Pietro Acciarito, anarchico debole di carattere, per denunciare la propria condizione economica, decise di approfittare di una improvvisa interruzione del corteo regio di Umberto I e Margherita di Savoia, e colpì con un pugnale artigianale, il sedile del sovrano. Questo non fu un vero e proprio attentato, tuttavia, egli fu condannato all'ergastolo e, nell'ambito di interrogatori alquanto violenti, fu costretto a dichiarare che era tutto premeditato e a fare i nomi dei suoi presunti complici, appartenenti all'organizzazione sindacale USI, tra i quali Aristide Ceccarelli. Dopo vari processi e la pressione esercitata dalla regina, perché contraria ai movimenti rivoluzionari, tutti gli imputati vennero condannati a pene gravi. Aristide venne condannato a sette anni di carcere duro, nonostante ciò, in seguito alla protesta popolare, fu aperto nuovamente il processo. Con quest'utlimo, venne confermato l'ergastolo per Acciarito, il quale morì nel 1943, mentre Ceccarelli e gli altri imputati vennero assolti il 4 aprile 1900.
Biografia Pietro Acciarito
Pietro Acciarito nacque ad Artena, in provincia di Roma, il 27 giugno 1871. Intorno al 1897, entrò in contatto con le correnti socialiste e con la stampa anarchica. Il 22 aprile di quell'anno, appostatosi lungo la via Appia ad attendere il re Umberto che si recava ad assistere alle corse all'ippodromo delle Capannelle, lo assalì col pugnale, ma venne disarmato e arrestato prima di portare a compimento il suo proposito. Durante l'interrogatorio, negò di essere stato spinto da moventi politici e di appartenere a gruppi anarchici, attribuendo alle precarie condizioni economiche la ragione del suo gesto. Tuttavia, dopo l'attentato si ebbero a Roma numerosi arresti di persone sospette di socialismo o anarchia e avvennero per le strade manifestazioni pro e contro la condanna dell'Acciarito. Al processo, celebrato il 28 e 29 maggio, egli prese parola per accusare le ingiustizie della società e la parzialità della corte giudicante e fu condannato alla pena dell'ergastolo. All'inizio del 1899 furono tradotti in giudizio altri cinque presunti complici, tra i quali Aristide Ceccarelli. L'accusa era di avere istigato e sostenuto Pietro Acciarito nel suo disegno delittuoso, attraverso rapporti stabiliti presso l'Unione socialista. Il 22 giugno si ebbe il secondo processo, nel quale Acciarito intervenne come testimone a carico dei cinque anarchici. Risultò, però, che le accuse al Ceccarelli e agli altri erano state ottenute dal direttore del carcere di Santo Stefano attraverso pressioni. A tal punto Acciarito ammise di avere stilato la sua confessione dietro promessa di amnistia. Ne derivarono varie conseguenze, fino alle dimissioni dell'intero collegio di difesa così, il processo venne rinviato e insabbiato.
Egli morì nel carcere di Montelupo Fiorentino il 4 dicembre 1943.