, cioè ospitato e ospitante, nonché straniero – rispetto a sé e ad altro di cui siamo anche noi parte. Ci vuole un reiterato esercizio di realismo che ci riporti per acquiescenza al cuore di quel cercarsi, di quel non perdersi di vista che è il singolare plurale, di quell’essere che è quasi-uno, del suo essere moltitudine frastornante. Dobbiamo rinunciare per un attimo a contare per uno e dicendo acquiescenza pensiamo a Spinoza, a quel termine con cui il filosofo definisce l’amore: non consenso, decisione, libero decreto o cupidità, ma acconsentire non remissivo, sostare leggero in prossimità di una presenza che rafforza, che alimenta la letizia 12. Questo esercizio di realismo è esercizio d’ospitalità. Non diciamo esercizio dell’ospitalità. L’esercizio d’ospitalità è qualcosa di molto più modesto rispetto all’esercizio dell’ospitalità. La differenza tra l’uno e l’altro è in qualche modo analoga a quella tra un esercizio di matematica a cui si applica uno scolaro e l’esercizio di quella disciplina da parte di un Kurt Gödel. L’esercizio d’ospitalità è importante come esercizio di riconoscimento, sempre da rinnovare, del fatto che siamo vicendevolmente stranieri ospitati e ospitanti e, prima di tutto, che ogni ente lo è nell’intimità del suo essere singolare plurale. L’esercizio d’ospitalità richiede erranze, microerranze della coscienza, della sua luce che è casa, casa nostra in cui vogliamo possedere, controllare. Erranze e non nomadismo che prevede percorsi e ritmi caratterizzati da una sapienza di spostamento in una molteplicità di territori intersecantisi. Il nomadismo è d’altronde, lo ricordavamo in apertura, una delle caratteristiche del mercato odierno con la ferocia dei suoi dispositivi sempre più dispotici nel loro produrre e amplificare miseria, paura, rancore. Dispositivi spudorati, inapparenti, oggi disciolti nella società senza più bisogno d’essere mediati, almeno in prima e seconda battuta, dall’altezza di un potere statale paternalistico. L’erranza è viaggio senza meta prefissata, è ugualmente stato di errore, di confusione della mente che, entro certi limiti, è essenziale per liberarci dalle visualizzazioni anticipanti. Microerranza anarchica, non individualistica, desiderio di cittadinanza nell’essere-insieme, nell’essere-con, nella moltitudine come con. Microerranza è esercitarsi a essere busta vuota, a chiedere buste vuote, a essere poveri accettando l’inappropriabilità che sono gli enti, che siamo noi rispetto a noi stessi. La busta vuota è quella che incrociamo in una poesia di Hezy Leskly (1952-1994): «Se chiederete spaghetti al ragù, / riceverete tutti gli spaghetti al ragù del mondo. / Se chiederete tutti gli spaghetti al ragù del mondo, / riceverete a malapena una busta con un biglietto: / “Il carico di ragù si è smarrito nel tragitto / da Marsiglia a Haifa; / forse è colato a picco / forse dissoluti uzbeki l’hanno trafugato / forse è esploso per sbaglio.” / Se chiederete amore, / riceverete a malapena una busta vuota, senza indirizzo, / senza niente. / Dopo il pianto e il sonno capirete / che si può / adoperare la busta vuota, / metterci dentro qualcosa: / forse un frammento di vetro / forse un anello ormai informe / forse una ciocca di capelli. Qualcosa. / Se chiederete una busta vuota / riceverete amore, / tutto l’amore del mondo» 13. Vi accoglieremo perlomeno un po’ di quell’essere che ci ostiniamo a identificare con l’uno e che, così, ci delude apparendoci troppo spesso sgradevolmente spento o soverchiante.
1 ANTONIO MACHADO, Proverbios y cantares, in Campos de Castilla, Austral, Madrid 1962, p.158, XXIX.
2 ANTONIN ARTAUD, Préambule, in OEuvres complètes, Gallimard, Paris 1970 (nouvelle éditionrevue et augmentée), t. I, pp. 11-12.
3 VASILIJ KANDINSKIJ, nel testo La tela vuota, parlava di «Verità piena di salute che si chiama“Eccomi”» (La tela vuota, in Tutti gli scritti, a cura di Ph. Sers, traduzione dal tedesco, dalfrancese e dall’inglese di L. Sosio, traduzione dal russo di N. Pucci, traduzione dallo svedese di B. e E. Chilò, Feltrinelli, Milano 1989, vol. I, p. 193).
