Ciao, benvenuto su questa piattaforma! Ho deciso di inserire il brano relativo al mito di Er, corredandolo di una sintesi complessiva che ne riassuma i fatti principali. Ciò non significa che sei esonerato dalla lettura del testo integrale. Buona ricerca!
Il mito di Er, Repubblica, 614 a-621 d
1 [614 a] Ecco dunque, dissi, quali sono i premi, le mercedi e i doni che il giusto ottiene da vivo dagli dèi e dagli uomini, oltre a quei beni che la giustizia procurava per se stessa. – Certo, ammise; beni belli e sicuri. – Ma questo è nulla, replicai, per quantità e per grandezza, rispetto a ciò che attende dopo la morte sia il giusto sia l’ingiusto. E bisogna parlarne, perché ciascuno dei due riceva esattamente ciò che il discorso gli deve. – [b] Parlane pure, rispose. Ben poche sono le cose che mi offrono maggiore diletto quando le ascolto. – Non ti racconterò certo un apologo di Alcínoo, feci io, ma la storia di un valoroso, Er figlio di Armenio, di schiatta panfilia. Costui era morto in guerra e quando dopo dieci giorni si raccolsero i cadaveri già putrefatti, venne raccolto ancora incorrotto. Portato a casa, nel dodicesimo giorno stava per essere sepolto. Già era deposto sulla pira quando risuscitò e, risuscitato, prese a raccontare quello che aveva veduto nell’aldilà. Ed ecco il suo racconto. Uscita dal suo corpo, l’anima aveva camminato insieme con molte [c] altre ed erano arrivate a un luogo meraviglioso, dove si aprivano due voragini nella terra, contigue, e di fronte a queste, alte nel cielo, altre due. In mezzo sedevano dei giudici che, dopo il giudizio, invitavano i giusti a prendere la strada di destra che saliva attraverso il cielo, dopo aver loro apposto dinanzi i segni della sentenza; e gli ingiusti invece a prendere la strada di sinistra, in discesa. E anche questi avevano, ma sul dorso, i segni di tutte le [d] loro azioni passate. Quando si era avanzato lui, gli avevano detto che avrebbe dovuto descrivere agli uomini il mondo dell’aldilà, e che lo esortavano ad ascoltare e contemplare tutto quello che c’era in quel luogo. E lì vedeva le anime che, dopo avere sostenuto il giudizio, se ne andavano per una delle due voragini, sia del cielo sia della terra; attraverso le altre due passavano altre anime: dall’una, sozze e polverose, quelle che risalivano dalla terra; dall’altra, monde, altre che scendevano dal cielo. E [e] quelle che via via arrivavano sembravano venire come da un lungo cammino. Liete raggiungevano il prato per accamparvisi come in festiva adunanza. E tutte quelle che si conoscevano si scambiavano affettuosi saluti: quelle che provenivano dalla terra chiedevano alle altre notizie del mondo celeste, quelle che provenivano dal cielo notizie del mondo sotterraneo. Si scambiavano i racconti, le prime [615 a] gemendo e piangendo perché ricordavano tutti i vari patimenti e spettacoli che avevano avuti nel loro cammino sotterraneo (un cammino millenario), mentre le seconde narravano i godimenti celesti e le visioni di straordinaria bellezza. Molto tempo, Glaucone, occorrerebbe per i molti particolari, ma la sostanza del suo racconto era questa: per tutte le ingiustizie commesse e per tutte le persone offese da ciascuno, avevano pagato la pena un caso dopo l’altro, e per ciascun caso dieci volte tanto (questo avveniva ogni [b] cento anni, perché tale è la durata della vita umana). Ciò perché il castigo subíto fosse il decuplo della colpa: perché ad esempio, i responsabili della morte di molte persone per aver tradito città o eserciti, e coloro che molte ne avessero ridotte in schiavitù o fossero stati complici di altri misfatti, per ciascuno di tutti questi delitti riportassero sofferenze decuple; e, viceversa, perché coloro che avessero fatto dei benefici e fossero stati giusti e pii, fossero premiati nella [c] medesima proporzione. Altro diceva dei morti súbito dopo la nascita e dei vissuti breve tempo, ma sono cose che non merita ricordare. Ancora maggiori, secondo il suo racconto, erano le mercedi per l’empietà e la pietà verso gli dèi e i genitori e per l’omicidio. Asseriva infatti di essersi appunto trovato accanto a uno cui un altro chiedeva dove fosse il grande Ardieo. Questo Ardieo era stato tiranno in una città della Panfilia, mille anni prima, e, come si [d] diceva, aveva ucciso il vecchio padre e il fratello maggiore, e si era macchiato di molte altre nefandezze. L’interrogato, riferiva Er, aveva risposto: “Non viene né potrebbe venir qui”.
