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Fellini con Marcello Mastroianni e Sophia Loren sul set di Otto e mezzo (Ostia)
Photo Tazio Secchiarolli
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  90    IRScore

Sulla base di 19 recensioni





 90     CORRIERE DELLA SERA 
  Tullio Kezich - Si la definizione testamento spirituale si potesse applicare a una personalità come Fellini, questo intervista lo sarebbe.



 90     LA REPUBBLICA 
  Arianna Finos - E al cinema arriva l’intervista-confessione. Una grande intervista filmata…



 90     L'UNITA 
  Dario Zonta - A dieci anni dalla morte di Federico Fellini, avvenuta il 31 ottobre 1993, il mondo non dimentica uno dei più grandi geni del cinema. Tutto è iniziato con il Festival di Cannes, ma poi anche Roma, Bologna, Parigi e New York hanno in programma una serie di iniziative dedicate al grande regista. Ovviamente anche l’Arsenale ha preparato un suo personale ricordo di Federico Fellini, a partire dal documentario Fellini: sono un gran bugiardo di Damian Pettigrew. Pettigrew ha raccolto, tra il 1991 e il 1992, le ultime interviste rilasciate dal regista, che in una di queste asserisce: “Credo di aver sempre inventato tutto; per me sono più vere le cose che non sono accadute ma che mi sono inventato. Rimini quella vera, per me, si è allontanata per lasciare il posto al paese che ho descritto ne I vitelloni e in Amarcord. Mi sembra ora che queste due sovra-costruzioni appartengano di più alla mia vita che alla Rimini topografica. Insomma sono un gran bugiardo, questa è la conclusione”.

Ecco allora l’intervista di un mentitore che dice di mentire. Un altro e l’ultimo dei paradossi di Fellini. Ma in questo c’è la sua verità, la sua poesia, la sua arte. Nessuno, infatti, dubita della verità di questa confessione felliniana, che si estende dal personaggio all’uomo in un coincidere schizofrenico che è la cifra della sua arte e del suo mestiere. Montata con brani di film, ciak di lavorazione, interviste a collaboratori e attori (da Donald Shuterland a Terence Stamp, da Rotunno a Calvino) e legata a filo doppio con le dichiarazioni di Fellini, Io sono un gran bugiardo ha il merito di restituire l’immagine “vera” del maestro riminese attraverso un racconto “falso”, dichiarato sin dall’inizio. Pettigrew capisce che Fellini è Fellini quando inventa, crea, costruisce, realizza con le parole il proprio mondo di fantasie e burattini, mostri e preti, artisti e poveracci, generali e saltinbanchi, zii matti e megere formose”.

Il ricordo di Federico Fellini, oltre alla proiezione del documentario, continua con I vitelloni e Amarcord: un doveroso omaggio a quella Rimini inventata, ma da sembrare tanto reale ed emozionante, che ormai è parte del nostro innmaginario, e un omaggio al suo cinema riproposto con copie nuove e restaurate. Infine Intervista dove Fellini ricostruisce il suo passato di uomo e di autore cinematografico.




 90     LA STAMPA 
  Lietta Tornabuoni – Inframmezzato da citazioni pertinenti e belle di film felliniani, il documentario offer testimonianze di amici, di compagni di lavoro, di due attori assai interessanti come Donald Sutherland e Terence Stamp…



 90     L'ESPRESSO 
  Lietta Tornabuoni - La cosa straordinaria è che Fellini non racconta nell’intervista gli aneddoti autobiografici mille volte ripetuti… Fellini parla in modo ammaliante della creatività, della sua arte, del lavoro di regista…



 90     TAM TAM IL DAILY di ITALIA CINEMA 
  Stefano RosaIl film, privo di commento, è completamente affidato a Fellini che si racconta in una lunga e intense conversazione…



 90     CINEMA INVISIBILE 
  Simona Ottavo - Il risultato non è un puro e semplice ritratto biografico ma una profonda ricerca filosofica, un documento prezioso per entrare nel mondo di uno dei più grandi personaggi del nostro cinema…