4 HENRI MICHAUX, Les Grandes Épreuves de l’esprit, Gallimard, Paris 1966, p. 33.
5 GILLES DELEUZE, FÉLIX GUATTARI, Mille plateaux, Les Éditions de Minuit, Paris 1980, p.598.
6 FRIEDRICH NIETZSCHE, Al di là del bene e del male, versione di Ferruccio Masini, in Opere,edizione italiana diretta da Giorgio Colli e Mazzino Montinari, testo critico originale stabilito daG. Colli e M. Montanari, Adelphi, Milano 1968, vol. VI, t. II, § 62, p. 68 (tit. orig.: Jenseits vonGut und Böse).
7 Cit. in EMANUELE COCCIA, La trasparenza delle immagini. Averroè e l'averroismo, BrunoMondadori, Milano 2005, p. 218.
8 Cfr. WALTER BENJAMIN, Notizen zu einer Arbeit über die Kategorie der Gerechtigkeit, inGERSHOM SCHOLEM, Tagebücher nebst Aufsätzen und Entwürfen bis 1923, I. Halbband 1913-1917, unter Mitarbeit von Herbert Kopp-Oberstebrink, herausgegeben von Karlfried Gründerund Friedrich Niewöhner, Jüdischer Verlag, Frankfurt am Main 1995, pp. 401-402.
9 GIORGIO AGAMBEN, Archeologia dell’opera, Mendrisio Academy Press, Mendrisio 2013, pp.53-54.
10 JEAN-LUC NANCY, Essere singolare plurale, introduzione di Roberto Esposito, traduzione diDavide Tarizzo, Einaudi, Torino 2001, p. 43 (tit. orig.: Être singulier pluriel, Éditions Galilée,Paris 1996).
11 Cfr. G. AGAMBEN Archeologia dell’opera, cit. p. 54.
12 Cfr. Etica, parte III, Definizione dei sentimenti 6.
13 Se chiederete, in Forte come la morte è l’amore. Tremila anni di poesia d’amore ebraica,presentazione di Cesare Segre, traduzione, introduzione e note di Sara Ferrari, testo ebraico afronte, Salomone Belforte, Livorno 2007.
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Alessia Fornara, Segretaria sindacato OCST-Docenti, 20 marzo 2018:
Una domanda che mi sono posta è la seguente: come mai hai deciso di aderire al sindacato dei docenti OCST piuttosto che ad un altro, per esempio quello della VPOD (correggimi se sbaglio ma forse più simile al tuo orientamento politico)? Cosa ti ha fatto affezionare a noi?
La risposta alla domanda che mi poni è semplice.
Di fronte all’urgenza di fare qualcosa a livello sindacale, mi sono avvicinato all’OCST e non al VPOD perché conoscevo la qualità personale di Pietro Ortelli e di Renato [Ricciardi]. Era una buona premessa per sentirmi libero di pensare e parlare, mentre in tante istituzioni (sindacati e partiti) capisci subito, già dall’esterno, che questa libertà non c’è. L’apertura è formale. Entra subito in crisi se non dici quanto ci si aspetta che tu dica. Per me è fisiologicamente insopportabile, ugualmente di fronte a un “avversario". Molti anni fa ormai, Charles Péguy mi aveva folgorato con questo pensiero sulla filosofia, benché le sue parole possano essere estese a chiunque voglia pensare con l’altro e non per o contro l'altro: "Il filosofo autentico sa molto bene che non è in nessun modo istituito di fronte al suo avversario, ma che è istituito accanto al suo avversario e agli altri al cospetto di una realtà sempre più grande e più misteriosa. [...] Una filosofia, inoltre, non è un tribunale. Non si tratta di aver ragion o di aver torto. Volere aver ragione e, oltretutto, volere aver ragione contro qualcuno è il segno di una grande grossolanità, (in filosofia). E assistere a un dibattito di filosofia con l’idea di vedere uno dei due avversari avere torto o avere ragione – contro l’altro – è il segno della stessa grossolanità”(Note sur M. Bergson et la philosophie bergsonienne, in Œuvres en prose complètes, Gallimard, Parigi 1992, vol. III, pp. 1264 e 1270).
