La valutazione dei rischi finanziari legati al surriscaldamento globale non è un’operazione facile o scontata.
Asset Owners Disclosure Project (AODP), organizzazione internazionale no-profit che analizza e valuta il comportamento di centinaia di investitori in tutto il mondo, ha creato l’indice Global Climate Index 500, attribuendo valori dalla tripla A alla D, ed assegnando una X ai fondi che risultano “ritardatari” nel considerare i possibili impatti dei cambiamenti climatici.
L’indice ha esaminato i 500 maggiori “asset owner” mondiali tra fondi sovrani, fondazioni, fondi pensione e assicurativi (che nel complesso valgono circa 40.000 miliardi di dollari) valutando la rilevanza dell’economia verde nelle strategie d’investimento, la capacità di gestire i rischi ambientali, la chiarezza e la trasparenza delle informazioni.
L’indice AODP ci aiuta a capire chi sta investendo di più e meglio nelle fonti rinnovabili, configurandosi come una sorta di “termometro della finanza verde globale”. Il 60% dei fondi valutati (299 istituzioni per un totale di 27.000 miliardi di dollari) si sta impegnando - chi più chi meno - a ponderare i rischi climatici nella suddivisione dei portafogli azionari e obbligazionari.
Asset Owners Disclosure Project ha inoltre rilevato che il 42% dei fondi analizzati incorpora nella pianificazione delle proprie attività il cambiamento climatico.
Nella classifica stilata, le nazioni più rappresentate appartengono all’Europa settentrionale e ai Paesi Anglosassoni, mentre la Cina si posiziona tra i paesi peggiori in quanto a trasparenza degli investimenti e riconoscimento di rischi climatici, nonostante le recenti dichiarazioni dei suoi governatori che si sono contrapposti alle scelte di Donald Trump.
L’Europa, secondo AODP, è leader della finanza verde globale (intesa come capacità di gestire il fattore di rischio climatico). Tra i fondi mondiali con punteggio AAA nell’indice, infatti, 20 sono europei.