Organizzate dalla prof.ssa Chiara Serenelli, le lezioni svolte da esperti esterni in varie discipline inerenti la cura della Natura e la gestione del paesaggio, hanno stimolato in classe dibattiti e riflessioni. Gli aspetti trattati sono certamente da approfondire, ma hanno importanti finalità didattiche e orientative per gli studenti e le studentesse.
Di seguito sono illustrati i contenuti fondamentali di ciascuna di esse.
Rielaborazione degli appunti della lezione, a cura di Esma, Edoardo, Clarissa e Martina, classe 3B
Il 27 marzo 2024 noi alunni della 3B abbiamo incontrato un agronomo di nome Massimiliano Savoretti. L’esperto ci ha parlato di temi cruciali come l’importanza dei fiumi e in generale dei corsi d’acqua, la riqualificazione delle sponde e delle pratiche per mantenere questi ambienti in buone condizioni.
Quando si parla di manutenzione delle zone fluviali, bisogna tenere in considerazione diversi fattori:
la sicurezza idraulica: bisogna sempre essere certi, vedendo una sezione del fiume, di quanta portata può avere, cioè la sua portata massima. Questo è un aspetto che deve essere sempre tenuto in considerazione, per evitare gravi incidenti nel caso ci sia un evento meteorologico estremo, come un diluvio, che potrebbe distruggere le sponde e/o le coltivazioni limitrofe;
la pulizia delle acque: quando si vedono dei tronchi d’albero abbattuti, all’interno del letto del fiume, non è un buon segno. In questi casi è importante assicurarsi che vengano tolti al più presto per evitare che il flusso/movimento dell’acqua venga interrotto e che si verifichino esondazioni;
la protezione dei versanti: intesa come gestione e manutenzione delle sponde, compresi vegetazione ed animali;
la funzione turistico/ricreativa: rendere più sicuro, “bello” ed accogliente il fiume può avere un riscontro positivo circa la fruizione degli ambienti naturali da parte dei visitatori, siano essi famiglie, scolaresche o anche turisti.
A proposito della pulizia e della gestione degli ambienti fluviali, il dottor Savoretti ci ha raccontato del suo progetto di riqualificazione di un tratto del fiume Musone (circa 4 km), a seguito di una importante alluvione, ma anche di decenni di incuria e forti cambiamenti ("La manutenzione del territorio e la valorizzazione agro-energetica"). Negli anni 50/60 del ‘900, infatti, l’area fluviale in questione era in buone condizioni generali e sussisteva un bosco ripariale, oggi invece il terreno circostante è eroso e il bosco quasi scomparso.
Affrontando questa tematica, abbiamo appreso anche dell’esistenza di un’associazione, il CIRF, ovvero il Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale (https://www.cirf.org/), che si occupa del risanamento delle aree fluviali, del quale abbiamo esplorato il sito ricavando utili informazioni sui corsi d’acqua e sugli incidenti accaduti in passato.
Il dottor Savoretti ci ha fatto capire che l’azione di gestione di un tratto di fiume è molto impegnativa sia a livello economico, sia a livello burocratico; infatti gli ci sono voluti molti mesi per coordinare tutti gli enti coinvolti e ottenere il consenso dei vari comuni interessati e per poter iniziare i lavori.
Quando parliamo di fiume e della vegetazione che cresce in prossimità, dobbiamo parlare anche di bosco fluviale; questi si influenzano e compenetrano l’uno con l’altro, creando l’ecosistema fluviale. Se una corretta gestione viene effettuata, le funzioni della zona fluviale possono migliorare e i benefici e vantaggi saranno molti. Il fiume infatti può incrementare sia la sua funzione idraulica ed ecologica sia la sua funzione turistico-ricreativa.
Durante la lezione abbiamo appreso anche che le specie presenti in un bosco fluviale possono essere di due tipi: autoctone, cioè originali di quell’habitat o alloctone, quindi immesse successivamente nell’area e che possono causare problemi all’ecosistema fluviale. La biodiversità garantita dalle specie autoctone può dunque essere messa in pericolo dalla presenza di flora e fauna alloctone, spesso pervasive e predatorie. Per farci capire bene come dovrebbe presentarsi un buon bosco fluviale dopo un intervento di manutenzione, il dottor Savoretti ci ha mostrato un’immagine che rappresenta una “sezione” fluviale ideale (Immagine 1).
