La civiltà nuragica, una cultura sviluppatasi in Sardegna fra il 1700 e il 500 a.C. circa, ci ha lasciato circa 8000 nuraghi, alcuni meglio conservati e altri più incompleti. Un nuraghe è un edificio di volume troncoconico realizzato in pietra completamente a secco, ovvero incastrando i massi perfettamente senza malta. I massi sono disposti in una serie di anelli che si restringono progressivamente andando verso l'alto, lasciando in cima un foro che può essere chiuso da una pietra inamovibile o rimovibile.
Nessun nuraghe ha conservato la parte finale (il terrazzo), ma si stima che potessero raggiungere altezze fino ai 30 metri e fossero divisi in più camere, raggiungibili tramite una scala a chiocciola. I nuraghi furono costruiti dal 1600 a.C. al 1200 a.C. circa. All’inizio erano singoli, mentre successivamente si cominciarono ad aggiungere torri secondarie finestrate e collegate da murature, formando complessi che rassomigliano a castelli (Fig. 1).
Proprio per questa somiglianza si è pensato, in passato, che fossero destinati a un uso militare e difensivo. Ultimamente è stata abbandonata l'idea che la civiltà nuragica fosse divisa in clan sempre in guerra tra loro e sono sorte nuove ipotesi: la teoria polivalente, che vede queste strutture dedicate a diversi usi (magazzini di alimenti, mercati, luoghi per la produzione di statuine in bronzo), la teoria religiosa-rituale e infine l'ipotesi di osservatori astronomici. È anche possibile che quelli che a noi sembrano sempre nuraghi uguali, in realtà avessero diverse specializzazioni.
Fig. 1: Complesso nuragico di Su Nuraxi a Barumini (© www.unesco.beniculturali.it)
Il Gruppo Ricerche Sardegna, associazione di studiosi di archeologia sarda, ha individuato come le finestre di alcune torri secondarie siano allineate con le direzioni dell'alba e del tramonto dei solstizi o degli equinozi. L'azimut del sorgere del Sole alla latitudine della Sardegna varia da 58° (nord-est) al solstizio estivo a 90° agli equinozi fino a 122° (sud-est) al solstizio invernale; l'azimut del tramonto varia da 302° (nord-ovest) al solstizio estivo a 270° agli equinozi fino a 238° (sud-ovest) al solstizio invernale (Fig. 2).
Marcare i momenti degli equinozi e dei solstizi serviva a dividere l'anno in stagioni e quindi ad avere una sorta di calendario che seguisse i ritmi della natura, utile per l’agricoltura e l’allevamento (Fig. 3). Fenomeni simili si verificano, ad esempio, in due edifici in America centro-meridionale: El Torreon (civiltà Inca, Machu Picchu, Perù), dove la luce del Sole attraversa una delle finestre all'alba del solstizio d'inverno, ed El Caracol (civiltà Maya, Yucatan, Messico), le cui porte sono allineate verso gli equinozi e importanti eventi lunari.
Fig. 2: Azimut di solstizi ed equinozi alla latitudine della Sardegna (© Valeria Vanzani)
Fig. 3: In alto, pianta della torre finestrata del nuraghe Gedilì a Jerzu con evidenziate le direzioni dell'alba e del tramonto degli equinozi (90° e 270°) e del solstizio d'inverno (122° e 238°) (il nord è in alto). In basso, a sinistra alba e a destra tramonto del solstizio d'inverno (© Atzeni, Garau, Mura, 2018)
Diversi nuraghi risultano orientati con la porta verso l'alba del solstizio invernale, ovvero a sud-est. In alcuni di essi, al solstizio, si osserva un fenomeno interessante: mentre la luce che entra dalla porta si ferma poco dopo la soglia, il raggio di Sole che penetra attraverso il finestrino sovrastante riesce a spingersi fin dentro la sala, formando una figura di luce sulla parete opposta (a volte una testa taurina, simbolo importante presso i popoli antichi, Fig. 4). Questo è simile a quanto accade nel tumulo neolitico di Newgrange (Irlanda), quando all'alba del solstizio invernale la luce del Sole penetra attraverso una finestra sovrastante la porta (detta roof box) e va a illuminare una pietra decorata posta sul fondo di un lungo corridoio.
La direzione sud-orientale potrebbe essere stata scelta anche per ripararsi dal vento maestrale. Ma in realtà bisogna tenere conto della posizione in cui è situato ogni singolo nuraghe e del suo contesto orografico: dal maestrale proteggono meglio, ad esempio, montagne e dirupi. La figura di luce che si forma al solstizio invernale, inoltre, non sembra casuale perché in alcuni casi è collegata a evidenze di uso cultuale dei nuraghi. Ad esempio, nel nuraghe Santa Barbara a Villanova Truschedu essa incrociava una sorta di altare di cui è rimasta la base.
Osservando la volta celeste per scandire il tempo, l'umanità entrava in contatto con la dimensione divina, per questo i fenomeni celesti assumevano significati rituali di profonda importanza. L’attenzione al solstizio invernale, collegato alla rinascita poiché dopo di esso le ore di luce tornano ad allungarsi, è testimoniata già in alcune sepolture preistoriche scavate nella roccia di epoca prenuragica.
