In memoria dello scambio sul posto
In memoria dello scambio sul posto
Con il Decreto Legislativo n. 199 dell’8 novembre 2021, il Governo ha dato attuazione alla Direttiva UE 2018/2001. L’articolo 9, comma 2 e 3, ha definito i tempi e le modalità di soppressione graduale del Servizio di Scambio sul Posto a decorrere dal 31 dicembre 2024. La successiva delibera ARERA del 4 marzo 2025 ha fissato come data “spartiacque” il 29 maggio 2025: tutti gli impianti connessi entro tale data potranno utilizzare ancora il servizio per 15 anni, mentre, per gli impianti già in esercizio, lo Scambio sul Posto sarà gradualmente soppresso dopo aver raggiunto 15 anni di utilizzo.
In questo modo viene soppressa un’importante agevolazione che ha accompagnato lo sviluppo delle energie rinnovabili in Italia, specificatamente rivolta a chi consuma in proprio l’energia elettrica autoprodotta. Lo scambio sul posto ha permesso di utilizzare la rete come una specie di “accumulo virtuale” senza costi per l’utente, a parte un piccolo contributo amministrativo da corrispondere al GSE per gli impianti superiori a 3 kWp. D’ora in poi le batterie per l’accumulo dell’energia fotovoltaica saranno indispensabili: bisognerà acquistarle e, soprattutto, smaltirle dopo una decina d’anni, per poi riacquistarne altre, ecc...
Verrebbe da dire: visto che lo Scambio sul Posto era una cosa che funzionava bene, non poteva durare troppo a lungo, dal momento che non ci guadagnava niente nessuno...utenti a parte. Non avremo più la possibilità di utilizzare liberamente la rete elettrica, infrastruttura che appartiene a tutti, non solo perché è ancora pubblica (TERNA S.p.A. è controllata da Cassa Depositi e Prestiti), ma soprattutto perché è stata creata e mantenuta con i soldi degli utenti, visto e considerato che oneri e costi fissi pagati in bolletta servono in buona parte per pagare la gestione e il mantenimento della rete. Si tratta di un vero e proprio esproprio forzato di un qualcosa che dovrebbe essere considerato un “bene comune” tra i più preziosi, visto che la rete elettrica nazionale serve a tutti, come il sangue che scorre nelle vene.
Ora, per chi ha messo in servizio l’impianto dopo il 29 maggio 2025, resta solo l’opzione del Ritiro Dedicato, in compagnia di chi ha raggiunto nel frattempo i 15 anni di utilizzo e di tutti a coloro che hanno realizzato l’impianto utilizzando il Superbonus 110%. Tutti questi utenti, vecchi e nuovi, sono e saranno costretti a diventare venditori di energia elettrica, pagando anche le tasse dovute. Oltre a questo, chi realizza un nuovo impianto dovrà pure aumentare la taglia di potenza rispetto a quanto bastava prima, perché il Ritiro Dedicato copre a malapena il 60% dei costi sostenuti per i prelievi di energia che non possono essere coperti con la produzione fotovoltaica.
Sicuramente a più di qualcuno ha dato fastidio il fatto che un numero crescente di utenti della rete elettrica, in un arco di vent’anni circa, abbia potuto utilizzare quasi gratuitamente la rete stessa. Viviamo in un paese dove i pubblici servizi (e non solo) vengono spesso regalati a società che altro non fanno che sfruttare le rendite di posizione così acquisite per fare cassa e trasferire i capitali accumulati all’estero. Naturalmente, per questo genere di aziende l’esistenza di vincoli legislativi che comportino benefici e agevolazioni per i cittadini, può solo essere inteso come una specie di furto, pesante freno allo sviluppo della speculazione finanziaria. Figuriamoci se in un simile contesto economico poteva sopravvivere lo Scambio sul Posto, un sistema di utilizzo gratuito della rete che è stato sempre osteggiato dalle grandi aziende del settore elettrico.
Purtroppo, anche la maggior parte degli operatori “green” (diciamo quasi tutti) ha fatto orecchie da mercante, riuscendo nel “miracolo” di inquinare in nome dello sviluppo delle rinnovabili: dopo aver superato il gap dell’impronta ambientale dovuta alla produzione dei moduli fotovoltaici (bilancio tra le emissioni della produzione di celle e le emissioni evitate dall’impiego del fotovoltaico), ora si va a creare un nuovo grave problema riguardante la produzione e soprattutto il futuro smaltimento delle batterie. Così l’impronta ambientale del fotovoltaico torna al punto di partenza: dall’economia circolare al circolo vizioso.
