La storia del Sud America è stata segnata dall’influenza europea in quella parte del mondo. Con il tempo la cultura europea, dopo essersi scontrata ed imposta, si è intrecciata con quella sud americana. Agli inizi del ‘900, nel vecchio continente, più precisamente dall’Inghilterra, comincia a prendere piede uno sport nuovo, che piace molto ai giovani: il calcio. Questo nuovo gioco, diffusosi successivamente anche in America latina, conquista i popoli argentini, uruguaiani e brasiliani, i quali reinventano il modo di vivere questo sport, unendo alla passione per calcio, la garra, ossia la grinta tipica dei sudamericani. In particolare questo gioco è piaciuto ai brasiliani, che hanno fuso la cultura della “samba” al calcio, creando così la Ginga, lo stile calcistico tradizionale brasiliano, fatto di gesti tecnici fuori dal comune e di divertimento puro, quello che poi diventa “joga bonito” dei giocatori brasiliani.
La passione per il calcio si sviluppa in modo così diffuso che il primo mondiale della storia si gioca in Uruguay nel 1930. Dopo 20 anni l’evento torna in Sud America, questa volta sarà il Brasile il paese ospitante e organizzatore della manifestazione. Tutto il Paese desidera e sogna la vittoria, ma il 16 luglio 1950, giorno della finale, passerà alla storia come il “Maracanazo”, uno dei giorni più bui della storia brasiliana, perché il Brasile purtroppo perde. Il Paese è in subbuglio, la gente è disperata, molti si tolgono la vita, per la delusione. A questa situazione tragica assiste un ragazzino di 10 anni, che ha ascoltato la partita alla radio, promettendo a sé stesso che, un giorno, sarebbe diventato un calciatore e avrebbe vinto il mondiale con il Brasile. Edson Arantes do Nascimento è il nome di questo ragazzo, che passerà alla storia come Pelé. Al mondiale svedese del 1958 viene convocato, e manterrà la sua promessa, vincendo da protagonista la coppa del mondo, per la felicità del popolo brasiliano. Pelé, così facendo, a neanche 18 anni, vince il primo dei tre mondiali conquistati in carriera, record ancor oggi rimasto ineguagliato. Sul rettangolo, verde Pelè è stato un giocatore, per capacità tecniche e fisiche, anni luce avanti a tutti gli altri, quasi come giocasse un altro sport, tanto da conquistare il soprannome di O Rei, il re: era un tipo di giocatore nuovo, di talenti così non ne nasceranno mai più. Tutte le giocate spettacolari che vediamo fare ai campioni di oggi sono state, in tutto o in parte, da lui ispirate; un’autentica leggenda, non solo in Brasile ma anche in Europa, continente i cui appassionati non hanno avuto la fortuna di vederlo giocare. Infatti O Rei ha militato solo nella squadra del Santos, dove è il miglior marcatore della storia del club e il giocatore con più presenze. Sul finire della carriera, decide di lasciare il Santos, accettando la scommessa di far scoprire l’arte del calcio, ad una parte di mondo dove questo sport ancora non ha molta fama, gli Stati Uniti, firmando per il New York Cosmos. Pelé, famoso per aver segnato più di 1.000 goal in carriera, contando anche le gare non ufficiali, ha reso la sua maglia, quella con il n. 10, assegnatagli per caso nel 1958, il numero per antonomasia del calcio, e indossata, dopo di lui, da tutti, o quasi, i campioni del calcio e sognata da tutti i bambini appassionati di questo sport. Pelé è amatissimo, non solo per quello che ha fatto in campo. Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, ha ricoperto importanti ruoli pubblici in rappresentanza del Brasile, diventandone un simbolo, e incarnando il sogno del calciatore brasiliano che diventa una stella del calcio partendo dalle favelas.
Purtroppo, il 22 dicembre 2022, Pelé ci ha lasciati, dopo una lunga lotta contro una malattia incurabile, solo 2 anni dopo Maradona, allargando così una ferita ancora aperta nel calcio, che dovrà abituarsi anche a questa perdita. Io sono sicuro che, adesso, Pelé sia lassù, con Maradona e Cruijff ad insegnare calcio, e che al primo, da grande signore qual è, starà sicuramente raccontando le gesta dell’Argentina campione del mondo guidata da Messi, pupillo di Diego, che sfortunatamente non le ha potute vedere.
Per chiudere, si può fare solo una cosa, ringraziare.
Obrigado O Rei.
Lorenzo Maandruzzato
"Essere campioni significa esserlo in pista ma anche fuori” ha detto il grande pilota Enrico Fulgenzi nell’intervista esclusiva che abbiamo fatto per il giornalino “Il Concetto”. Con queste parole il campione ha espresso un concetto di fondo, un’idea dello sport come maestro di vita, che ritroviamo ribadita in vari passaggi dell’intervista che segue.
Come hai iniziato a fare le prime corse?