 90     CINEMAVENIRE 
  Andrea Falconi - Giunto in Italia sostenuto dal favore di tutta la stampa francese ma non solo, il documentario è stato accolto dalla stampa romana con molta curiosità… Il pubblico si è commosso nel rivedere Fellini; ha seguito con interesse le sue parole e le altre testimonianze; alla fine ha applaudito non tanto, credo, per il valore estetico del documentario, ma per l’emozione di aver potuto rivedere ancora una volta il più grande regista del cinema italiano… Chissà se questo ritratto è l’ultima illusione del Grande Regista. Non burattinaio dunque, ma prestigiatore. Probabilmente non conosceremo mai la verità, ma non importa perché anche se con l’inganno, ancora una volta, è riuscito a farci commuovere. Grazie Federico…



 90     DEL CINEMA - Un brioso autoritratto tra finzione e confessione in cui il regista riminese scopre il gioco delle molte verità sul suo cinema e la sua vita…



 90     FILM UP.COM 
  Daniele Sesti - Un interessantissimo viaggio nell'arte felliniana che ci fa scoprire lati nascosti del Maestro che con un'insolita loquacità, ci svela il suo concetto di arte, la sua idea dell'opera dell'artista ("quando dirigo un film è come se un altro prendesse possesso del mio corpo"), del suo rapporto con gli attori, del suo modo di scrivere e di girare un film…



 90     FONDAZIONI ITALY - Ne esce un ritratto insolito e commovente, dove l'aggettivo bugiardo per una volta equivale a creatore…



 90     ICINE.IT 
  Federico Passi - Il regista canadese ha costruito un ritratto ampio, non biografico, quanto evocativo della magia legata all'uomo Fellini…



 90     INTERNAZIONALE MAGAZINE - Critic's Choice - … Fellini ha un tono calmo e pacato, a tratti misterioso. E mentre si alternano lunghi primi piani del regista a scene dei suoi film, scopriamo anche i retroscena della sua tecnica: sul set Fellini domina, spaventa, seduce il cast, sogna e soffre per ogni personaggio.



 90     L'ISOLA DEL TESORO.COM 
  Sergio Gualandi - FELLINI, SONO UN GRAN BUGIARDO, è zeppo di momenti memorabili, che vanno rintracciati non soltanto dove si ha modo di assistere a come il Fellini-profondo dirigeva gli attori, mimando loro le parti da recitare con quella carica ora istrionica ora da clown che a stento si intuiva dietro l’aspetto pacioso del Fellini-anagrafico, ma anche quelli che lo immortalano più semplicemente seduto a parlare del suo rapporto con l’immaginario del cinema, immaginario cui tanto ha contribuito…



 90     QUELLICHE... IL CINEMA 
  Allesandro Bizotto - FELLINI, SONO UN GRAN BUGIARDO è anche un'immagine del cineasta, dell'uomo che dirigeva i film a suo modo, che dominava il set con il suo polso e le sue idee.



 90     ALTROMOLISE.It 
  Marinella Ciamarra - A Manhattan, presso la "Screening Room" della zona Tribecca, dove da poco e’ terminata la seconda edizione del Tribecca Film Festival organizzata da De Niro in memoria del crollo delle Twin Towers, è in proiezione fino al 23 maggio: Fellini, I'm a Born Liar, un documentario che il regista canadese Damian Pettigrew ha portato sugli schermi in occasione del decimo anniversario della morte del maestro del cinema italiano Federico Fellini. Prodotto da Portrait & Co., e co-prodotto da Arte France, Dream Film (Italia) e Asylum Pictures (Scozia), il documentario propone un’ora e quaranta minuti di interventi, oltre allo stesso Fellini, di tutte quelle persone che lo hanno coadiuvato nel corso della sua vita e carriera: Donald Sutherland, Terence Stamp, Giulietta Masina, Italo Calvino, Roberto Benigni.

     Il documentario di Pettigrew si presenta a New York in concomitanza con l’omaggio che il Festival di Cannes in corso in questi giorni (14-25 maggio) dedica al regista italiano, precedendo di alcuni mesi il decennale della morte (30 ottobre) e dando corso ad una manifestazione, grazie agli sforzi congiunti di Cinecittà Holding, Mediaset Progetto Cinema Forever e Scuola Nazionale Cinema Cineteca Nazionale, in cui saranno presentati tutti i film di Fellini (venti, più tre episodi di film collettivi) molti dei quali in versione restaurata. 

