Un dibattito ampio, partecipato e tutt’altro che scontato ha animato la serata di venerdì 7 febbraio 2026 nella Sala Don Piana di Diano Marina, dove si è tenuto l’incontro pubblico dal titolo “Intelligenza e Responsabilità Artificiale. Dare un’etica alle macchine, dare un senso alle scelte”, promosso dall’Azione Cattolica Italiana della Parrocchia Sant’Antonio Abate. Ospite e relatore principale della serata il prof. Francesco Pungitore, docente di Filosofia, giornalista, scrittore, formatore esperto in AI e direttore tecnico dell’Osservatorio Nazionale Minori e Intelligenza Artificiale, che ha guidato il pubblico in un percorso critico tra tecnologia, etica e trasformazioni sociali legate all’intelligenza artificiale.
Nel corso di un intervento durato oltre un’ora, Pungitore ha chiarito uno dei punti centrali del dibattito contemporaneo: l’intelligenza artificiale non è “intelligente” nel senso umano del termine. Per spiegare questo nodo in modo immediato e accessibile, il relatore ha aperto una provocazione psicologica e culturale: la celebre scena del film Cast Away, in cui il protagonista, interpretato da Tom Hanks, piange disperato la perdita di Wilson, un semplice pallone da pallavolo a cui aveva attribuito un volto, una voce, una presenza. «Noi sappiamo benissimo che Wilson non è vivo – ha osservato – eppure soffriamo con lui. Questo è l’antropomorfismo: una tendenza profondamente umana a proiettare intenzionalità, emozioni e coscienza su ciò che umano non è».
Lo stesso meccanismo psicologico, ha spiegato, si attiva oggi nel rapporto con i sistemi di intelligenza artificiale, soprattutto quelli basati sul linguaggio naturale, che “parlano bene”, rispondono in modo coerente e sembrano comprendere chi hanno di fronte.
Da qui il riferimento all’effetto ELIZA, il primo chatbot sviluppato negli anni Sessanta al MIT, che già allora induceva gli utenti a confidarsi con una macchina pur sapendo razionalmente che non possedeva alcuna coscienza. Un fenomeno che oggi, con modelli infinitamente più potenti, risulta amplificato.
A rafforzare il quadro teorico, Pungitore ha richiamato il celebre esperimento mentale ideato dal filosofo John Searle: la “stanza cinese” che mostra come un sistema possa manipolare simboli in modo corretto e convincente senza comprendere il significato di ciò che produce. Allo stesso modo, l’AI contemporanea non “capisce”, non “pensa” e non “vuole”: elabora correlazioni statistiche estremamente sofisticate, individuando la risposta più probabile all’interno di enormi moli di dati.
Un’apparenza di intelligenza che, se non compresa criticamente, rischia di alimentare aspettative irrealistiche, deleghe cognitive improprie e un uso inconsapevole della tecnologia. «Il problema – ha sottolineato Pungitore – non è che l’AI sia troppo umana, ma che noi siamo troppo pronti a renderla tale».
Ampio spazio è stato dedicato al concetto di Mediarchia, elaborazione filosofica originale di Francesco Pungitore, sviluppata e approfondita nell’omonimo volume “Mediarchia. Una definizione del nostro tempo”. Con questo termine, l’autore descrive la condizione strutturale dell’ecosistema informativo contemporaneo, caratterizzato da una tensione permanente tra apparente libertà e controllo sistemico.
La Mediarchia si presenta come un ambiente orizzontale, partecipativo e democratico, in cui chiunque può produrre contenuti, commentare, condividere, intervenire nel dibattito pubblico. Tuttavia, dietro questa superficie diffusa e aperta, operano strutture di potere profondamente verticali: piattaforme digitali, algoritmi di visibilità, sistemi di profilazione e modelli di amplificazione dell’attenzione che determinano cosa emerge, cosa viene marginalizzato e cosa scompare dal campo percettivo collettivo.
Non si tratta – ha chiarito Pungitore – di un complotto, ma di un campo di forze in cui anarchia dell’informazione e governo dei media convivono e si rafforzano reciprocamente. L’assenza di un centro apparente non equivale a neutralità: al contrario, rende il potere meno visibile, più opaco e quindi più efficace.
In questo contesto prende forma il fenomeno dell’AI slop, ovvero la produzione industriale di contenuti generati artificialmente, di bassa qualità informativa ed emotivamente semplificati, progettati per saturare i flussi comunicativi e intercettare gli algoritmi dell’engagement. Un rumore di fondo permanente che altera i processi di attenzione, erode la fiducia epistemica e rende sempre più complesso distinguere ciò che è rilevante da ciò che è solo statisticamente performante.
