di Francesco Pungitore
Sull'intelligenza artificiale l'Europa non deve inseguire Stati Uniti e Cina sulla loro stessa pista – chip, capitali privati, modelli chiusi di frontiera – ma cambiare gara. È la tesi che Luciano Floridi, direttore del Digital Ethics Center di Yale e tra i filosofi dell'informazione più citati al mondo, ha messo nero su bianco in un'intervista a Quotidiano Nazionale.
La gara alternativa, aperta e ancora vincibile, è l'open source: codice, parametri e informazioni sui dati, con libertà d'uso, modifica e condivisione. È, nelle sue parole, «l'unica forma di sovranità capace di trasformare le debolezze europee in vantaggi». Una versione scaricata con licenza aperta, aggiunge, «resta utilizzabile anche se il fornitore cambia politica». E per gennaio annuncia, sempre su QN, una proposta concreta «con un ruolo di leadership per l'Italia».
La tesi convince e merita di entrare nel dibattito pubblico italiano ed europeo: non come l'ennesima invocazione retorica all'«Europa digitale», ma come diagnosi operativa.
Floridi parte da un fatto difficile da contestare. Sul digitale l'Unione ha già legiferato più di chiunque altro: GDPR, Digital Services Act, Digital Markets Act, Data Act, AI Act, European Media Freedom Act. Quel che manca non sono le norme, ma la capacità industriale. Le regole, da sole, non producono autonomia tecnologica. Sui centri di calcolo l'Europa può ancora competere; su chip e imprese innovative la partita, teme Floridi (ma non solo lui), è impari. Continuare a misurarsi soltanto sul terreno in cui americani e cinesi sono più forti significa accettare una dipendenza strutturale.
Qui scatta il rovesciamento. Ventisette Stati che faticano a convergere su una strategia industriale comune possono comunque contribuire a un bene condiviso, come accade al CERN. L'open source è il formato naturale di quel bene comune. La regolamentazione europea, di solito percepita come un costo, diventa allora uno standard di qualità che un modello aperto può dimostrare di rispettare. La fiducia, «il vero marchio europeo», smette di essere uno slogan pubblicitario e diventa verificabile. E la copia locale del modello sopravvive ai cambi di listino, di termini d'uso o di geografia politica del fornitore: un punto decisivo per un continente che dipende da modelli americani e, sempre più, cinesi.
I precedenti che Floridi richiama non sono ornamenti. Il Web (Ginevra, 1989) e Linux (Helsinki, 1991) sono infrastrutture aperte nate in Europa e usate da tutti. Le piattaforme che dominano la conversazione pubblica globale, invece, europee non sono. «Il nostro talento», osserva, «sta nelle infrastrutture che tutti usano più che nelle piattaforme che tutti pagano». È una lettura storica e strategica persuasiva: l'Europa ha già dimostrato di saper costruire beni comuni digitali; ha fallito, finora, nel costruire campioni proprietari di scala globale. Giocare sull'apertura significa giocare in casa.
Chi scrive condivide la direzione. Un'Europa che si limita a regolamentare i modelli altrui resta un mercato regolato, non un soggetto sovrano. Un'Europa che produce e mantiene modelli aperti – ispezionabili, adattabili, eseguibili sui propri server – acquisisce invece margini di manovra per imprese, pubbliche amministrazioni, università e cittadini. Conta soprattutto per le PMI: senza pesi aperti e senza infrastrutture accessibili restano clienti vincolati alle API di fornitori esteri, con costi e condizioni che non controllano.
C'è poi un vantaggio democratico. Se parametri e informazioni sui dati sono pubblici, di bias, fonti e usi vietati si può discutere con strumenti di verifica, non soltanto a colpi di comunicati stampa. È coerente con l'altra tesi di Floridi ripresa nella stessa intervista: quando produrre contenuti costa sempre meno e verificarli costa sempre di più, la nuova scarsità non è l'informazione ma l'affidabilità. Un modello aperto non risolve da solo il problema; rende però possibile il controllo da parte di terzi.
È un argomento con radici antiche. Nel 1784, rispondendo alla domanda «Che cos'è l'Illuminismo?», Immanuel Kant ne indicava la condizione nella libertà di fare «pubblico uso della propria ragione in tutti i campi»:
«Per questo illuminismo non si richiede altro che la libertà, e precisamente la più inoffensiva di tutte le libertà, quella cioè di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi.»
— Immanuel Kant, Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo? (1784)
Un modello chiuso chiede di essere creduto sulla parola; un modello aperto si espone all'uso pubblico della ragione: si può ispezionare, contestare, correggere. È questa, in fondo, la differenza tra una fiducia concessa e una fiducia guadagnata.