Ovviamente, ci ha invitato al rispetto e alla salvaguardia degli ambienti fluviali che frequentiamo per far sì che la nostra presenza sui luoghi non sia invasiva e distruttiva. Per questo bisogna prestare attenzione e rispettare tutte le regole.
Una lezione molto interessante e istruttiva, che, a nostro avviso, dovrebbe essere riproposta in futuro ad altre classi.
Rielaborazione degli appunti della lezione, a cura di Pietro, Emily, Roberto e Lara , classe 3B
Durante l’anno scolastico 2023-2024 la classe 3 B, grazie al lavoro proposto dalla prof.ssa Serenelli, ha avuto modo di incontrare la dott.ssa Noemi Pollonara, volontaria del WWF presso Ripa Bianca, l'oasi naturalistica situata sulle sponde del Fiume Esino.
La dott.ssa Pollonara ed altri collaboratori, stanno attualmente studiando le specie alloctone che si trovano in Italia, specialmente quelle che si sono insediate nell’ecosistema fiume.
Per specie alloctona si intende qualsiasi specie vivente portata dall’uomo, intenzionalmente o accidentalmente, fuori dalla sua area di origine naturale. Al contrario, le specie autoctone sono tutte quelle che si sono originate ed evolute nel territorio in cui si trovano.
Chiarito questo punto fondamentale, possiamo continuare dicendo che in Italia oggi sono circa 3000 le specie alloctone censite tra le quali troviamo il gambero di fiume, la patata, il pomodoro e il fagiano.
Il Gambero Rosso, ad esempio, è un animale d’acqua dolce che proviene dalla Louisiana (Stati Uniti), ma che ora abita i corsi d’acqua del nostro paese. Esso ha portato una malattia chiamata “peste del gambero” che ha pesantemente infettato i gamberi autoctoni mettendo in pericolo la loro sopravvivenza.
Sempre in tema di fauna, lo Scoiattolo Grigio, originario dell’America del Nord e introdotto nel ‘900 in Piemonte, è entrato in competizione con lo Scoiattolo Europeo contendendogli luoghi e cibo, con l’aggravante di essere di taglia superiore al nostro ed anche un abile “scortecciatore” di alberi. Tutto ciò ha creato invasione ed un sensibile squilibrio della biodiversità.
Per fare altri esempi, anche il fagiano risulta una specie alloctona; originario della Colchide, fu esportato dagli antichi Greci in altre zone del Mediterraneo.
La lista delle specie “aliene”, di cui ci ha fatto menzione la dott.ssa Pollonara, continua con alcuni vegetali come la patata, tubero proveniente dall’America e da secoli regina delle nostre tavole e il pomodoro, anch’esso frutto proveniente dal Nuovo Continente.
Se gestite responsabilmente, però, le specie aliene o alloctone potrebbero non essere per forza un problema per la biodiversità. Il pomodoro, ad esempio, è un vantaggio per noi, perché consumiamo i suoi frutti coltivandoli, non lo si trova, cioè, allo stato "selvatico".
Queste specie, infatti, costituiscono un problema nel momento in cui iniziano a proliferare in maniera incontrollata, prendendo il sopravvento su habitat naturali diversi dal proprio e, se questo avviene, vengono giustamente classificate come invasive.
Un esempio in questo caso potrebbe essere costituito dall’Ailanto, introdotto nel XVIII secolo dalla Cina come pianta ornamentale. Albero che si rigenera e cresce molto velocemente, nel tempo esso si è enormemente diffuso nei nostri territori creando compagini dense e chiuse, pericolose per la vegetazione autoctona. Le sue radici, infatti, sono ampie e forti, tanto da creare problemi anche alle costruzioni e le foglie producono tossine che causano allergie nell’uomo e compromettono la crescita di altra vegetazione. Boschetti di Ailanto sono presenti anche lungo le sponde del fiume Esino.
