INTRODUZIONE:

Il De brevitate vitae, composto tra il 49 e il 52 d.C., dibatte circa il rapporto dell'uomo con il tempo. In esso Seneca afferma che la vita non è affatto breve, bensì che è l'uomo a renderla tale, perché spreca la maggior parte del tempo in attività inutili e vive nella costante aspettativa del futuro, dimenticando il presente.

Quest'opera è dedicata a Paolino, del quale abbiamo poche informazioni; forse si tratta del prefetto dell'annona Pompeo Paolino. E' un discorso protrettico, una esortazione a Paolino affinché lasci gli incarichi pubblici e si dedichi a se stesso. Il dialogo è scritto in modo analogo ad una causa iudicialis, ad un processo in cui compito del filosofo è confutare l'accusa: la brevità della vita, un'accusa mossa non solo dagli sciocchi, ma anche dai saggi.

Nell'opera è possibile distinguere con una certa chiarezza un proemio e una narratio, in cui sono posti i termini della questione; una propositio, in cui Seneca indica genericamente il modo in cui intende rispondere; una argumentatio articolata in una serie di prove e infine una conclusio, in cui fa riferimento all’occupato, il quale è in fuga da se stesso e per poter dominare il tempo dovrà imparare a stare con se stesso. Proprio nella sezione conclusiva del dialogo, Seneca esorta Paolino a ritirarsi in un porto tranquillo e a prendere per sé una parte del suo tempo.

COMMENTO:

Spesso ci lamentiamo del poco tempo a nostra disposizione, senza capire la sua importanza; non ce ne rendiamo conto e lo sprechiamo in mille occupazioni e passioni. L’errore maggiore consiste nel fatto che non viviamo per noi, ma per le ambizioni. Crediamo di poter vivere per sempre - tuttavia non sappiamo quando saremo destinati a morire - e così rimandiamo al domani ciò che avremmo dovuto fare oggi.

A mio avviso, bisogna vivere il giorno come se fosse sempre un'esperienza nuova. Nella società odierna, dove la distrazione è alla base della quotidianità, non viene vissuto bene il momento presente come se fosse l’ultimo giorno a disposizione, poiché non viene assegnato il giusto valore alla vita. Seneca definisce coloro che sprecano la loro vita in affanni e querimonie “affaccendati”, poiché vivono ogni giorno per conquistare qualcosa, senza soffermarsi su sé stessi e senza rendersi conto se avranno il tempo di gestirla. Può darsi che moriranno ricchi e circondati da ogni bene, ma, in realtà, saranno poveri dentro e avranno solo rimpianti nel loro ultimo giorno.

Dunque, non bisogna mai rimandare a domani ciò che si può fare oggi e come dice Seneca: «chi programma ogni giorno come se fosse l’ultimo non desidera né teme il domani. La vita è già al sicuro».