2 “Infatti tra gli altri orrendi spettacoli abbiamo veduto anche questo. Come fummo presso lo sbocco, lì lì per risalire e trovandoci ad aver subíto tutte le altre prove, d’improvviso scorgemmo lui e altri, per lo più tiranni, ma c’era anche gente privata, colpevole di gravi peccati. Essi [e] credevano ormai che sarebbero risaliti, ma lo sbocco non li riceveva, anzi emetteva un muggito ogni volta che uno di questi scellerati inguaribili o uno che non avesse ancora espiato nella misura dovuta tentava di salire”. Lì presso, raccontava, c’erano uomini feroci, tutti fuoco a vedersi, che sentendo quel boato afferravano gli uni a mezzo il corpo e li trascinavano via, ma ad Ardieo e ad altri avevano [616 a] legato mani, piedi e testa, li avevano gettati a terra e scorticati, e li trascinavano lungo la strada, dalla parte esterna, straziandoli su piante di aspalato. E a coloro che via via sopraggiungevano, spiegavano quali erano le ragioni di tutto questo aggiungendo che li conducevano via per gettarli nel Tartaro. Laggiù, continuava, avevano provato molti terrori di ogni genere, ma tutti li superava la paura che ciascuno aveva di sentire quel boato al momento di salire. E ciascuno era stato molto contento di venir su senza sentirlo. Queste erano all’incirca le pene e i castighi [b] e le corrispondenti ricompense. Quando i singoli gruppi che si trovavano nel prato vi avevano trascorso sette giorni, nell’ottavo dovevano levarsi di lì e mettersi in cammino, per giungere nel quarto giorno in un luogo donde potevano scorgere, tesa dall’alto attraverso tutto il cielo e la terra, una luce diritta come una colonna, molto simile all’arcobaleno, ma più intensa e più pura. Vi erano arrivati dopo un giorno di marcia e colà avevano veduto, [c] in mezzo alla luce, tese dal cielo, le estremità dei suoi legami. Era questa luce a tenere avvinto il cielo e, come le gomene esterne delle triremi, a tenere insieme tutta la circonferenza. Alle estremità era sospeso il fuso di Ananke [la personificazione del Destino immutabile], per il quale giravano tutte le sfere. Il suo fusto e l’uncino erano di diamante, il fusaiolo una mescolanza di diamante e di altre materie. Il fusaiolo aveva questa natura: [d] per la figura era come quello che si usa in questo nostro mondo, ma il racconto di Er deve far pensare che fosse costruito come se entro un grande fusaiolo cavo e interamente intagliato fosse incastrato un altro consimile, ma più piccolo, come quei vasi che entrano esattamente l’uno [e] nell’altro; e così un terzo, un quarto e altri quattro. Tutti insieme i fusaioli erano otto, incastrati l’uno nell’altro, e superiormente mostravano i loro orli circolari; costituivano il dorso continuo di un unico fusaiolo accentrato sul fusto e il fusto passava da parte a parte l’ottavo fusaiolo lungo l’asse mediano. Il primo fusaiolo, il più esterno, aveva il cerchio dell’orlo molto largo. Seguivano poi in ordine decrescente il sesto, il quarto, l’ottavo, il settimo, il quinto, il terzo, il secondo. Il cerchio del maggiore era variegato, quello del settimo lucentissimo, quello [617 a] dell’ottavo riceveva il colore dal settimo che lo illuminava, quelli del secondo e del quinto si somigliavano, ma erano più gialli dei precedenti; il terzo aveva una tinta bianchissima, il quarto rossastra, il sesto veniva al secondo posto per bianchezza. Il fuso ruotava tutto volgendosi con moto uniforme e nel girare dell’insieme i sette cerchi interni giravano lenti in direzione opposta. Il più rapido era l’ottavo, [b] secondi venivano, tutti insieme, il settimo, il sesto e il quinto; terzo in questo moto rotatorio era, come appariva a quelle anime, il quarto; quarto e quinto rispettivamente il terzo e il secondo. Il fuso si volgeva sulle ginocchia di Ananke. Sull’alto di ciascuno dei suoi cerchi stava una Sirena che, trascinata in quel movimento circolare, emetteva un’unica nota su un unico tono; e tutte otto le note creavano un’unica armonia. Altre tre donne sedevano in cerchio a [c] eguali distanze, ciascuna su un trono: erano le sorelle di Ananke, le Moire, in abiti bianchi e con serti sul capo, Lachesi Cloto Atropo. E cantavano in armonia con le Sirene: Lachesi il passato, Cloto il presente, Atropo il futuro. Cloto a intervalli toccava con la destra il fuso e ne accompagnava il giro esterno, così come faceva Atropo con la sinistra per [d] i giri interni; e Lachesi con l’una e con l’altra mano toccava ora i giri interni ora quello esterno. Al loro arrivo, le anime dovevano presentarsi a Lachesi. E un araldo divino prima le aveva disposte in fila, poi aveva preso dalle ginocchia di Lachesi le sorti e vari tipi di vita, era salito su un podio elevato e aveva detto: “Parole della vergine Lachesi sorella di Ananke. Anime dall’effimera esistenza corporea, incomincia per voi un altro periodo di generazione mortale, preludio a nuova [e] morte. Non sarà un dèmone a scegliere voi, ma sarete voi a scegliervi il dèmone. Il primo che la sorte designi scelga per primo la vita cui sarà poi irrevocabilmente legato. La virtù non ha padrone; secondo che la onori o a spregi, ciascuno ne avrà più o meno. La responsabilità è di chi sceglie, il dio non è responsabile”. Con ciò aveva scagliato al di sopra di