Quanto detto circa le specie aliene, avviene nel momento in cui, non trovando avversari naturali nell’ambiente in cui vengono introdotte, proliferano indefinitamente. Qualora invece trovassero antagonisti in grado di contrastarle, esse sarebbero in competizione e non occuperebbero tutto il territorio.
Il fattore umano favorisce il diffondersi di flora e fauna nel mondo; tra le cause più frequenti volute dall’uomo troviamo:
● l’acquacoltura,
● il commercio di animali da compagnia esotici e il loro possibile abbandono,
● l’orticoltura e/o il florovivaismo;
Tra quelle involontarie, invece, si può annoverare il trasporto delle merci.
Pensiamo per un momento al trasporto del legname: questo processo può diffondere funghi, insetti, semi o microrganismi presenti all’interno dei tronchi, veicolando specie aliene potenzialmente in grado di colonizzare nuovi territori. Volendo fare un altro esempio, si può pensare alla Zanzara Tigre, autoctona dell’Africa, ma ormai diffusa anche nei nostri territori, si dice a causa dell’importazione della frutta esotica.
Gli intensi traffici marittimi, invece, sono responsabili delle contaminazioni dovute alle acque di zavorra, ovvero quei quantitativi di acqua che le navi portano con sé e scaricano lungo il tragitto o nei porti di destinazione insieme al loro carico di microrganismi, batteri e pesci causando danni agli habitat naturali e impoverendo la biodiversità.
Si pone dunque il problema di come evitare o limitare questi fenomeni di traslazione delle specie alloctone e, a tale scopo, sono state stabilite regole di contenimento, adottate dalle attività florovivaistiche (Codice di comportamento del florovivaismo) come quella di etichettare le piante aliene coltivate nei vivai, controllare lo smaltimento dei rifiuti, educare i consumatori all’acquisto di frutta e verdura “a km 0”.
Certamente è di fondamentale importanza che le nuove generazioni siano a conoscenza di questi fenomeni e siano educate a fare scelte consapevoli e sostenibili per l’ambiente.
Rielaborazione degli appunti della lezione, a cura della prof.ssa Serenelli, con Larisa, classe 3B
Il prof. Fabio Salbitano ci ha spiegato l’importanza della Natura, anche in ambienti molto antropizzati come la città.
Nell’ ambiente urbano è sempre più difficile tutelare la biodiversità delle specie vegetali, la maggior parte delle volte minacciata dallo sviluppo urbano e dall’inquinamento, causato anche dal traffico veicolare molto intenso e dalle emissioni di CO2, responsabili del cambiamento climatico.
La stessa presenza delle aree verdi non garantisce il mantenimento della biodiversità in un contesto urbanizzato, i problemi sono molteplici e alcuni di loro sono difficili da risolvere, a volte impossibili.
Uno di questi è rappresentato dalla maggiore diffusione delle specie esotiche, alloctone o aliene, specie, animali e vegetali, che non sono originarie del luogo in cui si trovano tutt’ora, ma si sono spostate attraverso modalità diverse. Queste, se invasive, possono arrivare a colonizzare un intero ecosistema. Naturalmente l'uomo è la principale minaccia allo sviluppo della biodiversità urbana.
Ma che cos'è la Biodiversità? È l’insieme di tutti gli esseri viventi in un ecosistema, che include la varietà di specie vegetali, animali, ma anche funghi, batteri, alghe e ogni microrganismo presente in quell’ambiente.
Un esempio: se immaginiamo la nostra classe come ecosistema, la biodiversità non è data solo dall’insieme degli individui umani presenti (alunni e alunne, docenti), ma include anche tutti gli organismi (miliardi!) che ogni corpo ospita, inclusi batteri e virus: ogni individuo umano è un “habitat” per moltissimi organismi, analogamente un singolo albero è habitat per miliardi di organismi, così come un semplice tratto di prato, anche in città.
