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RSI - REVUES ET SCORES INTERNATIONAUX ®




Fellini avec Marcello Mastroianni et Sophia Loren sur le tournage de Huit et demi (Ostia)
Photo Tazio Secchiarolli
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  90   IRScore 

Basato su 37 recensioni





 90  CORRIERE DELLA SERA    Tullio Kezich

Nessun fedele del regista de La dolce vita dovrebbe perdere la confidenziale intervista intitolata, Fellini, sono un gran bugiardo. La realizzò il canadese Damian Pettigrew tra il 1991 e il 1992, ultimi anni di vita del maestro, scomparso nell ottobre 1993. In quel periodo Federico, afflitto da problemi di salute ma più ancora dall'inattività in cui intristiva dopo La voce della luna, era di un humor nero che ogni tanto traspare in questo prezioso documento pur contraddetto dalle abituali sortite spiritose. Bisogna riconoscere a Pettigrew d'essersi comportato da ottimo interlocutore per un personaggio riconosciuto come un impareggiabile intervistato; e di averne tirato fuori, oltre a ricordi a volte inediti, considerazioni improntate a dolente saggezza. Sicché i pur simpatici interventi di Benigni, Sutherland ed altri risultano quasi superflui nell'articolazione di un discorso felliniano che traduce in termini colloquiali una lezione che va ben oltre il cinema. (21/6/2003)



 90  ELLEU MULTIMEDIA    Tullio Kezich

La figura del regista ancora protagonista oggi con la presentazione di un libro di Damian Pettigrew, che tra il 1991 e il 1992 ha realizzato due lunghe interviste al maestro. Il risultato e' Federico Fellini, sono un gran bugiardo, edito da Elleu Multimedia (Roma), presentato oggi in un incontro promosso Italia Cinema e Sindacato giornalisti cinematografici. [Se la definizione testamento spirituale si potesse applicare alla personalità di Fellini, questo libro-intervista lo sarebbe. Anche perché un doloroso caso volle che fosse proprio l’ultima occasione in cui uno dei maggiori artisti del secolo fu indotto a parlare di sé. (29/4/2003)



 90  RAI    Gianluca Ciardelli

Sono passati dieci anni dalla Morte di Federico Fellini, tutti i media hanno parlato dei suoi grandi film ma poche testate hanno scritto sull' unica opera che riguarda lui stesso, girata dal canadese Damian Pettigrew a un anno dalla morte del grande regista. Il titolo non poteva che essere: Fellini, sono un gran bugiardo. Un esilarante viaggio nel mondo del grande maestro che si lascia andare a dichiarazioni inedite sulla sua infanza, sul modo di lavorare e sugli attori che hanno collaborato con lui. Poi appare Donald Sutherland che chiama Fellini "Tartaro, dittatore e demone", e poi lo paragona a Orson Welles perché amava inventarsi delle bugie e trovava insopportabile quando gli altri ci credevano.

Fellini, amava dire che i suoi film nascevano esclusivamente perché prendeva un buon anticipo e non aveva intenzione di restituirlo. In realtà voleva a tutti i costi vedere realizzati sulla pellicola i suoi sogni, i bozzetti e gli schizzi che faceva con la sua matita in ogni luogo, quando aveva l' ispirazione, appunti visivi che sono sempre stati il punto di partenza dei suoi film che spesso non avevano neppure il soggetto scritto, tutto era nella sua testa.

In questa conversazione unica dove emerge per la prima volta la visione personale di Fellini, il regista canadese Pettigrew ha saputo cogliere i lati oscuri del regista, il suo mondo e i luoghi dell' immaginario felliniano come una Rimini ricostruita in studio. Poi le testimonianze di Italo Calvino, Roberto Benigni e degli amici collaboratori ci fanno un ritratto entusiasmante del nostro caro emiliano.

Un film documentario di 105 minuti che ci fa esplorare i luoghi segreti di Fellini, come la moviola dove il maestro incollava i frammenti delle sue scene e tutti i retroscena di un personaggio che non ci sarà possibile imitare perché non ci sono più grandi bugiardi. "Esprimere un sogno, una fantasia è un compito di alta matematica" diceva Federico, si perché ci piace chiamarlo per nome, è stato l' amico di tutti noi quello che ci ha suggerito di evadere dalle nostre convinzioni precostituite, di vedere la realtà attraverso l' occhio di un bambino in un mondo dove non c' è posto per sognare. Si è vero, lui arrivava la mattina sul set senza il copione, gli attori non sapevano cosa fare prima del ciak e se la scena concordata il giorno prima restava la stessa, addirittura pretendeva i bicchieri di cristallo autentici per girare alcune scene perché l' autentico aiuta ad immedesimarsi nel personaggio, è come indossare un vestito che ami. Lui ha cercato di trasmettere attraverso le sue pellicole quello che amava e che sognava, in questo film canadese si capisce per la prima volta in assoluto la vera personalità del "Grande Bugiardo", il nostro amico Federico.


 90  RAI EDUCATIONAL  •  Stas' Gawronski

Bugie per la veritàL'ultima intervista a Federico Fellini raccolta da Damian Pettigrew, il testamento artistico di un maestro che parla semplicemente, senza intellettualismi, dell'essenziale nell'arte e nella vita, due realta' che si nutrono l'una dell'altra.

Nel 1991 e nel 1992 il giornalista e regista Damian Pettigrew ha avuto il privilegio (e l’abilità) di intervistare Federico Fellini per la produzione di un documentario dedicato all’autore di quei capolavori del cinema che sono I vitelloniLa stradaLe notti di CabiriaLa dolce vita8 e 1⁄2 e Giulietta degli spiriti. L’intervista, riportata fedelmente nel volume pubblicato da ElleU (che ha prodotto anche il dvd con il filmato), l’ultima prima della scomparsa del regista nel 1993 pochi mesi dopo il conferimento dell’oscar alla carriera, è una confessione sincera, ricca di riflessioni, aneddoti e memorie che concorrono a ricostruire il percorso artistico di Fellini e soprattutto a offrire una testimonianza viva della sua poetica ovvero di quel suo modo così particolare di intendere il cinema, mai astratto o ideologico, sempre frutto di una inesauribile dialettica tra tensione creativa e vita, tra intuizione artistica ed esperienza.

L’intervista, divisa tematicamente in capitoletti che consentono al lettore di accedere rapidamente ai diversi argomenti, fa luce sugli elementi fondamentali del processo creativo del grande regista e può essere considerata quasi un testamento artistico. Fellini, pur avendo una psicologia complessa, ha il dono di giungere all’essenziale della sua esperienza senza perdersi in grandi ragionamenti o astrazioni e di esprimerlo con una lingua semplice e serena, un tono pacato che porta senza fatica il lettore (anche quello che non ha mai visto nessuno dei suoi film) a fare un viaggio nel mistero della creatività.

Il rapporto fra arte e vita è il centro dell’esperienza del regista e, più di ogni idea o teoria, la chiave di interpretazione di ogni sua scelta. Secondo Fellini l’espressione creativa consente di conoscersi profondamente – “raggiungere il cuore di una storia di un film è raggiungere il cuore di me stesso” , anche se occorre la capacità di “credere” nella realtà, tanto da lasciarsene meravigliare – “l’importanza dello stupore, dell’attesa, del credere perché non credere è fatica, è un bloccarsi, è un costruire delle barriere, dei limiti” – e da abbandonarsi a ciò che le cose continuamente dicono perché un vero artista sa bene che “la vita intera può essere suggerita da una creatura non vivente, ma che desidera vivere; può essere suggerita dal tremolio di una foglia che contiene proprio tutto l’universo”. Non è una caso, infatti, che il regista non ha mai amato progettare i suoi film e ha sempre preferito lasciarsi sorprendere dall’opera che pian piano prende forma – “le prime due settimane, dirigo il film; dopo è il film che dirige me. Credo in questa profondità” – e non per fatalismo o per mancanza di responsabilità, ma perché il segreto della creatività sta nel fare spazio ad una realtà che si manifesta fino a stupire lo stesso autore. Realizzare un film è un processo talmente complesso da sorprendere lo stesso Fellini – “come è possibile che sia riuscito a finire tutto quel che c’è da fare per un film?” - che si paragona ad un mago che sa lasciare di stucco il suo pubblico: “sogno, immagino qualcosa e lo tiro fuori dal mio cappello davanti a milioni di persone. Chiamatela come volete, ma per me questa è magia”.

Ma questa magia è innanzitutto mestiere, un lavoro complesso che richiede una massima cura dei dettagli: “l’espressione è il massimo rigore. Qualsiasi cosa si voglia esprimere artisticamente richiede il massimo rigore possibile. Anche poco di meno è un tradimento”. E ancora: "L’approssimazione mi irrita. Un verde deve essere quella esatta tonalità di verde, proprio come un pittore. E un’ombra di luce deve avere esattamente quel taglio. Un volto deve essere quel volto preciso, capace di esprimere quello che deve esprimere nel momento preciso in cui appare nello schermo… Così come è meticolosa la vita, che sembra apparentemente causale e invece è esattissima negli equilibri, o almeno così ci appare. Quando cominci ad approssimare la tua visione, non c’è fine al danno.”

La libertà di spirito che emerge da queste parole è in linea con un Fellini umile di fronte alla sua straordinaria carriera – “ho avuto più fama di quanta mi spettasse”, sempre uguale e sempre diverso da se stesso – “sono il Re delle contraddizioni” -, appassionato come un bambino – “non ho mai avuto problemi con gli attori semplicemente perché li amo. Mi sono totalmente simpatici”-, consapevole dell’importanza delle “ferite” e delle “ammaccature dell’esistenza” che lo hanno obbligato, in occasione di ciascuno dei suoi film, “a cominciare un viaggio, una discesa dentro se stesso”. Fellini è cosciente del tesoro nascosto nel fondo dell’interiorità di ogni uomo, ma per attiggervi sa che è necessario vincere “mostri”, “draghi” e altri “guardiani luciferini” che impediscono all’artista di conoscere autenticamente se stesso. È nella messa a fuoco e, quindi, nella rappresentazione del dramma umano che l’artista trova la sua strada, a partire dal “volto” del protagonista, quel luogo particolare del corpo in cui è scritta la storia di ciascuno ed è impresso l’abisso di tensioni che interessano al regista. È sul volto degli attori che si concentra la sua ricerca stilistica, un’attenzione che è radicata nell’infanzia di Fellini, fin dalle prime rappresentazioni con i burattini, quando ai suoi genitori risultava impossibile seguire le storia del regista bambino: “pazientemente spiegavo loro che la storia era incarnata nelle facce grottesche dei miei burattini. Per me, il cinema prima della Guerra, è sempre stato rappresentato dal viso di un attore. Volti come quello di Chaplin erano volti che incarnavano estremi di desiderio e complessità psicologiche. Niente sembra essere cambiato da quei giorni d’infanzia senza fine. Oggi, i critici si lamentano di non capire le trame dei miei film e io rispondo sempre che non sanno leggere nelle facce”.