tutti i convenuti le sorti e ciascuno raccoglieva quella che gli era caduta vicino, salvo Er, cui non era permesso di farlo. Chi l’aveva raccolta vedeva chiaramente il numero da lui sorteggiato. [618 a] Subito dopo <l’araldo> aveva deposto per terra davanti a loro i vari tipi di vita, in numero molto maggiore dei presenti. Ce n’erano di ogni genere: vite di qualunque animale e anche ogni forma di vita umana. C’erano tra esse tirannidi, quali durature, quali interrotte a metà e concludentisi in povertà, esilio e miseria. C’erano pure vite di uomini celebri o per l’aspetto esteriore, per la bellezza, per il [b] vigore fisico in genere e per l’attività agonistica, o per la nascita e le virtù di antenati; e vite di gente oscura da questi punti di vista, e così pure vite di donne. Non c’era però una gerarchia di anime, perché l’anima diventava necessariamente diversa a seconda della vita che sceglieva. Il resto era tutto mescolato insieme: ricchezza e povertà o malattie e salute; e c’era anche una forma intermedia tra questi estremi. Lì, come sembra, caro Glaucone, appare tutto il pericolo per l’uomo; e per questo ciascuno [c] di noi deve stare estremamente attento a cercare e ad apprendere questa disciplina senza curarsi delle altre, vedendo se riesce ad apprendere questa disciplina senza curarsi delle altre, vedendo se riesce ad apprendere e a scoprire chi potrà comunicargli la capacità e la scienza di discernere la vita onesta e la vita trista e di scegliere sempre e dovunque la migliore di quelle che gli sono possibili: ossia, calcolando quali effetti hanno sulla virtù della vita tutte le cose che ora abbiamo dette, considerate insieme o separatamente, sapere che cosa produca la bellezza mescolata a povertà [d] o ricchezza, se cioè un male o un bene, e quale condizione dell’anima a ciò concorra, e quale effetto producano con la loro reciproca mescolanza la nascita nobile e ignobile, la vita privata e i pubblici uffici, la forza e la debolezza, la facilità e la difficoltà d’apprendere, e ogni altra simile qualità connaturata all’anima o successivamente acquisita. Così, tirando le conclusioni di tutto questo, egli potrà, guardando la natura dell’anima, scegliere una vita peggiore [e] o una vita migliore, chiamando peggiore quella che la condurrà a farsi più ingiusta, migliore quella che la condurrà a farsi più giusta. E tutto il resto lo lascerà perdere. Abbiamo veduto che è questa la scelta migliore, da vivo [619 a] come da morto. Con questa adamantina opinione egli deve scendere nell’Ade, per non lasciarsi neppure lì impressionare dalle ricchezze e da simili mali, per non gettarsi sulle tirannidi e altre condotte del genere e quindi commettere molti insanabili mali, e per non patirne lui stesso di ancora maggiori; ma per sapere sempre scegliere tra cotali vite quella mediana e fuggire gli eccessi nell’uno e nell’altro senso, sia, per quanto è possibile, in questa nostra vita, sia in tutta la vita futura. Così l’uomo può raggiungere [b] il colmo della felicità.
3 In quel momento, dunque, secondo quanto narrava il nunzio che veniva di là, l’araldo divino aveva parlato così: “Anche chi si presenta ultimo, purché scelga con senno e viva con regola, può disporre di una vita amabile, non cattiva. Il primo cerchi di scegliere con cura e l’ultimo non si scoraggi”. A queste parole, raccontava Er, colui che aveva avuto la prima sorte si era subito avanzato e aveva scelto la maggiore tirannide. A questa scelta era stato spinto dall’insensatezza e dall’ingordigia, senza averne [c] abbastanza valutato tutte le conseguenze. E così non s’era accorto che il fato racchiuso in quella scelta gli riservava la sorte di divorarsi i figli, e altri mali. Quando l’aveva esaminata a suo agio, si percoteva e si lamentava della scelta, senza tenere presenti le avvertenze dell’araldo divino. Non già incolpava se stesso dei mali, ma la sorte e i dèmoni, tutto insomma eccetto sé. Egli apparteneva al gruppo che veniva dal cielo e nella vita precedente era vissuto in un [d]8 regime ben ordinato, ma aveva acquistato virtù per abitudine, senza filosofia. E per quanto se ne poteva dire, tra coloro che si lasciavano sorprendere in simili imprudenze non erano i meno quelli che venivano dal cielo: perché erano inesperti di sofferenze. Invece coloro che venivano dalla terra, per lo più non operavano le loro scelte a precipizio: perché avevano essi stessi sofferto o veduto altri soffrire. Anche per questo, oltre che per la fortuna nel sorteggio, la maggior parte delle anime permutava mali con beni e beni con mali. Perché se uno, quando arriva a questa nostra vita, pratica sempre sana filosofia, e se nel momento [e] della scelta la sorte non gli cade tra le ultime, ha buone probabilità, secondo le notizie di lì riferite, non solo di essere felice in questo mondo, ma anche di compiere il viaggio da qui a lì e da lì a qui non per una strada sotterranea e aspra, ma liscia e celeste. Meritava poi vedere, diceva, come le singole anime sceglievano le loro vite. [620 a] Spettacolo insieme miserevole, ridicolo e meraviglioso! La maggioranza sceglieva secondo le abitudini contratte nella vita precedente. Diceva d’avere veduto l’anima che era stata un tempo di Orfeo intenta a scegliere