I
Si rincorrevano, si intrecciavano, si confondevano l'una con l'altra, prendendosi per mano e volando attraverso i tasti del pianoforte. Scivolavano, cadevano e si rimettevano in volo, perdendosi e ricercandosi disperatamente come anime gemelle. Arrivavano al cuore, quelle note, si infilavano violentemente nell'anima e restavano lì, a muoversi in quel modo solo loro per smuovere i cuori di pietra che pulsavano nell'infinita stanza inglobata da un'armonia limpida e passionale. Una magia inconfondibile, creata da due mani dalle dita affusolate e pure, che viaggiavano sui tasti che, subito, si piegavano al loro volere. Faceva vedere la musica, quell'anima inarrestabile, nell'incredibile esplosione di una storia d'amore eterna. A bocca aperta, le persone non riuscivano a distogliere lo sguardo da quell'aureola di onde disordinatamente perfette che giocavano con la luce rosata del tramonto. Mai una volta quegli occhi incrociarono iridi diverse, riflesse come se fossero stampate sul leggio trasparente privo di qualsiasi spartito. Chiuso in una leggera e candida camicia, arrotolata fino ai gomiti, quel corpo non avrebbe mai potuto stonare vicino al pianoforte nero come la notte, né tra le pareti in marmo color crema della sala. Ci metteva tutta sè stessa, l'anima, mischiando la sua essenza con le note, aprendo il suo cuore ribelle e rivelando a tutti i presenti ciò che era. Divorava i secondi con la sola forza di due mani che pigiavano i tasti candidi e bui.
Io me ne stavo in prima fila, ad ascoltare una musica che presto mi sarebbe appartenuta, confondendomi tra tutte quelle persone senza volto. Ero solo io che, in realtà, avevo una forma definita, nella scena di passione e malinconia. Mi voltai indietro per guardare la folla, mentre la melodia ancora prendeva vita. Vedevo ombre disperate che si aggrappavano con tutta la loro forza a un qualcosa di inesistente che le avrebbe portate via, almeno per qualche attimo, persino da loro stesse. Lontane anni luce da tutto ciò che avrebbero ardentemente desiderato essere. Potevo leggere dentro ognuna di loro. Anime incomprese, ipnotizzate da una sinfonia in cui vedevano realizzarsi i loro desideri più profondi. Erano vestite di lacrime e sorrisi, rallegrati da una musica che era riuscita a fermare il tempo. Scrutai più a fondo tra quei tessuti scuri, intoccabili, riempiti da frustrazione e appesantiti da un carico di sensi di colpa, rimorsi e rimpianti, avanzando lentamente e lasciando che i loro corpi costruiti di ricordi mi passassero attraverso. Cercai un'anima diversa, brillante e con i sogni custoditi come segreti. Di solito si nascondevano bene, loro, si infiltravano nella normalità. Comunque io sapevo cercare bene e, dopo un po', la ritrovai in un volto sorridente, con due iridi che sembravano tavolozze colme di tinte diverse ma che si univano dando vita a giochi di sfumature delicati e vivaci. La sua anima sapeva di ragazze nobili vestite di dolcezza e regalità, di amore e desideri, che odoravano di tinture fresche, rese immortali sulle sue tele. Sentii il battito di quel suo cuore legnoso, costruito di pennelli, che custodiva ciò che sembrava un piccolo sole luminoso. Se ne stava appoggiata all'enorme e freddo portone di legno, chiuso per l'esibizione. Il suo sguardo era immerso, diversamente dalle altre ombre, in un cielo in cui il sole pareva un pallone di fuoco semicoperto dalle nuvolette arancioni e rosee che slittavano veloci, cariche di allegria e libertà, in un cielo che si contendeva il giorno e la sera. Percepivo quella strana sensazione che accomunava tutte le anime che andavo a trovare alla fine del loro percorso durante i loro momenti di illuminazione: un brivido che si muoveva nelle membra, salendo, bruciando, rifiutando di finire nel cassetto delle idee che non venivano appuntate e, per questo, dimenticate. Stavo per scavare più a fondo nell'unica persona che, oltre al protagonista del ricordo, aveva un volto, quando le note caddero come un'ancora, graffiandosi e trafiggendosi. Le ombre sembrarono animarsi, risvegliarsi dalla staticità e tutto intorno iniziò a sgretolarsi, tranne il viso del pianista, privo di rughe, in cui si facevano largo da due iridi color cioccolato, immerse nel vuoto. Le sue onde iniziarono a muoversi come tornadi, spinti da un vento che, al contrario di molti anni prima, aveva fatto violentemente irruzione spazzando via ogni cosa. Tutto si dissolse come sabbia, sgretolandosi a rallentatore e cadendo come neve. Il giovane pianista si trasformò in una piccola sfera scintillante, che conteneva delle note musicali che non smettevano di ondeggiare, ricordandomi i capelli del loro creatore. Rividi degli occhi caldi e orgogliosi, dita lunghe e affusolate che sorgevano da mani soffici e decise. Sentii battere un cuore custode di mille sinfonie, composizioni e melodie che aspettavano solo di volare in tutto il mondo.
La cupola si aprì, creando una voragine che non diede scampo a niente. Si trascinò via il pianoforte, inghiottì le ombre, divorò le mura. Quello era l'oblio. E, prima che potesse far cessare anche la mia, di esistenza, con uno schiocco di dita sgusciai via con la sfera ancora stretta tra le mani.
La prima cosa che vidi, appena uscii da quei ricordi, fu il pianista, il volto ancora coperto dalle onde brune. Il tempo, per lui, si era fermato a quei ventidue anni in cui aveva imparato a distinguersi egregiamente, trovando la chiave giusta per i cuori di chiunque lo ascoltasse. La pelle liscia, gli occhi ormai chiusi per sempre, il corpo rigido e freddo. Avevo concluso i miei sette minuti, dovevo andarmene subito o lei avrebbe preso anche me. Lanciai un'ultima occhiata al ragazzo, stretto tra mucchi di coperte. Sembrava così piccolo in quella stanza dalle pareti bianche e soffocanti, circondato da qualche parente in lacrime e atteso da una folla che continuava a pregare per un suo risveglio che non sarebbe mai potuto avvenire. Riposi la sfera nelle tasche, con una punta di malinconia. Mentre uscivo dalla finestra, vidi i vivi reggere ognuno una candela per il pianista. La fiammella danzava sotto un cielo che prometteva pioggia, consumando lentamente la cera. Le nuvole si erano ammassate per piangere anche loro la perdita del giovane, mentre il sole, invece, rimaneva muto e invisibile, probabilmente dispiaciuto e amareggiato.
<<Il rubatalenti ha colpito ancora! Se lo prendo!>>
Sentii echeggiare una voce che solo io e quelli come me potevano udire. La giovane mietitrice. Qualche anno fa è stata vicinissima a beccarmi. Lei era piuttosto brava, nonostante fossero solo vent'anni che andava a raccattare anime per accompagnarle davanti a coloro che avrebbero deciso il loro destino nell'aldilà.
Mentre salivo sempre più su e vedevo i tetti diventare sempre più piccoli, avevo in mente solo una cosa: un'anima che si ritrovava due iridi che parevano tavolozze colme tinte. Quella sarebbe stata la mia prossima missione.
Federica Calabrese