     Fellini propone se stesso come un gran bugiardo perchè per tutta la vita non ha fatto altro che mentire, inventando storie, personaggi, vite parallele, sentimenti, emozioni che, attraverso il racconto, attraverso le immagini, è riuscito a rendere più vere della stessa vita reale. E lui stesso ha amato quel mondo fittizio molto più di quanto non abbia fatto con quello vero. Fellini parla di sè, del suo rapporto con il cinema, con la vita, con le donne, con il mondo. Di come sin da bambino fosse attratto dagli artisti, ribelli, vagabondi, scombinati. Di come non avrebbe potuto concepirsi in nessun altro modo se non quello di essere regista, e come tale una sorta di mago, in grado di ricostruire la finzione con la stessa meticolosità, la stessa perfezione di cui si compone nella sostanza il mondo.  Di qui l’attenzione particolareggiata alle inquadrature, ai dettagli, alla luce, come in un quadro. E lo stesso Fellini dichiara infatti che, se non è vero che nei suoi film è presente un taglio "picassano", è vero però che Picasso è stato un suo profondo ispiratore, e punto di riferimento nei sogni (ne descrive due), come nella realtà.

     Una concezione del cinema profonda, dunque, attenta, particolareggiata, in cui ogni elemento si incastra nell’altro in una sequenza armonica nel tentativo di ricostruire un cerchio perfetto. Cinema come vita. Vita come senso dell’assenza. È una parola quest’ultima - che evoca tanta produzione letteraria del passato - ricorrente nella lunga intervista felliniana. Quello che conta non è per lui ciò per cui si aspetta, ma l’attesa in sè, che dà il senso di ciò che siamo, e di ciò per cui viviamo. Poco importa dunque quello che si aspetta, ma il come lo si fa, che è forse l’essenza stessa della vita. Parla di attesa il maestro Fellini, di vita. E di morte. La morte non lo spaventa, dice. Perchè è stato un uomo fortunato nella vita, trovando le persone giuste al momento giusto, una donna, degli amici, che è forse quanto di più si possa desiderare.

     Un colloquio pacato intervallato da spezzoni di film - "8 1⁄2 ", "Casanova", "La città della donne", "Giulietta degli Spiriti", quel "Viaggio di G.Mastorna" che avrebbe sempre voluto realizzare e di cui è presente un pezzetto in ogni film successivo al suo concepimento rimasto in nuce....- e da immagini di attori, in primis l’amato Mastroianni - che hanno reso famosa la sua arte, e apprezzato nel mondo il suo genio.



 90     DSONLINE.It 
  Mario Verdone - Un interessante, anche se infrequente, filone della attuale produzione cinematografica fa rivolgere l’attenzione al “ritratto” biografico di personaggi contemporanei. Lo spettatore è invitato a visionare film che non hanno niente in comune con le abituali storie malandrine, “horror” o fantascientifiche, che spesso sanno di stantio, ed i quali presentano invece la vita com’è e gli uomini come sono; quasi riconquistando lo spazio perduto da una attraente attività di documentazione che spesso si rivela efficacmente istruttiva. I risultati non sono sempre gli stessi ma talvolta il prodotto offerto, se realizzato con scrupolo e amore della verità ha aspetti accattivanti perché mostra a nudo l’ “anima”. È il caso di “Fellini: sono un gran bugiardo” di Damian Pettigrew, dove è il discorso stesso del maestro, non di rado affascinante, quasi cesellato nella scelta delle parole, attraverso interviste registrate un anno prima della morte, che offre un eccezionale documento biografico, descrive la “verità” di Fellini che può coincidere con falsità, bugia, artificio, in una confessione da non perdere: la quale svela i segreti del suo pensiero e del suo operare, e spiega il mistero della creatività di un artista.

Altro ritratto incontriamo in “Un mondo d’amore” di Aurelio Grimaldi, ove sono rievocati gli anni di Casarsa del giovane docente Pier Paolo Pisolini, travolto poi dallo scandalo e costretto ad emigrare a Roma, dove maturerà il suo talento di scrittore. Il regista, valendosi di un misurato interprete, non può che descrivere le crudezze dell’esistente, ma lo fa con rispetto.