la vita di un cigno: non voleva nascere da grembo di donna per l’odio che nutriva verso il sesso femminile che aveva cagionato la sua morte [disperato per non essere riuscito a riportare dall’Ade alla vita terrena la sposa Euridice, Orfeo vagava per le montagne della Tracia sfogando il suo dolore, quando, imbattutosi in uno stuolo di Baccanti, ne venne selvaggiamente dilaniato]; e l’anima di Tamiri [fu il primo dei cantori di corte; narrava la leggenda che, insuperbitosi per la propria bravura, volle gareggiare con le Muse e ne fu accecato per punizione] scegliere la vita di un usignolo. Aveva visto anche un cigno che con la sua scelta mutava la propria vita in quella umana, e così pure [b] altri animali canori. L’anima che era stata designata ventesima dalla sorte aveva scelto la vita di un leone: era quella di Aiace Telamonio, che rifuggiva dal diventare uomo ricordandosi del giudizio relativo alle armi [si tratta della contesa per le armi di Achille aggiudicate a Odisseo anziché ad Aiace che se ne riteneva più meritevole; di qui la ragione del corruccio dell’ombra di Aiace quando Odisseo scende nell’Ade (Odissea, XI, 543-565)]. Dopo di lui veniva quella di Agamennone: anche questa, per ostilità verso il genere umano dovuta alle sofferenze patite, aveva scambiato la sua vita con quella di un’aquila. Posta dalla sorte nel gruppo di mezzo, l’anima di Atalanta, come aveva scorto grandi onori riservati a un atleta, non era stata capace di passare oltre e li aveva [c] raccolti [Atalanta, celebre per la velocità nella corsa, fu vinta tuttavia da Ippomene che durante la gara le gettò magnifiche mele che ella si fermò a raccogliere]. Dopo di lei, aveva visto l’anima di Epeo, figlio di Panopeo [Epeo fu un pugile che partecipò alla guerra di Troia; Omero ne ricorda l’incontro avventuroso con Eurialo (Iliade, XXIII, 664-700) e la costruzione del famoso cavallo di legno sotto la guida di Atena (Odissea, VIII, 492 e segg.; XI, 523)], assumere la natura di una donna operaia; lontano, tra gli ultimi, quella del buffone Tersite penetrare in una scimmia [Tersite è il popolano guercio, zoppo e gobbo che vomita ingiurie contro i comandanti greci e propone la ritirata da Troia dell’esercito acheo, finché Odisseo non lo riduce al silenzio bastonandolo con lo scettro (Iliade, II, 212-277)]. S’era avanzata poi a scegliere l’anima di Odísseo, cui il caso aveva riservato l’ultima sorte: ridotta senza ambizioni dal ricordo dei precedenti travagli, se n’era andata a lungo in giro cercando la vita di un privato individuo schivo di ogni seccatura. E non senza pena l’aveva [d] trovata, gettata in un canto e negletta dalle altre anime; e al vederla aveva detto che si sarebbe comportata nel medesimo modo anche se la sorte l’avesse designata per prima; e se l’era presa tutta contenta. E nello stesso modo passavano dalle altre bestie in uomini e dalle une nelle altre: le ingiuste si trasformavano in quelle selvagge, le giuste in quelle mansuete. Si facevano mescolanze di ogni genere. Dopoché tutte le anime avevano scelto le rispettive vite, si presentavano a Lachesi nell’ordine stabilito dalla sorte. A ciascuno ella dava come compagno il dèmone che quegli s’era preso, perché gli fosse guardiano durante la [e] vita e adempisse il destino da lui scelto. Ed esso guidava l’anima anzitutto da Cloto, a confermare, sotto la sua mano e sotto il giro del fuso, il destino che s’era scelta dopo il sorteggio. Poi toccava questo e quindi la conduceva alla trama tessuta da Atropo rendendo inalterabile il destino una volta filato. Di lì senza volgersi <ciascuno> si recava sotto [621 a] il trono di Ananke e gli passava dall’altra parte. Dopoché anche gli altri erano passati, tutti si dirigevano verso la pianura del Lete in una tremenda calura e afa. Era una pianura priva d’alberi e di qualunque prodotto della terra. Al calare della sera, essi si accampavano sulla sponda del fiume Amelete, la cui acqua non può essere contenuta da vaso alcuno. E tutti erano obbligati a berne una certa misura, ma chi non era frenato dall’intelligenza ne beveva [b] di più della misura. Via via che uno beveva, si scordava di tutto. Poi s’erano addormentati, quando, a mezzanotte, era scoppiato un tuono e s’era prodotto un terremoto: e d’improvviso, chi di qua, chi di là, eccoli portati in su a nascere, ratti filando come stelle cadenti. Lui, Er, aveva ricevuto divieto di bere quell’acqua. Per dove e come avesse raggiunto il suo corpo non sapeva. Sapeva soltanto che d’un tratto aveva aperto gli occhi e s’era veduto all’alba giacere sulla pira. E così, Glaucone, s’è salvato il mito e non è [c] andato perduto. E potrà salvare anche noi, se gli crediamo; e noi attraverseremo bene il fiume Lete e non insozzeremo l’anima nostra. Se mi darete ascolto e penserete che l’anima è immortale, che può soffrire ogni male e godere ogni bene, sempre ci terremo alla via che porta in alto e coltiveremo in ogni modo la giustizia insieme con l’intelligenza, per essere amici a noi stessi e agli dèi, sia finché [d] resteremo qui, sia quando riporteremo i premi della giustizia, come chi vince nei giochi raccoglie in giro il suo premio; e per vivere felici in questo mondo e nel millenario cammino che abbiamo descritto.