A Renato, che mi aveva proposto di entrare nel comitato, avevo detto qual era il mio orientamento politico. Per lui non c’erano problemi. Conoscendo meglio Diego Lafranchi (presidente prima di Pietro), i miei colleghi di comitato, Gianluca e, verso la fine, te ho avuto la conferma che la libertà nell’OCST era qualcosa di naturale, favorito da un livello di discussione alto dal profilo culturale. Non che un sindacato sia un salotto intellettuale, ma è importante articolare via via una posizione culturale sufficientemente profonda attraverso il contributo di ognuno. Lo è per tutti i suoi settori, alfine di capire al meglio in quale presente ci si trova a operare. Per la scuola è particolarmente vero.
È quanto ho vissuto. Nessuno ha mai messo in primo piano le sue prospettive politico-culturali. Non per timidezza, paura di conflitti, ma solo perché a nessuno veniva in mente di partire da lì e di voler arrivare lì. Lo si è visto bene con la lunga discussione su "La scuola che verrà”. Sarebbe stato inutile partire da giudizi positivi o negativi prevedibilmente ideologici e già inadatti a indicare alcunché proprio sul piano ideologico. Per esempio, questa riforma può, nel suo complesso e con un minimo di analisi, essere vista come il frutto di una sinistra che viaggia sull’onda di banalità che trovo ben poco di sinistra. È addirittura, semplificando, espressione senza volerlo di una visione liberistica infilata in un vestitino a fiori. Un vestitino già fatto. Il fatto è che un’idea poniamo giusta, ma già confezionata, è infinitamente meno giusta nella misura in cui è già fatta. Riprendo qui il senso di un’affermazione che è ancora di Péguy, dove parla di un’idea sbagliata bella e fatta che “è infinitamente più sbagliata come bella e fatta che come sbagliata” (Note conjointe sur M. Descartes et la philosophie cartésienne, in Œuvres en prose complètes, cit., p. 1307).
IVAN DELLA MEA, O cara moglie
https://www.youtube.com/watch?reload=9&v=jsdN8N7x4z4
«Oggi il lavoro viene visto positivamente solo per la possibilità di produrre, guadagnare, acquistare e consumare […] grazie a un salario che prima era reddito derivante dalla vendita della forza lavoro e che, ora, si presenta elegantemente come reddito derivante dall’investimento di competenze, tempo e denaro del lavoratore, come se l’individuo fosse una sorta d’impresa il cui valore può crescere grazie a investimenti adeguati, diminuendo la consapevolezza individuale e collettiva del “progresso” generale. È quanto pone nuove sfide al sindacato chiamato a un ruolo diverso e più impegnativo, anche in relazione alla crisi dei partiti e alla sua stessa crisi. Non più solo soggetto di contrattazione, di tutela, di servizio nei confronti del lavoratore, ma soggetto di “governo” della complessità sociale, attento alla dimensione dei diritti locali e alle situazioni globali, multinazionali del “capitalismo senza attriti”, della forza lavoro che non solo non è più quella concentrata in un certo luogo, ma è soggetta a una dispersione tale per cui risulta difficile sapere esattamente dove (in quale parte del mondo), come e quali lavoratori sono effettivamente coinvolti in un insieme di segmenti produttivi» (J. Soldini, Resistenza e ospitalità, Jaca Book, Milano 2010, pp. 213-214).
https://www.laregione.ch/i-contributi/i-dibattiti/1431033/un-mondo-diverso
Ho esitato parecchio
Ho esitato parecchio prima di scrivere queste righe che potrebbero apparire poco appropriate al momento attuale. Quanto dirò non vuole certo sminuire gli sforzi che il governo ticinese ha fatto e sta facendo dal 21 marzo scorso con l’interruzione delle attività economiche non essenziali. Altri Cantoni avrebbero potuto scegliere questa via. Ginevra, dove abito, l’aveva fatto salvo, dopo qualche giorno, accodarsi all’ordinanza del Consiglio federale. Tuttavia, proprio l’urgenza del momento non deve far dimenticare l’emergenza climatica e sociale crescente nella quale viviamo da tempo. Non deve far dimenticare l’emergenza nella quale ci ritroveremo dopo, se non interverranno cambiamenti rapidi e profondi. “Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”, ha detto recentemente papa Francesco. Rischiamo di proseguire imperterriti; inoltre a suon di ragion di Stato e di ragione economica. Rischiamo di essere chiamati a chiudere la bocca durante un lungo periodo di crisi in nome di un “bene comune” favorevole a pochi.