Indimenticabile è il volto di Giulietta di cui il regista coglie l’essenza con una frase che è, allo stesso tempo, una nota a margine di film come Le notti di Cabiria o Giulietta degli spiriti e una dichiarazione d’amore a sua moglie: “per me, Giulietta, sarà sempre la proiezione dell’innocenza ferita che alla fine trionfa”. Proprio nello straordinario finale de Le notti di Cabiria il volto di Giulietta è stilizzato con una lacrima di Pierrot che le conferisce una straordinaria forza metaforica in un finale surreale che fa emergere l’indicibile sapore del dramma vissuto dai protagonisti del film. D’altronde per Fellini non esiste realtà più autentica di quella dei suoi film: “le cose per me più reali sono quelle che ho inventato nei miei film”.

I volti degli attori sono al primo posto perché Fellini ha rappresentato la realtà soprattutto per immagini - “non penso in termini di dialogo e di trama, penso quasi esclusivamente in immagini, e queste spiegano perché la faccia e il corpo di un attore per me sono più importanti della trama. Quando la scena è stata costruita e funziona drammaticamente, le parole non hanno più importanza” – ponendosi primariamente la questione di “come” rappresentala – “non è ciò che diciamo, ma come lo diciamo che è importante” con la coscienza umile e concreta dell’artigiano: “Ho scoperto che ciò che è davvero importante per un creatore non è quello che vagamente chiamiamo ispirazione, e neanche quel che vogliamo dire: un ricordo, un rimpianto o ancora la ribellione. No, ciò che è importante è il modo in cui dirlo, è proprio questo l’aspetto artigianale. L’arte è un vero mestiere." (giugno 2003)

Federico Fellini, Sono un gran bugiardo. L’ultima confessione del Maestro raccolta da Damian Pettigrew - Elleu Multimedia (Roma), 2003

 

 90  DSONLINE.IT    Mario Verdone   

Un interessante, anche se infrequente, filone della attuale produzione cinematografica fa rivolgere l’attenzione al “ritratto” biografico di personaggi contemporanei. Lo spettatore è invitato a visionare film che non hanno niente in comune con le abituali storie malandrine, “horror” o fantascientifiche, che spesso sanno di stantio, ed i quali presentano invece la vita com’è e gli uomini come sono; quasi riconquistando lo spazio perduto da una attraente attività di documentazione che spesso si rivela efficacemente istruttiva. I risultati non sono sempre gli stessi ma talvolta il prodotto offerto, se realizzato con scrupolo e amore della verità ha aspetti accattivanti perché mostra a nudo l’anima. È il caso di Fellini: sono un gran bugiardo di Damian Pettigrew, dove è il discorso stesso del maestro, non di rado affascinante, quasi cesellato nella scelta delle parole, attraverso interviste registrate un anno prima della morte, che offre un eccezionale documento biografico, descrive la “verità” di Fellini che può coincidere con falsità, bugia, artificio, in una confessione da non perdere: la quale svela i segreti del suo pensiero e del suo operare, e spiega il mistero della creatività di un artista.

Altro ritratto incontriamo in Un mondo d’amore di Aurelio Grimaldi, ove sono rievocati gli anni di Casarsa del giovane docente Pier Paolo Pasolini, travolto poi dallo scandalo e costretto ad emigrare a Roma, dove maturerà il suo talento di scrittore. Il regista, valendosi di un misurato interprete, non può che descrivere le crudezze dell’esistente, ma lo fa con rispetto. L’anima di un uomo – The Soul of a Man di Wim Wenders è la rievocazione, con materiali originali o ricostruiti, di campioni americani del “blues” in tre ritratti bio-musicali dedicati a Spike James, Blind Willie Johnson (il cieco), J. B. Lenoir. In Pollock, l’attore-regista Ed Harris presenta con impegno e comprensione la vita del pittore espressionista-astratto statunitense, nel mondo di Peggy Guggenheim e dei critici che hanno frequentato la cultrice dell’arte e collezionista.

Nel film-intervista dedicato a Fellini appaiono anche altri personaggi: lo scrittore Italo Calvino, che parla dell’uso della verità e dell’artificio nella scrittura letteraria; l’attore Donald Sutherland (il quale impersona Casanova) che dice di detestare la scena della realtà e di preferire l’atmosfera del “set”; lo scenografo Dante Ferretti, Giulietta Masina, l'attore Terence Stamp, il direttore della fotografia Giuseppe Rotunno, il pittore Geleng di cui si ricorda un bel ritratto pittorico del regista. E tutti danno vivaci testimonianze della frequentazione di Fellini. (30/6/2003)



 90  LA REPUBBLICA    Arianna Finos

E al cinema arriva l’intervista-confessione. Una grande intervista filmata…


 90  L'UNITÀ  •  Dario Zonta

È famosa, presso logici e matematici, la cosiddetta antinomia del mentitore. Suona più o meno così: « Tutti gli uomini sono bugiardi. Io sono un bugiardo ». Ci è venuta in mente, applicandola al più grande fantasista-mentitore del cinema italiano, Federico Fellini, e vedendo il documentario, Sono un gran bugiardo, che raccoglie una delle ultime interviste rilasciate dal primo riminese.

Quasi all’inizio di questa conversazione registrata dal documentarista Pettigrew, Fellini asserisce: « Credo di aver sempre inventato tutto; per me sono più vere le cose che non sono accadute ma che mi sono inventato. Rimini quella vera, per me, si è allontanata per lasciare il posto al paese che ho descritto ne I vitelloni e in Amarcord. Mi sembra ora che queste due sovra-costruzioni appartengano di più alla mia vita che alla Rimini topografica. Insomma sono un gran bugiardo, questa è la conclusione ». Ecco allora l’intervista di un mentitore che dice di mentire. Un altro e l’ultimo dei paradossi di Fellini. Ma in questo c’è la sua verità, la sua poesia, la sua arte. Nessuno, infatti, dubita della verità di questa confessione felliniana, che si estende dal personaggio all’uomo in un coincidere schizofrenico che è la cifra della sua arte e del suo mestiere. Altrove e prima, in questa strana intervista, dirà: « Fuori dal teatro di posa, fuori dalle luci, dal set, dalla materializzazione di fantasie e di sogni, dal truccare attori, dal gridare ordini… fuori da quell’atmosfera del set cinematografico mi sento vuoto, mi trovo immediatamente in esilio. Potrebbe accadermi di tutto quando mi sento impreparato all’esistenza normale ».

Montata con brani di film, ciak di lavorazione, interviste a collaboratori e attori (da Donald Sutherland a Terence Stamp, da Rotunno a Calvino) e legata a filo doppio con le dichiarazioni di Fellini, Io sono un gran bugiardo ha il merito di restituire l’immagine « vera » del maestro riminese attraverso un racconto « falso », dichiarato sin dall’esergo. Pettigrew capisce che Fellini è Fellini quando inventa, crea, costruisce, realizza con le parole il proprio mondo di fantasie e burattini, mostri e preti, artisti e poveracci, generali e saltinbanchi, zii matti e megere formose. Così quando racconta al suo interlocutore che un suo sogno ricorrente è mangiare una frittata con Picasso, noi ci crediamo, perché anche se lo avesse inventato, facendolo, ci ha regalato un pezzo del suo repertorio, un pezzo del suo mondo, come Picasso e la frittata: il pittore spagnolo che Fellini dice di non aver mai imitato ma che sempre ha costituito una spinta, un motore, un’energia, e la frittata, anzi la « frittatina » (diminutivo tipicamente felliniano), come quella che evoca uno dei vitelloni quando confessa al suo compagno: « Io non ho mangiato niente da stamattina, ci andiamo a fare una frittatina? ». Insomma, Picasso e la frittata: due estremi lembi entro cui iscrivere, in una logica del paradosso, il mondo di Fellini.

Questo gran mentitore, è riuscito con arte e mestiere a scavare un buco nel corso del tempo e infilarci dentro i giocattoli del suo mondo e a farli girare come una giostra, un circo, una musichetta, una leggera danza. E proprio così chiude questa nuova inedita intervista a Fellini, con l’immagine-sintesi (vera e inventata) di un’intera vita passata a fare film: « Non ho la sensazione del tempo che passa. Mi sembra di essere fermo su un palcoscenico con tutte le cose pronte attorno a me, oggetti, quadri persone sentimenti colori… È sempre stato così, da quando ho cominciato a vivere la mia esistenza identificandola con il fare film il tempo si è come fermato, immobilizzato, ho l’impressione che sia sempre lo stesso giorno, di essere sempre stato in un teatro, con un megafono in mano a gridare, a fare il ciarlatano, il pagliaccio, il commissario di pubblica sicurezza, il generale… e i ricordi di quest’ultimi quarant’anni sono questo, sono circondato dal buio e dalla luce e poi una serie di ombre che si muovono attorno da sistemare. Mi sembra che la mia vita si stia consumando in quest’immagine ». (19/6/2003)



 90  LA STAMPA    Lietta Tornabuoni     

Inframmezzato da citazioni pertinenti e belle di film felliniani, il documentario offer testimonianze di amici, di compagni di lavoro, di due attori assai interessanti come Donald Sutherland e Terence Stamp…



 90  L'ESPRESSO  •  Lietta Tornabuoni     

La cosa straordinaria è che Fellini non racconta nell’intervista gli aneddoti autobiografici mille volte ripetuti… Fellini parla in modo ammaliante della creatività, della sua arte, del lavoro di regista…


 90  FILM TV      Enrico Magrelli

Non si smetterebbe (e non si smetterà) mai di ascoltare Federico Fellini mentre risponde, gentile e con una qualche misteriosa lontananza, alle domande degli intervistatori che gli si sono avvicinati per chiedere spiegazioni e conferme, per generare nuovi dubbi e ricomporre i frammenti lussureggianti di una fantasia inimitabile. Damian Pettigrew, giornalista specializzato in documentari-ritratti, tra il 1991 e il 1992 raccoglie le confessioni, le intuizioni e le bugie del Maestro. Sono le ultime conversazioni filmate con un artista che si é definito, non soltanto in questi incontri davanti alla macchina da presa di un altro, un gran bugiardo. Si può, si deve, é giusto, é sensato dare credito a chi ammette un'antica e divertirà dimestichezza con la menzogna? E' una domanda che può rimanere senza risposta perché qualunque risposta sarebbe superflua, rivedendo scene dei suoi capolavori, schegge (fascinose) di alcuni backstage; assaporando il Fellini secondo Benigni o Rotunno, Terence Stamp (é suo l'intervento più gustoso) o Donald Sutherland. Convinto di non dire tutta la verità, il grande Federico ci rivela il suo stupore di fronte a una foto, a un pezzo del suo cinema, quando spontaneamente si chiede chi sia l'autore di quello che sta vedendo. Si sofferma sull'oscuro abitatore che prende le redini della baracca, sul sentirsi in esilio lontano dai teatri di posa, sull'espressione di un sogno come operazione di alta matematica. (1/7/2003)



 90  FONDAZIONE CINETECA ITALIANA DI MILANO

Federico Fellini detta la sua biografia al regista canadese Damian Pettigrew in un lungo documentario intervista che ripercorre parallelamente tutta la sua carriera. I racconti del maestro sono intrecciati con quelli di tecnici, artisti, collaboratori e di testimoni sceltissimi (Benigni, ma soprattutto Stamp e Sutherland). Ne esce un ritratto insolito e commovente, dove l'aggettivo bugiardo per una volta equivale a creatore. Di mondi, di immagini, di una visione del cinema come creazione meticolosa e continua dove il genio deve fare pendant con l'organizzazione. (25/9/2003)


 90  TAM TAM LE QUOTIDIEN CINEMA ITALIEN    Stefano Rosa    

Il film, privo di commento, è completamente affidato a Fellini che si racconta in una lunga e intense conversazione…


 90  DEL CINEMA

Un brioso autoritratto tra finzione e confessione in cui il regista riminese scopre il gioco delle molte verità sul suo cinema e la sua vita…



 90  CULTURALWEB.IT  •  a cura della Redazione

QUANTO ERA BUGIARDO FELLINI SECONDO PETTIGREW

Da venerdi nelle sale il docu con ultime interviste maestro a dieci anni dalla morte arriva nelle sale Fellini: sono un gran bugiardo di Damian Pettigrew, un ritratto irriverente del regista di Rimini raccontato dallo stesso Pettigrew attraverso le ultime conversazioni filmate con il grande maestro realizzate tra il 1991 e il 1992.

