Il mito narra di quando al principio, Prometeo, etimologicamente “colui che riflette prima”, un Titano giusto e pietoso, provava molta compassione per gli uomini; per questa ragione, un giorno rubò il fuoco a Zeus poiché voleva cambiare le sorti dell’umanità, ancora primitiva. Il padre di tutti gli dei si infuriò e punì in modo esemplare Prometeo, incatenandolo per l'eternità ad una roccia, condannandolo a essere ripetutamente divorato da un’aquila, la quale lacerava il suo fegato dopo la sua rigenerazione continua.
Zeus volle punire anche gli uomini: ordinò al dio Efesto di fabbricare una donna di straordinaria bellezza e chiese a tutti gli dei di offrire un dono alla fanciulla; per questo motivo la ragazza venne chiamata Pandora, nome che deriva da πᾶν + δῶρον, “tutti i doni”.
Zeus, tra tutti, le consegnò un vaso sigillato , raccomandandole di non aprirlo mai: la ragazza venne mandata sulla terra e lì conobbe Epimeteo, fratello di Prometeo, “colui che non prevede". Il titano si innamorò della fanciulla e volle persino sposarla: Prometeo cercò in ogni modo di dissuaderlo, raccomandandolo a diffidare di tutto ciò che provenisse dagli dei ma il fratello sposò ugualmente Pandora.
La giovane, incuriosita, nonostante fosse stata esortata a non farlo, non riuscì a resistere alla curiosità e aprì il vaso che le era stato donato. Da questo fuoriuscirono le sventure che si sarebbero sparse su tutta la Terra e che sarebbero divenute ostacoli per gli uomini; dal fondo del vaso, per ultima, si liberò quella che sarebbe divenuta la luce nell'oscurità, ma anche una luce capace di nuocere le convinzioni degli uomini: la speranza.