Quando una storia la racconti, esiste.
In questo periodo, per i tristi avvenimenti legati al corona virus si sta parlando molto di Lodi, per questioni casuali mi è successo di “incontrare” (intellettualmente) un poeta nativo del lodigiano, Ettori Asticelli, ho pensato così che parlare di lui sarebbe un bel modo per parlare della città di Lodi, svincolandosi dalla cappa mediatica del Covid-19.
La storia è ingiusta, si sa, ma il caso di Ettore Asticelli (1941-2001) è qualcosa di più di “un’ingiustizia”. Costui non solo è completamente dimenticato dalla stragrande maggioranza della comunità accademica, pochissimi sono gli studiosi presenti praticamente nella sola università di Padova; oltre a ciò la circolazione dei suoi scritti è pressoché inesistente, le sue opere, si ricordano soprattutto Ali di ferro, antologia di un'espiazione (1979) e Tabulati (1986), non videro mai ristampe e la limitatissima tiratura delle prime copie è diventata oggetto di collezione o addirittura pezzo da mercatino dell’usato.
Come già detto Asticelli nacque a Lodi unica città che sentì veramente sua. Infatti, oltre al breve periodo di studi compiuti al ginnasio milanese e a Padova per la laurea in lettere, tra l’altro momenti più felici della sua vita, il poeta fu sempre stabile nella città natia fino alla morte. Riuscì a stabilirsi al liceo scientifico Giovanni Gandini come insegnante di lettere. Lodi fu anche la città che lo vide degradare verso la psicosi e la depressione patologica che lo accompagnerà nella seconda parte della sua vita. La malattia fu senz’altro aiutata nel progredire dal suo stile di vita solitario a tratti “alienante”, nonché dalla pratica poetica sempre più corrosiva che lo portò ad esiti auto-distruttivi, è lui stesso a citare Cioran “Non c’è opera che non si ritorca contro l’autore” (Intervista ad Ettore Asticelli). È così che si apre la grande stagione dei poeti cannibali, con Ettore Asticelli, non con grandi nomi andati sui manuali, ma in troppi non lo sapranno mai. A proposito di questa poetica, affatto marginale nella sua produzione, non si può non citare Le mie palle si son rotte:
Le mie palle si sono rotte,
Si sono rotte, le mie palle.
Mi sono rotto le palle:
Le palle, mi son rotto.
Rotte palle
Palle rotte
Rolle patte
Passo Rolle
Palle Rosse.
Sì, sono proprio le mie palle
ad essersi rotte.
(Le mie palle si sono rotte, Ali di ferro, antologia di un’espiazione, Gisismondi, 1974)
Asticelli ripropone il topos letterario del “languore” esistenziale, lo potremmo rintracciare in autorevoli predecessori quale lo spleen baudelairiano (autore tra l’altro molto amato da Asticelli, basti pensare all’omaggio con “ali di ferro” alla poetica dell’”Albatro”) e forse anche nel “male di vivere” (Montale). A questo sentimento di inquieta malinconia sembra aggiungersi una velata necessità di ribellione, che però non vede realizzazione se non nella “autoironia nichilistica e serivile” (Gioberti). Sembra una perfetta metafora della vita stessa dell’autore, intrisa dal senso di vuoto e dalla necessità di riscatto che non trovò mai possibilità di sfogo se non nella sua poesia intrisa da quell’ironia caustica e pungente che lo caratterizzava fin dagli anni giovanili.
Si è accennato al periodo di studi lontano da casa, o come lui stesso scrisse in una lettera "lontano dall'immobile ed opprimente clima famigliare". Questo è il periodo del suo fiorire poetico, le nuove esperienze milanesi sono infatti di forte stimolo intellettuale. Non da trascurare sono le avventure amorose, per le quali compose molte poesie più tardi andate a confluire in Tabulati (1986). Comunque il tema amoroso restò sempre vivido nella poesia asticelliana, prendendo con l’avanzare dell’età connotazioni sempre più nostalgiche e disillusorie. Testimonianza limpida di questo processo è Non cercarmi più signora Venturini di datazione incerta, pubblicata però nel 1974 in Ali di ferro.
Non cercarmi più signora Venturini
Il tempo del fanciullesco amore è finito da tempo,
Per me.