Storia normativa dello Scambio sul Posto
Il Servizio di Scambio sul Posto (SSP) era nato per consentire di compensare l’energia elettrica immessa in rete con quella prelevata in orari diversi da quelli in cui avviene l’immissione. In questo modo, il sistema elettrico veniva utilizzato come strumento per immagazzinare virtualmente l’energia elettrica prodotta e non contestualmente auto-consumata. In realtà, questo “scambio” è stato poi trasformato in una partita contabile.
Il Servizio di Scambio sul Posto era stato inizialmente previsto dall’articolo 10, comma 7, secondo periodo, della legge n. 133/99, a favore degli impianti alimentati da fonti rinnovabili di potenza non superiore a 20 kW e successivamente confermato dall’articolo 6 del decreto legislativo n. 387/03, sempre per gli impianti di potenza nominale fino a 20 kW alimentati da fonti rinnovabili. Il comma 2 di tale articolo stabiliva che nell’ambito della disciplina dello scambio sul posto non fosse consentita la vendita dell’energia elettrica prodotta. Tale vincolo è stato poi rimosso dall’articolo 27, comma 45, della legge n. 99/09 che ha modificato l’articolo 6, comma 2, del decreto legislativo n. 387/03 al fine di consentire che, nell’ambito dello scambio sul posto, l’energia elettrica prodotta possa essere remunerata a condizioni economiche di mercato per la parte immessa in rete e nei limiti del valore eccedente il costo sostenuto per il consumo dell’energia.
Con la legge n. 244/07 e con il decreto ministeriale 18 dicembre 2008, il servizio di scambio sul posto è stato esteso anche agli impianti alimentati da fonti rinnovabili di potenza superiore a 20 kW e fino a 200 kW entrati in esercizio dopo il 31 dicembre 2007. Inoltre, la Legge n. 99/09 ha previsto che i Comuni con popolazione fino a 20.000 abitanti potessero usufruire del Servizio di Scambio sul Posto dell’energia elettrica prodotta, per gli impianti di cui sono proprietari di potenza non superiore a 200 kW, a copertura dei consumi di proprie utenze, senza tener conto dell’obbligo di coincidenza tra il punto di immissione e il punto di prelievo dell’energia scambiata, fermo restando il pagamento degli oneri di rete. Successivamente, il D.lgs n. 66/10 ha consentito alle Forze Armate di usufruire del servizio di scambio sul posto dell’energia elettrica prodotta a copertura dei consumi delle proprie utenze, senza tener conto dell’obbligo di coincidenza tra il punto di immissione e il punto di prelievo dell’energia scambiata con la rete e fermo restando il pagamento degli oneri di rete, anche per impianti di potenza superiore a 200 kW.
Inizialmente, con la deliberazione n. 224/00, l’Autorità per l’energia (attualmente ARERA) aveva dato applicazione alle disposizioni previste dalla legge n. 133/99 per i soli impianti fotovoltaici realizzati da clienti del mercato vincolato. Successivamente l’Autorità, con la deliberazione n. 28/06, ha dato una prima attuazione alle disposizioni di cui al decreto legislativo n. 387/03, estendendo lo scambio sul posto a tutte le tipologie di clienti e a tutti gli impianti alimentati da fonti rinnovabili di potenza fino a 20 kW. In particolare, la deliberazione n. 28/06 ha stabilito modalità e condizioni per lo scambio sul posto sulla base delle modalità già adottate in precedenza con la deliberazione n. 224/00, adattate per tenere conto dell’evoluzione del funzionamento del mercato elettrico.