(Platone, Opere, vol. II, Laterza, Bari, 1967, pagg. 447-455)
Sintesi complessiva del mito
Questo supporto letterario si inserisce all’interno di un’opera che ha come fine ultimo quello di illustrare l’organizzazione ideale di una città immaginaria, in cui all’uomo siano riservate determinate mansioni secondo le sue inclinazioni e il suo attaccamento a una parte, piuttosto che a un’altra, della sua anima. Dunque, nel legittimare questa divisione e la rilevanza del bene, l’“auctor”, anche per sostenere l’attendibilità della sua teorizzazione circa la natura dell’anima, chiama in causa Er, figlio di Armenio, valente guerriero morto in battaglia, il cui corpo, anziché deteriorarsi dopo pochi giorni, era rimasto integro ed era stato preservato perché potesse riaccogliere la sua anima dopo una momentanea “scorporazione”. Infatti, costui sarebbe diventato il messo dell’umanità e avrebbe rendicontato la sua esperienza nell’aldilà non appena ritornato nel mondo delle apparenze, ovvero del divenire. Una volta asceso nelle altezze, l’anima del soldato, che pure aveva seguito il flusso delle altre, prima di giungere in questa dimensione, scorge due schiere: una è quella dei buoni, delle anime pie che sarebbero state ammesse in un regno sovrabbondante di frutti e di gaudi; d’altro canto vi sono le anime di coloro che erano stati facinorosi in vita, o avevano ammorbato se stesse condannandosi a una vita spregiudicata e di scempiaggini, di leggerezze o di crimini di cui si erano pentiti ma di cui si erano macchiati in egual modo. Mentre alle prime è concesso un premio, alle seconde spetta un castigo, e per entrambi, la permanenza nei luoghi eterei sarebbe durata mille anni. Tuttavia, come riferisce lo stesso Er, dopo aver interrogato uno spirito, vi era pure chi, avendo commesso torti inauditi e massimi quanto ad empietà, sprofondava nel Tartaro. Subire questa pena voleva dire che essa avrebbe avuto conseguenze estreme, in conformità alle colpe irreparabili, che avevano costretto al non riscatto. Così, degli esseri fiammeggianti scortavano, o meglio, trascinavano le anime corrotte sul margine del selciato, di modo che venissero scorticate e poi scaraventate a precipizio. I tribolati insieme ai più pii si adunavano su di un prato e ivi rimanevano per sette giorni, trascorsi i quali, dopo essersi raccontati le loro sventure od avventure, secondo il giudizio che li aveva riguardati, dovevano recarsi in un luogo luminescente, donde una luce si dipartiva per il cielo e perforava con un raggio l’intorno. Nel frattempo, otto fusi variamente colorati, con screziature abbinate agli intarsi e alle smussature della pietra con cui erano fatti, sostenevano il moto degli otto cieli, presieduti ciascuno da una sirena. In mezzo a questo spettacolo, si intravedevano i reggitori celesti, che troneggiavano gloriosi. Il composito arnese che guidava la mozione astrale, con gli otto fusaioli, era sorretto da Necessità, circondato dalle Parche. D’improvviso un araldo divino si para innanzi alla turba di anime e da un grande pulpito le avvisa di cosa sta per accadere. Da quel momento per loro, sarebbe principiata la vita, che non è altro che un accorrere alla morte.