Proprio perché la tesi è solida, conviene guardare dove l'attuazione può fallire. Cinque punti concreti.
1. Open source non significa automaticamente «sicuro» né «sovrano». Scaricare i pesi non basta. Un modello aperto che gira in un ambiente senza controlli sul traffico in uscita, senza un elenco chiuso di destinazioni consentite e senza revisione umana sulle azioni rilevanti espone dati e sistemi quanto un servizio cloud mal configurato. I casi recenti di agenti software usciti dal perimetro previsto lo ricordano: i pesi aperti danno controllo solo a chi sa sorvegliarne l'esecuzione. Senza competenze di sicurezza, la «sovranità» resta un download.
2. Licenza aperta e «open» di marketing non sono la stessa cosa. Molti modelli presentati come aperti rilasciano i pesi ma non i dati di addestramento, oppure impongono clausole che limitano l'uso commerciale o la redistribuzione. Se l'Europa punta sull'open source come infrastruttura, deve fissare soglie minime – codice, parametri, schede sui dati, libertà d'uso – e farle valere negli appalti pubblici. Altrimenti finanzierà il simulacro dell'apertura.
3. Chi mantiene il bene comune? Il CERN funziona perché ha una governance, un finanziamento stabile e responsabilità chiare. Un modello di frontiera aperto comporta costi di addestramento, aggiornamento, valutazione di sicurezza e correzione. Senza un soggetto – consorzio europeo, agenzia o fondazione con mandato pubblico – che ne curi nel tempo le parti critiche, l'ecosistema si frammenta o finisce catturato da chi dispone di più capitali, spesso fuori dall'Europa. Lo aveva capito Karl Popper, il filosofo della «società aperta»:
«Le istituzioni sono come fortezze: devono essere ben progettate e adeguatamente presidiate.»
— Karl Popper, Miseria dello storicismo (1957)
Vale anche per i beni comuni digitali: un'architettura aperta senza guarnigione si svuota. Floridi ha ragione a dire che ventisette Stati possono contribuire a un bene comune; resta da stabilire chi firma i contratti, chi paga i cluster e chi risponde quando qualcosa va storto.
4. Calcolo e chip restano il collo di bottiglia. Cambiare gara non elimina il bisogno di potenza di calcolo. Un'IA open source europea senza accesso affidabile a GPU e TPU, e senza una politica industriale sui semiconduttori, rischia di essere eccellente sulla carta e lenta nella pratica. La sovranità sui pesi senza sovranità – o almeno autonomia negoziata – sull'infrastruttura di addestramento e inferenza resta monca.
5. Leadership italiana: dall'annuncio alla prova. Floridi assegna all'Italia un ruolo di guida nella proposta di gennaio. È auspicabile: il Paese può contare su un tessuto diffuso di PMI, su competenze universitarie riconosciute e su una pubblica amministrazione in grado di fare da primo committente. Ma la leadership non si decreta in un'intervista. Servono una coalizione credibile – ricerca, industria, PA, fondi – e una tabella di marcia con obiettivi misurabili: modelli di riferimento per settore, certificazione AI Act su artefatti aperti, appalti che privilegino architetture ispezionabili. Senza volontà politica, come avverte lo stesso Floridi, «si può fare» resta un condizionale.
Se si prende sul serio la tesi, le mosse sono tre.
• Per le istituzioni: usare la committenza pubblica per chiedere modelli con licenze davvero aperte, schede sui dati e possibilità di esecuzione on-premise o su cloud europei; legare i finanziamenti alla manutenzione pluriennale, non soltanto al lancio.
• Per imprese e PA: dove i dati sono sensibili, preferire soluzioni scaricabili e ambienti con traffico in uscita chiuso per impostazione predefinita; documentare con chiarezza che cosa fa l'umano e che cosa fa l'agente.
• Per il dibattito pubblico: attendere la proposta di Floridi senza sacralizzarla in anticipo, ma preparando il terreno – una definizione operativa di «open» per l'IA, una governance della manutenzione, il raccordo con l'AI Act e con il decreto italiano 179/2026.
Floridi non chiede all'Europa di diventare la Silicon Valley. Le chiede di fare ciò che sa già fare: costruire infrastrutture aperte di cui il mondo si fida. È una tesi giusta. Diventa strategia, però, solo se all'apertura dei pesi si affiancano sicurezza dell'esecuzione, licenze non ambigue, una governance chiara della manutenzione, accesso al calcolo e una leadership italiana misurata sui fatti, non sugli annunci. La sovranità, in fondo, è questo: non dipendere da chi può spegnerti. E non illudersi che bastino le regole, o un semplice download, a tenerti acceso. [28.10.2026]