Lo scambio sul posto regolato dalle deliberazioni n. 224/00 e n. 28/06 doveva essere erogato dalle imprese distributrici ed era disciplinato secondo la modalità “net-metering”, che consisteva nella compensazione “fisica” tra l’intera quantità di energia elettrica immessa con quella prelevata in un anno, attribuendo così, dal punto di vista economico, un uguale valore all’energia elettrica prelevata e immessa in ore differenti. Successivamente, con la deliberazione ARG/elt 74/08, l’Autorità aveva stabilito che dal 1 gennaio 2009 lo scambio sul posto fosse gestito dal GSE e non più dalle imprese distributrici, trasformando nel contempo lo scambio sul posto in un intervento equalizzatore mediante il riconoscimento, a favore dell’utente dello scambio, di un contributo “in conto scambio” per garantire un’equivalenza tra quanto pagato dall’utente dello scambio per l’energia elettrica prelevata e il valore dell’energia elettrica immessa in rete. Con la deliberazione 570/2012/R/efr, l’Autorità ha semplificato le modalità di calcolo del contributo in conto scambio, eliminando l’elaborazione dei dati relativi alle singole bollette e introducendo la standardizzazione del corrispettivo unitario di scambio forfetario (CUSf), espresso in c€/kWh, pari alla somma delle componenti tariffarie variabili “rimborsabili”.
Tale modalità di applicazione dello scambio sul posto era stata considerata l’unica compatibile con il libero mercato dell’energia elettrica, perchè consentiva di evitare le problematiche che, secondo le aziende distributrici, sarebbero derivate dal sistema basato sul “net-metering”. Ma quali erano queste “problematiche”? Sostanzialmente due: 1) la contabilizzazione dei flussi di scambio, che ora viene fatta automaticamente dai moderni contatori digitali; 2) i costi per gestire tale flusso di dati, ora completamente automatizzato. Problematiche superate, quindi. A nessuno viene in mente cosa si potrebbe (ri)fare? Ripristinare il net-metering, oggi sarebbe a costo zero, per tutti…
Come funziona(va) lo Scambio sul Posto
Con il Servizio di Scambio sul Posto si utilizza la rete elettrica al posto delle batterie di accumulo: quando la produzione dell’impianto supera il fabbisogno, il surplus di energia immesso in rete, genera una specie di “credito” che viene poi restituito dal GSE, permettendo di compensare i costi pagati in bolletta per l’energia elettrica prelevata. Restano fuori solo i costi annuali (quota fissa e quota potenza) per la “gestione del contatore”.
Sintetizzando la procedura, il contributo in conto scambio che il GSE paga all’utente era composto dalla somma di due elementi:
il valore minimo tra il costo dell’energia elettrica prelevata, calcolato in base al PUN (Prezzo Unico Nazionale) e il controvalore dell’energia elettrica immessa, calcolato in base ai Prezzi Zonali Orari;
la media delle componenti tariffarie di trasmissione, distribuzione, dispacciamento e degli oneri generali di sistema, con esclusione della componente MCT.
Questo contributo, su base annuale, viene moltiplicato per la quantità di energia elettrica scambiata con la rete nel periodo di riferimento. Il termine “energia scambiata” si riferisce al valore minimo tra il totale dell’energia elettrica immessa e il totale dell’energia elettrica prelevata. Se la quantità di energia elettrica immessa risulta superiore a quella prelevata, il controvalore della quota eccedente, calcolato in base ai Prezzi Zonali Orari, viene registrato a credito per essere poi liquidato dal GSE in sede di conguaglio annuale.
Sostanzialmente, l’utente dello scambio sul posto, relativamente alla quantità di energia elettrica scambiata, ottiene il rimborso del costo sostenuto per l’equivalente energia elettrica prelevata, al netto delle imposte (IVA e Accise Regionali). In questo modo, se l’impianto fotovoltaico è stato correttamente dimensionato, la copertura dei costi di prelievo viene garantita per tutti i mesi dell’anno. A conti fatti, si tratta di una soluzione semplice e gratuita, specie per le aziende che, a differenza degli utenti privati, possono scaricare l’IVA.
Resta fuori l’IVA, il pagamento delle Accise Regionali e della componente tariffaria MCT, l’unico onere di sistema escluso dal calcolo del Contributo in Conto Scambio (la componente MCT consiste in un piccolo ma sempiterno tributo dovuto a quelle amministrazioni comunali che, negli anni remoti del “boom” economico, offrirono il proprio territorio come sito/discarica per la costruzione di centrali nucleari ormai dismesse, ma pur sempre radioattive, da 40 anni a questa parte).