Catastrofi e responsabilità umane
Esistono fenomeni naturali pericolosi e potenti, ma se diventano catastrofe è per responsabilità umane. Da tempo la comunità scientifica sul piano planetario ha allertato il mondo politico sulle minacce di pandemie dovute a virus. Eppure, praticamente tutti i Paesi sono risultati impreparati a gestire la situazione odierna. Non è però solo che non si è voluto prendere sul serio quanto da anni era prevedibile. Per troppe settimane, in un momento di particolare disunione tra gli Stati europei, si è assistito ai goffi movimenti di armate Brancaleone. Perché si è messo così tanto a reagire? “Si tratta, a mio avviso, di una questione eminentemente politica. È da gennaio che lavoriamo su tali questioni ed eravamo in grado di prevedere ciò sarebbe accaduto. Sulla base di ciò che è successo a Wuhan, potevamo vedere in effetti che il numero di persone infettate stava già seguendo una curva quasi perfettamente esponenziale” affermava alcuni giorni fa Marcel Salathé, direttore del laboratorio di epidemiologia digitale di Campus Biotech a Ginevra e professore al Politecnico di Losanna, intervistato dal quotidiano “Le Temps” (26 marzo 2020). Per fortuna vi erano ancora scorte di mascherine scadute acquistate per la pandemia del 2009. In qualche Paese, si era continuato per un certo tempo a rinnovare gli stock e anche a produrre quei beni in loco. Poi i costi, si sa. A Plaintel in Bretagna, per esempio, meno di due anni fa un’impresa fabbricava milioni di mascherine. I salariati erano 260. Poi nel settembre del 2018 il gruppo statunitense Honeywell è partito con macchine e know-how pour un sito delocalizzato in Tunisia.
Quanti rischiano di essere dimenticati?
Appunto i costi. L’imperativo è stato per decenni risparmiare. Così si è tagliato dappertutto, nel privato e nel pubblico; anche negli ospedali, salvo oggi fare l’elogio del personale sanitario allo stremo delle forze. In qualche caso sono stati tolti fondi pubblici alla ricerca scientifica. Questa faccenda del tagliare le spese pubbliche è andata avanti a lungo. Sono pensionato, ma mi ricordo bene quando iniziai a lavorare. Passarono alcuni anni e già il discorso era quello. E non si è più fermato.
Attualmente muoiono ogni giorno tante persone a causa del coronavirus. Quante ne moriranno dopo, per via di tutte le altre patologie che non saranno state curate o che non saranno state curate a dovere? Interesseranno di certo poco questi morti che prendo come simbolo di quanti rischiano di essere dimenticati. Interesseranno poco come d’altronde è caso per gli Africani che muoiono di malaria ogni anno, salvo calare loro dall’alto lezioni su come si fa a combattere il Covid-19. Contro il virus sono ora materialmente aiutati dal governo cinese che si sta trasformando in salvatore dell’umanità in barba alle sue responsabilità politiche nella diffusione della malattia, continuando a estendere il suo dominio economico come d’altronde accade con la Russia di Putin. Non vi è però solo questo.
La combinazione di capitalismo e autoritarismo collettivistico
Qualcosa da tempo sta indirettamente influenzando le democrazie già troppo appiattite su tecniche di governo, procedure giuridiche e formali: è la combinazione di capitalismo – che aveva fino a poco fa il suo centro indiscusso negli USA e che è da sempre abilissimo nell’usare ogni modello politico per i suoi fini, organizzandosi per cambiarlo se necessario – e autoritarismo collettivistico. La prassi economica governante ha così imparato, proprio nelle democrazie, a chiedere con più decisione margini di manovra sempre più ampi, cercando di limitare i diritti sindacali, gli spazi d’intervento e di autonomia conquistati dalle lotte dei lavoratori, di frenare con discrezione i diritti di espressione e di manifestazione pubblica.