Per quanto non ci si possa opporre all’incarnazione, ad ogni essere è concesso di scegliere la sua sorte futura, mettendo mano a un paradigma di vita. Perciò, sono favoriti sul suolo, la qual cosa lascia presagire che la bontà dell’esistenza dipende dalla deliberazione effettuata. Tuttavia, fra i destini commisti, non è detto che chi assuma quello del ricco sarà avulso dai dispiaceri, appurato che la virtù è l’unica salvezza per sfuggire alla mortificazione, inevitabilmente prodotta da chi si lascia traviare per aver ceduto ai propri appetiti. Opportuno, in tal senso, sarebbe mediare tra gli eccessi e accontentarsi di un corpo attraverso il quale sia possibile esprimere la propria intelligenza al sommo grado.
A colui che sceglie per primo tocca ponderare ed essere cauto, per non incorrere a un’esistenza che, apparentemente ricolma di beatitudine, sia in realtà involuta nella disgrazia; parimenti, non deve scoraggiarsi chi sceglie per ultimo, poiché a determinare il giudizio divino è solo la propria moralità, nella misura in cui sia scarsa o abbondante. E, a tal proposito, un’anima poco avveduta si precipitò nell’aggiudicarsi una sorte che sembrava avvenente, ma che, in vero, si rivelò assai funesta. Non mancarono gli improperi da parte sua. Sfilarono poi le altre anime che, in base al loro vissuto, alla loro abitudine al bene, al loro timore del male, o alla loro ingenuità o ancora, alla loro sfrontatezza, si avvicendavano nel selezionare un demone. Quando questo processo fu finito, furono tutte spedite dalla prima delle Moire, Cloto, che, insieme ad Atropo, ne suggellava il legame con il paradigma e di qui, correvano spedite verso il trono di Necessità, oltrepassato il quale si doveva perseguire la via che portava alla pianura nota come Lete, ove bere, quando fosse calata la notte, l’acqua dell’alveo del fiume Amelete. Di colpo scoppiò un terremoto, non prima che gli esseri spirituali potessero assopirsi; ne seguì che si reincarnarono nei corpi prescelti.
Infine, Platone, dopo aver ricordato che Er si era ridestato nell’involucro che, prima che divenisse esanime lo aveva custodito, si rivolge al suo interlocutore e lo invita a purificarsi, a sublimare la sostanza intellegibile di cui è composto e che è connaturata, per forza di cose, alla sua “chora”, ossia alla materia, che è integrata all’anima.
Hey, come va? Spero abbia apprezzato i contenuti sopra esposti. Ora, sei pronto per cimentarti in un altro testo. Ti propongo la lettura dello stralcio del "Fedro" in cui è descritto il mito della biga alata. Sotto, potrai anche consultare la traduzione italiana dell'originale greco; inoltre, potrai fruire di una sintesi, che, anche in questo caso, non ti esime dal leggere il passo in apertura. Buona continuazione!
Il mito della biga alata, Fedro 246 a-d
Περὶ μὲν οὖν ἀθανασίας αὐτῆς ἱκανῶς· περὶ δὲ τῆς ἰδέας αὐτῆς ὧδε λεκτέον. οἷον μέν ἐστι, πάντῃ
πάντως θείας εἶναι καὶ μακρᾶς διηγήσεως, ᾧ δὲ ἔοικεν, ἀνθρωπίνης τε καὶ ἐλάττονος· ταύτῃ οὖν
λέγωμεν. ἐοικέτω δὴ συμφύτῳ δυνάμει ὑποπτέρου ζεύγους τε καὶ ἡνιόχου. θεῶν μὲν οὖν ἵπποι τε
καὶ ἡνίοχοι πάντες αὐτοί τε ἀγαθοὶ καὶ ἐξ ἀγαθῶν, [b] τὸ δὲ τῶν ἄλλων μέμεικται. καὶ πρῶτον μὲν
ἡμῶν ὁ ἄρχων συνωρίδος ἡνιοχεῖ, εἶτα τῶν ἵππων ὁ μὲν αὐτῷ καλός τε καὶ ἀγαθὸς καὶ ἐκ τοιούτων,
ὁ δέ; ἐξ ἐναντίων τε καὶ ἐναντίος· χαλεπὴ δὴ καὶ δύσκολος ἐξ ἀνάγκης ἡ περὶ ἡμᾶς ἡνιόχησις. πῇ δὴ
οὖν θνητόν τε καὶ ἀθάνατον ζῷον ἐκλήθη πειρατέον εἰπεῖν. ψυχὴ πᾶσα παντὸς ἐπιμελεῖται τοῦ
ἀψύχου, πάντα δὲ οὐρανὸν περιπολεῖ, ἄλλοτε; ἐν ἄλλοις εἴδεσι γιγνομένη. τελέα [c] μὲν οὖν οὖσα
καὶ ἐπτερωμένη μετεωροπορεῖ τε καὶ πάντα τὸν κόσμον διοικεῖ, ἡ δὲ πτερορρυήσασα φέρεται ἕως
ἂν στερεοῦ τινος ἀντιλάβηται, οὗ κατοικισθεῖσα, σῶμα γήϊνον λαβοῦσα, αὐτὸ αὑτὸ δοκοῦν κινεῖν
διὰ τὴν ἐκείνης δύναμιν, ζῷον τὸ σύμπαν ἐκλήθη, ψυχὴ καὶ σῶμα παγέν, θνητόν τ᾽ ἔσχεν
ἐπωνυμίαν·
Analisi grammaticale "Mito biga alata"
οἷον μέν ἐστι ... ᾧ δὲ ἔοικεν = proposizioni interrogative indirette. Esse dipendono da un verbo di "dire" sottinteso e sono soggetto dell'infinito εἶναι, che a sua volta dipende da λεκτέον.
