Da sempre la lingua si è vicendevolmente intrecciata con i processi storici di unificazione nazionale, annessione territoriale, coesione sociale e identità culturale, costituendo in alcuni casi l’esito (per esempio di una raggiunta unità politica, come in parte è successo per il Regno d’Italia), in altri la ragione o il pretesto (basti pensare alla riunione in tempi recenti della Crimea con la Russia). La sistematizzazione dell’idioma unico come fattore esclusivo di integrazione mostra però oggi tutti i suoi limiti, se non addirittura potenziali rischi di degenerazione in strumento per l’affermazione di una supremazia, e ci deve pertanto portare a riconsiderarla. Una soluzione potrebbe essere non più una lingua che unifica, ma più lingue che unificano, in cui la varietà di linguaggi conosciuti dall'individuo diventi motivo di confronto costruttivo e formativo con il diverso.
Distinguere quale sia stata la funzione della lingua nei rapporti causa-effetto summenzionati risulta un’azione difficile, soprattutto in relazione all’antichità: è il caso della questione omerica. Le scuole di pensiero a riguardo sono sostanzialmente due: la prima vede Omero come il poeta che fu in grado, mescolando più dialetti greci, di creare una lingua epica artificiale che diventò quindi il simbolo di un’identità culturale ellenica e il modello su cui formare gli studenti, la seconda, invece, attribuisce alla lingua di Omero un ruolo non più di ragione ma di conseguenza, individuandola come il frutto di un’evoluzione di poesia popolare collettiva. Indipendentemente dall’ipotesi che si sposa, la questione omerica evidenzia l’importante legame che intercorre tra lingua e identità culturale. Come infatti osserva lo storico Eric Hobsbawm “[...]il secondo criterio che abilitava un popolo alla qualifica di nazione prevedeva l’esistenza di un’élite culturale consolidata, con una letteratura nazionale scritta e un gergo amministrativo. Queste erano appunto le basi dellerivendicazioni nazionali italiana e tedesca, benché si trattasse in entrambi i casi di “popoli” privi di un unico Stato nel quale identificarsi.” Un criterio che lo stesso Dante Alighieri aveva ben riconosciuto quando si proponeva l’obiettivo di creare una lingua nazionale (nonostante la Penisola si trovasse politicamente frammentata) partendo dal volgare e arricchendolo ed elevandolo con lessico eterogeneo. Se da un lato consideriamo assai ragionevolmente il poeta fiorentino come il padre, in particolare grazie alla Commedia, della lingua e della letteratura italiana, è anche vero che la lingua italiana, pur partendo da quel modello di Dante mantenuto nei secoli dalla letteratura, si è diffusa omogeneamente nella società solo in seguito all’Unità d’Italia del 1861.
Si giunge così ad una nuova problematica: la lingua che, unificando solo piccole élites, divide. Nel Medioevo il latino divenne la lingua della cultura, ma rimase appannaggio di piccole cerchie di dotti e di religiosi. Lo stesso principio è stato valido per il francese nell’Ottocento come idioma della diplomazia e che univa trasversalmente le aristocrazie europee. In direzione opposta si colloca la lingua che, imposta dall’alto da un potere centrale, diventa uno strumento nazionalistico di controllo e di assimilazione (i fascisti, per esempio, una volta al potere, sostituirono in Istria tutti i toponimi slavi con i rispettivi italiani). Questo aspetto è stato anche tematizzato nella letteratura da George Orwell che nel suo 1984 costruisce il Newspeak come lingua concentrata e impoverita utilizzata per veicolare il Bipensiero e mistificare la realtà. Al tempo stesso un idioma non può essere sviluppato completamente a tavolino senza una comunità di parlanti. Il decorso dell’esperanto è in questo esemplare: una lingua artificiale, forgiata a fine Ottocento con i nobilissimi intenti di essere di struttura più facile possibile e favorire così la comprensione e la pace fra i popoli, non riuscì ad “attecchire” e si smarrì velocemente.
Alla luce di tutte queste argomentazioni, appare di gran lunga preferibile, come suggerisce lo scrittore libanese Amin Maalouf, un plurilinguismo che favorisca l’integrazione e la comunanza fra popoli: è la diversità che stimola l’unità! L’apprendimento di nuove lingue (“lingue personali adottive”) differenti da quella madre e da quella della comunicazione internazionale raggiungerebbe l’obiettivo di “...contribuire significativamente al dialogo delle culture e alla loro coesistenza armoniosa, sia nei riguardi del resto del mondo, sia in seno alle nostre società [europee].”
Vieri Monti