Sulla pelle degli auto-consumatori
La memoria storica non è il nostro forte, nemmeno a breve termine. Proprio per questo può essere utile ricostruire in sequenza alcune importanti decisioni prese dall’Autorità per l’energia prima di smantellare lo scambio sul posto.
La cosiddetta “riforma” della bolletta elettrica (iniziata nel gennaio 2016 e conclusasi con la scomparsa graduale degli scaglioni progressivi di consumo tra il mese di gennaio 2018 e il 31/12/2019) ha dato una pesante mazzata alle utenze domestiche, riducendo le possibilità di risparmio e penalizzando l’autoconsumo. Contemporaneamente, sono stati ridotti gli oneri e i costi per le grandi utenze industriali e commerciali. Le utenze residenziali sono state penalizzate tramite un rincaro notevole dei costi fissi, quintuplicati nel giro di pochi anni in virtù del trasferimento di una parte delle componenti variabili delle tariffe elettriche nella quota fissa annuale che si paga per il contatore. Così, mentre prima tali voci incidevano sul costo in bolletta in base ai consumi effettivi, ora tutti pagano una quota fissa annuale da 100 a 150 euro in più rispetto a prima della riforma, indipendentemente dai consumi. Inoltre, con l’eliminazione graduale degli scaglioni graduali di consumo, abbiamo assistito ad un progressivo restringimento della possibilità di risparmio, soprattutto per quella fascia di utenti proprietari di un impianto fotovoltaico, che prima del 2020 potevano pagare l’energia prelevata al prezzo degli scaglioni più bassi, al netto dell’autoconsumo. Non solo: poiché la quota di rimborso ottenuta grazie allo Scambio sul Posto, veniva giustamente computata a partire dallo scaglione più alto pagato in prelievo, l’eliminazione degli scaglioni di consumo ha comportato anche un minor introito del contributo in conto scambio. In questo modo si è decretata la fine di un sistema logico, che premiava la responsabilità e gli investimenti privati nelle energie rinnovabili.
Il cerchio si è chiuso come un cappio per gli auto-consumatori, sempre meno premiati e sempre più obbligati all’assunzione di nuovi oneri per via normativa. Venendo meno la possibilità di utilizzare la rete come “accumulo virtuale”, viene imposta la necessità di dotarsi di un sistema di accumulo fotovoltaico, che non solo quasi raddoppia i costi iniziali di installazione, ma li prolunga poi nel tempo, con l’inevitabile sostituzione delle batterie dopo una decina d’anni o poco più.
A tutti questi danni, già di per sé notevoli, si aggiunge una vera e propria beffa: il fabbisogno invernale di energia delle pompe di calore, che può essere coperto solo in minima parte con l’autoconsumo, con le nuove norme sarà quasi interamente pagato in bolletta, visto che viene a mancare la copertura economica garantita dallo Scambio Sul Posto. Non esiste una soluzione per questo fatto elementare, salvo che aumentare la potenza fotovoltaica installata, con ulteriori oneri di spesa, per vendere più energia per compensare i costi, in una logica che non giova certo al sistema elettrico, già saturo nei periodi di maggior produzione fotovoltaica. Così si finisce nella demenziale pratica dello spreco e del superfluo, esattamente il contrario della logica di pensiero responsabile che fin qui ha accompagnato lo sviluppo delle energie rinnovabili.
A questo punto, emerge un grosso problema che sembra essere sfuggito ai più: come si può pretendere l’uscita degli edifici pubblici e residenziali da un sistema energetico basato sui combustibili fossili, se questa via rischia di diventare sempre più onerosa? Qualcuno ha provato davvero a fare i conti?
Nel frattempo, si riaprono le centrali a carbone e si rilancia il nucleare, centralizzando la produzione dell’energia, per imporre ancora la dipendenza dai grandi centri di produzione, distruggendo quanto è stato fatto nel corso di due decenni per sviluppare la generazione distribuita. Togliendo gli incentivi, eliminando lo scambio sul posto, mantenendo l’assurdo aggancio alle quotazioni del gas del prezzo dell’energia elettrica, alla fine solo i più ricchi “volontari” continueranno a praticare la via delle rinnovabili. La logica del massimo profitto e della speculazione alla fine è salva, ma non si salverà, invece, il nostro pianeta, a meno che ...