 

Il documentario della durata di 105 minuti che sara nelle sale da venerdi distribuito da Mikado ha gia all'attivo un ricco Palmares (Rockie Award per il Miglior documentario 2002 al Banff International Festival; 'Coup de Coeur' 2002 al Vue sur le Doc Marsiglia; selezione ufficiale al festival di Dublino IFC e al Festival di Amsterdam IDFA e infine candidato nella categoria Miglior Documentario Europeo al Documentary ARTE Prize 2002 European Film Awards).

 

Prendendo spunto dalla riconosciuta incapacita del Maestro di distinguere la verita dalla menzogna, la finzione dalla realta, questo documentario e un'esplorazione "imparziale" del grande regista con una miscela formata dalle sue ultime interviste inedite rilasciate prima della morte, nel 1993, da scene tratte dal suo capolavoro autobiografico Otto e mezzo e da tanti altri film importanti, compresa una grossa selezione di materiale raro e spesso inedito di Fellini impegnato dietro la macchina da presa.

 

Tra il materiale, i giornalieri in 8mm di Fellini e Mastroianni durante la lavorazione di La Dolce Vita, alcune fotografie mai pubblicate, le conversazioni con amici intimi e collaboratori, e i giornalieri rubati dalla sala montaggio, ma anche i ritratti del regista regalati da Roberto Benigni, Terence Stamp e Donald Sutherland. ''Le cose piu' reali, per me,'' racconta Federico Fellini a Pettigrew, ''sono quelle che ho inventato.'' Da questo spunto il regista canadese nelle dieci ore di conversazione con Federico Fellini definite dallo stesso Maestro (''la piu lunga e dettagliata conversazione mai registrata sulla mia visione personale'') ha messo poi insieme le affermazioni di Fellini e una serie di conversazioni approfondite con gli amici piu intimi e i piu stretti suoi collaboratori.

 

Oltre quelli gia citati ci saranno nel documentario: lo scrittore Italo Calvino che parla del confine tra illusione e realta secondo Fellini; gli amici di una vita, Titta Benzi e il pittore Rinaldo Geleng che ricordano la sua giovinezza e il suo matrimonio creativo con l'attrice Giulietta Masina e lo sceneggiatore Tullio Pinelli (autore tra gli altri di La Strada, La Dolce Vita, Otto e mezzo e La voce della luna) e il ricordo del direttore della fotografia Giuseppe Rotunno (Roma, Amarcord, Casanova, La citta' delle donne, E la nave va). Ma Pettigrew non si e limitato a mettere insieme i brani dell'intervista e le scene piu classiche e famose del repertorio di Fellini, ma anche a ripercorrere il cammino letterario del regista mostrando i luoghi originali nei quali Fellini ha girato capolavori quali I Vitelloni (1953), Le notti di Cabiria (1957), e Otto e mezzo.

 

 90  CINEMAVENIRE  •  Andrea Falconi    

A dieci anni dalla scomparsa del Grande Maestro del cinema italiano la Francia lo celebra con un documentario di buona fattura, realizzato dall’amico di Fellini Damian Pettigrew in collaborazione con il produttore Olivier Gal. Attorno all’ultima intervista filmata che Fellini ha rilasciato poco prima di morire ruotano, e immagini dei suoi film (in particolare quelle di 8 e 1⁄2), e immagini di repertorio, e testimonianze di alcuni professionisti che hanno lavorato con lui.

Giunto in Italia sostenuto dal favore di tutta la stampa francese ma non solo, il documentario è stato accolto dalla stampa romana con molta curiosità (all’anteprima che si è tenuta Lunedì 16 giugno la Sala 3 del Quattro Fontane era gremita di gente). Il pubblico si è commosso nel rivedere Fellini; ha seguito con interesse le sue parole e le altre testimonianze; alla fine ha applaudito non tanto, credo, per il valore estetico del documentario, ma per l’emozione di aver potuto rivedere ancora una volta il più grande regista del cinema italiano.

Una carrellata di ricordi ruota attorno alla testimonianza di Fellini. A parlare è l’uomo, il regista, l’artista. Dalle sue parole riemergono i film prima di tutto. Proprio quelle opere verso cui aveva un rapporto morboso, come se fossero figli; non voleva mai rivederli per paura di trovarvi qualcosa di non riuscito. "Sono un grande bugiardo" inizia Fellini, ripensando alla sua capacità di inventare storie ove realtà e fantasia si confondevano senza soluzione di continuità. "Le cose più vere che ho raccontato sono quelle che ho inventato". Per lui il cinema era una macchina straordinaria che riusciva a far apparire reali le illusioni.

Il lavoro lo portava a vivere in un eterno presente in cui i film che realizzava si succedevano senza soluzione di continuità. "Quando mi venivano commissionate le opere prendevo un anticipo e, non volendo restituirlo, le portavo a termine". Commenta con ironico cinismo la motivazione principale che lo spingeva a realizzare ogni suo film, quindi, ricorda lo stato di totale impotenza da cui era dominato, ogni qual volta lavorava in preda alla sua ispirazione. "Era come", dice il Maestro "se qualcuno entrasse nel mio corpo e vi rimanesse finché non terminava il progetto". Una sorta di daimon socratico che lo invadeva durante la lavorazione delle sue opere.

Per lui il cinema era arte, o meglio, arte impura come direbbe qualche teorico. Pittura prima di tutto, poi letteratura, teatro. Alla confusione dei suoi set faceva da contrappunto la perfezione delle sue inquadrature. Ed ecco alcune immagini inedite di repertorio documentare i caotici set felliniani, e, di contro alcune immagini prese dai suoi film. I personaggi di 8 1/2 sembrano, più che mai, evocare e suscitare i ricordi. La sua infanzia, il suo lavoro, i suoi turbamenti. Accanto a questi personaggi, quelli di Amarcord, del Satyricon, di Giulietta degli Spiriti, de I Vitelloni di molti altri suoi film diventano specchi che moltiplicano la realtà del fantastico mondo felliniano.

Con le sue parole si intrecciano quelle di Benigni, Terence Stamp, Rotunno, Daniel Toscan Du Plantier, Luigi Titta Benzi e ancora Donald Sutherland, Italo Calvino, Dante Ferretti, Tullio Pinelli e Rinaldo Geleng. "Era un tiranno", ricorda Donald Sutherland. "Era impossibile lavorare con lui. Non sapevi niente del film, durante le riprese ti mostrava due pagine di dialoghi e chiedeva di impararle in cinque minuti. La cosa sorprendente era che dopo cinque minuti io riuscivo a recitarle". Terence Stamp, invece, rammenta l’atmosfera di surreale follia che Fellini era riuscito a creare sul set di Tre passi nel delirio. Le immagini di Casanova e del Satyricon aggiungono senso e valore alle testimonianze di Stamp e di Sutherland. Benigni e gli altri amici lo ricordano come un genio, raccontano della sua ossessione nel cercare di fuggire sempre la banalità. Ne viene fuori un vero è proprio elogio. A dialogare con Fellini infine anche alcune immagini di Giulietta Masina prese dal set e da alcune interviste.

Chissà se questo ritratto è l’ultima illusione del Grande Regista. Non burattinaio dunque, ma prestigiatore. Probabilmente non conosceremo mai la verità, ma non importa perché anche se con l’inganno, ancora una volta, è riuscito a farci commuovere. Grazie Federico. (20/6/2003)


 90  CINECITTÀ NEWS  •  Laura Delli Colli

“Fellini? E’ davvero come una tomba etrusca dalla quale riemergono reperti e frammenti preziosi perfino a dieci anni dalla morte". Lo ha detto Tatti Sanguineti, saggista, critico e curatore del filmato La tv di Fellini. E' stata l'occasione per una giornata dedicata ai frammenti felliniani: ricordi, riflessioni, immagini di una memoria che, alla Mostra, è stata in particolare affidata agli scatti esposti grazie a Photomovie e Sngci, e curata oltre ai 38 miniti di spot felliniani montati grazie all’impegno del produttore Alberto Grimaldi e dell’Istituto Luce.

La mostra, il filmato e il libro di Damian Pettigrew (Federico Fellini, sono un gran bugiardo, Elleu multimedia) appena uscito con la prefazione di Tullio Kezich, sono stati lo spunto per un duetto felliniano nel quale Sanguineti e Kezich hanno messo a fuoco un ritratto del Maestro ricco di spunti privati.

Tra questi la riflessione sulle piccole manie degli ultimi anni del regista: “Fellini era un uomo che aveva un rapporto difficile con il tempo che passa. Viveva male, malissimo" ha raccontato Kezich “tutti i cambiamenti e le fragilità dell’età avanzata. Copriva ad esempio i capelli, sempre più radi, con il basco. Mentre il sonno perduto gli toglieva ore di riposo ma lo fece diventare in compenso un buon lettore. Con l’abitudine di svegliare le sue ‘vittime’ all’alba quando un libro aveva conquistato il suo interesse notturno". Per Tatti Sanguineti invece l’ultimo Fellini ci è arrivato in qualche modo anche grazie ad una sorta di “debolezza venale" che aveva preso il regista “alla sistematica ricerca di argent de poche". Anche quando contattò alcuni giovani amici critici, come appunto Sanguineti, nella speranza di confezionare e vendere i materiali girati, come un intero palinsesto di parodie della tv. 

