chi sono
Questo sono io...
haec ornamenta mea
Questo sono io...
haec ornamenta mea
"Yo soy un hombre sincero de donde crece la palma" canta una strofa della famosissima Guantanamera. Non nasco ai Caraibi, ma nella città di Grosseto, in prossimità di quella che per molti anni è stata appunto conosciuta come Piazza della Palma, oggi Piazza Pacciardi. Ho trascorso la mia infanzia in un cortile aperto alla strada, dove un'altra palma fu piantata quando avevo cinque anni e a breve raggiunse giusta giusta l'altezza per rifornirmi di giovani foglie acuminate da usare come freccette.
Nomen omen: Franco, di nome e di fatto!
Reputo di avere un atteggiamento che corrisponde al mio nome, ma non credo proprio sia per l'antica convinzione che il nome sia un presagio o, men che mai, che sia perché nacqui d'onde crece la palma. Piuttosto direi che, parafrasando il titolo della famosa commedia di Oscar Wilde, provo un certo piacere nell' essere Franco, di più: senza essere Franco non potrei vivere ;-)
Giochi di parole a parte e senza volerne fare un pregio per bilanciare i miei difetti, ritengo che la franchezza spontanea non precluda affatto il numero di relazioni interpersonali, tutt'al più ne classifica la qualità e l'intensità. Sono nato franco e Franco sarò.
A questo punto, se siete interessati alla mia attività trascorsa, fate clic qui, e accederete ad una breve descrizione della mia esperienza lavorativa.
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Se non siete interessati affatto a me, non comprendo come possiate essere giunti a leggere fino a questo paragrafo e vi suggerisco di fare clic qui.
Se siete andati oltre, leggendo questa riga, probabilmente ci conosciamo già e continuando a leggere potreste annoiarvi.
Sono nato a Grosseto, da mamma Daniella Giannini (doppia elle, mi raccomando) e babbo Beniamino (detto Mino) a dieci anni dalla fine della seconda guerra mondiale, il 6 febbraio, nel pieno del periodo conosciuto come "secondo dopoguerra", all'alba del così detto "Miracolo economico italiano".
Fu un miracolo, e fu italiano. L'anno della mia maturità il giurista Arturo Carlo Jemolo sul quotidiano La Stampa ebbe a scrivere: "« L'aria pareva più pura, persino la natura più bella; quanta fiducia negli uomini, quanta speranza che fosse sorta l'era degli uomini di buona volontà, disinteressati, senza ambizioni, per cui gli alti uffici fossero soltanto un dovere e una missione [...] Fu lo spazio d'un mattino. ». Poiché ritengo utile a sé e al prossimo che una persona abbia sane ambizioni, considero alla stregua di una licenza poetica la frase "senza ambizioni", leggendola come se l'aggettivo malsane fosse sottinteso; il resto è storia, una triste e nota storia.
L'infanzia trascorse scorrazzando fra la bottega del babbo, il grigio asfalto delle vie e delle piazze del centro cittadino, il verde della vegetazione delle vicine Mura Medicee e della fòrmica che ricopriva i banchi di scuola di allora. L'esplosione demografica aveva portato il municipio sull'orlo dei quarantamila abitanti, lo definirei un grande paese. Grande rispetto all'altro paese che spesso mi ha accolto nelle domeniche: Magliano in Toscana; per la mia famiglia Magliano, basta! I nonni materni vi erano sfollati durante l'ultimo conflitto mondiale, finendo per stabilirvisi definitivamente. Ho ricordi vivissimi dei luoghi, dei miei parenti e di quelle giornate passate a perlustrare gli anfratti tortuosi e occulti del paese. La stalla, il castro, gli odori, i sapori del ragù e del brodo di gallina, una di quelle che avevo tormentato nel chiassoso pollaio e alla quale mio zio aveva tirato il collo e appesa a terminare le convulsioni sopra l'acquaio di graniglia grigia, in attesa che la nonna la spennasse tenendola sopra le anchilosate ginocchia. I racconti di e su mio nonno, il profumato basilico sul basso davanzale della finestrina, la pioggia copiosa e i brividi lungo la schiena che mi suscitava il vederla quando la cucina economica (stufa a legna accessoriata d'altri tempi) alle mie spalle sprigionava tutta la sua potenza calorica facendo mugghiare il fuoco. Non è la sola nostalgia impossibile da ripercorrere e che, forse proprio per questo, si ripresenta di tanto in tanto sempre più intensa ad aromatizzare le mie emozioni.