“Le prime corse le ho fatte nel 2006. Mio papà correva quando io ero un bambino, sono cresciuto vedendo lui gareggiare ed è nata in me questa passione, questo sogno di diventare pilota e quindi per tutta la mia infanzia ho covato dentro di me questo grande sogno. Nel 2006, dopo essere diventato maggiorenne e aver conseguito la maturità scolastica, finalmente sono riuscito ad ottenere dalla mia famiglia la mia prova in pista con un'auto da corsa. Non era un’auto performante, perché ricordo che era una vecchia Alfa Romeo, era tuttavia un’auto da corsa e l’emozione era tantissima. Da lì, ecco le mie prime prove, il mio primo debutto in una gara, nel 2006. Da subito si è visto che avevo il talento per fare qualcosa di molto più importante.”
Hai iniziato con i go kart, come iniziano tanti piloti?
“No, ho avuto una carriera un po’ diversa da tutti gli altri. In realtà, la prima volta che ho guidato un mezzo - se dobbiamo proprio andare ai primi momenti - fu un go kart. Avevo quattro anni e proprio qui, a Misano Adriatico, su una di queste piste vicino al mare dove noleggiano i go kart, feci il mio primo giro su un go kart, così come fanno molti ragazzini, ma poi in realtà non ho fatto tutto il percorso delle gare nel karting, come si suole fare ormai con i ragazzini che si vogliono avvicinare al mondo delle corse. Questo perché in famiglia, nonostante mio papà fosse un pilota, non era ben vista questa attività, quindi mia madre si è impegnata per tenermi un po’ lontano dai go kart e il mio debutto è arrivato molto tardi, nel 2006, direttamente con le automobili.”
Ma questo non è stato un handicap per te? Piloti giovani arrivano già a 17/18 anni preparatissimi
“Sicuramente è stato un handicap se guardiamo alcuni fattori, ho avuto meno tempo per poter imparare e ho avuto meno opportunità per poter far crescere in maniera graduale la mia abilità. Se vogliamo guardare un altro aspetto, si è creata in me una grandissima forza mentale, del bambino e poi del ragazzo che ha sempre sognato qualcosa e che ha dovuto poi combattere per ottenerla. Quando poi quel sogno è arrivato, quel ragazzo, che oggi è un uomo, ha fatto di tutto per tenerselo stretto. Vediamo spesso molti ragazzini che hanno l'opportunità di gareggiare fin da piccoli, per tutta la loro infanzia, però magari non hanno la consapevolezza di quanto sia un privilegio. Una cosa importante per riuscire a fare l'attività del pilota è averla ottenuta con difficoltà. Per me è stata alla fine anche una forza, perché mi ha dato l’opportunità di potermi preparare mentalmente, di poter immaginare questa cosa per lungo tempo, e una volta che è arrivata, la forza è stata tanta nel mio caso.”
Quali sono stati i tuoi primi successi?
“Il primo podio è arrivato subito, alla seconda o terza gara della mia carriera, appunto in questo monomarca Alfa Romeo, del 2006. Sempre nel 2006 è arrivato il primo podio anche in un altro monomarca che avevamo iniziato da poco, con le Citroen C1 Cup e nel 2007, proprio qui a Misano arrivò la prima vittoria della mia carriera. Poi arrivarono altri podi, altre vittorie sempre in queste categorie. Nel 2008 ci fu il grande salto nel mondo Porsche - Porsche Cayman Cup - ed è lì che poi ho ottenuto altri podi e vittorie che hanno iniziato a marcare pesantemente la mia carriera.”
Quando hai vinto la Carrera Cup, nel 2013, te lo aspettavi che potesse arrivare addirittura una vittoria, oppure no?
“Me lo aspettavo perché nel 2009 vinsi la Porsche Cayman Cup, quindi ero già consapevole di essere un campione, delle mie capacità e che questo obiettivo fosse alla portata, era solamente questione di cercare di farlo avvenire prima possibile. Il 2013 sembrava l’anno giusto perché avevo vinto diverse gare, ero spesso in testa anche nella classifica. Ovviamente è stato molto difficile ottenere questo risultato, ma ricordo che la determinazione e la consapevolezza erano altissime.”
Torniamo alle gare: 28 minuti più un giro sono pochi o sono stancanti?
“Sono giusti, perché dipende dalla posizione in cui ti trovi. Se ti trovi in una posizione di attacco, dove stai cercando di sorpassare delle macchine e devi un po’ recuperare, sono pochi, perché vorresti più tempo a disposizione per poter fare di più e meglio. Quando sei da solo in testa, come a Imola, nell’ultima gara che abbiamo fatto e che abbiamo vinto, sono 28 minuti lunghissimi, perché vorresti che passassero in fretta e che durasse il meno possibile. Però sono giusti, perché poi creano delle gare spettacolari che mettono i piloti nella posizione di impegnarsi per fare sorpassi e questo genera gare di grande spettacolo e di divertimento.”
Anche voi avete diversi tipi di gomme, come nella F1?
“No, noi abbiamo da sempre una monogomma, questo significa una gomma identica per tutti, ovviamente nella marca, ma anche nella durezza, nel compound. In F1 ci sono, appunto, le famose bianche, rosse, gialle e ci sono diverse tipologie di durezza di gomma, ma noi abbiamo una gomma unica per tutti.”