La biodiversità è analizzabile:
- a livello di specie > quante specie sono presenti in un dato ecosistema e come interagiscono tra loro (“all’interno degli ecosistemi convivono ed interagiscono fra loro sia gli esseri viventi sia le componenti fisiche ed inorganiche, influenzandosi reciprocamente”, fonte: https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/biodiversita/le-domande-piu-frequenti-sulla-biodiversita/cose-la-biodiversita);
- a livello di ecosistema > la varietà degli habitat e degli ecosistemi presenti in un territorio;
- a livello di patrimonio genetico o genoma > indica la differenza genetica presente all’interno di una singola specie.
La biodiversità si può misurare. Ci sono diversi sistemi e si possono fare diverse valutazioni.
Una valutazione permette di capire quante specie sono presenti in un determinato spazio (elenco di specie, numero). Un altro tipo di valutazione permette di capire come queste specie interagiscono tra loro, come vivono insieme in un ambiente (Fitosociologia).
Un sistema per “misurare” la biodiversità in un ambiente è la “valutazione lineare”: scelgo un “transetto” (una porzione lineare dello spazio di riferimento), lo definisco con una corda o un nastro (una linea ben visibile, retta) e percorro quella linea osservando e elencando le specie (es. specie botaniche) che vedo lungo di essa.
Un altro sistema è quello che definisce il rapporto specie/area, che prende a riferimento non un transetto lineare, ma un quadrato (es. 1 mq o 2mq o più) di terreno (delimitandolo con una cornice, es. il legno o linee di spago) all’interno del quale si analizzano le specie presenti e la loro quantità in percentuale, rispetto all’area del quadrato (100%). Si ripete l’operazione in più punti di un luogo da analizzare.
La nascita della Fitosociologia si deve al botanico svizzero Braun-Blanquet (1884-1980), ai cui studi si rifanno anche gli attuali metodi di rilievo delle specie, definiti appunto “Metodo di Braun Blanquet”.
La biodiversità cambia non solo nello spazio (in base al luogo in cui ci si trova) ma anche nel tempo e nel corso delle stagioni.
Il modo migliore per incrementarla è lo spostamento, il movimento.
Se si prendono in considerazione le piante, anche queste hanno la possibilità di “muoversi” per diffondersi e incrementare quindi la biodiversità vegetale di un ambiente.
Le piante hanno diverse tecniche di spostamento. Esse si muovono attraverso i loro semi, per riprodursi in luoghi sempre diversi. Ma non solo! Esempi:
- Trasmissione per “barocoria” = spostamento della pianta, sfruttando la caduta del proprio seme (baro = peso; coria = movimento), per piante che hanno semi grossi e pesanti, come le ghiande della quercia o le olive dell’olivo.
- Trasmissione tramite “vettori animali” = i semi si attaccano al pelo di alcuni animali (alcune ghiande hanno dei “riccioli” che si impigliano nel pelo dei cinghiali ad esempio). Le querce hanno utilizzato gli animali come vettori per ricolonizzare il territorio europeo dopo l’epoca glaciale, impiegando, per ridistribuirsi nuovamente su tutto il continente, molto meno tempo rispetto a quanto sarebbe stato necessario se avessero usato solo la barocoria come spostamento.
- L’uomo come vettore = alcune piante hanno semi commestibili e anche molto preziosi (esempio: olive) che l’uomo da sempre raccoglie e commercializza, contribuendo allo spostamento delle piante stesse. L’uomo può contribuire a incrementare la biodiversità delle specie vegetali, incrociando tra loro le piante, creando più varietà della stessa specie. Un esempio di creazione di varietà molto diverse è l’olivo.
Le piante hanno inoltre la necessità di spostarsi per raggiungere meglio la luce. Alcune specie sfruttano la capacità di “arrampicarsi” (es. le liane, alcune rose…) per superare alcuni ostacoli e raggiungere meglio la luminosità che altrimenti non riuscirebbero a raggiungere solo con il tronco.
Un riferimento alla letteratura: in un’opera dell’autore inglese W. Shakespeare (1564-1616), “Macbeth”, una tragedia, viene espressa una profezia che recita “Macbeth non sarà sconfitto fino a che la foresta di Birnam non muova verso Dunsinane”: il tema del movimento della foresta (o foresta in movimento) sarà addirittura ripreso dallo scrittore J. R. R. Tolkien (1892-1973) in “Il Signore degli Anelli”!
