Matres nasce come attraversamento di un vuoto, quello lasciato dalle rappresentazioni stereotipate della maternità, che continuano a ridurla a gesto naturale, vocazione assoluta, destino silenzioso o atto quasi obbligato. Una narrazione che, soprattutto da uno sguardo maschile, tende a presentare la maternità come parte normale e inevitabile della vita di una donna. Ma non lo è.
Questo progetto restituisce corpo e voce a chi sceglie, o è costretta, a vivere la maternità fuori dai modelli dominanti, spostando l’attenzione dalla retorica dell’istinto alla materialità dell’esperienza.
Matres osserva la maternità come atto concreto, ambivalente, profondamente umano, segnato dalla fatica e dalla responsabilità, ma anche la vita delle donne all’interno di una società che resta strutturalmente maschile e maschilista, fondata sulla competizione, sulla gerarchia e su una supremazia che continua a escludere o penalizzare chi si prende cura.
Il progetto si muove in contesti in cui i servizi pubblici arretrano, insieme al senso stesso di comunità. Il lavoro femminile resta sistematicamente penalizzato e la cura continua a essere considerata una questione privata. In Italia il 72% delle madri sole è disoccupato o sotto-occupato, una condizione che spesso costringe a scegliere tra sopravvivenza economica e cura dei figli, mentre il carico mentale, fatto di pianificazione, organizzazione e gestione affettiva, grava quasi interamente sulle loro spalle. Mothers rende visibile questa tensione costante, senza mai trasformarla in spettacolo.
Il lavoro si configura come un archivio in divenire, un cantiere aperto destinato a crescere nel tempo, accogliendo progressivamente le fotografie di altre madri e nuove storie. Non segue una struttura narrativa rigida né un tema univoco. Ogni immagine nasce da un dialogo costante, o talvolta da un silenzio condiviso, che permette di avvicinarsi, per quanto possibile, alla personalità e alla complessità delle protagoniste.
Il filo che attraversa tutte le immagini è la verità che custodiscono, una verità fatta di carne, di sudore, di assenze, di attese e di gesti ripetuti mille volte, ma anche di semplicità, cura di sé, sensualità e bisogno di socialità.
In questa prospettiva Matres si pone come evoluzione naturale di Mother del 2020, presentata al Teatro Porta Portese di Roma. Se Mother era un’indagine intima concentrata su una singola storia, quella di una donna operatrice sanitaria, divorziata, madre di due figli con disabilità, Matres amplia lo sguardo e lo rende collettivo. Dove il primo lavoro entrava in profondità nel vissuto individuale, il secondo continua a farlo con la stessa discrezione, ma costruisce una mappa più ampia.
Mother raccontava il fragile equilibrio tra dedizione e desiderio di esistere oltre il ruolo, tra sacrificio e ribellione, tra cura e resistenza. Matres raccoglie quell’eredità e la spinge oltre, trasformando l’intimità in spazio politico e la singola esperienza in testimonianza condivisa. Non abbandona la dimensione emotiva, ma la colloca all’interno di una struttura sociale che produce marginalità e isolamento.
La maternità che qui si racconta non chiede di essere strumentalizzata né idealizzata. Chiede di essere riconosciuta. Non si fonda sulla perfezione, non coincide con il sacrificio eroico, ma con la possibilità fragile e radicale di continuare a essere sé stesse.
Matres è un luogo di visione e di ascolto, una narrazione sensibile che restituisce spessore umano e politico a ciò che troppo spesso viene dato per scontato. Essere madre oggi è anche un atto di forza invisibile. Ed è proprio a questa forza, che non cerca eroismi ma diritti, che questo progetto tenta di dare forma.
Matres arises to fill the gap left by stereotypical representations of motherhood, often portrayed as natural, destined, or inevitable, largely from a male perspective. The project gives voice and presence to those who experience motherhood outside dominant models, shifting the focus from idealized instinct to the material reality of lived experience.
It observes motherhood as a concrete, ambivalent, and deeply human condition, marked by effort and responsibility, within a society that remains structurally male and competitive, where care work is consistently undervalued.
The project documents the tension between economic survival and childcare, highlighting the mental load that rests largely on mothers, without ever turning their struggle into spectacle. It takes the form of an evolving archive, growing over time through new stories and images. Each photograph emerges from dialogue or shared silence and captures the truth of lived experience: fatigue, absence, repetition, but also self care, sensuality, and the need for social connection.
Matres expands on Mother, first presented in 2020, moving from an intimate investigation centered on a single story toward a collective portrait. It transforms personal intimacy into a political space, presenting motherhood not as heroic sacrifice but as the fragile and radical possibility of continuing to be oneself.
The project honors the invisible strength of contemporary mothers, offering visibility and recognition without idealization.