λέγωμεν = congiuntivo esortativo.
μέμεικται = perfetto medio-passivo III pers. sing. da μείγνυμι.
τῶν ἵππων = genitivo partitivo delle correlative ὁ μὲν...ὁ δέ.
αὐτῷ = dativo di possesso riferito a ὁ ἄρχων.
πῇ ... ἐκλήθη = proposizione interrogativa indiretta retta da εἰπεῖν
ἐπτερωμένη = participio perfetto medio-passivo di πτερόω.
ἕως ... ἀντιλάβηται = proposizione temporale con congiuntivo aoristo.
κατοικισθεῖσα = participio aoristo passivo di κατοικίζω.
Traduzione dal greco all'italiano:
Si è detto circa l'immortalità dell'anima (lett. "della stessa"); mentre della sua natura si deve dire così: sarebbe proprio di quella narrazione del tutto divina e lunga dire quale sia la sua natura, mentre sarebbe un discorso umano e più breve dire a che cosa somigli. Diciamo dunque in questo modo: che somigli alla forza coesa del carro alato e dell'auriga. Ma mentre i cavalli degli dei, gli aurighi tutti e gli stessi sono buoni e [discendono] da genitori buoni, quelli degli altri sono misti (suona meglio "di razza mista"). Innanzitutto il nostro cocchiere conduce il carro, poi, dei cavalli, l'uno ce l'ha bello e buono e proviene da una stirpe uguale, l'altro è diverso e viene da genitori come lui. Difficile e complicata è, per forza di cose, la nostra guida. Bisogna tentare di dire perché la creatura è mortale e immortale. L'anima, nell'insieme, si preoccupa di ciò che è inanimato, si aggira per tutto il cielo, apparendo talvolta in altre forme. Essendo perfetta e munita di ali, si innalza e regge il cosmo tutto, mentre quella che ha perso le ali si muove fino a quando non si attacca a qualcosa di solido, ed impiantandosi lì, essendosi impadronita di un corpo terrestre, esso sembra muoversi per effetto dell'azione dell'anima. Il composto anima e corpo fu chiamato essere vivente ed ebbe la denominazione di mortale.
Sintesi complessiva del mito (2)
Il mito della biga alata si configura come una esemplificazione e reca tutti i caratteri della sintesi, rispetto a quanto era stato esposto nella Repubblica. È contenuto nel Fedro e ha, nello specifico, l’obiettivo di esplicare le modalità secondo cui avviene, primieramente, la caduta delle anime nel mondo del sensibile e dell’empirismo. Inoltre, in esso, meglio si inquadrano gli effetti delle componenti alogiche della psiche sul comportamento umano. Questo aspetto etologico è suffragato dall’azione contrastiva della ragione, che coordina le attività di ciascuno, allontanandolo, laddove sia abbastanza potente, dai soverchi piaceri e dalla dissolutezza. L’io consapevole, insomma, è incarnato nello spirito cosciente, e non solo compassionevole, virtuoso. Per scacciare il maligno dalla propria vita occorre tradurre in atto ciò che è in potenza grazia e divinità, giacché l’uomo ne conserva un sentore.
Simbolicamente, nel mito, Platone associa alla “ratio” l’auriga, il cui compito è quello di aggiogare i suoi cavalli, congiunti alla biga per mezzo di gioghi e che percorrono il viatico verso il mondo delle Idee, che sono le uniche e vere realtà supreme. Tuttavia, vi è un cavallo, fra i due che sono legati, che invece di tendere verso l’alto e di ergersi fiero con l’intenzione di beneficiare della visione del Bene, scalcia furibondo e si mette a fare ressa con l’altro. I corsieri, così, fanno perdere il controllo del carro, che, resosi pesante, rovina in basso. Quindi, l’anima, che rappresenta la biga, non può fare altro che trasmigrare nel corpo ed albergarvi fino alla fine di un’esistenza (della durata massima di 100 anni).
Alla morte dell’individuo, come è stato già detto, corrisponde l’ascesa nell’Iperuranio. Quivi, si realizza il cosiddetto ciclo cosmico, ben diverso da quello sopra descritto: difatti, alle anime è concesso di rimettere le ali solo dopo 10000 anni; il che implica che si possa tornare a vivere fra gli dei, per un lasso di tempo che, naturalmente, è determinato dalla propria volitività, dalla forza che si oppugna per completare la corsa celeste. Chi più resiste, quando sarà vivo nel suo involucro, sarà virtuoso; chi, al contrario, precipita presto nell’aldiquà, per questo sarà invischiato con il vizio e, in un circolo continuo, faticherà a liberarsene.