Una scoperta che grazie al montatore Ugo de Rossi e all’editing curato da Sanguineti con Enzo Ocone hanno offerto anche a Venezia un momento felliniano assolutamente inedito. Tanto più interessante insieme al ritratto, condito dalle riflessioni affettuose dell’amico Kezich, che il libro di Pettigrew offre in una chiave autobiografica, quella in cui Fellini, ripercorrendo il racconto contenuto nel film di Pettigrew, ne mette a fuoco nero su bianco i momenti come in una confessione-monologo. L’ultimo grande regalo di Fellini a chi ama il suo cinema, la sua fantasia, il suo desiderio di giocare e anche le sue bugie. (3/9/2003)


 90  ARSENALECINEMA.IT 

A dieci anni dalla morte di Federico Fellini, avvenuta il 31 ottobre 1993, il mondo non dimentica uno dei più grandi geni del cinema. Tutto è iniziato con il Festival di Cannes, ma poi anche Roma, Bologna, Parigi e New York hanno in programma una serie di iniziative dedicate al grande regista. Ovviamente anche l’Arsenale ha preparato un suo personale ricordo di Federico Fellini, a partire dal documentario Fellini: sono un gran bugiardo di Damian Pettigrew.

Pettigrew ha raccolto, tra il 1991 e il 1992, le ultime interviste rilasciate dal regista, che in una di queste asserisce: “Credo di aver sempre inventato tutto; per me sono più vere le cose che non sono accadute ma che mi sono inventato. Rimini quella vera, per me, si è allontanata per lasciare il posto al paese che ho descritto ne I vitelloni e in Amarcord. Mi sembra ora che queste due sovra-costruzioni appartengano di più alla mia vita che alla Rimini topografica. Insomma sono un gran bugiardo, questa è la conclusione”.

A proposito del documentario, scrive Dario Zonta su l’Unità: “Ecco allora l’intervista di un mentitore che dice di mentire. Un altro e l’ultimo dei paradossi di Fellini. Ma in questo c’è la sua verità, la sua poesia, la sua arte. Nessuno, infatti, dubita della verità di questa confessione felliniana, che si estende dal personaggio all’uomo in un coincidere schizofrenico che è la cifra della sua arte e del suo mestiere. Montata con brani di film, ciak di lavorazione, interviste a collaboratori e attori (da Donald Shuterland a Terence Stamp, da Rotunno a Calvino) e legata a filo doppio con le dichiarazioni di Fellini, Io sono un gran bugiardo ha il merito di restituire l’immagine “vera” del maestro riminese attraverso un racconto “falso”, dichiarato sin dall’inizio. Pettigrew capisce che Fellini è Fellini quando inventa, crea, costruisce, realizza con le parole il proprio mondo di fantasie e burattini, mostri e preti, artisti e poveracci, generali e saltinbanchi, zii matti e megere formose”.

Il ricordo di Federico Fellini, oltre alla proiezione del documentario, continua con I vitelloni e Amarcord: un doveroso omaggio a quella Rimini inventata, ma da sembrare tanto reale ed emozionante, che ormai è parte del nostro innmaginario, e un omaggio al suo cinema riproposto con copie nuove e restaurate. Infine Intervista dove Fellini ricostruisce il suo passato di uomo e di autore cinematografico.


 90  FILM UP.COM    Daniele Sesti     

"I miei film nascono perché firmo un contratto, prendo un anticipo che poi non voglio restituire". Questa è una delle tante frasi illuminanti, e sconcertanti, che è possibile ascoltare durante la lunga intervista che Damian Pettigrew ha realizzato con il grande regista riminese.


Fellini: sono un gran bugiardo è un interessantissimo viaggio nell'arte felliniana che ci fa scoprire lati nascosti del Maestro che con un'insolita loquacità, ci svela il suo concetto di arte, la sua idea dell'opera dell'artista ("quando dirigo un film è come se un altro prendesse possesso del mio corpo"), del suo rapporto con gli attori, del suo modo di scrivere e di girare un film. Insomma, un Fellini a 360 gradi che ci parla anche, con affetto, delle aspettative e delle speranze dei suoi genitori ("Mio padre mi voleva medico, mia madre cardinale...").


Il regista canadese Pettigrew alterna le fasi delle interviste con lunghe e ripetute scene tratte dai suoi film (Otto e mezzo, Satyricon, Casanova, La dolce vita), con rivisitazioni attuali dei luoghi dei in cui furono girati film come I vitelloni o Le notti di Cabiria, e con interessantissimi giornalieri, fino ad oggi inediti. Soprattutto da questi ultimi documenti si ricavano utilissimi elementi per approfondire la conoscenza su Federico Fellini. Così come stimolanti e degni di notevole interesse sono le interviste a collaboratori ed attori che hanno lavorato con Fellini. Da Tullio Pinelli a Giuseppe Rotunno, da Dante Ferretti a Luigi Titta Benzi, da Roberto Benigni  in un esilarante inglese maccheronico  a Terence Stamp e Donald Sutherland: tutti contribuiscono a fare luce e ad arricchire la conoscenza sul grande regista romagnolo.


Tante le frasi cariche di interesse pronunciate da Fellini durante l'intervista. Tra queste, brilla per essere così intensamente felliniana la seguente: "L'inventato mi sembra più vero della realtà".




 90  CINE.IT    Federico Passi

L'invenzione non si impovvisa

Su questa esclusiva il regista canadese Damian Pettigrew ha costruito un ritratto ampio, non biografico, quanto evocativo della magia legata all'uomo Fellini. In diversi anni di lavoro ha raccolto interviste con Donald Sutherland ("Casanova"), Terence Stamp ("Toby Dabbit"), Roberto Benigni ("La voce della luna"), Peppino Rotunno suo direttore della fotografia in più di una occasione, lo scenografo Piero Tosi, Calvino e tanti altri.

"Le cose più reali sono quelle che ho inventato" dice Fellini e su questo filo conduttore Pettigrew si muove avanti e indietro sulla ribalta felliniana, usando spezzoni di film e interviste a suoi amici e colleghi per avere un controcanto, spesso un coro. E quasi per controprovare questa affermazione Pettigrew ci riporta sui luoghi in cui sono state girate alcune scene dei suoi film. Monta e incrocia, realtà e finzione, ma la magia del cinema felliniano resiste a questo trattamento, e arriva quasi a molestare la stessa intervista. Fellini sente forse la fine vicina, ha meno voglia di scherzare del solito, ma da bravo artista non vuole spiegare troppo, neanche a se stesso: "Mi trovo a fare dei film per caso: qualcuno mi da' i soldi per fare un film, mi firma un assegno per un anticipo, io non ho voglia di restituire quei soldi e sono costretto a fare il film". (16/06/2003)



 90  INTERNATIONALE MAGAZINE    Scelti dei critici

Sarà anche un gran bugiardo, ma ha le doti di un artigiano. La sua teoria, “sono solo uno strumento al servizio delle mie visioni”, viene lentamente raccontata durante il documentario. Fellini ha un tono calmo e pacato, a tratti misterioso. E mentre si alternano lunghi primi piani del regista a scene dei suoi film, scopriamo anche i retroscena della sua tecnica: sul set Fellini domina, spaventa, seduce il cast, sogna e soffre per ogni personaggio.


 90  QUELLICHE... IL CINEMA    Allesandro Bizotto    

Un mix di spezzoni tratti da un'intervista fatta dal regista al grande maestro fra il 1992 e il 1993, da interviste fatte a chi lo conobbe e lavorò con lui, da sequenze girate dietro le quinte dei suoi film e da frammenti delle opere stesse. Questo film verità si presenta come un interessante ritratto del regista originario di Rimini, che racconta se stesso, i suoi amori, la sua arte. Dichiarazioni, osservazioni acute, prese di posizione su scelte di poetica che suonano come un testamento, una riflessione sull'arte, sul suo rapporto con il vero e con la vita. Ma Fellini: sono un gran bugiardo è anche un'immagine del cineasta, dell'uomo che dirigeva i film a suo modo, che dominava il set con il suo polso e le sue idee.

Interessanti sotto questo profilo soprattutto gli apporti degli intervistati, fra i quali Italo Calvino e lo scenografo Dante Ferretti. Un esuberante Roberto Benigni racconta con entusiasmo l'esperienza sul set de La voce della luna nel 1990, condendo la narrazione con il suo umorismo e tipico brio nello svelare d'esser stato trattato come una grande attrice e per questo soprannominato Kim ("Come Kim Novak"). Donald Sutherland rivive i momenti della lavorazione de Il Casanova di Fellini e riflette con pacatezza vicina al distacco sulle difficoltà della convivenza con un regista difficile, che molti paragonarono a un tiranno. Un Terence Stamp pieno di sè e spesso sopra le righe spende fiumi di parole per parlare delle riprese dell'episodio Toby Dammit in Tre passi nel delirio, dipingendo le dritte ricevute dal maestro con puntigliosa dovizia di particolari.

E se poco spazio è concesso alle parole di Giulietta Masina (un breve spezzone di un'intervista in francese insieme a qualche fotogramma) e viene sorvolata la lavorazione sulla celebre scena del bagno di Anita Ekberg nella Fontana di Trevi ne La dolce vita, grande importanza hanno invece i luoghi della vita e del lavoro di Fellini, sfondo ornamentale della narrazione degli eventi principali della sua vita, a partire dalla riviera di Rimini.

Affascinanti i frammenti di backstage delle riprese di Fellini Satyricon accostati alla sequenza girata così come appare nel film. Durante le riprese Fellini dirige gli attori come fossero marionette, suggerendo ogni singolo movimento a interpreti legnosi e impacciati. Ma la scena  passata fra le mani del tecnico del suono e del direttore della fotografia  diviene, una volta pronta, capolavoro di naturalezza e spontaneità.


 90  ALTROMOLISE.It  •  Marinella Ciamarra (corrispondente da New York)

A Manhattan, presso la "Screening Room" della zona Tribecca, dove da poco e’ terminata la seconda edizione del Tribecca Film Festival organizzata da De Niro in memoria del crollo delle Twin Towers, è in proiezione fino al 23 maggio:  Fellini, I’m A Born Liarun documentario che il regista canadese Damian Pettigrew ha portato sugli schermi in occasione del decimo anniversario della morte del maestro del cinema italiano Federico Fellini. Prodotto da Portrait & Co. e co-prodotto da Arte France, Dream Film (Italia) e Asylum Pictures (Scozia), il documentario propone un’ora e quaranta minuti di interventi, oltre allo stesso Fellini, di tutte quelle persone che lo hanno coadiuvato nel corso della sua vita e carriera: Donald Sutherland, Terence Stamp, Giulietta Masina, Italo Calvino, Roberto Benigni...