“L’anima di un uomo – The Soul of a Man” di Wim Wenders è la rievocazione, con materiali originali o ricostruiti, di campioni americani del “blues” in tre ritratti bio-musicali dedicati a Spike James, Blind Willie Johnson (il cieco), J. B. Lenoir.

In “Pollock” l’attore-regista presenta con impegno e comprensione la vita del pittore espressionista-astratto statunitense, nel mondo di Peggy Guggenheim e dei critici che hanno frequentato la cultrice dell’arte e collezionista.

Nel film-intervista dedicato a Fellini appaiono anche altri personaggi: lo scrittore Italo Calvino, che parla dell’uso della verità e dell’artificio nella scrittura letteraria; l’attore Donald Sutherland (il quale impersona Casanova) che dice di detestare la scena della realtà e di preferire l’atmosfera del “set”; lo scenografo Dante Ferretti, Giulietta Masina, lattore Merende Stamp, il direttore della fotografia Giuseppe Rotunno, il pittore Geleng di cui si ricorda un bel ritratto pittorico del regista. E tutti danno vivaci testimonianze della frequentazione di Fellini.


 90     FRAMEONLINE.It    Emiliano Diamanti (16/06/2003) - "L’emozione assoluta, da brivido, da estasi, la provo di fronte al teatro vuoto: un mondo da rifare con la luce”, “Le cose più reali, per me, sono quelle che ho inventato”. Suonano così le parole del grande mistificatore Fellini, statuarie e lungimiranti allo stesso tempo, ed esprimono insieme un manifesto poetico, un’attitudine, una passione artigianale e artistica del raccontare l’essenza stessa della sua arte magica e illusionistica. Fellini: sono un gran bugiardo è il nuovo film documentario di Damian Pettigrew (che in cantiere ne ha un altro, di prossima uscita, su Ingmar Bergman) dedicato al nostro grande maestro scomparso ormai da dieci anni, quest’anno omaggiato sia a Cannes sia a Roma dove sono stati proiettati alcuni suoi film appena restaurati (Lo sceicco bianco, 1952, I vitelloni, 1953, La dolce vita, 1960, 8 e mezzo, 1963, e Giulietta degli spiriti, 1965). Fellini è l’imprevedibile interprete di questo film costruito principalmente con le interviste rilasciate nel 1993 poco prima di morire e filmate dallo stesso Pettigrew. A dispetto dell’appellativo di bugiardo che si affibbia (le bugie lui non le diceva, le mostrava), tanta la sincerità con cui il protagonista si espone, si accompagna a estratti di suoi film, a materiale inedito in cui lo vediamo impegnato dietro la macchina da presa, a interviste a collaboratori e non, il tutto incorniciato dalle magiche musiche di Nino Rota e dall’immancabile rumore del vento che serpeggia anche al di fuori delle immagini prettamente felliniane. L’ormai anziano e più che mai illuminato regista si apre davanti la macchina da presa a una ‘confessione’ estremamente lucida e puntuale sul suo mestiere che pare voglia renderci partecipi di un mistero ancestrale: quello dell’arte (e dei suoi processi oscuri). A Fellini dobbiamo dunque la tenacia con cui il film ci tiene attenti. A Pettigrew dobbiamo invece il bel collage di immagini di repertorio, di interviste che, pur animate da una minore o maggiore simpatia per il regista riminese, ce ne mostrano un profilo certamente complesso e argomentato. In questo senso le testimonianze di Roberto Benigni (La voce della luna, 1990) di Terence Stamp (Toby Dammit, 1967) e ancora di Donald Sutherland (Il Casanova di Federico Fellini, 1967), accostate allo spaccato che Fellini traccia di sé, diventano un quadro fatto di ombre e luci simile agli schizzi, ai bozzetti e alle caricature cui il cineasta era legato. Si aggiungano gli interventi dell’amico Titta Benzi, del pittore Rinaldo Geleng, dello sceneggiatore Tullio Pinelli, del cameraman Giuseppe Rotunno, di Dante Ferretti e di Italo Calvino, che in breve ci illumina sul rapporto tra arte e menzogna. Un film scorrevole costruito con un montaggio spesso rapidissimo di flash e battute, che accosta paesaggi filmati da Fellini agli stessi ripresi da Pettigrew dopo tanti anni e che ci lasciano un grande senso di smarrimento dovuto allo scompenso tra quelli e questi. Sicuramente piacevole, ma si vede con un sorriso amaro sulle labbra, tanto forte è la simpatia e il rispetto che proviamo per quell’uomo che ci parla di sé.