Cosa cerchi, signora,
Il bacio rubato dietro gli occhi lividi
Della pasciuta Mallicani?
Le timide ditina incrociate sui braccioli
Del cinematografo?
Lo sguardo languido,
Pescesco,
Il fiato corto,
Forzato,
Il cuore euforico,
Le crepitanti gote?
Non sia sì sciocca,
Perché suvvia!, signora,
Non siamo più al ginnasio;
Le rose non sorridono,
Né la carne arde di desiderio:
Si carbonizza di cupidigia,
Alla nostra età. Con reverenza,
Ettorino
(Non cercarmi più signora Venturini, Ali di ferro, antologia di un’espiazione, Gisismondi, 1974)
Riferendosi ad una delle tante esperienze amorose della maturità, tutte puntualmente instabili e di breve durata, “Ettorino” saluta con tristezza la signora Venturini per l’impossibilità di continuare il loro rapporto. L’atmosfera in gran parte sembra essere presa in prestito dai Colloqui di Gozzano, l’amore è sempre sulla soglia, la possibilità è sempre aperta, ciò che poteva essere ma non è stato. “Il tempo del fanciullesco amore è finito da tempo”, anche qui è presente il tema del tempo perduto e in particolare della giovinezza come paradiso perduto. In altri loghi presenza quasi ossessiva a volte come sofferte reminiscenze (“Ricordi aggressivi del grembo materno”), altre con sguardo cupo (“i giocattoli / del figlio / stanno chiusi in quel cesto polveroso, / di finto vimini”).
Ma Asticelli non fu solo questo, concludendo vorremmo lasciare di lui l’immagine di “un pozzo tanto scuro e profondo che a guardar bene si intravede la luce” (Sognadio). Infatti in mezzo al “cannibale” si nascondono slanci lirici di rara preziosità, il “lirico zoppo / che pianse le corde antiche” (Chiamatemi il tempo, Tabulati, Gisismondi, 1986). Per questo vorrei concludere con Chi si ricorda, nella quale il poeta si abbandona nel nostalgico ricordo dell’ideale romantico di comunione universale tra gli uomini, ma il vero miracolo del componimento è la commistione di sensibilità e coscienza moderna:
Chi si ricorda
Di quando ci stringevamo le mani
In una catena infinita
Di uomini soli
Curvi sulle proprie trivialità
E il vento della crudele Dea,
La Dea delle foglie,
Ci sferzava i volti solcati dal gelo
Poi hanno costruito il muro
Poco dopo la scoperta del calcestruzzo
Oh Madre delle brulicanti creature
Hai poca compassione per i tuoi figli
Ma sei retto giudice dei lor giacigli
E a ragione ti invochiamo nelle paure
Io però ricordo il contatto di quelle dita
(Chi si ricorda, Ali di ferro, antologia di un’espiazione, Gisismondi, 1974)
[tutte le poesie ivi citate sono state scelte anche tenendo conto della reperibilità delle medesime, in particolare sul web, infatti oltre alla pagina wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Ettore_Asticelli, di grande importanza in questo senso è l’account facebook https://www.facebook.com/ettoreasticelli. Con questo scritto ci auspichiamo, con tutto il tempo necessario, di riportare l’attenzione accademica e non su di una figura così importante nel panorama della letteratura italiana, in questo senso speriamo un giorno nella ristampa integrale delle sue opere.]
Marco Gatti
Articolo di dicembre 2019
Filosofo o per meglio dire "pensatore", analizziamo la neolingua di Fusaro
Articolo di gennaio 2020
Quanto di ciò che "sappiamo" è davvero a noi conosciuto? Non dobbiamo forse avere fede nelle conoscenze pregresse per sfruttare il "nuovo"?
Articolo di febbraio 2020
Siamo le scelte che facciamo e nostro malgrado anche quelle che non facciamo, tutto ciò ce lo mostra brillantemente lo splendido film di Jaco Van Dormael "Mr Nobody" del 2009.
Articolo di maggio 2020
C'è qualcosa nei luoghi che non sappiamo di sapere. Perchè non camminiamo sulle aiuole? E cosa dire del rispetto per un luogo sacro? Può centrare tutto questo con il teatro?
marco.gatti.ilcardellino@gmail.com