Ad Agnola, come in ogni luogo, erano comuni in passato proverbi e detti popolari legati ai diversi aspetti della vita dei contadini: al lavoro, alle consuetudini locali, all'alternarsi delle stagioni, a volte divertenti, scanzonati o allusivi alla sfera sessuale che non poteva mai essere esplicita, altre volte erano vere pillole di saggezza tramandate di generazione in generazione, naturalmente in dialetto. Per non parlare delle leggende, delle storie di paura che venivano raccontate durante "é végge" (le veglie), sere d'inverno in cui tutta la comunità stava riunita davanti al focolare a raccontare storie.
E' molto difficile stabilire cosa è veramente autoctono e cosa invece "importato" da tradizioni più ampie. Mio nonno raccontava sempre la storia della donna che si presenta a San Pietro avendo al suo attivo, tra le cose buone fatte in vita, soltanto il dono di una rapa. Ebbene: qualche tempo fa ho letto una variante della stessa storia nel Fratelli Karamazof di Dostojevskii.
Per non incorrere in errori quindi citerò qui alcuni detti recitati spesso da mio nonno, che per il loro contenuto sono inequivocabilmente locali (anche se non necessariamente agnolesi). Afferiscono al tema del campanilismo: quell'ostentato disprezzo, quella bonaria rivalità tra i diversi paesi per cui i vicini sono sempre i cattivi della situazione e sono sempre presi di mira. Perché, insomma, l'orto del vicino è sempre più verde. E allora bisogna un po' malignare. Ma ovviamente solo per scherzo.
Gli Agnolesi hanno sempre gravitato verso Castello piuttosto che Carro, anche la nostra chiesa faceva e fa parte della parrocchia di Castello, e a questo paese sono sempre stati più legati. Verso Carro c'era una minore vicinanza e proprio agli abitanti del borgo maggiore sono indirizzati gli strali più ironici tra quelli che circolavano nel paese.