Nel passato, capitalismo e autoritarismo collettivistico avevano in comune l’idea della dominazione intensiva della natura mettendo in modo molto diverso l’accento sul benessere dell’uomo. Avevano in comune un avvio subito brutale. Ricordo solo gli inizi della Rivoluzione industriale e mi limito a citare Rosa Luxemburg nel 1918 (fu assassinata il 15 gennaio del 1919), a proposito di Lenin: “si sbaglia completamente per quel che è dei mezzi: decreti, potere dittatoriale degli ispettori di fabbrica, pene draconiane, terrorismo, sono mezzi che impediscono la rinascita. L’unica via che conduce alla rinascita è la scuola stessa della vita pubblica, la più larga e illimitata democrazia” (Die Russische Revolution. Eine kritische Würdigung).
La forma a un tempo più rozza e sofisticata di potere che si sia mai vista
Oggi rimane, in entrambi i casi, il fine unico del potere del mercato esplicitato in modo individualistico e/o collettivistico. Rimane l’esigenza di una distruttiva dominazione dell’ambiente. Siamo probabilmente confrontati con la forma a un tempo più rozza e sofisticata di potere che si sia mai vista, declinata con sfumature diverse, anche molto diverse. Capitalismo e autoritarismo collettivistico hanno in comune l’esigenza di pensare per “divisibili” concatenabili e riconcatenabili a proprio piacimento. Il campo del divisibile è quello dell’ “uno tra gli altri ”. In primo luogo se si tratta di lavoratori. Se il capitalismo ha soprattutto bisogno dell’ “uno tra gli altri ”, non cessa nondimeno di esaltare una complementare, equivoca nozione di individuo che, in modo solo apparentemente lineare e ovvio, ha portato a progredire sul piano della giustizia e dell’inviolabilità (spesso a parole) dell’essere umano. Se questa nozione di individuo si è sviluppata è anche, benché non solo, perché richiesta da una diversa idea di gerarchia necessaria in campo produttivo rispetto a quella, chiamiamola così per brevità, d’ “ancien régime”. Aggiungiamo che democrazia e capitalismo non sono la stessa cosa e se il loro legame è forte, non per questo è eterno e intoccabile.
“Tolleriamo disuguaglianze economiche che mai tollereremmo se fossero di natura politica”
Che fare allora per cercare di aprire subito vie a un cambiamento indispensabile, per non cumulare catastrofi su catastrofi che sono sempre umane e sociali? Siamo in un’epoca in cui “tolleriamo disuguaglianze economiche che mai tollereremmo se fossero di natura politica” dice Jeffrey A. Winters, politogo e professore nella Northwestern University a Chicago intervistato dal quotidiano “Le Temps” il 5 novembre dell’anno scorso. Faceva notare che nell’Impero romano “le 500 persone più ricche del Senato [...] erano circa 10’000 volte più ricche dell’individuo medio. Oggi, negli Stati Uniti, le 500 persone più ricche sono tra 60’000 e 100’000 volte più benestanti del cittadino medio”. Che fare ci chiedevamo. Il fatto che non ci siano più modelli forti, programmi sistematici è un’opportunità per scoprire, nel mondo attuale, possibilità di sovvertimento del mondo stesso, di là da stanchezza, delusione, rassegnazione; di là da individualismo e comunitarismo come appartenenza a una comunità facile preda, quindi, di chiusure, rancore e integralismo.
Un sovvertimento indispensabile per un’effettiva salvaguardia del pianeta
Per essere efficace, questo sovvertimento indispensabile per un’effettiva salvaguardia del pianeta, dovrebbe iniziare dal mondo del lavoro. Dal mondo della produzione di merci e servizi, nonché dal riconoscimento di una situazione comune a moltitudini di lavoratori salariati, di piccoli lavoratori indipendenti, di disoccupati che non sono ancora completamente emarginati. Perché se sei emarginato da tutto è difficile avere la lucidità e l’energia per trovare forme di comunicazione, di aggregazione, di solidarietà in grado di portare a inventare nuove forme di lotta comune, anche accrescendo la partecipazione ai e nei sindacati rinnovandone e potenziandone gli strumenti e la vena combattiva. In essi la partecipazione dal basso è più credibile rispetto a quanto è concepibile per altre organizzazioni. Bisogna tuttavia attivarsi in fretta. Dietro parole rassicuranti, la ragion di Stato al servizio della ragione economica dei più forti e sempre più forti rischia d’abbattersi con una brutalità ancora inedita se non sapremo fare nostro il monito del grande poeta uruguaiano Mario Benedetti (1920-2009): «non ti salvare / non riempirti di calma // non tenerti del mondo / solo un angolo quieto».