 90     RAIlibro.It    Stas' Gawronski - L'ultima intervista a Federico Fellini raccolta da Damian Pettigrew, il testamento artistico di un maestro che parla semplicemente, senza intellettualismi, dell'essenziale nell'arte e nella vita, due realta' che si nutrono l'una dell'altra.

Nel 1991 e nel 1992 il giornalista e regista Damian Pettigrew ha avuto il privilegio (e l’abilità) di intervistare Federico Fellini per la produzione di un documentario dedicato all’autore di quei capolavori del cinema che sono I vitelloni, La strada, Le notti di Cabiria, La dolce vita, 8 e ½ e Giulietta degli spiriti. L’intervista, riportata fedelmente nel volume pubblicato da ElleU (che ha prodotto anche il dvd con il filmato), l’ultima prima della scomparsa del regista nel 1993 pochi mesi dopo il conferimento dell’oscar alla carriera, è una confessione sincera, ricca di riflessioni, aneddoti e memorie che concorrono a ricostruire il percorso artistico di Fellini e soprattutto a offrire una testimonianza viva della sua poetica ovvero di quel suo modo così particolare di intendere il cinema, mai astratto o ideologico, sempre frutto di una inesauribile dialettica tra tensione creativa e vita, tra intuizione artistica ed esperienza.

L’intervista, divisa tematicamente in capitoletti che consentono al lettore di accedere rapidamente ai diversi argomenti, fa luce sugli elementi fondamentali del processo creativo del grande regista e può essere considerata quasi un testamento artistico. Fellini, pur avendo una psicologia complessa, ha il dono di giungere all’essenziale della sua esperienza senza perdersi in grandi ragionamenti o astrazioni e di esprimerlo con una lingua semplice e serena, un tono pacato che porta senza fatica il lettore (anche quello che non ha mai visto nessuno dei suoi film) a fare un viaggio nel mistero della creatività.

Il rapporto fra arte e vita è il centro dell’esperienza del regista e, più di ogni idea o teoria, la chiave di interpretazione di ogni sua scelta. Secondo Fellini l’espressione creativa consente di conoscersi profondamente – “raggiungere il cuore di una storia di un film è raggiungere il cuore di me stesso” -, anche se occorre la capacità di “credere” nella realtà, tanto da lasciarsene meravigliare – “l’importanza dello stupore, dell’attesa, del credere perché non credere è fatica, è un bloccarsi, è un costruire delle barriere, dei limiti” – e da abbandonarsi a ciò che le cose continuamente dicono perché un vero artista sa bene che “la vita intera può essere suggerita da una creatura non vivente, ma che desidera vivere; può essere suggerita dal tremolio di una foglia che contiene proprio tutto l’universo”. Non è una caso, infatti, che il regista non ha mai amato progettare i suoi film e ha sempre preferito lasciarsi sorprendere dall’opera che pian piano prende forma – “le prime due settimane, dirigo il film; dopo è il film che dirige me. Credo in questa profondità” – e non per fatalismo o per mancanza di responsabilità, ma perché il segreto della creatività sta nel fare spazio ad una realtà che si manifesta fino a stupire lo stesso autore. Realizzare un film è un processo talmente complesso da sorprendere lo stesso Fellini – “come è possibile che sia riuscito a finire tutto quel che c’è da fare per un film?” - che si paragona ad un mago che sa lasciare di stucco il suo pubblico: “sogno, immagino qualcosa e lo tiro fuori dal mio cappello davanti a milioni di persone. Chiamatela come volete, ma per me questa è magia”.