Fig. 4: Evento al solstizio d'inverno al nuraghe Santa Barbara a Villanova Truschedu: ingresso del raggio solare dal finestrino sovrastante la porta, allineamento del sole con il finestrino, figura di luce che si forma sulla parete opposta (in questo caso una testa taurina) (© Atzeni, Garau, Mura, 2018)
All'epoca della civiltà nuragica, dalle finestre di alcune torri secondarie o dal finestrino sovrastante la porta era possibile anche osservare alcune stelle come Alpha Kentauri e Sirio, due delle stelle più luminose. Alpha Kentauri non è più visibile oggi dalla Sardegna, ma lo era all'epoca a causa della precessione degli equinozi.
Un terzo fenomeno, già studiato dall'antropologo Carlo Maxia negli anni '70, riguarda i nuraghi che presentavano la volta non completamente sigillata. In essi il foro apicale superava lo spessore del terrazzo grazie a un prolungamento detto lanterna e poteva essere aperto o richiuso con una pietra rimovibile (Fig. 5).
Al solstizio estivo, quando il Sole raggiunge la sua massima altezza, penetra nel foro apicale e illumina la nicchia centrale della camera del piano superiore (Fig. 6). Si può ipotizzare che un sacerdote o una sacerdotessa alloggiasse in tali occasioni nella nicchia centrale, venendo completamente illuminato, o che in essa venissero posti particolari oggetti. Un fenomeno simile si verifica al Pantheon di Roma per alcuni giorni attorno al 21 aprile - data tradizionale di fondazione della città - quando il Sole penetra dall'oculus e illumina la porta d'ingresso al mezzogiorno locale.
Fig. 5: Chiusura sigillata o non sigillata delle volte nuragiche (© Atzeni, Garau, Mura, 2018)
Fig. 6: Raggio di sole che al solstizio estivo penetra dal foro apicale e illumina la nicchia centrale nei nuraghi Ruju a Torralba (a sinistra) e Tettinosa a Perfugas (a destra) (© Atzeni, Garau, Mura, 2018)
Oltre ai nuraghi, la cultura nuragica ci ha lasciato anche pozzi sacri dedicati al culto delle acque, significativo in una regione che in alcuni periodi soffre di scarsità d'acqua. Un caso particolare è il Pozzo di Santa Cristina, situato nel comune di Paulilatino, in provincia di Oristano, e risalente all'anno 1000 a.C. circa (Fig. 7).
Il pozzo è a pianta circolare e coperto da una tholos alta 7 metri, una sorta di cupola formata da anelli di blocchi di pietra il cui diametro diminuisce man mano che si arriva verso l'alto. La tholos si conclude con un foro di 35 centimetri a livello del suolo. Al pozzo si accede tramite una scala di 25 gradini, che si apre in un vano trapezoidale e si restringe gradatamente mentre scende. Il tutto è circondato da un recinto ellittico a sottolineare la sacralità del luogo.
Fig. 7: Pozzo di Santa Cristina a Paulilatino, si distinguono il foro circolare della cupola a livello del suolo e la scala nel vano trapezoidale (© www.pozzosantacristina.com)
Secondo i lavori di diversi studiosi, da ultimo quello di Arnold Lebeuf, durante il lunistizio maggiore settentrionale (che si verifica ogni 18,61 anni), la luce della Luna, che raggiunge la sua massima altezza in cielo, entra nel foro della cupola e si specchia sul fondo del pozzo. Nella tholos ciascun anello di pietre è disposto in posizione leggermente arretrata rispetto a quello più in basso, lasciando a ogni livello uno stretto spazio di 2 centimetri. Secondo Lebeuf, si tratta di una scala graduata per segnare l'inclinazione della Luna ai lunistizi settentrionali lungo il ciclo di 18,61 anni: man mano che la Luna si alza nel cielo, la sua luce colpisce i margini degli anelli di pietra sempre più in basso, fino ad arrivare al fondo del pozzo al lunistizio maggiore settentrionale (Fig. 8).
Molti popoli antichi consideravano la Luna padrona delle acque, avendo osservato il fenomeno delle maree. Il culto dell’acqua e della Luna, grazie al loro legame con la gestazione e il ciclo mestruale della donna, era un’altra espressione del culto della Dea Madre, molto diffuso nei popoli preistorici e protostorici. La parte sotterranea del Pozzo di Santa Cristina rappresenterebbe l'utero della Dea Madre, e scenderci e risalire la rinascita simbolica.
Così il Pozzo di Santa Cristina era probabilmente sia un edificio di culto sia un osservatorio scientifico del grande ciclo lunare di 18,61 anni. Alcuni archeologi hanno obiettato che in origine il pozzo fosse chiuso da una copertura in pietra, ma le ricerche del professor Enrico Atzeni, che ne curò lo scavo archeologico, non hanno trovato fondamenta abbastanza grandi da sostenere una tale struttura.
Fig. 8: A sinistra, traiettoria della luce della Luna che alla massima altezza raggiunge il fondo del Pozzo di Santa Cristina. A destra, la luce lunare illumina i margini degli anelli di pietra della cupola (© Lebeuf, 2015)
La Sardegna possiede uno dei più grandi musei archeologici a cielo aperto d'Europa, in gran parte ancora poco valorizzato e da scoprire. Le scoperte archeoastronomiche dell'isola ci aiutano a capire come fin dai tempi antichi l'umanità fu un'attenta osservatrice dei movimenti del cielo, per riuscire a scandire i tempi della vita quotidiana e dei culti religiosi. In questo modo, l'archeoastronomia ci può aiutare a capire la cultura della civiltà nuragica e dell'umanità antica in generale.
Curiosità: La parola nuraghe deriva dal radicale sardo preindoeuropeo nur che significa sia “accumulo” (di pietre) che “cavità”.