Ogni anno a Corbetta si tiene una mostra sulla Giornata della Memoria, organizzata dall' ANPI, l'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia. L’esposizione viene allestita il 27 gennaio presso la sala Artemisia Gentileschi, in occasione della ricorrenza che celebra la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz.
Nella prima parte della mostra vengono ricordati i nomi dei partigiani di Corbetta. I partigiani erano uomini e donne che hanno combattuto contro l'occupazione nazista e fascista e che hanno sacrificato la loro vita per salvare innocenti. Tra loro c’era Pierino Beretta, capo della brigata dei partigiani di Corbetta, che fu catturato, torturato e poi ucciso a Torriano di Certosa di Pavia. Un altro partigiano di Corbetta fu Pierino Oldani.
Quest'anno la mostra era dedicata ai deportati politici, cioè a coloro che si opponevano al nazi-fascismo o che partecipavano agli scioperi nelle fabbriche. In Italia, durante l’occupazione, i nazisti controllavano le industrie per la produzione di armi o vetture per la guerra. I primi scioperi si svolsero nel 1943, ma il più grande ebbe luogo il 1 marzo 1944, quando più di un milione di persone non si presentarono al lavoro; molti di loro, per questo motivo, furono deportati.
Nei dintorni di Corbetta ci furono numerose deportazioni, anche di donne operaie che avevano scioperato, come Maria Colombo e Carlotta Boldrini di Magenta. A Robecco furono 58 persone deportate e, per questo motivo, la città ha ricevuto la medaglia d'argento al merito civile.
Le installazioni presenti nella seconda sala sono state realizzate dagli studenti dell’Istituto d'Istruzione Superiore "Luigi Einaudi - Leonardo Da Vinci". “Sunset flower” rappresenta un girasole dai petali triangolari, che richiamano le diverse categorie di prigionieri dei lager nazisti. Il fiore, che guarda sempre verso il sole, simboleggia la forza vitale e la fiducia nel futuro a cui si oppone un sentimento di sconforto legato ai petali caduti che evocano le vite spezzate. Il quadro “L’Aquilone della libertà” rappresenta due deportati dei campi di sterminio nazisti che si abbracciano. Sulla casacca di uno dei due, al posto del simbolo triangolare nazista è stato applicato un cuoricino rosso. L’opera vuole trasmettere il messaggio che, nonostante la drammatica condizione in cui si trovano, l’amore e la solidarietà possono prevalere anche nelle situazioni più terribili.
Per realizzare l'installazione “Orbilanges”, i ragazzi hanno letto il libro “Se questo è un uomo” di Primo Levi, da cui hanno preso ispirazione. I triangoli in ceramica sono dipinti con i colori che rappresentano le suddivisioni e le categorie presenti nei lager.
La “Colonna infinita” è costruita da striscioline colorate che danno l’idea di mattoncini, su cui sono scritti i nomi di alcuni deportati. La colonna è incompiuta, a simboleggiare che le strisce non sono sufficienti per ricordare le vittime morte nei campi.
“Solid People” è una valigia da cui escono tetraedri di carta colorata, disposti in maniera caotica e quasi casuale, senza uno scopo preciso, né una meta da raggiungere.
Questa mostra, insieme alle altre iniziative dedicate alla Giornata della Memoria, aiuta a mantenere vivo il ricordo degli orrori commessi in passato, affinché non vengano mai più ripetuti in futuro.
Sofia Paganini, Gaia Puliafico e Camilla Tibaldo
Visita al Binario 21
Nei giorni successivi alla Giornata della Memoria, noi ragazzi delle classi terze siamo andati a visitare il Memoriale della Shoah di Milano, che si trova nei sotterranei della Stazione Centrale di Milano, progettata nel 1910 da Ulisse Stacchini e inaugurata nel 1931.