Ma questa magia è innanzitutto mestiere, un lavoro complesso che richiede una massima cura dei dettagli: “l’espressione è il massimo rigore. Qualsiasi cosa si voglia esprimere artisticamente richiede il massimo rigore possibile. Anche poco di meno è un tradimento”. E ancora: "L’approssimazione mi irrita. Un verde deve essere quella esatta tonalità di verde, proprio come un pittore. E un’ombra di luce deve avere esattamente quel taglio. Un volto deve essere quel volto preciso, capace di esprimere quello che deve esprimere nel momento preciso in cui appare nello schermo… Così come è meticolosa la vita, che sembra apparentemente causale e invece è esattissima negli equilibri, o almeno così ci appare. Quando cominci ad approssimare la tua visione, non c’è fine al danno.”

La libertà di spirito che emerge da queste parole è in linea con un Fellini umile di fronte alla sua straordinaria carriera – “ho avuto più fama di quanta mi spettasse”, sempre uguale e sempre diverso da se stesso – “sono il Re delle contraddizioni” -, appassionato come un bambino – “non ho mai avuto problemi con gli attori semplicemente perché li amo. Mi sono totalmente simpatici”-, consapevole dell’importanza delle “ferite” e delle “ammaccature dell’esistenza” che lo hanno obbligato, in occasione di ciascuno dei suoi film, “a cominciare un viaggio, una discesa dentro se stesso”. Fellini è cosciente del tesoro nascosto nel fondo dell’interiorità di ogni uomo, ma per attiggervi sa che è necessario vincere “mostri”, “draghi” e altri “guardiani luciferini” che impediscono all’artista di conoscere autenticamente se stesso. È nella messa a fuoco e, quindi, nella rappresentazione del dramma umano che l’artista trova la sua strada, a partire dal “volto” del protagonista, quel luogo particolare del corpo in cui è scritta la storia di ciascuno ed è impresso l’abisso di tensioni che interessano al regista. È sul volto degli attori che si concentra la sua ricerca stilistica, un’attenzione che è radicata nell’infanzia di Fellini, fin dalle prime rappresentazioni con i burattini, quando ai suoi genitori risultava impossibile seguire le storia del regista bambino: “pazientemente spiegavo loro che la storia era incarnata nelle facce grottesche dei miei burattini. Per me, il cinema prima della Guerra, è sempre stato rappresentato dal viso di un attore. Volti come quello di Chaplin erano volti che incarnavano estremi di desiderio e complessità psicologiche. Niente sembra essere cambiato da quei giorni d’infanzia senza fine. Oggi, i critici si lamentano di non capire le trame dei miei film e io rispondo sempre che non sanno leggere nelle facce”.

Indimenticabile è il volto di Giulietta di cui il regista coglie l’essenza con una frase che è, allo stesso tempo, una nota a margine di film come “Le notti di Cabiria” o “Giulietta degli spiriti” e una dichiarazione d’amore a sua moglie: “per me, Giulietta, sarà sempre la proiezione dell’innocenza ferita che alla fine trionfa”. Proprio nello straordinario finale de “Le notti di Cabiria” il volto di Giulietta è stilizzato con una lacrima di Pierrot che le conferisce una straordinaria forza metaforica in un finale surreale che fa emergere l’indicibile sapore del dramma vissuto dai protagonisti del film. D’altronde per Fellini non esiste realtà più autentica di quella dei suoi film: “le cose per me più reali sono quelle che ho inventato nei miei film”.

I volti degli attori sono al primo posto perché Fellini ha rappresentato la realtà soprattutto per immagini - “non penso in termini di dialogo e di trama, penso quasi esclusivamente in immagini, e queste spiegano perché la faccia e il corpo di un attore per me sono più importanti della trama. Quando la scena è stata costruita e funziona drammaticamente, le parole non hanno più importanza” – ponendosi primariamente la questione di “come” rappresentala – “non è ciò che diciamo, ma come lo diciamo che è importante” con la coscienza umile e concreta dell’artigiano: “Ho scoperto che ciò che è davvero importante per un creatore non è quello che vagamente chiamiamo ispirazione, e neanche quel che vogliamo dire: un ricordo, un rimpianto o ancora la ribellione. No, ciò che è importante è il modo in cui dirlo, è proprio questo l’aspetto artigianale. L’arte è un vero mestiere.” 


  

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