«Il problema non è la tecnologia in sé – ha sottolineato Pungitore – ma chi decide cosa vediamo, cosa circola e cosa diventa rilevante». Nella Mediarchia, la verità non viene necessariamente censurata o negata: viene sommersa, resa marginale, privata di peso simbolico. «La Mediarchia non elimina la verità – ha concluso – la rende statisticamente irrilevante».
Nel suo intervento, il relatore ha affrontato anche il tema dei limiti normativi e dei cosiddetti guardrail: dal GDPR all’AI Act europeo, strumenti fondamentali ma non sufficienti senza una diffusa alfabetizzazione digitale. Particolare attenzione è stata riservata al tema spesso trascurato del costo energetico dell’intelligenza artificiale, con dati sul consumo dei data center e sulle implicazioni ambientali legate allo sviluppo dei modelli generativi. Il messaggio centrale è stato chiaro: dove cresce il potere della tecnica, deve crescere la responsabilità umana. Non esiste un’AI etica senza cittadini consapevoli.
A testimonianza dell’interesse suscitato, al termine della relazione si è aperta una sessione di domande e risposte durata oltre 30 minuti, che ha trasformato l’incontro in un vero momento di confronto pubblico. Gli interventi dal pubblico hanno toccato temi educativi, sociali e culturali, restituendo la fotografia di una platea eterogenea e consapevole.
In particolare, i più giovani presenti in sala hanno posto domande mirate sul funzionamento tecnico dei sistemi di intelligenza artificiale, chiedendo chiarimenti sulle reti neurali, sui meccanismi di apprendimento dei modelli e sulle differenze tra simulazione statistica e comprensione reale. Un segnale di curiosità informata e di interesse verso la dimensione strutturale della tecnologia.
Al contrario, la parte più matura del pubblico ha orientato il confronto su questioni di carattere filosofico ed esistenziale, interrogandosi sui principi di coscienza, sul rapporto tra intelligenza artificiale e mente umana e sulla possibilità – o meno – che si arrivi a una AGI (Intelligenza Artificiale Generale) dotata di autonomia cognitiva. Un dialogo che ha permesso di intrecciare competenze tecniche e riflessione umanistica, evitando semplificazioni e contrapposizioni.
La serata è stata moderata da Federico Mandara, già Presidente Parrocchiale, che ha accompagnato il dibattito con equilibrio e attenzione, favorendo l’ascolto reciproco e il rispetto dei diversi punti di vista. Hanno portato i loro saluti Silvia Mazzucco e Chiara Messori, responsabili del Settore Adulti dell’Azione Cattolica, sottolineando l’importanza di creare spazi di riflessione condivisa su temi che incidono sempre più sulla vita quotidiana delle persone.
Il supporto tecnico agli interventi è stato curato da Luigi Boni, Presidente Parrocchiale di Azione Cattolica, contribuendo alla chiarezza e all’efficacia espositiva della serata e rendendo il confronto accessibile a un pubblico ampio e trasversale.
L’incontro di Diano Marina ha mostrato con chiarezza come il dibattito sull’intelligenza artificiale non possa essere delegato a pochi esperti, né ridotto a una contrapposizione sterile tra entusiasmo acritico e paure irrazionali. Per Francesco Pungitore, la posta in gioco è molto più alta: l’AI non è solo una tecnologia, ma un fattore strutturale di trasformazione della società, destinato a incidere sui processi decisionali, sull’informazione, sul lavoro e, in ultima analisi, sulla qualità della democrazia. Da qui la necessità, ribadita nelle conclusioni, di una consapevolezza diffusa. «Non esiste intelligenza artificiale sicura senza cittadini consapevoli – ha sottolineato – e non esiste AI etica senza pensiero critico». La vera alternativa al controllo opaco e alla delega automatica non è il rifiuto della tecnologia, ma la conoscenza condivisa, capace di trasformare gli individui da semplici utenti in soggetti responsabili.
Pungitore ha insistito sul fatto che ogni sistema di AI è inserito in una catena di responsabilità umana: norme, guardrail tecnici e regolamenti sono strumenti necessari, ma destinati a cedere se non sostenuti da una solida alfabetizzazione digitale, critica ed etica. «Possiamo discutere di divieti e regolamenti – ha osservato – ma senza educazione ogni limite tecnico resta fragile». In questo senso, la sfida dell’intelligenza artificiale è prima di tutto culturale e collettiva. Richiede una partecipazione attiva, larga e condivisa, capace di governare il cambiamento tecnologico senza subirlo, di interrogarsi su chi decide, su quali valori vengono incorporati nei sistemi e su quali interessi vengono privilegiati.
Un confronto che, come dimostrato dalla risposta attenta e partecipe del pubblico ligure, è solo all’inizio, ma appare sempre più urgente e necessario. Perché, come emerso con forza durante la serata, il futuro dell’intelligenza artificiale non riguarda le macchine: riguarda le scelte umane che le precedono e le accompagnano.
Red