Il documentario di Pettigrew si presenta a New York in concomitanza con l’omaggio che il Festival di Cannes in corso in questi giorni (14-25 maggio) dedica al regista italiano, precedendo di alcuni mesi il decennale della morte (30 ottobre) e dando corso ad una manifestazione, grazie agli sforzi congiunti di Cinecittà Holding, Mediaset Progetto Cinema Forever e Scuola Nazionale Cinema Cineteca Nazionale, in cui saranno presentati tutti i film di Fellini (venti, più tre episodi di film collettivi) molti dei quali in versione restaurata.

Fellini propone se stesso come un gran bugiardo perchè per tutta la vita non ha fatto altro che mentire, inventando storie, personaggi, vite parallele, sentimenti, emozioni che, attraverso il racconto, attraverso le immagini, è riuscito a rendere più vere della stessa vita reale. E lui stesso ha amato quel mondo fittizio molto più di quanto non abbia fatto con quello vero. Fellini parla di sè, del suo rapporto con il cinema, con la vita, con le donne, con il mondo. Di come sin da bambino fosse attratto dagli artisti, ribelli, vagabondi, scombinati. Di come non avrebbe potuto concepirsi in nessun altro modo se non quello di essere regista, e come tale una sorta di mago, in grado di ricostruire la finzione con la stessa meticolosità, la stessa perfezione di cui si compone nella sostanza il mondo. Di qui l’attenzione particolareggiata alle inquadrature, ai dettagli, alla luce, come in un quadro.

E lo stesso Fellini dichiara infatti che, se non è vero che nei suoi film è presente un taglio "picassano", è vero però che Picasso è stato un suo profondo ispiratore, e punto di riferimento nei sogni (ne descrive due), come nella realtà. Una concezione del cinema profonda, dunque, attenta, particolareggiata, in cui ogni elemento si incastra nell’altro in una sequenza armonica nel tentativo di ricostruire un cerchio perfetto. Cinema come vita. Vita come senso dell’assenza. È una parola quest’ultima - che evoca tanta produzione letteraria del passato-ricorrente nella lunga intervista felliniana. Quello che conta non è per lui ciò per cui si aspetta, ma l’attesa in sè, che dà il senso di ciò che siamo, e di ciò per cui viviamo. Poco importa dunque quello che si aspetta, ma il come lo si fa, che è forse l’essenza stessa della vita. Parla di attesa il maestro Fellini, di vita. E di morte. La morte non lo spaventa, dice. Perchè è stato un uomo fortunato nella vita, trovando le persone giuste al momento giusto, una donna, degli amici, che è forse quanto di più si possa desiderare.

Un colloquio pacato intervallato da spezzoni di film  8 12, Casanova, La città della donne, Giulietta degli Spiriti, quel Viaggio di G. Mastorna che avrebbe sempre voluto realizzare e di cui è presente un pezzetto in ogni film successivo al suo concepimento rimasto in nuce  e da immagini di attori, in primis l’amato Mastroianni  che hanno reso famosa la sua arte, e apprezzato nel mondo il suo genio. (23/5/2003)



 90  FRAMEONLINE.IT    Emiliano Diamanti


“L’emozione assoluta, da brivido, da estasi, la provo di fronte al teatro vuoto: un mondo da rifare con la luce”, “Le cose più reali, per me, sono quelle che ho inventato”. Suonano così le parole del grande mistificatore Fellini, statuarie e lungimiranti allo stesso tempo, ed esprimono insieme un manifesto poetico, un’attitudine, una passione artigianale e artistica del raccontare l’essenza stessa della sua arte magica e illusionistica. Fellini: sono un gran bugiardo è il nuovo film documentario di Damian Pettigrew dedicato al nostro grande maestro scomparso ormai da dieci anni, quest’anno omaggiato sia a Cannes sia a Roma dove sono stati proiettati alcuni suoi film appena restaurati (Lo sceicco bianco, 1952, I vitelloni, 1953, La dolce vita, 1960, 8 e mezzo, 1963, e Giulietta degli spiriti, 1965).


Fellini è l’imprevedibile interprete di questo film costruito principalmente con le interviste rilasciate nel 1993 poco prima di morire e filmate dallo stesso Pettigrew. A dispetto dell’appellativo di bugiardo che si affibbia (le bugie lui non le diceva, le mostrava), tanta la sincerità con cui il protagonista si espone, si accompagna a estratti di suoi film, a materiale inedito in cui lo vediamo impegnato dietro la macchina da presa, a interviste a collaboratori e non, il tutto incorniciato dalle magiche musiche di Nino Rota e dall’immancabile rumore del vento che serpeggia anche al di fuori delle immagini prettamente felliniane. L’ormai anziano e più che mai illuminato regista si apre davanti la macchina da presa a una ‘confessione’ estremamente lucida e puntuale sul suo mestiere che pare voglia renderci partecipi di un mistero ancestrale: quello dell’arte (e dei suoi processi oscuri). A Fellini dobbiamo dunque la tenacia con cui il film ci tiene attenti. A Pettigrew dobbiamo invece il bel collage di immagini di repertorio, di interviste che, pur animate da una minore o maggiore simpatia per il regista riminese, ce ne mostrano un profilo certamente complesso e argomentato. In questo senso le testimonianze di Roberto Benigni (La voce della luna, 1990) di Terence Stamp (Toby Dammit, 1967) e ancora di Donald Sutherland (Il Casanova di Fellini, 1967), accostate allo spaccato che Fellini traccia di sé, diventano un quadro fatto di ombre e luci simile agli schizzi, ai bozzetti e alle caricature cui il cineasta era legato. Si aggiungano gli interventi dell’amico Titta Benzi, del pittore Rinaldo Geleng, dello sceneggiatore Tullio Pinelli, del cameraman Giuseppe Rotunno, di Dante Ferretti e di Italo Calvino, che in breve ci illumina sul rapporto tra arte e menzogna.


Un film scorrevole costruito con un montaggio spesso rapidissimo di flash e battute, che accosta paesaggi filmati da Fellini agli stessi ripresi da Pettigrew dopo tanti anni e che ci lasciano un grande senso di smarrimento dovuto allo scompenso tra quelli e questi. Sicuramente piacevole, ma si vede con un sorriso amaro sulle labbra, tanto forte è la simpatia e il rispetto che proviamo per quell’uomo che ci parla di sé. (16/6/2003)




 90  FRAMEONLINE.IT    Giovanni Petitti


Nato sulla scia del documentario, passato come una cometa nelle sale italiane, questo libro di Damian Pettigrew va ad aggiungersi all’enorme mole di letteratura su Fellini. C’era bisogno di un altro libro sul regista riminese?

Quello di Fellini – si iniziò già con i funerali circo televisivo -  sembra davvero un enorme corpo da spolpare. I critici azzannano il corpus, l’opera-mondo prodotta dalla sua genialità, i biografi si nutrono degli avvenimenti della sua vita, i testimoni più o meno oculari rievocano il loro rapporto con il maestro, i fotografi ne mostrano le creazioni visionarie. Il tutto finisce per accrescere la mole di quella bibliografia felliniana, ormai così ricca da riempire tre volumi curati da Marco Bertozzi per la Fondazione Federico Fellini e la SNC.

Confesso, quindi, di essermi accostato al libro con qualche perplessità preventiva, dovuta anche alla brutta copertina e a quel titolo sulla cui infelicità conviene il prefatore Kezich, che sottolinea il rischio di amplificare ulteriormente il luogo comune del Fellini bugiardo. Le bugie felliniane coincidono con la verità della creazione artistica, e per spiegare ciò, Fellini cita Delacroix: “Le cose più tangibili per un pittore sono le illusioni che crea nelle sue tele; il resto è aria”. Nonostante le nostre esitazioni alle soglie del testo, il libro conquista e l’affabulazione di Fellini avvolge il lettore in un prisma seducente di immagini e riflessioni.

Nei brevi capitoletti preceduti da un titolo o raramente da una domanda, Fellini danza sulle parole (“egli danza, egli danza”, diceva di lui Welles-Pasolini ne La ricotta) e affronta gli argomenti più disparati: la televisione, “lassativo per gli occhi”, piena dei “tossici programmi di Berlusconi”; l’analisi junghiana e il tentativo di fermare in un diario dipinto quel linguaggio visivo e scritto insieme tipico dei sogni; i giochi d’infanzia dove cerca il fondamento della sua allergia alle trame dei film: “Quando io e mio fratello Riccardo eravamo piccoli adoravamo fare gli spettacoli di burattini. […] Ci mettevamo delle ore a disegnare i costumi, e le scenografie erano spettacolari. Molto meno interessante era la commedia stessa: secondo mamma e papà era impossibile seguire la storia. Pazientemente spiegavo loro che la storia era incarnata nelle facce grottesche dei miei burattini”. C’è spazio per gli artisti come Picasso, di cui dice: “È come una perenne sorgente. È così grande che mi sembra che abiti l’onirica immaginazione degli artisti come archetipo di tutto ciò che è nutriente”, o per gli scrittori come Calvino e Kafka. Del primo ricorda un progetto comune per un film mai fatto sulle Fiabe italiane, del praghese vede echi nei suoi film: “In Kafka c’è un miscuglio di buffonata e puro terrore che associ con i sogni quando vedi qualcuno che ti fissa ridacchiando in silenzio”.

Ci sono anche episodi e figure già incontrate nel suo magnifico libro Fare un film, ma qui c’è una vena di tristezza maggiore, probabilmente dovuta a quell’esilio forzato dal set, imputabile a produzioni avare e guai fisici, e a quell’attesa della morte, nei confronti della quale mantiene la sua capacità di stupirsi e di credere a tutto, ovvero a niente. (13/02/2004)

Federico Fellini, Sono un gran bugiardo. L’ultima confessione del Maestro raccolta da Damian Pettigrew - Elleu Multimedia (Roma), 2003



 90  AVVENIRE  •  Rosita Copioli

Nel giugno 1992, pur di tornare sul set, si adattò a girare tre spot per una banca, e lo fece con lo stesso devoto perfezionismo di Giotto per la basilica di San Francesco ad Assisi. Alla fine, sembrò ci fosse un accordo con De Laurentis. Non era un contratto. Comunque sarebbe stato troppo tardi. Era già il 1993, l'anno fatale. Ma il colpo di grazia venne dal Giappone. Nel novembre 1990 aveva ricevuto a Tokyo, il premio imperiale dalle mani del figlio ed erede di Hirohito. Poco dopo, un astuto dirigente della Sony, manifestò l'idea di formare un gruppo di registi europei, da finanziare.

Da quel momento, all'unico scopo di farsi pubblicità, i padroni delle tecnologie orientali si servirono di Fellini come della più straordinaria, e gratuita, fonte di réclame, allettandolo con contrattazioni dichiarate alla stampa, alle quali seguivano incontri elusivi, o appuntamenti disattesi all'ultimo momento. Sebbene Fellini fosse abituato ai bluff, ai bidoni, alle avventure losche dei più fantasiosi lestofanti - le sue conversazioni lussureggiavano di questi racconti divertentissimi, degni delle Mille e una notte - essi riuscirono ad ingannarlo con la loro aria di credibilità, di efficienza, di tecnologica precisione. Furibondo, Fellini ritraeva i calcolatori che l'avevano intrappolato come il gatto col topo, come mostri meccanici, automi tutti uguali dallo sguardo falso, vuoto, demente, disumano.

