Il contenuto dell'opera è costituito dagli ideali e dal programma filosofico dell'autore. L'opera fu edita nel 1910, e nel 2016 a Ceccano, ad opera del Prof. Mario Morsillo e di Adriano Catozi, mentre una copia dell'edizione originale è presente a Torino. Il libro è diviso in 19 capitoli, nei quali viene spiegata l'anarchia e i metodi di lotta dell'autore stesso. Dopo aver chiarito che l'anarchia non è una setta, ed i vari Bresci, Acciarito, Caserio, Vaillant hanno agito per atti spontanei, che quindi non possono coinvolgere un intero partito, Ceccarelli fornisce una differenza tra Comunismo e Collettivismo. Per Collettivismo, egli intende il marxismo ed il socialismo visti come una sorta di tirannia, mentre il Comunismo anarchico si propone l'abolizione di ogni privilegio ed autorità. L'origine della diseguaglianza, frutto primo della violenza, è visto qui nella proprietà privata, che garantisce l'esistenza solo a pochi, non a tutti. Dal punto di vista teorico, è molto importante il concetto secondo cui non ha senso, in una società egualitaria, l'accusa di spartizione che viene rivolta agli anarchici. Secondo Ceccarelli, infatti, i beni sarebbero messi in comunione, senza moneta o altre forme di accumulazione, in modo che chiunque abbia bisogno possa usufruirne, mentre gli oziosi verrebbero perseguiti come profittatori e cacciati dalla comunità. A proposito della famiglia, ritiene che nel mondo diviso in classi, e basato sull'avere, essa si fonda sul denaro, dunque, la fine della proprietà privata restituirà alla famiglia la sua vera ragion d'essere, ossia l'amore. La visione della famiglia fondata su principi paritari e sul sentimento è realizzabile solo nella società vaticinata degli anarchici. Inoltre, egli chiarisce come sarà possibile vivere senza moneta, in quanto i prodotti della terra derivano dal lavoro umano. Dal punto di vista del progresso, egli esalta il ruolo delle macchine, che consentono di lavorare meno e produrre di più, e critica con disprezzo la presa di posizione della chiesa. Secondo Ceccarelli, lo Stato ha la grave colpa di dividere i cittadini in privilegiati e sfruttati, e solo quando questo sarà chiaro a tutti, la via dell'anarchia sarà inarrestabile. Il pensiero di ogni uomo è autonomo, e non ascrivibile ad ideologie di convenienza. Altrettanto duro è il suo pensiero verso i patriottardi, come egli chiama i patrioti, poiché afferma che la cosiddetta patria non serve ad altro che ad inimicare i popoli e non dà nulla al cittadino, ma da esso pretende tutto, anche l'estremo sacrificio. Per Ceccarelli, il ruolo della legge è quello di assicurare la sottomissione del cittadino e non regolamentarne la libera e creativa iniziativa. Per quanto riguarda la religione, egli sostiene che sia nata dalla impossibilità degli uomini di spiegarsi fenomeni naturali e, anche sull'esistenza di Dio, non ha dubbi, crede che esso non esista, chi afferma di parlarci è un truffatore, dal momento che se esistesse sarebbe responsabile delle malvagità che esistono, e non meriterebbe l'adorazione. Gli ultimi tre capitoli dell'opera chiariscono perché Ceccarelli ha aderito all'anarchia, e non al socialismo. Citando Malatesta, egli dichiara che il socialismo verrà realizzato solo con la libera associazione di consumatori e produttori di beni. Pensare che eleggere dei rappresentanti possa risolvere contrasti sociali tra i cittadini è pura illusione, pertanto, secondo Aristide Ceccarelli, proprio in nome dell'umanesimo, della filantropia, della giustizia sociale che i socialisti decantano solo per carpire il voto di ingenui operai , bisogna che i rivoluzionari prendano la strada dell'anarchia, unica possibilità di avere una società organizzata liberamente dall'intero popolo. Dopo aver citato Pietro Ellero ed Ugo Foscolo, per avvalorare la sua tesi contro la proprietà privata, Ceccarelli termina l'opera con i versi: "Solcati ancor dal fulmine/Pur l'avvenir siam noi", il che ricorda molto l'inno "Addio Lugano bella".