Quest'anno ci sono addirittura 35/36 macchine, non sono troppe con il rischio che ci siano troppe safety car e pochi giri veri?
“Si, purtroppo il rischio safety car è sempre molto importante. Qui però devo dire che la safety car genera sempre delle bellissime gare. Ad esempio, spesso abbiamo assistito a gare in cui il gruppo si sgrana e poi in realtà non ci sono grandi momenti spettacolari nella gara. La safety car aiuta perché ricompatta il gruppo. Ovviamente con 36 macchine il rischio di fare delle gare continuamente dietro la safety car c’è, ma credo che il beneficio che possa portare allo spettacolo l’ingresso della safety car giustifichi questo rischio.”
Il fatto di superare tante difficoltà in pista, ti aiuta anche ad affrontarle nella vita con la stessa determinazione e freddezza?
“Sì, sono due cose che viaggiano parallelamente e si alimentano l’una con l’altra. Nella vita, almeno nella vita che io ho scelto, sei sottoposto a una competizione, a doverti impegnare, a dover andare oltre l’ostacolo per poter realizzare i tuoi sogni e anche la pista ti sottopone a questo, è una prova con te stesso, in cui devi cercare di dare tutto quello che hai, al di là di quello che sono le tue condizioni fisiche e mentali di quel momento, di quel giorno. Quando scatta il semaforo devi combattere, non ci sono momenti in cui puoi tirarti indietro e questo sicuramente ti mette alla prova e ti fortifica ogni volta di più. Trovo molte cose che sono comuni tra la vita di tutti i giorni e le nostre gare, ma in generale è proprio lo sport nel mondo che è così, una metafora della vita.”
Si può riuscire a diventare campioni anche senza talento o il talento è indispensabile per poter guidare?
“Il talento è indispensabile. La F1, penso, è quella che ci insegna questo concetto, perché sappiamo benissimo che in F1 vincono solo le migliori automobili, come anche un po’ in questo monomarca Porsche, però alla fine ad emergere a parità di macchina sono sempre i piloti migliori. Quindi la fortuna e altri elementi servono sempre e sono fondamentali nel raggiungimento del successo, però il talento è un ingrediente essenziale, di cui non si può fare a meno.”
In tutti questi anni hai mai visto passare un possibile campione, che però non aveva i mezzi economici per diventarlo?
“Si ne ho visti tantissimi, però oggi essere campioni cosa significa? Questa è la domanda che dobbiamo porci, perché secondo me essere campioni significa esserlo in pista, ma anche fuori. Significa avere, secondo me, dei contenuti come persona e delle capacità a 360 gradi che, in qualche maniera, ti devono portare anche quei supporti economici o gli ingredienti necessari per correre. Quindi essere dei campioni oggi non si limita più all’idea di saper guidare una macchina, bisogna saper fare molte cose, tra cui trovare anche degli sponsor, delle persone che credono in te, chi ti dà della fiducia. Quindi credo che alla fine quelli che emergono sono i veri campioni.”
Ultima domanda, però vorrei una risposta non diplomatica: tifi Hamilton o Verstappen?
“Tifo Verstappen, anche se ho stima per Hamilton e non ho particolari simpatie per uno o per l’altro, ammiro sicuramente il talento di entrambi e questo è il mio sincero pensiero.”
Giulia Bettio
Anche se questa è una rubrica sui motori, alcune volte si può fare uno strappo alla regola e parlare di qualcosa di più “green”; in questo articolo parleremo delle bici e moto elettriche, con un chopper è un cross.
Chopper: sono biciclette elettriche che prendono spunto dalle moto tipicamente americane che hanno seduta bassa e telaio lungo, quella che ho preso io in considerazione è la “Joker Bobber E-Bike 250W” che con il suo stile alla Harley-Davidson non passa sicuramente inosservata. Passando a nozioni più tecniche un motore posteriore brushless Bafang 36V 250W alimentato da una batteria Samsung al litio. Questo le permette di avere teoricamente una autonomia di 60 km, che in pratica diventano 70 se si pedala con una certa frequenza, in quanto questa è una bicicletta con pedalata assistita.
Cross: premettendo che l’oggetto in questione si trova più facilmente della prima bici, la “Sur ron lite bee” è una vera e propria moto elettrica che nella versione stradale arriva fino a 30 miglia orarie (circa 48 km/h), dal design semplice e lineare, avendola provata posso dirvi che questa moto è molto intuitiva e facile da guidare, è un giusto compromesso per divertirsi senza rischiare di farsi male. Le sue prestazioni sono date dal fatto che la moto presa in considerazione ha un motore che sviluppa 9,4 cv su un peso che non supera i 50kg. Io ho provato la versione più estrema che in strada non può andare, ma la versione da strada si avvicina molto a quella da me provata, anche se è limitata a 48 km/h (come già detto prima). Infine direi che la disponibilità di colori varia dal più classico nero al più cangiante giallo con una vastissima gamma di accessori da aggiungerci, che non vanno però ad inficiare sulle prestazioni della stessa.
Giacomo De Nard