I lutti, come la morte del fratello Riccardo, e di molti amici, si accumulavano. In lui si concretizzò l'immagine di un sogno, appena dopo La voce della luna. Nel sogno tornava al suo studio. Ma sul portone, non trovava più scritto il suo nome, bensì: « Disperso dei dispersi ». Mentre sperimentava snervanti, avvilenti, stancanti perdite di tempo - una completa dispersione - sentiva che le proprie forze si deterioravano. In quel « Disperso dei dispersi » vide la fine, il nulla, il nessun dove, il non più io della morte. Nell'intervista che Damian Pettigrew raccolse nel 1991 e nel 1992 (Sono un gran bugiardo, introduzione di Tullio Kezich, Elleu Multimedia) per farne il bellissimo film omonimo, con registrazioni dai set e interviste ai suoi attori, sconsolato, ma sempre ironico, Federico Fellini si rappresenta senza scampo, rielaborando versi della strofa 17 di Giobbe: « Trasformano la notte nel giorno; / La luce è poca per l'oscurità. / Se aspetto, la tomba è la mia casa; Ho fatto il letto nell'oscurità del teatro di posa. / Alla corruzione ho detto, "Tu sei il mio produttore." / Al verme, "Sei il mio attore e attrice." / E dov'è ora la mia speranza? ».

Eppure sarebbe bastato così poco a tenerlo in vita. Bastava farlo lavorare. Lui, che intanto si disperdeva, gettava sulla carta i progetti, li raccontava agli amici. Alcuni sono stati pubblicati da Lietta Tornabuoni nel 1995, ma molti loro dettagli erano affidati al racconto orale. Certi sono rimasti inediti, come quello del ciclo poliziesco ispirato alle gesta dell' "eroe buono" Nicola Longo (di cui parliamo in questa pagina).

Tra i primi, quello che mi attrasse di più, è Venezia. Certo, anche L'attore è affascinante: conteneva le maschere della vita, impossibili da impersonare nella quotidianità. Portava su di sé la croce dello straniero, della vittima, del viandante sacro, del clown. Era il prolungamento di Fellini. Non marionetta tirata dai fili del burattinaio, ma arto, il suo stesso corpo. Vorrei che tutti vedessero, in Sono un bugiardo, le scene in cui guida, manipola gli attori, facendo lui le parti e dicendo le battute che essi eseguono simultaneamente. Fellini stampa, imprime gesti e battute in loro come fossero carta carbone. Si fa assorbire da loro, li modella, o meglio, li anima, come un mago, o un ipnotizzatore. Spiegarlo è impossibile. Bisogna vederlo. (24/10/2003) 


 90  CINÉMA INVISIBLE  •  Simona Ottavo   

Le ultime interviste di Federico Fellini rilasciate tra il 1991 e il 1992. Le testimonianze di chi lo conosceva bene, i suoi collaboratori, gli amici di una vita. I rapporti del regista con il cinema, la psicanalisi, la vita e la morte. Inframmezzate da immagini dei suoi film più famosi, primo tra tutti "8 e mezzo", le parole scorrono veloci, rivelando aspetti sconosciuti del grande regista. Costantemente alla ricerca del modo migliore per dar forma concreta alle sue fantasie artistiche, è Fellini stesso a definirsi un gran bugiardo, per la sua incapacità di distinguere la verità dalla menzogna.

Il regista canadese Damian Pettigrew, grazie ad una amicizia di lunga data con Fellini, è riuscito a filmare dieci ore di conversazione col Maestro, integrando e contraddicendo le sue affermazioni con una serie di conversazioni di che ha avuto modo di conoscerlo: Italo Calvino ci illumina sul confine tra illusione e realtà secondo Fellini; i suoi amici Titta Benzi e Rinaldo Geleng esplorano la sfera privata, parlando della giovinezza del regista e del suo matrimonio creativo con Giulietta Masina; lo sceneggiatore Tullio Pinelli (autore tra gli altri di "La strada", "La dolce vita", "8 e mezzo", "La voce della luna"), il cameraman Giuseppe Rotunno ("Roma", "Amarcord", "Casanova"), gli attori Donald Sutherland ("Casanova") e Terence Stamp ("Tre passi nel delirio: Toby Dammit") danno un notevole contributo parlandoci dei metodi lavorativi e della follia creativa del grande regista. Pettigrew è riuscito inoltre a ripercorrere il cammino letterario di Fellini, mostrandoci i luoghi originali nei quali il regista ha girato i suoi capolavori, nel rispetto dell'osservazione del Maestro secondo cui il paesaggio è uno dei protagonisti. Il risultato non è un puro e semplice ritratto biografico ma una profonda ricerca filosofica, un documento prezioso per entrare nel mondo di uno dei più grandi personaggi del nostro cinema.


 90  SKY ITALIA & DVD REVIEW ITALIA  •  Marco Cavalleri

Federico Fellini detta la sua biografia al regista canadese Damian Pettigrew in un lungo documentario intervista che ripercorre parallelamente tutta la sua carriera. I racconti del Maestro sono intrecciati con quelli di tecnici, artisti, collaboratori. Tra scene inedite tratte dai suoi capolavori, Fellini svela di essere stato soprattutto un "bugiardo" di talento. I documentari su personalità dello spettacolo  cinematografico o d'altro genere che sia  sono spesso delle delusioni, sostanziandosi per lo più di aneddoti più o meno interessanti e presunti dietro le quinte. Pettigrew evita la trappola convocando testimoni sceltissimi (Benigni, ma soprattutto Stamp e Sutherland) e raccontando per una volta non tanto il Fellini "public figure" del cinema italiano, con presunte piacevolezze annesse e connesse, ma il teorico e l'artista. Ne esce un ritratto insolito e qua e là commovente, dove l'aggettivo bugiardo per una volta equivale a creatore. Di mondi, di immagini, di una visione del cinema come creazione meticolosa e continua dove il genio deve fare pendant con l'organizzazione. E alla fine si prova un'autentico senso di nostalgia. Bello.


  90  CENTRO CULTURALE EUROPEO

A ben vedere, un documentario su Fellini è un ossimoro bello e buono. Chissà se Damian Pettigrew ci pensava durante le riprese di Fellini, sono un gran bugiardo, il più lungo reportage sulla vita e sulle idee del regista riminese. Il Centro Culturale Europeo l'ha proposto giovedì 23 febbraio 2006 nell'ambito della rassegna di proiezioni Dvd Ripresi da Francia e Germania.

Il titolo del film - che riunisce le testimonianze di amici, collaboratori, produttori e attori delle sue opere - prende spunto da una frase del cineasta: «La realtà più vicina a me è quella dei miei film. La Rimini della mia infanzia sparisce per lasciar spazio a quella che creo sul set. Insomma, la verità è che sono un gran bugiardo», dice intervistato da Pettigrew.

Tra gli intervistati Donald "Casanova" Sutherland, Roberto Benigni, Terence Stamp. Fellini faceva diventare i propri attori marionette in carne ed ossa, li conduceva in ogni minimo gesto, pretendeva una sottomissione totale. « Caporale, tartaro, dittatore, demone », dirà Sutherland. « L'unico che non faceva fatica con lui era Marcello (Mastroianni n.d.r.)  afferma il divertente produttore Daniel Toscan du Plantier  perché se ne fregava. Arrivava sul set tutte le mattine, già stanco, dormiva nelle pause e, se Federico gli diceva di fare una cosa, qualunque cosa, la faceva e basta ».

Più che il cinema, il lavoro di Fellini ricorda la pittura: rifiuta la parola "improvvisazione" e si rifà spesso a una prassi artigianale, fatta di luce, colori, trucchi e scenografie fiabesche. Un'esigenza creativa che conduce direttamente al rapporto con i produttori, quindi con i soldi. « Io faccio film perché firmo un contratto, mi danno un anticipo e non voglio restituirlo », dice il regista. E continua, « non credo alla libertà totale di espressione, probabilmente un artista in una situazione simile non produrrebbe niente ».

Dio, mago, pittore sono solo alcune delle parole che Fellini associa al mestiere di raccontar storie per immagini. Il suo rispetto per l'arte trascende i ruoli: secondo lui il compito principale di ognuno era mettersi a disposizione dell'opera affinché fosse completata. Quasi dovesse vivere di vita propria: « nelle prime settimane di riprese sono io a condurre il film, poi e lui a condurre me », dice.

Sullo schermo scorrono immagini celebri e meno note, riprese sul set. E, quando ormai sono arrivati i titoli di coda, è l'esclamazione di una vicina di sedia a suggerire la sintesi estrema e perfetta: « Certo che era proprio un geniaccio! ». Eh già.


 90  BLACKMAIL MAG  •  Nino G. D'Attis

Se Fellini fosse ancora qui, non avrebbe certo smesso di posticipare dopo infinite prove (di set, di attori, costumi, luci) il primo, vero ciak del Viaggio di G. Mastorna, grande miraggio e scatola nera del suo universo, progetto interminabile come il Napoleon di Kubrick, il Porno-teo-kolossal di Pasolini, A boccaperta di Carmelo Bene. Film da non fare, asteroidi esplosi in miliardi di schegge conficcate nella carne di altre opere realizzate nel frattempo. Con candore e poca ironia, già assistendo alla propria assenza riflessa nel vero/falso della macchina da presa, Fellini dichiara: "I miei film nascono perché firmo un contratto, prendo un anticipo, non lo voglio restituire e sono costretto a fare il film." Un modo disarmante per dire che Mastorna, più di ogni altra pellicola consegnata alla distribuzione, è sempre stato fuori dalla logica del contratto da onorare con i Grimaldi, i De Laurentiis, i Rizzoli (a loro volta obbligati ad accettare la firma del regista senza aver letto uno straccio di soggetto).

Prima della macchina produttiva c’è il gioco, il sogno fanciullesco e mistagogo delle cose che si smontano e rimontano fuori dal commercio di cinema, dai costi che s’innalzano, dalla troupe in attesa che il genio impartisca i tre ordini di rito: "Silenzio, motore, azione!" Girare senza pellicola (una volta accadde a Pasolini che, infastidito, rispose: "Non fa niente, andiamo avanti comunque") significa votarsi a una febbre, a un’ attesa intima e ipertrofica. Diversa (perché più vitale) da quella imposta dal lugubre gracchiare dei contabili del cinema ("Il Maestro è troppo vecchio per stare su un set. Le assicurazioni non coprono. I suoi film non incassano più," destino che oggi tocca ad Antonioni). Attendere l’impossibile, procrastinare: "Finito un film, Mastorna tornava a ripresentarsi dicendo: « Adesso tocca a me »."