Appena entrati, siamo rimasti colpiti da un grande muro con la scritta “Indifferenza”. Questa parola è stata voluta da Liliana Segre, deportata ad Auschwitz e oggi senatrice a vita. Ci ha fatto riflettere molto, perché ci ricorda che tante persone, pur sapendo quello che stava succedendo agli ebrei, hanno scelto di restare in silenzio, spesso per paura.
All’interno del Memoriale ci sono diverse installazioni che aiutano a capire cosa provavano le persone deportate. Per esempio, c’è un cannocchiale attraverso cui si vede tutto in modo offuscato: serve a far capire la confusione e la paura di chi non sapeva cosa stesse per accadere.
Il momento più forte è stato quando la guida ci ha fatto entrare nei veri vagoni merci in cui venivano caricati gli ebrei. Siamo saliti divisi in due classi e ci siamo resi conto di quanto fossero stretti e in condizioni terribili. I vagoni erano chiusi, con solo una piccola fessura per l’aria. Non c’era un bagno: c’erano solo un secchio per l’acqua e uno per i bisogni. È stato davvero impressionante.
La guida ci ha poi spiegato che questi vagoni venivano portati in superficie con un montacarichi, collegato ai binari della stazione. Una volta sopra, venivano agganciati ad altri vagoni per formare il treno diretto ai campi di concentramento.
Lungo il binario ci sono targhe con le date delle partenze e le destinazioni dei treni. C’è anche uno schermo con i nomi delle persone deportate da quel luogo. Tra tutti quei nomi, solo ventisette sono sopravvissuti.
Questa esperienza è stata molto toccante ed emozionante. Ci ha aiutato a capire meglio cosa è stata la Shoah e quanto sia importante non essere indifferenti. Ricordare significa anche impegnarsi perché tragedie come questa non accadano mai più.
Angelica Cerrito e Davide Lesmo
Oggi viviamo in un mondo in cui possiamo dire quello che pensiamo, anche se gli altri non sono d’accordo con noi. Questo diritto si chiama libertà di pensiero e di espressione. Per noi è una cosa normale, ma non è sempre stato così.
Solo pochi decenni fa, anche in Italia, durante il periodo del fascismo, non si poteva parlare liberamente. Chi aveva idee diverse da quelle del regime rischiava punizioni molto gravi. Tante persone avevano paura e preferivano stare in silenzio. Questo silenzio si chiama omertà, cioè quando si tace per paura o per proteggere qualcuno, anche se si sa che sta facendo qualcosa di sbagliato.
Il mio bisnonno, Pierino Oldani, era uno di quei ragazzi che non vollero accettare tutto questo. Era molto giovane quando decise di unirsi ai partigiani per lottare contro il regime fascista. Per proteggere la sua famiglia cambiò nome e diventò Luciano Fulmine. Infatti, far parte del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) era molto pericoloso e i partigiani dovevano nascondersi.
Molti di loro combattevano in montagna, dove era più facile sfuggire ai nazi-fascisti. Il mio bisnonno faceva parte della brigata “Matteotti” e si trovava in Valsesia, tra Alagna e un piccolo paese chiamato Mollia.
Una brigata partigiana era un gruppo organizzato di uomini e donne che combattevano insieme. Erano divisi in squadre e il loro obiettivo era fare sabotaggi e azioni per ostacolare il nemico e aiutare l’Italia a tornare libera.
Grazie al coraggio di persone come il mio bisnonno, il 25 aprile 1945 l’Italia venne liberata dal nazifascismo. L’anno dopo, il 2 e 3 giugno 1946, gli italiani votarono per la prima volta a suffragio universale, cioè poterono votare anche le donne. Il 18 giugno 1946 fu proclamata la Repubblica italiana.
Io sono orgoglioso del mio bisnonno, perché ha avuto il coraggio di rischiare la sua vita per dare a tutti noi la possibilità di vivere in un Paese libero e democratico. Oggi, quando esprimo la mia opinione, so che lo posso fare anche grazie a persone come lui.
Michelangelo Ruocco Oldani
Pierino Oldani
Pierino Oldani in una foto d'epoca