Alcune specie presenti nel giardino della scuola, di alberi e arbusti (Immagine 2):
Morus alba (gelso, 1), Olea europaea (olivo,2), Quercus robur (Farnia,3), Pupulus nigra (pioppo nero, 4), ciliegio (5); poi fillirea (che alcuni possono confondere con l’olivo), nocciolo, Pyracantha, Ailanthus altissima (ailanto, specie allotcona invasiva): questi ultimi formano un “boschetto” nella parte più a nord del giardino (6); due grandi pini ai margini nord-ovest e sud-est del giardino (pino domestico, 7); una siepe (8) lungo il bordo, composta da varie specie, tra cui, Rosa canina (rosa selvatica), Crataegus monogyna (biancospino, dalle foglie simili al prezzemolo, ma molto diverso!), alloro. Il prato è costituito da molte specie diverse, tra cui la margherita (Bellis perennis), alcune graminacee, la malva, il tarassaco e, in un angolo tra edificio scolastico e palestra, particolarmente nascosto, in ombra e piuttosto umido, molta ortica (9).
In sostanza, come la specie umana si è diffusa nel mondo attraverso numerose e ampie migrazioni nel corso della sua esistenza, anche le piante si possono definire esseri “migranti”.
Pertanto qualsiasi intervento che preveda il lavoro sulla vegetazione (es. progetto di un giardino o di un parco, in ambiente urbano o fluviale) deve tener conto di questa “mobilità”, del fatto che le piante si muovono e cambiano nello spazio e nel tempo.
Il tempo è un importante fattore di “paesaggio”, che modifica cioè il paesaggio.
Piuttosto però bisognerebbe parlare di “tempi” (al plurale), perché in base a ciò di cui voglio analizzare il movimento, esistono differenti ordini temporali, valutabili dal secondo ai milioni di anni. Si possono individuare ordini temporali “fisici” (della geologia), biotici (della componente vivente del paesaggio), antropici (legati alle attività di trasformazione umane). Nulla è statico a livello paesaggistico.
Anche un “bosco ripariale” (quello che si sviluppa lungo un fiume, come nel caso dell’Esino) si muove in continuazione e non è mai immutabile. Per questo, volendo intervenire nella gestione di un ambiente fluviale, anche con un semplice “parco fluviale” è fondamentale tenere in considerazione il movimento delle piante, del corso del fiume, degli argini… a maggior ragione se ci troviamo in un contesto urbano, in cui la città ha degli elementi apparentemente statici, come edifici, strade…
Il “cambiamento climatico”, con la diffusione del concetto nei media, ha infine introdotto il tema del cambiamento più rapido dello stato delle cose, a volte imprevedibile (con una piena, una alluvione, un crollo improvviso, una tromba d’aria…).
Leggere la biodiversità “attraverso il filtro del tempo” (parole testuali del prof Salbitano), è un tema di fondamentale importanza se si vuole lavorare (progettare) con la natura. Questo è un tema di importanza primaria sul fiume ad esempio, ma anche in contest in cui l’antropizzazione è molto elevata, cioè l’ambiente è stato modificato molto dall’uomo.
Affermare ciò è un po’ come “leggere quello che non c’è” (metafora dell’Isola che non c’è della fiaba di Peter Pan): “progettare” con il paesaggio è un po’ come cercare di vedere (prevedere?) ciò che ancora non c’è.
Questa lezione è stata interessante ma anche molto complessa.
Ci ha aiutato a capire l'importanza della varietà delle specie che si trovano in ogni habitat, inclusi quelli più antropizzati e la responsabilità che ognuno di noi custodisce nelle proprie mani, per avere un futuro con più biodiversità, quindi, in sostanza, più sicuro.
Elementi di architettura del paesaggio e progettazione di aree verdi in città
Arch. Serena Savelli e Azzurra Pallucca, Associazione Verdiana network, Firenze
Articolo di prossima pubblicazione