Dieci ore di conversazione sono la base sulla quale il regista canadese Damian Pettigrew ha costruito un interessante ritratto di Federico Fellini poco prima della sua scomparsa. "La più lunga e dettagliata conversazione mai registrata sulla mia visione personale," secondo il diretto interessato. Ecco allora i corpi, i luoghi dell’immaginario felliniano (Rimini, ricostruita in studio, più vera della città "topograficamente accertabile"), le testimonianze di Italo Calvino, degli amici e collaboratori Tullio Pinelli, Titta Benzi, Rinaldo Geleng e poi Rotunno, Benigni, il produttore Daniel Toscan du Plantier che, insieme all’inglese Terence Stamp, scelto per il ruolo di Toby Dammitt nell’omonimo episodio di Tre passi nel delirio (1968), regala al documentario alcuni momenti esilaranti. E c’è Donald Sutherland, protagonista dell’horror in costume Casanova, così simile al Malcom McDowell che in Stanley and Us testimonia le angherie subìte sul set di Arancia meccanica quando chiama Fellini "Caporale, tartaro, dittatore, demone", poi lo paragona a Welles perché Welles creava una bugia e quando tutti ci credevano, trovava questa cosa insopportabile. La frase "Sono un gran bugiardo", ripresa da Pettigrew per il titolo, riporta a F for fake e particolarmente al racconto di Orson Welles dedicato al vecchio falsario che persuase Picasso a non denunciarlo: "Confessare che cosa? Che ho dipinto dei capolavori? Sarebbero strappati dai muri. Che cosa resterebbe di me? Prima di morire ho bisogno di credere che l’arte sia una realtà."

Un’energia intensa attraversa i 105 minuti del documentario e investe tutto il cinema che dopo Fellini non c’è stato, non c’è, non ci sarà perché c’è penuria di grandi bugiardi, di bambini lasciati liberi di accendere/spegnere le luci di un set (c’è Lynch... e poi?). "Esprimere un sogno, una fantasia, è un compito di alta matematica," dice l’assente. Oppure un gioco da bambini ininterrotto come il Mastorna, fuori dal tempo e (soprattutto) dall’incongruo presente prefigurato in E la nave va.



 90  CENTRO STUDI SU GUSTAVO ROL

Domenica 11 maggio 2003 su Tele+ è stata trasmessa la versione italiana del pluripremiato documentario su Federico Fellini, Fellini: Je suis un grand menteur (Sono un gran bugiardo). Si tratta di un film fondamentale per comprendere l'approccio che Fellini aveva nei confronti del paranormale, completamente frainteso dai molti sostenitori di Gustavo Rol. Basta citare una delle affermazioni del regista per comprendere la natura della fiducia che riponeva nell'autenticità dei poteri rolliani: "Le cose autentiche sono solo quelle inventate". Ennio Flaiano lo confermava: "Federico mente come respira!". Ma chi avrebbe mai osato biasimarlo, quando proprio sulla menzogna artistica si fondavano le emozioni prodotte in chi aveva (e continua ad avere) l'opportunità di ammirare le sue opere. L'amicizia tra Gustavo Rol e il regista ha un profumo ben più seducente, vista da quest'ottica...


 90  DVD ITALIA  •  Enrico Borroni

Questo, di Damian Pettigrew è, con ogni probabilità il miglior documentario girato riguardante il personaggio Federico Fellini. Per una durata di 102 minuti, Fellini parla quasi a ruota libera e ci mostra il suo mondo, fatto di sogni, di passato, di set cinematografici, di leggenda, di verità, di bugie, di grandi attori, di attori sconosciuti e, soprattutto di grande mito, dovuta ad una carriera riconosciuta a livello planetario. La maggior parte delle interviste sono state girate poco prima della morte, è un documentario-verità e molti sono gli attori che parlano, a volte non bene, dei sistemi di lavoro del regista. Si va da Terence Stamp a Donald Sutherland, da Roberto Benigni fino a Peppino Rotunno (stranamente manca Marcello Mastroianni) e ciascuno ricorda il proprio approccio con il regista; scorrono, intanto dei “making of” riguardanti i film che li ha visti protagonisti. 

Compaiono anche delle inediti immagini riguardanti il “making of” della Dolce vita. Molte immagini riguardano anche la Rimini attuale (spiaggia, molo, Grand Hotel) e la Romagna in generale. E’ un buon documentario, ripetiamo, riguardante il personaggio Fellini. Affascinante, come il regista. Vincitori di una valanga di premi, siamo sicuri che questo dvd possa essere acquistato dai veri cinefili; valore aggiunto a tutta la filmografia, pressoché già uscita tutta in dvd, del Maestro riminese. Lo consigliamo vivamente, anche se, gli extra sono particolarmente inesistenti. (Voto: 6/7 - Maggio 2004)


 90  CINEFORUM-CINIT DI LECCE

Edizione speciale per il Cineforum-Cinit di Lecce che nella stagione 2003-2004 festeggia il 50mo anno di attività, un primato di impegno e continuità che nessun' altra associazione salentina può vantare. Accanto al cartellone della nuova stagione che sarà inaugurata il 14 ottobre con la proiezione, in prima regionale, di "Fellini: Sono un gran bugiardo", film documentario di Damian Pettigrew, scelto proprio come omaggio al cinema che ha formato le coscienze di tanti spettatori, ci saranno tante manifestazioni collaterali per celebrare il cinquantesimo anniversario: rassegne (una, "Da Cannes a Venezia", è già in corso al cinema Antoniano), incontri, mostre, iniziative speciali, che saranno annunciate nelle prossime settimane.

Nel primo gruppo del nuovo cartellone - da ottobre a dicembre, come sempre il martedì - nove film, praticamente tutti inediti, mai apparsi sugli schermi leccesi. A cominciare dal profilo felliniano delineato da Pettigrew, regista specializzato in documentari-ritratti che raccoglie confessioni, confidenze, intuizioni del Maestro che si autodefinisce bugiardo. Con l'intervento dei suoi attori, da Mastroianni a Benigni.



 90  CINETECA USERS NET

Basato su una serie di interviste con Damian Pettigrew, rilasciate da Fellini un anno prima della morte, questo film rappresenta un ritratto unico, che esplora il mondo del grande regista, dall'infanzia fino all'ultimo film. Pettigrew spazia dalla carriera ai sogni e alle contraddizioni, portando testimonianze di amici, tecnici, attori e, soprattutto, dello stesso Fellini. Un viaggio affascinante, ricco di immagini d'archivio, scene tagliate e mai viste dai suoi film più celebri, estratti da film recentemente restaurati.


 90  DELCINEMA.IT  •  Baldini Castoldi Dalai

Fellini: sono un gran bugiardo di Damien Pettigrew. Sull'onda del grande omaggio a Cannes nei dieci anni dalla morte di Fellini, Mikado Film rinnova il suo interesse al documentario portando nelle sale un brioso autoritratto tra finzione e confessione in cui il regista riminese scopre il gioco delle molte verità sul suo cinema e la sua vita.


 90  L'ISOLA DEL TESORO.COM    Sergio Gualandi

"I miei film nascono perché firmo un contratto, prendo un anticipo, non lo voglio restituire e allora faccio il film" chiosa Fellini a metà circa di questo documentario a lui dedicato, opera sospesa a metà tra il filologico e l’affettuoso, senza sconfinamenti nella stucchevole agiografia. La frase sopra riportata non compare all’inizio né alla fine (dove si finisce a parlare della morte), ma come già detto a metà, così, per gettare un po’ di fumo negli occhi di chi assiste allo spettacolo (perché è fuor di dubbio che alla fine sia sempre Fellini a menare le danze…) dove Fellini, in una continuazione ideale di Intervista (ma anche di Block-notes di un regista) parla del suo personalissimo processo creativo che lo assale spossessandolo completamente in modo da avere le mani libere per portare a termine il suo compito creativo. A questa seconda personalità, che non ha nome (al quale attribuisco quello di Fellini-profondo), e tanto meno pare soggetta alle leggi dell’umano vivere, ma che intuiamo chiaramente provenire dal profondo, il Fellini-anagrafico lascia volentieri la scena, salvo poi chiedersi, il primo, con un misto di stupore e curiosità, ogni qualvolta si trova di fronte ad un’opera del Fellini-profondo, chi mai abbia avuto l’ardire e la fantasia di realizzare quel particolare film.

Fellini, sono un gran bugiardo è zeppo di momenti memorabili, che vanno rintracciati non soltanto dove si ha modo di assistere a come il Fellini-profondo dirigeva gli attori, mimando loro le parti da recitare con quella carica ora istrionica ora da clown che a stento si intuiva dietro l’aspetto pacioso del Fellini-anagrafico, ma anche quelli che lo immortalano più semplicemente seduto a parlare del suo rapporto con l’immaginario del cinema, immaginario cui tanto ha contribuito. I film che fanno da trade-union tra un’intervista e l’altra, sono quelli di sempre, i più celebri, da 8 1⁄2 al Casanova, ai meno, come l’episodio di Toby Dammit in Tre passi nel delirio, il tutto cucito con un ritmo che non è una cavalcata (non siamo dalle parti di John Ford…), quanto piuttosto quello di un andamento lento, zeppo di casuali digressioni, in un percorso che vede il viaggiatore perdersi per strada volontariamente, un viaggiatore che finge di voler arrivare mentre appare chiaro che preferisce l’esplorazione a casaccio al percorso stabilito, in altri termini un movimento ondulatorio attorno ad un globo sfaccettato chiamato cinema, scrutato ora da vicino ora da lontano da un regista sempre ai margini del suo lavoro, perché a dirigere i suoi film era un altro da sé, eppure sempre intimamente (e misteriosamente) capace di restare dentro il cuore pulsante della sua opera.


 90  JAZZ COMMENT    Antonio Ranalli

Nel documentario-intervista di Damian Pettigrew, Sono un gran bugiardo  recentemente diffuso anche in Italia  Donald Sutherland, l’indimenticabile “Casanova” felliniano, elogia a un certo punto con grande calore le qualità di improvvisatore del Maestro. Il quale in verità, poco prima, rispondendo ad una domanda sull’improvvisazione dice di non amare molto questo termine e di preferirgli quello di disponibilità. È una parola che giunge inaspettata in quel contesto ma che, dopo un momento di sorpresa, risulta bellissima.