Da ultimo, si ricordi la sorte che spetta al filosofo; egli è un soggetto privilegiato e godrà, quando abbia vissuto tre vite consecutive con abnegazione e votandosi alla saggezza e alla ricerca (mezzo catartico e di conversione), di un premio che avrà termine solo dopo 3000 anni (il numero 3 e il 10 sono una chiara allusione alle concezioni pitagoriche, un po' come quella che farà Aristotele, introducendo la decade dei predicamenti dell’“essere metafisico”).
Efficace ed intrigante. La modalità comunicativa adottata da Platone per esplicare il fenomeno della reincarnazione delle anime non lascia ombra di dubbio. Questa soluzione, in via paradigmatica, associa ad immagini figurazioni mentali, concetti astratti, e facilita l’acquisizione di contenuti e idee. Non a caso, tra le fonti platoniche, i miti di Er e quello della biga alata rappresentano gli strumenti didattici più graditi, le elaborazioni che si fruiscono più piacevolmente. In effetti, l’articolazione della speculazione secondo questo schema è congeniale al dialogo, che si classifica come un procedimento epistemologico in grado, partendo da incertezze, di far progredire verso una conoscenza gratificante; nel senso che, quando perveniamo alla verità attraverso uno sforzo logico, la sensazione di essere giunti a una conclusione positiva è ineguagliabile, rispetto magari a quella che suscita l’aver compreso di aver sbagliato mediante la lettura di uno scritto (la qual cosa è fatta presente, peraltro, all’interno del mito di Theuth, che legittima il contradditorio). Dunque, è imprescindibile il valore dimostrativo. Un conto è dimostrare, un altro è indottrinare, e Platone è un maestro che non ammaestra.
Si dica poi che, all’ateniese, va riconosciuto il merito di aver ribadito, più di quanto avesse fatto Socrate, che la conversione al bene è possibile attraverso l’uso della razionalità e un agire volto a preservare la virtù. Le buone azioni, l’onestà, la “pietas” sono assiomi validi in eterno e che possono migliorare di gran lunga la vita di ciascuno. Chi persegue la via logica, tralascia quella alogica, permette a se stesso di sublimarsi, di distinguersi dalle masse, da chi, per indolenza o per poca ambizione, ha amato il mondo terreno più di quello etereo e ineffabile che, a seguito di sopportazione e strenua moralità, elargisce i suoi premi. Certo è, che se da un lato tutto ciò costituisce un punto di svolta per l’etica (Socrate aveva detto esclusivamente che la virtù era essa stessa una ricompensa, senza tracciare un orizzonte metafisico), il pensiero platonico non si svincola dall’intellettualismo postulato dal maestro. Riflettiamo: per Socrate la virtù deriva dalla conoscenza e chi non conosce è avversato dal male; in sintesi, la sofferenza dell’anima è provocata dall’ignoranza. E parimenti, Platone afferma che “convertirsi” al bene è, da un canto, esercizio di virtù, ma queste derivano necessariamente dall’uso della “ratio”. Per cui, non viene colto il senso di peccato come atto volontario, o meglio, l’atto di non conoscere e di non avere consapevolezza del bene è volontario, mentre quello di compiere il male è una conseguenza ineluttabile. Ebbene, questa dichiarazione non può che risultare aporetica: come è possibile che lo sproposito perpetrato sia uno sbaglio, se io ho l’arbitrio di elevare la mia anima per mezzo dell’“epistème”? Sono superiore agli altri esseri per coscienza, ma è come se non lo fossi, e in più ho la facoltà di sapere cosa è male, ma se scelgo di perseguirlo, sono giustificato per le mie azioni.
Possiamo notare come i miti si aprano agli influssi orfici e pitagorici. I numeri perfetti ricorrono, ad esempio, nel numero degli anni per i quali l’anima è ammessa a godere di un premio o dovrà scontare una pena (10000 è multiplo di 10 e la decina racchiudeva la perfezione); lo stesso ragionamento si applichi al numero 300, nella misura in cui, chi ha vissuto per tre volte rettamente, da vero epistemologo, è graziato dalla Somma Scienza tramite la triplicazione del premio. Dal punto di vista orfico, invece, viene reintegrata la credenza secondo cui l’anima è un demone, ovvero uno spirito che alberga nel corpo dopo che è stato degradato allo “status” di umano. Però, queste letture sinottiche, che abbracciano gli ideali suddetti, sono oggetto di reinterpretazione da parte del filosofo che, perciò, si distingue per la sua originalità. Forse, poi, per capire meglio il significato dei miti, bisognerebbe non eccedere nella traduzione letterale. Essi vanno visti come esortazioni a lasciarsi contagiare dal virtuosismo. Ecco: meno incanto e più senso anagogico, sono questi due principi che devono essere adoperati, fuor di metafora.
Platone vuole insegnarci ad avere fiducia nel bene, ad amare il nostro “io cosciente” e ad aggiogare i nostri istinti, che non vanno repressi, ma vanno domati, se è vero che noi siamo “animalità latente”.
BUONA CONTINUAZIONE!
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