Frequentato con profitto le scuole e conseguito con soddisfazione il diploma di geometra nel 1974, presi a viaggiare come una mosca senza capo sulla mia meritata 500 L (ebbene sì, acquistata con una borsa di studi quinquennale), estero compreso, fintanto che pervenni alla decisione di intraprendere l'esperienza di ufficiale dell'Esercito Italiano. Con una piccola "spintina", l'unica della mia vita, feci il mio ingresso come allievo UC nella caserma Ferrari Orsi di Caserta, dove coesistevano compagnie di ferrei carristi, colti cavalieri, competenti genieri, ginnici lagunari e prestanti bersaglieri. Il mio ruolo? Esploratore carrista. In tutto il battaglione vi erano solo cinque ufficiali esploratori, uno per ciascuna specialità. La particolarità era che appartenevo ai carristi, studiavo anche le materie dei cavalieri e dei genieri, eseguivo esercitazione fisica con i bersaglieri; quello che si chiama farsi un c... così! Lo scopo della formazione era quello di mettere in grado di avvicinare il "nemico", nascondendosi con un rombante carro armato dietro le frasche di corbezzolo o facendo cucù dagli avvallamenti del terreno per carpire i segreti di consistenza e intenzioni dell'avversario. Facile no? Quello fu l'ultimo anno che previde l'esistenza di un plotone esploratori carristi all'interno di un reggimento, e io posso dire, con ironico orgoglio, che fui l'ultimo esploratore.
Ero sottotenente a Ozzano dell'Emilia quando, il primo novembre, mio padre improvvisamente morì. Artigiano, inventore, uomo probo, Cavaliere della Repubblica per meriti riconosciuti e, ovviamente, non benestante. Avevo venti anni e non gli avevo ancora detto che non ce l'avevo con lui, come invece poteva sembrare che fosse, o come forse era stato, non so. So soltanto che per me fu una perdita immensa e che quella perdita l'Esercito mi chiese di non onorare, perché si avvicinava il 4 novembre, giorno nel quale era prevista la partenza di tutto il battaglione per il campo di addestramento di Capo Teulada. Mi precipitai al capezzale del babbo e cominciai così a dubitare sulla mia compatibilità con la vita militare, dubbi che divennero certezze durante il terremoto del Friuli. Proprio per non essere stato presente al campo militare, fui letteralmente promosso a comandante dell'autosezione (decine di "Jeep" e "Campagnola", auto, pullman, camion di tutte le taglie, molti cingolati e qualche moto). Un compito gravoso e delicato al tempo stesso, che fino ad allora era stato affidato a militari con decennale esperienza. Ricoprivo quell'incarico nel 1976 e durante quei mesi, ho visto cose che... mi hanno convinto a non fermarmi ulteriormente.
Non disponendo di capitali per proseguire gli studi, intrapresi l'avventura di procacciatore assicurativo, per poi formarmi come consulente finanziario, attività frammentata da periodi di impiego in qualità di geometra presso quello che allora era denominato Istituto Autonomo per le Case Popolari e che aveva la facoltà di assumere per brevi periodi che potevano essere rinnovati secondo precise cadenze previste dalla normativa che vigeva. Provai con convinzione vari concorsi per "titoli ed esami". Tutti percorsi interrotti da grave deficienza nelle raccomandazioni, che, allora più che mai, erano il sostituto della competenza.
Una delle attività saltuarie che praticavo, benché non entusiasmante, si rivelò essere la più affidabile. Iniziata quasi esclusivamente come impegno dei fine settimana, successivamente si estese anche ad altri giorni, e sempre di più, fino all'assunzione e poi alla direzione. Ero stato promosso da chi in quel momento svolgeva mansioni più importanti delle mie e di questo riconoscimento, di questa opportunità, gliene sarò sempre grato. Non lo consideravo un lavoro definitivo, ma sappiamo bene quanto, in mancanza di altro, stabile possa divenire la provvisorietà. Ho trascorso quindici anni della mia vita, divenendo formatore e referente interno per l'informatizzazione del gruppo di cui l'Agenzia Ippica, che ormai dirigevo, faceva parte. Già, scommesse sulle corse dei cavalli, io che gioco malvolentieri anche a tombola.
Il 26 agosto del 1989 io e la mia impareggiabile compagna, Letizia Stammati, convolammo a nozze con rito civile. Non si può dire che il matrimonio fosse frutto di chissà quale profonda riflessione: nostro figlio Dario era presente alla cerimonia e il piccolo Marco si faceva notare agitandosi nel pancione della mamma. Più che dei gioielli: davvero due splendide persone tali da costituire un vero patrimonio. Giorni, mesi, anni belli, bellissimi e impegnativi, con alti e bassi, gioie e apprensioni, probabilmente come per tutte le famiglie fortunate che hanno dei figli, ma non sto parlando di una famiglia fra le famiglie, parlo di una famiglia specifica, la mia!
Nel 1995 considerai che la stabilità famigliare e la mia acquisita esperienza in informatica potevano consentirmi di fare un passo avanti, o almeno di lato, e assieme al cognato Franco Pioli e al caro amico Sandro Cecchini (che successivamente preferì l'impiego all'impresa), fondammo la Geoprogetti Informatica srl, sorta come progetto indipendente e per coadiuvare lo STA Geoprogetti, dove erano associati altri cognati. Un gruppo insomma, una società SCS, società di cognati semplice.