Fellini jazz nasce, appunto, dalla disponibilità. Da quella disponibilità che è tipica dei jazzisti e che significa disposizione interna al rischio, al cambiamento improvviso richiesto dagli scarti della fantasia e del gusto; da quella disponibilità che si traduce in un abbandonarsi senza difese alla invenzione non premeditata, al misterioso comparire di suoni che, imprevedibilmente, si affacciano alla mente e al cuore…


 90   riminiturismo.it

Fellinianno 2013 in Cineteca - Ultimo appuntamento con la sezione del “Fellinianno” ospitata all'interno di “Don't you like doc?”, la rassegna dedicata al documentario, è con Fellini: sono un gran bugiardo di Damian Pettigrew (Francia-Italia-Scozia, 2002)

Il regista canadese spezza una sua lunga intervista al Maestro, raccolta solo un anno prima della morte, con brani di film, testimonianze, sequenze inedite e immagini di repertorio. Fellini parla della sua infanzia, dei suoi film, di quelli girati e di quelli solo scritti, della Rimini reale e di quella reinventata, del regista burattinaio e dell'attore marionetta; parla di arte e di cinismo, di memoria e di immaginazione, ma, soprattutto, di quella magica macchina di finzione, che è il cinema. (23 maggio 2013)


 90  TAXIDRIVERS.IT    Luca Biscontini

Un’intensa e preziosa testimonianza, non c’è che dire: Damian Pettigrew nel 2002 realizzava uno straordinario documentario su Federico Fellini, un artista ineguagliabile che, con il suo strabordante, magnifico, inarrestabile immaginario, ha riformato profondamente e irreversibilmente l’iconografia cinematografica.

Damian Pettigrew, regista, sceneggiatore, produttore, scrittore, nonché autore multi mediale canadese, nel 2002 assemblava un interessantissimo materiale raccolto anni prima – in particolare le interviste fatte a Federico Fellini tra il 1991 e il 1992 – costruendo un ritratto molto significativo del regista riminese, senza, e ciò va fortemente sottolineato, lasciarsi risucchiare da una deriva idolatrica, celebrativa. Il documentario Fellini, sono un gran bugiardo è incentrato per lo più sulle dichiarazioni-confessioni di un artista ineguagliabile che, con il suo strabordante, magnifico, inarrestabile immaginario, ha riformato profondamente e irreversibilmente l’iconografia cinematografica. Non è che Fellini in questa occasione riveli qualcosa che non conoscevamo già di lui, ma il tono sommesso, la sospensione dell’imperituro istrionismo e la flemma con cui si racconta svelano un uomo tutto sommato umile, ammesso che – e il dubbio rimane forte – il suo non sia stato un astuto stratagemma per millantare una modestia che in realtà non gli apparteneva.

A dare ulteriore sostanza all’insieme concorrono le bellissime e inaspettate testimonianze di alcuni dei più autorevoli collaboratori di Fellini (anzi, a rigore, definirli collaboratori è riduttivo): Tullio Pinelli, che insieme a Ennio Flaiano, genio fortunatamente sempre più evocato e valorizzato, scrisse le solidissime sceneggiature attraverso cui il cineasta romagnolo poté dare libera espressione alle proprie visionarie fantasie; Giuseppe Rotunno, impareggiabile direttore della fotografia, un maestro della luce che ha realizzato capolavori quali La grande guerra (1959) di Mario Monicelli, Il Gattopardo (1963) di Luchino Visconti, Fellini Satyricon (1969), Amarcord (1973), Il Casanova di Federico Fellini (1976), La città delle donne (1980), E la nave va (1983); Dante Ferretti, lo scenografo italiano più apprezzato nel mondo, vincitore di tre premi Oscar (impossibile riferire, anche solo parzialmente, la sua incredibile filmografia). Riportiamo solo alcune prestigiosissime collaborazioni: con Pier Paolo Pasolini, Marco Bellocchio, Liliana Cavani, Terry Gilliam, Martin Scorsese, Franzo Zeffirelli, Brian De Palma, Marco Ferrei. Per Fellini realizzò le scenografie di Prova d’orchestra (1979), La città delle donne, E la nave va, Ginger e Fred (1986) e La voce della luna (1990).

E poi chiaramente le significative memorie di alcuni attori che interpretarono i suoi film: se Roberto Benigni gigioneggia, elogiando senza sosta l’uomo che vide in lui quelle qualità che all’epoca della loro collaborazione erano ancora ignote al grande pubblico, Terence Stamp, l’indimenticabile protagonista dell’episodio Toby Dammit contenuto nel film Tre passi nel delirio (diretto anche da Louis Malle e Roger Vadim), invece, rievoca l’atmosfera surreale delle riprese che lo videro protagonista, laddove Fellini, senza dargli troppe spiegazioni, gli chiese solo di immedesimarsi in un reduce da una colossale festa-orgia, a base di sesso sfrenato, droga, alcool e quant’altro, per entrare alla perfezione nel suo personaggio. Ma a fare la differenza è – a parere dello scrivente – la testimonianza di Donald Sutherland, che, protagonista dello straordinario Casanova, dispensa non poche critiche al regista, definendolo un dittatore, un mostro, un demone. L’interprete di M.A.S.H. di Robert Altman ricorda le prime cinque settimane di lavorazione del film dedicato al celebre seduttore come qualcosa di infernale, in cui dovette subire le manie, le ossessioni e le folli, secondo lui, pretese di Fellini, il quale esigeva che tutti gli attori comprendessero al volo ciò che gli passava per la testa. Se ciò non accadeva, la sua reazione era durissima, anzi Sutherland stigmatizza senza remore questa tendenza al maltrattamento da parte del cineasta. Ora, evidentemente, non si può generalizzare: piace però, come si diceva all’inizio, che il film di Damian Pettigrew non ometta di far conoscere anche le poche voci fuori dal coro, che osano azzardare una critica al mito.

Belli, meravigliosi, inoltre, alcuni backstage in cui vediamo Fellini dirigere gli attori in Amarcord e Satyricon. La sua era una regia che non ammetteva approssimazioni: le battute dovevano essere pronunciate esattamente come voleva lui (anzi, sarebbe bene sfatare la ‘leggenda dei numeri’: se è vero, in parte, che alcuni attori minori talvolta potevano limitarsi ‘a contare’, i protagonisti recitavano sul serio, anche se successivamente doppiati).

Ci preme, infine, segnalare le belle immagini che Pettigrew utilizza per intervallare le interviste, in cui, grazie al tappeto musicale del compianto Nino Rota e ad ambienti tipici della poetica felliniana, viene rievocata in maniera commovente l’iconografia immortale del regista. (1/12/17)


 85  KINODROMO

Un anno prima dalla morte, avvenuta nel 1993, Federico Fellini si rivela in un’intervista di rara profondità. Assieme ai ricordi degli attori e dei collaboratori più stretti, entriamo nel vivo del suo processo creativo: quello che viene a comporsi è l’affascinante ritratto di uno dei artisti più grandi e sfuggenti del Novecento.

Nell’intervista rilasciata a Pettigrew, Fellini racconta, con estrema chiarezza, le sue verità sull’arte, sul cinema, sulla vita. Completano il ritratto, oltre ad alcuni rari filmati di back-stage, le divertite testimonianze dei suoi “burattini”, di coloro cioè che hanno recitato e lavorato per lui: l’entusiasmo incontenibile di Benigni, l’affetto di Terence Stamp, il risentimento glaciale di Donald Sutherland. A un grande creatore corrisponde sempre una grande personalità. Attraverso le parole del regista riminese, si entra nel vivo di una visione profonda e personalissima. Quella di Fellini è una saggezza umana, semplice, priva di compiacimenti, illuminante. Fellini era una forza creatrice incessante e inarrestabile, ed è proprio nelle immagini, nelle invenzioni, nelle “bugie” che si rivela nella sua vera essenza. Il suo è un vero potere da incantatore: ad ascoltarlo parlare, si è pervasi dalla stessa magica sensazione che si prova a vedere un suo film. (6/2/17)


 80  SENTIERI SALVAGGI.IT    Francesco Ruggeri

Ci pare che nel lavoro di Pettigrew manchi proprio l’attualizzazione del lavoro felliniano, il chè non significa traslazione degli estremi figurativi del suo cinema all’oggi, ma una necessaria interrogazione critica che ne lasci intravedere la sagoma di cinema ancora aperto (nonostante tutto) all’emozione della critica, e del dubbio.

Federico Fellini, un anno prima della morte. E’ questa l’impossibile deadline evocata da Damien Pettigrew per il suo film/documentario/intervista/ricordo dedicato alla figura del regista riminese, questa soprattutto l’intensità notevole della parola, evocatrice di momenti e di stati d’animo che si fanno mantra danzante di immagini inquiete e nascoste. La forma felliniana (quella che scavalcò negli anni ‘50 il neorealismo e quella ben più discutibile con cui a partire dalla Dolce vita il regista contaminò la scena mondiale tutta) è lì, avvitata su se stessa, perfetto oggetto composito di un cinema abitato dallo spettro della psicoanalisi, della sociologia, del rotocalco, e ormai attraversato da flussi teorici e analitici che lo hanno montato e smontato, accumulando nel corso degli anni linee discorsive sempre più lontane dalla negata attualità del cinema felliniano.

Da parte nostra, non possiamo che restare perplessi di fronte ai simulacri felliniani che campeggiano nel nostro Paese in questi giorni, sotto forma di dibattiti a tema, di tavole rotonde, di riedizioni delle sue opere al cinema e così via. In questo revival felliniano non vogliamo entrarci, più che altro per una questione di principio. La rievocazione va di pari passo con l’omologazione comandata all’interno di una certa cornice, dentro un preciso schema spazio-temporale, dunque non ci interessa.

Ci sentiamo dunque vicini a Pettigrew solo per un motivo: il suo omaggio a Fellini è di quelli fatti davvero col cuore in mano, proprio nel suo scegliere una sorta di diario affettuoso tenuto con l’autore, che ripercorre la sua carriera, i suoi incontri, la sua idea di cinema. Si tratta dunque di concepire l’omaggio come una sorta di attraversamento continuo da un set all’altro delle sue opere, lungo la superficie ondosa di quello che però non è mai (purtroppo) un effettivo esame del cinema preso in considerazione, ma soltanto una passeggiata lungo l’iter della storia umana e professionale di Fellini, affidata in più parti alla voce dei suoi interpreti (tra questi, il Casanova Sutherland e il sempre grande Benigni che si esprime nel suo irresistibile, ma corretto inglese) e lasciata trasparire quale avvicinamento all’idea di un cinema inventato, inverosimile, artificioso.

E’ come se Pettigrew (che peraltro sta lavorando ad un lungo speciale su Bergman prossimo agli ottantacinque anni), affidandosi anche al montaggio di immagini di repertorio praticamente sconosciute, volesse da un lato accarezzare lo stereotipo del regista che tutti conosciamo, mentre dall’altro indicarne nuovi lati, scoprendone ulteriori valenze. Purtroppo però, pur riconoscendo come già accennato il carattere puntuale ed onesto del lavoro, ci pare che manchi proprio l’attualizzazione del lavoro felliniano, il chè non significa traslazione degli estremi figurativi del suo cinema all’oggi, ma una necessaria interrogazione critica che ne lasci intravedere la sagoma di cinema ancora aperto (nonostante tutto) all’emozione della critica, e del dubbio.

La glorificazione (sostenuta poi in questo caso da un mestiere ben saldo) è una forma possibile d’amore. Continuiamo a preferire quella legata alla dialettica, al confronto. Al ripensamento. (23/6/2003)




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