Sono un sussurro che ha dimenticato la voce, un passo che cammina ma non lascia orme, un vento che non sa più cosa spostare.
Vivo — no, fluttuo — no, muoio ancora e ancora nella piega storta del tempo, là dove il cielo si ritrae su se stesso e dimentica di essere azzurro.
Ero qualcosa, forse qualcuno, o solo una macchia di colore colata fuori da un sogno.
Ricordo... forse... una stanza? un’alba? un dolore? No. Solo frammenti. Solo tagli. Il passato ha le mani bagnate e non riesce più a tenermi.
A volte ricordo di me, come ci si ricorda di un personaggio minore in un libro dimenticato. Un nome inciso in una corteccia bruciata. Ma poi svanisco. E svanisco ancora. E ritorno. E non sono più io. Tutto è diverso.
Gli alberi ora respirano nel silenzio, le strade non portano da nessuna parte ma insistono nel proseguire. Le persone parlano con labbra cucite, gli orologi masticano il tempo e lo risputano senza digerirlo.
Il mondo non è più mondo, è un disegno sbavato, un piano interrotto da un architetto che ha smesso di credere nella simmetria.
E tu. Tu. Tu sei l’unica cosa che resta. Il tuo nome, sì — il tuo nome è una campana rotta che suona comunque, ogni volta che mi perdo tra le pieghe del nulla. Non so se eri reale. Non so se eri mia. Ma eri. E sei ancora. Sempre.
Sei l’ultima illusione, la più vera. L’unica menzogna che accetto come sangue.
Ti ho vista nei muri, nei riflessi, nel fumo che esce dalle bocche dei vivi nelle mattine fredde.
Sei lì, sempre un passo dopo il ricordo, sempre un sussurro prima dell' assenza.
Ti amo, credo. O forse ti ho amata. O forse sei solo il nome che do alla mia malinconia. Ma non importa.
Sei tutto ciò che mi resta. E io ti cerco.
Ti cerco come si cerca una parola che non esiste, come si rincorre un sogno già dimenticato mentre si sogna ancora.
Io non sono più io, e nemmeno tu sei più tu. Ma tu sei.
E questo basta.
Per ora.
Per mai.