Alle ore vissute in famiglia si avvicendavano quelle vissute al lavoro. Una danza non sempre armoniosa, ma mai in "conflitto d'interessi", come si abusa oggi nel dire. Ho progettato e realizzato il software GIS GE.NE.SYS., interamente italiano, acquistato in migliaia di copie da professionisti e Pubblica Amministrazione. Ho formato studenti e professionisti all'utilizzo del GIS sia nostro che di altre marche o Open Source. Abbiamo esposto alle fiere italiane di tecnologia più prestigiose: SMAU (Milano), ASITA (itinerante), SAIE (Bologna), Marmi & Macchine (Massa Carrara), Geofluid (Parma), Hydrogeo (Rimini), Forum PA (Roma), oltre a numerose manifestazioni e convegni a tema. Che giorni! Soddisfazioni, emozioni, qualche aspettativa delusa e tanta, tanta esperienza del variegato mondo del lavoro, dei suoi attori e dei loro interessi. Ho incontrato molte splendide persone, sopratutto fra i professionisti. Ho incontrato persone che potevano meravigliare solo per l'incompetenza sfacciatamente esibita e qualche persona di ammirevole capacità intellettiva, ma messa a disposizione di un perverso e degradato sistema. Se vuoi farti un'idea più precisa delle frequentazioni trascorse, consulta il sito della mia società, la GEOprogetti: dove era lei ero io.
Nel gennaio 2007 ho visto nella Delibera 40 del Ministero per lo Sviluppo Economico, conosciuta come Secondo Conto Energia, nuove possibilità di lavoro che avevano molto in comune con l'informatica: si trattava di innovazione, avrebbe dovuto essere il motore economico del futuro, si rivolgeva sia al settore pubblico che al privato (meglio sempre diversificare), conteneva nozioni di equità e rendeva migliore il mondo. Fu così che la Geoprogetti Informatica modificò lo statuto e la ragione sociale, divenendo semplicemente GEOprogetti, per occuparsi prevalentemente di energia alternativa da fonti rinnovabili, sopratutto eolico e fotovoltaico. Anni molto intensi anche questi, altre soddisfazioni e altri grattacapi, fintanto che la normativa prese a mutare con andamento vagamente dissociato e le regole sembravano dettate più da lanci di dadi che da logiche di sviluppo nazionale. In breve: di quello che per molte nazioni si stava dimostrando il motore economico trainante la ripresa, in Italia era stato fatto scempio, seccando la fonte. La crisi economica che si manifestò dal 2008 lasciò il nostro splendido Paese al sole, al vento ed alla pioggia, senza trarne la dovuta energia (economica), ma soltanto il solito guadagno per i soliti noti, spesso dal "volto" travisato nei tax haven, che, se per alcuni sono considerati paradisi, per i normali cittadini costituiscono un vero e proprio inferno.
Nel 2012 l'improvvisa e precoce perdita del socio, amico fraterno e cognato, Franco Pioli, ed il succitato avvicendarsi normativo in materia di energie rinnovabili mi hanno costretto a rivedere la struttura societaria, riportando l'informatica ad esserne il core business e a separare alcune competenze generando nuove unità organizzative, in forma di spin-off, con le quali condividere il management.
Oggi sono amministratore unico della GEOprogetti, la quale ha ripreso a seguire interessi in ambito GIS e WebGIS. Mi occupo personalmente di formazione per le scuole di ogni ordine e grado, per la Pubblica Amministrazione e per i privati in ambito GIS Open Source (QGIS), Office Automation con G Suite (di Google), Office (Microsoft) e LibreOffice (software open source per la produttività personale e per l'ufficio).
Degli augusti imperatori romani conosciamo biografie accurate, colme di descrizioni di luoghi e di eventi, ma in realtà ben poco sappiamo di come ciascuno di essi abbia intimamente vissuto le battaglie che ha vinte e perse, quali emozioni gli fossero trasmesse dai luoghi che frequentava, quali sentimenti realmente nutrisse nei confronti dalle persone che incontrava o che avrebbe voluto incontrare. Non pretendo di dire certo nulla di nuovo, ma quando leggiamo una biografia, così come quando ammiriamo un capolavoro d'arte, in realtà leggiamo di noi, di come interpretiamo quelle storie, delle emozioni che proviamo o che attribuiamo all'autore o al committente; si tratta di noi. Il paese, il profumo di stallatico, il timore degli immensi buoi, il profumo dei biscotti, il sentiero fuori porta affiancato da quel vertiginoso panorama e da maiali che non paventavano la mia presenza, mentre io invece... Quelle suggestioni, quel panorama appartengono necessariamente a me, e quando non ci sarò più non ci sarà più neanche quel paesaggio. Così è, per tutti, per tutto. Se quindi questa striminzita autobiografia avesse dato l'impressione di essere di qualche aiuto a comprendere la mia persona, posso con assoluta certezza e benevolenza dirti che sei in errore. Non è questione di sentirsi incompresi o di essere soli nella vita; è questione di essere unici!
Credo che se ti sei spinta/o a leggere fin qui i casi possano essere due: o stentavi a prendere sonno, oppure mi è accaduto qualcosa. Spero nella prima ipotesi. Buona notte.